Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 21 Con Maria

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 21 Con Maria
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 05/11/2011
Visite 2541
Note Web-editing: sottopongo queste bozze per ottenere commenti e segnalazioni di errori e refusi che mi aiutino a migliorare il testo prima della sua pubblicazione.

CAPITOLO 21

 

CON MARIA
 
In sogno, in visione notturna, quando il sopore discende sugli uomini
ed essi dormono nei loro giacigli, allora Egli apre le orecchie agli uomini
e li erudisce istruendoli nella disciplina.
(Bibbia - Giobbe)
 

Tornai all’orfanotrofio. Parlai con Maria delle mie ricerche inutili. Anche la ragazza era molto preoccupata. Si offrì di accompagnarmi e così riprendemmo a vagare assieme nel caos indifferente del traffico cittadino.

Con lei accanto mi sentivo meno pazzo. Mentre ci spostavamo da un quartiere all’altro riuscivamo a chiacchierare e la tensione si allentava. Il fatto di non averle detto dei poteri di Elena rendeva quei momenti più normali e io avevo un gran bisogno di normalità e di razionalità, di poter tornare alle cose concrete e reali, di poter dimenticare sogni, incubi e follie. La sua voce mi cullava, mi avvolgeva. Ogni volta che mi giravo per guardarla, mi sembrava sempre più bella. Una bellezza interiore che si manifestava nella radiosità dei suoi sorrisi sereni. Nel mio stato confusionale, sentivo che stavo per cedere: me ne stavo invaghendo (parlare d’innamoramento sarebbe certo eccessivo). C’era qualcosa che mi trascinava verso di lei. Un magnete dell’anima o forse solo del corpo. Più che da lei, però, credo fossi attratto dalla vita normale. Maria mi pareva la rappresentasse, sia rispetto alle fatiche del lavoro e del tran tran quotidiano, sia rispetto a quel mondo onirico che si stava impossessando di me. Luce tra le tenebre. Mi stupiva come riuscisse a vedere in Elena solo una bambinetta abbandonata, che, presa dalla tristezza, si era persa per le vie della città. Avrei voluto vedere le cose con i suoi occhi, ma mi riusciva - un poco -solo quando le ero accanto.

La città era troppo grande per trovare chiunque, anche se a volte tra la folla emerge un volto, s’incontra chi meno t’aspetti o un ricordo prende forma in un viso dimenticato. Non fu il nostro caso. La sera avevo i piedi che mi facevano male e i calzini di filo di Scozia bucati per il troppo camminare, ma di Elena non avevo trovato neanche una traccia, neppure illusoria. Nessuno che avesse notato una bambina, una qualsiasi, che se ne stesse da sola da qualche parte.

Che fine poteva aver fatto? Si nascondeva? Si era persa? Nonostante i suoi poteri, era ancora tanto piccola. Doveva essere disperata. Eppure in quei momenti non sempre riuscivo a pensarla come una bambina. Troppo spesso mi appariva come un mostro pericoloso. Anche se la presenza di Maria mi confortava, ogni volta che la nominavamo ripensavo a tutte le assurdità che avevamo vissuto. Le parole allucinate di sua nonna mi rimbombavano nella testa. Un demone! Ripensavo alle antiche credenze su incubi, efialte e mahr e quei mostri mi danzavano corposi nel cervello.

Più volte, camminando, Maria mi chiese se mi sentissi bene.

- Hai un’aria sconvolta. Questa storia sembra averti davvero preso molto. O c’è dell’altro?

Alla fine Maria mi chiese d’accompagnarla a casa. Quando fummo arrivati, vedendomi ancora confuso, stanco e agitato, mi offrì di salire un attimo a darmi una rinfrescata.

Ero esausto. L’idea di rimettermi in marcia subito per tornare a casa mi affaticava. Accettai, mentre il mio cuore improvvisamente accelerava i suoi battiti. Il solo pensiero di salire le scale dietro di lei me la rendeva più attraente.

