Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 23 Alla ricerca del padre

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 23 Alla ricerca del padre
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 09/11/2011
Visite 2416
Note Attendo sempre le vostre segnalazioni di errori e refusi. Ricordo che ho aperto un Gruppo per il web-editing su anobii, al cui interno c´è una Discussione riguardo questo libro http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3179952#new_thread

CAPITOLO 23

 

ALLA RICERCA DEL PADRE
 
L’immaginazione non conosce nulla riguardo al futuro,
per cui l’immagine formata nel sonno non è in rapporto con niente di futuro.
(Sui Sogni – Boezio di Dacia)
 

Per ritrovare il padre di Elena dovevo risalire alla madre. Non sapevo nulla di lui, ma anche di lei sapevo ben poco. Il mio solo legame con la famiglia di Elena erano i suoi nonni. Per quanto strani, non avevo altra scelta che tornare da loro. Dovevo farmi indicare il nome di qualche amica di Michela, che sapesse qualcosa su chi fosse il suo misterioso amante e di dove potessi trovarlo. Probabilmente quell’uomo non sapeva neppure di essere diventato padre. Forse non era uno stinco di santo, ma doveva sapere di sua figlia.

- So pochissimo della vita di Michela negli ultimi anni - mi rispose il nonno di Elena. - Non conosco il padre della piccina e, purtroppo, non conosco neanche le amiche di Michela. Qualche volta lasciava Elena da una donna… una certa Marta… Marta…. …ini. Un nome che finiva in ini o forse oni. Peroni? Pironi? Forse Pieroni.

- Era un’amica o una baby sitter?

- Un’amica. Michela non si poteva permettere una baby sitter. Fecero anche un viaggio assieme. In Calabria, mi pare.

- Dove potrei trovare un’agenda di Michela? Qualcosa su cui possa aver scritto dei nomi e degli indirizzi.

- A casa sua. Stava in un appartamento in affitto. Mia moglie e io non siamo in grado di andarci. La proprietaria forse l’ha già svuotato. I mobili erano della casa. Quella donna voleva spedirmi delle scatole con i vestiti e altre cose sue, ma io non avrei saputo dove metterle, qui in ospizio. Le ho detto che poteva tenersele, come indennizzo per il mese ancora da pagare. Non è stata contenta. Non era d’accordo. Ha detto che le avrebbe tenute ancora un po’. Insisteva che qualcuno venisse a prendersele e le pagasse il mese. Diceva che non sapeva che farsene del suo ciarpame. Forse le ha ancora lei.

- Dov’era questa casa?

- Oh! Ha cambiato varie volte. In questa c’era entrata che io ero già qui. Non l’ho mai vista. Era in vicolo Pascoli. L’indirizzo esatto dovrebbero averlo alla segreteria dell’ospizio. Chieda a loro.

Feci così. Per fortuna furono gentili e non imbastirono storie per farmi sapere quello che chiedevo. Andai in vicolo Pascoli. Una viuzza stretta di case popolari dall’aria piuttosto fatiscente. Sul citofono c’era ancora il nome di Michela Dati. Suonai. Come immaginavo non rispose nessuno. L’appartamento doveva essere ancora sfitto.

Suonai al pulsante accanto. Rispose una voce di donna.

  Salve. Ho saputo che l’appartamento della signora Dati ora è libero, saprebbe dirmi con chi potrei parlare?

Fingere di cercare un appartamento mi parve la scusa più semplice.

  La proprietaria dell’appartamento sta al pian terreno. È la signora Levi. Sta spesso a casa. Provi a citofonarle.

  Grazie mille, lo farò.

Lo feci.

  Sì? – rispose la voce di una signora anziana.

  Salve. È lei la proprietaria dell’appartamento, dove abitava Michela Dati?

  Sì – rispose con diffidenza.

  Ho preso in affido la piccola Elena, la figlia di Michela. Potrei parlarle un attimo?

La donna esitò qualche istante.

  Va bene. Venga pure. Sono al pian terreno.

  Grazie mille.

Era una vecchina di oltre ottant’anni. Mi accolse in pantofole, con una sorta di largo scialle sulle spalle e mi fece accomodare in salotto, su una poltrona con i copri-bracciolo di merletto. Davanti a me un tavolino pieno di vecchia chincaglieria.

  Sono contenta che la bambina abbia trovato qualcuno che se ne occupi, poverina! Mi si stringeva il cuore a saperla così sola in orfanotrofio – si aggiustò la mantellina sulle spalle ossute.

  Vorrei sapere qualcosa di più della sua famiglia. Ho parlato con il nonno, in ospizio. Lui non conosce il padre della bambina. Vorrei contattarlo. Il padre potrebbe rivolere la piccola.

  Mi pare giusto. Io però non l’ho mai visto. Sapevo che era una ragazza-madre.

  Mi dice il padre di Michela che lei, signora, ha ancora le sue cose. Mi piacerebbe poter avere un’agenda della sua inquilina, per contattare chi la conosce.

  Ora devo vedere. Non so se ne aveva una. Ha lasciato tante cose. Non saprei se posso farle avere qualcosa di suo. Sa, la… privacy, la chiamano così, ora. Un tempo avremmo detto riservatezza. Non si poteva continuare a chiamarla così? Comunque, sarebbe meglio se di questo se ne occupasse la polizia.

Era più formale degli impiegati dell’ospizio!

  Ha ragione. La polizia, però, ha molte altre cose di cui occuparsi. Se lei fosse così gentile da farmi dare un’occhiata alle sue cose… Vorrei solo vedere l’agenda per un attimo, non deve lasciarmela.

La donnina era combattuta. Io per lei ero uno sconosciuto. Potevo essere un malintenzionato. Se lo ero davvero, potevo pretendere l’agenda con la forza. Oppure poteva darsi che non me ne importasse nulla e che la mia fosse solo una scusa per derubarla. Cosa avrei mai potuto prenderle, immagino che pensò, dato che lei aveva ben poco. Forse fu il mio aspetto, che definirei civile, ma qualcosa, alla fine, indusse l’anziana signora a cedere. In fondo a lei importava poco di quella donna. Michela era morta e non aveva più nessuno. I suoi genitori le sue cose non le avevano volute. Avrebbe anche potuto buttarle, deve aver pensato, tanto valeva assecondarmi. Alla faccia della privacy.

  Lei mi pare una brava persona – decise. – Venga. Le faccio vedere le sue scatole.

La seguii in uno stanzino, in cui aveva ammucchiato tre scatoloni.

  Certo che se qualcuno si riprendesse tutta la sua roba… Forse potrebbe prenderla lei, visto che tiene la bambina. Magari, però, ci vorrebbe un notaio o qualcosa del genere. Per ora la conservo, ma non posso tenerla mica sempre qui. Non ho molto spazio.

  Farò presente il problema agli assistenti sociali della bambina. In effetti, sono cose sue, ora.

  Un’agenda potrebbe essere in quella scatola – indicò.

La aprii. C’erano varie carte, libri, fascicoli, giornali vecchi. Frugai e, finalmente, la trovai. Andai alla P. Nessun Pieroni o simile. Provai alla M. C’era un nome che sembrava Marta Pietrosi o forse Pietroni. C’era il telefono.

  Ha un pezzo di carta – chiesi.

  Senta, tenga pure l’agenda. La riporterà quando non le servirà più. Non si preoccupi. Veda, piuttosto, di farsi dare un’autorizzazione per portar via tutto.

  Grazie mille. Me ne interesserò.

 

Avevo fatto un passo avanti. Appena fuori di casa composi sul cellulare il numero che avevo trovato.

  Marta Pietroni?

  Sì. Salve.

  Buonasera. Mi chiamo Paolo Demetri. Ho preso in affido la piccola Elena Dati.

  Oh! Davvero? La figlia di Michela?

  Sì. Era una sua amica, vero?

  Sì. Certo.

  Mi piacerebbe poterle parlare cinque minuti. Se potessimo incontrarci, forse sarebbe più semplice che al telefono.

  Va bene domani sera? – chiese.

  Perfetto. Facciamo al Bar Boschi, in Piazza Atene?

  Sì. Facciamo alle sette e mezzo.

  Va bene. Allora a domani. Come la riconoscerò?

  Porterò una maglietta con delle fatine disegnate.

  Bene. Arrivederci.

  A presto.

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