L’ingresso della casa era semplice. Un portaombrelli, un tavolino con sopra un corno di rinoceronte, uno specchio e una poltroncina. Mi colpì soprattutto quel cimelio da safari che non avrei abbinato a lei.

- Qui ci sono gli asciugamani – mi disse, portandomi in bagno – fatti una bella doccia e vedrai che ti sentirai meglio.

Un’offerta singolare, ma che non rifiutai, pur sentendomi confuso.

Entrai in bagno e m’infilai sotto l’acqua. Avevo proprio bisogno di una doccia. Non solo per il sudore, ma, soprattutto, per rilassarmi. Si dice che una doccia aiuti anche a placare i bollenti spiriti, ma forse farlo nella casa della donna che quegli spiriti sta scaldando non riesce a sortire lo stesso effetto e il mio corpo stava reagendo in senso inverso. La porta della stanza non aveva chiave e la lasciai socchiusa, non avevo scelta, ma in questo ammetto una certa malizia. Stavo cominciando a insaponarmi, quando entrò lei. Era completamente nuda, come avviene solo in un sogno, eppure ero certo di essere sveglio, almeno questa volta, sebbene facessi sempre più confusione tra i due stati. Maria andò al lavandino e si lavò come fosse la cosa più naturale di questo mondo farlo davanti a me. Essere tutti e due nudi, nella stessa stanza, non riuscivo, personalmente, a considerarlo ordinaria amministrazione. Mi vennero in mente certe usanze scandinave, che consideravo più che altro leggende metropolitane, e cercai di convincermi che non ci fosse alcuna provocazione nel suo comportamento. La vedevo attraverso il vetro della doccia solo vagamente opaco e anche lei vedeva me. Non poteva non notare che mi stavo eccitando. Fissandomi si sedette sul bidet e continuò a lavarsi. Uscii dalla doccia che era ancora seduta lì. I miei desideri erano evidenti davanti ai suoi occhi. Mi agguantò per le gambe, tirandomi a sé, poi piazzò le mani con vigore sulle mie natiche, mi guardò alzando la testa e...

Fui vento e fui tempesta. Fui pietra e fui magma e lava. Ero una belva affamata. Ero energia e potenza. Ero motore pulsante, muscoli in tensione. Ero desiderio e passione. Ero passato e futuro. Eravamo una cosa sola. Eravamo due corpi fusi nel rotolare umido di sudore e essenze vitali, ma un solo spirito. Eravamo vita. Nulla esisteva attorno a noi. Non c’era più il tempo. Non c’erano più la luce e il buio. Lo spazio era una finzione elastica, che si adattava alla nostra presenza assente.

Quanti anni erano passati dall’ultima volta in cui mi ero sentito così? Era mai successo prima? Stava succedendo allora o era solo illusione? Dove stavamo andando?

 

Alla fine, spossati, restammo distesi sul letto, uno accanto all’altra. Rapidamente precipitammo di nuovo sulla terra. Eravamo ancora però in uno spazio nostro. Lontano dal resto del mondo. Respiravamo. In quell’intimità ebbi il coraggio di confidarle qualcosa di Elena.

- Continuo a sognare la bambina. Sono sogni strani. Incubi. Sono preoccupato. Agitato.

Chiaramente non sapeva di cosa parlassi, perché decise di tranquillizzarmi baciandomi ancora, come se il problema fosse tutto nella mia mente, una banale preoccupazione. O forse anche lei era ancora troppo presa dalla magia di cui eravamo stati schiavi per qualche attimo, per poter pensare ai problemi materiali. Le parole sono solo brezza, quando a parlare sono i corpi.

Non ero, del resto, certo il primo uomo al mondo ad avere degli incubi e non le avevo spiegato quanto fossero strani. Non tornai sull’argomento. Con lei accanto mi pareva fosse davvero tutto solo un brutto sogno.

Restammo un po’ rilassati sul letto e la vidi addormentarsi. Il mio respiro tornò normale. La mia mente si liberò dall’allucinazione psichedelica in cui si era spinta. Io continuavo a stare sveglio, tuttora inquieto, incapace di prender sonno. Mi chini su Maria e le baciai il piccolo tatuaggio. Mi rizzai d’improvviso, scostandomi. Qualcosa mi aveva solleticato le labbra, come se avessi davvero sentito le piume dell’uccello sotto le labbra. Mi affacciai alla finestra. Le nuvole, ancora una volta, correvano troppo veloci, guardarle mi faceva perdere l’equilibrio. Ancora non mi ero ripreso dallo stordimento di quell’incontro. Distolsi lo sguardo e mi girai. Elena era tra me e il letto. Cercai goffamente di nascondere la mia nudità alla bambina.

- Vattene! – le intimai – non disturbare i miei sogni – neanche per un istante mi passò per la testa che Maria potesse aver finto di cercarla assieme a me e che la tenesse invece nascosta in casa sua.

La piccola aprì la porta e se ne andò, lasciandola aperta. Mi avvicinai per richiuderla, ma fui assalito da uno stormo di corvi che entrava. Mi svegliai più irritato che spaventato. Maria dormiva.  Cercai il tatuaggio sulla spalla ma non c’era più! La lasciai sul letto e, dopo averne ammirato ancora una volta il bel corpo nudo, solo parzialmente coperto, scappai a casa. Fu una vera e propria fuga. Da me stesso, dalla mia debolezza e da quella follia. Sentivo di dover chiudere quel capitolo, ma non lo volevo veramente.

Mia moglie era ancora troppo sconvolta per rendersi conto del mio ritardo esagerato o di altro. Già era a letto. La raggiunsi e rimasi sveglio per quasi un’ora a ripensare alla giornata. Sentivo Giovanna respirare. Mi sentivo in colpa verso di lei, ma più che altro provavo un senso di tristezza per come il nostro amore si fosse appannato negli anni e per come lei ora mi apparisse distante. Rimpiangevo la passione perduta. Sentivo di volerle ancora bene e mi angosciava questa sofferenza che era piovuta anche addosso a lei e che, involontariamente, ero stato proprio io a portare.

Riecco Elena. Aveva un’aria estremamente offesa. Non parlò. Rimase lì in piedi per tutta la notte. O almeno credo. La ignorai. Ero troppo stanco e, rispetto a precedenti apparizioni, questa era sufficientemente blanda da consentirmelo.

Fu un uomo, però, a catturare la mia attenzione. Con indosso una tonaca da vescovo, portava una barba lunga da rabbino e un turbante. In mano reggeva un bastone pastorale di corno e lo protese verso di me, accusatore. La sua voce rimbombò nel sogno, ma non né capivo le parole. Di una cosa sola ero certo: rimproverava la mia condotta e ciò che sembrava irritarlo particolarmente pare fosse la mia visita alla doccia di Maria. Uno tsunami incombeva dietro di lui, che costituiva il mio solo riparo dalla quella foga divina.

Poi il suo volto si rasserenò, l’onda si sciolse e mi mostrò ampi paesaggi, cieli, placido mare, stelle, animali e piante, quasi a ricordarmi della Genesi dell’Universo. Di nuovo l’uomo parlava e ancora non riuscivo a intendere il senso delle sue parole. L’oceano si confondeva con la terra.

M’indicò allora un canale o forse un sentiero che correva tortuoso tra colline e boschi. Guardai là dove indicava e, quindi, mi voltai verso di lui per capire perché mi mostrasse quella strada, ma era scomparso. Il sentiero era diventato una larga pista da elefanti illuminata dal sole o forse un fiume.

Per tutto il tempo Elena ci fissò muta. La guardai. Tornai a guardare la strada nel bosco. Era tornata un sentiero stretto e curvoso che scendeva verso una valle scura. Anzi precipitava in una ripida discesa verso un abisso lontano. L’acqua, che prima non avevo notato, vi scorreva ora lattea e tumultuosa, come all’approssimarsi di una cascata.


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