Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 25 A cuore aperto

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 25 A cuore aperto
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 14/11/2011
Visite 2466
Note Per chi non avesse letto gli altri capitoli, ricordo che sono in attesa che mi segnaliate ogni sorta di errore o difetto del testo. Grazie!

 

CAPITOLO 25
 
A CUORE APERTO
 
Non si trovi in te chi si occupi di sogni
(Bibbia −Deuteronomio)
 

Avrei potuto telefonare subito a questo Oberon, ma le parole delle amiche di Michela mi avevano messo in allarme nei suoi confronti e, quella sera, non ero più tanto convinto che la cosa migliore fosse contattarlo.

Decisi di pensarci sopra. Forse non era il diavolo ma, probabilmente, non era la persona migliore per crescere una bambina. Una come Elena, in particolare. Rimasi con le dita avvolte attorno al cordless per alcuni minuti senza decidermi, poi l’abbandonai sul suo supporto e me ne andai a dormire inquieto.

 

Quella notte incontrai l’Oberon shakespeariano tra le nebbie che ammantavano il sottobosco di una foresta incantata. Non era un nobile re delle fate di bell’aspetto, ma un essere assai più simile a un satiro o a un demone. L’atmosfera era cupa. Le fate erano streghe, che volteggiavano stridendo tra i rami delle querce, ombre nere in una notte di mezzaluna.

– Rivoglio la bambina! – m’intimò shakespearianamente Oberon.

– Chi sei? – gli chiesi.

– Ridammi la bambina – insistette.

– Che cosa vuoi farne? – tornai a domandare.

  Non è affar tuo. Rendimi mia figlia!

 

Poi ogni cosa si dissolse. La foresta si sciolse, come i colori appena stesi su una tela sotto un acquazzone. Le streghe e Oberon evaporarono in un nebbiolina color acquerello. Rimasi immerso in un sogno in cui tutto era deformato. Era come un miscuglio irregolare di colori sovrapposti, che colavano inesorabili.

In quel guazzabuglio sentii qualcosa che rovistava nella mia anima, che esplorava i miei sentimenti e li riportava in superficie, come in un’efficacissima e fastidiosissima seduta di psicoanalisi.

Tutto ciò che la mia mente aveva rimosso venne ripristinato. Mi pareva che la testa mi scoppiasse. Dolore e gioia erano mescolati a ogni altra sorta di sentimento, su cui non riuscivo più ad avere alcun controllo e, in sogno, mi pareva di ridere e piangere, sospirare e urlare. Tutto nel medesimo tempo.

 

Poi, come solo nei sogni avviene, la scena cambiò completamente e mi ritrovai in una stanza in penombra e davanti a me c’erano due figure che si muovevano su un letto.

Scorsi una schiena muscolosa e più scura che copriva un corpo più esile e chiaro. Erano un uomo e una donna che facevano l’amore.

Già la visione mi stupiva, mettendomi stranamente a disagio, quando notai qualcos’altro che mi meravigliò ancor più: i due sul letto li conoscevo. Non che li avessi mai visti veramente, ma li avevo già incontrati in sogno: erano i due che si erano conosciuti alla stazione, Oberon e la ragazza. O meglio, Oberon e Michela, dato che ormai mi ero convinto che questa fosse la madre di Elena. Stavo dunque assistendo al suo concepimento, al momento in cui il demone stava generando la sua creatura?

Oberon si muoveva con particolare intensità e quasi con violenza, come, del resto, mi sarei aspettato da lui. Michela sembrava quasi subirne l’irruenza, totalmente soggiogata nel corpo, che sussultava, e nello spirito, perso nello spasmo di quell’amplesso.

Al momento dell’orgasmo la stanza s’illuminò totalmente e tutto parve diventare bianchissimo, poi ogni cosa mi parve ruotare velocemente. Michela mi guardò ma non era più Michela, era Elisabetta, anzi no, era Maria. Oberon le serrava il collo. Era cianotica. Non respirava. Una grande goccia di sudore le scivolò trai seni nudi. La fissai. Cercava il mio aiuto ma io non potevo muovermi. Urlai ma dalle mie labbra non uscii alcun suono.

 

Risvegliandomi ero sconvolto, sia dalle emozioni provate che dalla mia nuova percezione dei fatti.

 

  Questa notte l’hai fatto di nuovo? – chiesi a Elena.

  Fatto cosa?

  Sei entrata di nuovo nei miei sogni?

  No! – piagnucolò – No.

  Va bene. Va bene. Ho capito, su! Non piangere. Era solo una domanda.

Tirò su con il naso. Stavo diventando troppo insistente sull’argomento. Le asciugai gli occhi con il fazzoletto, baciandola sulla guancia accaldata. Si calmò.

Davvero non era stata lei? Oppure non se ne accorgeva. Era la seconda volta che negava. Se non si rendeva conto di quello che faceva, la cosa poteva diventare pericolosa. Non avevo modo di controllarla.

Aveva già ucciso. Due volte. Forse tre, contando sua madre. Non volevo che lo facesse ancora. La prossima vittima sarei potuto essere io. O Laura. O Giovanna.

Perché mi faceva sognare Oberon e sua madre? Come poteva una bambina di quattro anni generare sogni da adulti? C’era qualcosa che non mi tornava. I suoi poteri erano qualcosa di cui ormai ero convinto, ma che potesse usarli in quel modo non mi pareva possibile. Se era davvero lei a farlo, allora forse anche la sua età era soltanto apparenza. Non poteva conoscere eventi del passato e non poteva conoscere il mondo degli adulti. Probabilmente non poteva neanche sapere chi fosse Oberon, anche ammesso che fosse il padre, se lui, come credevo, era scomparso prima della sua nascita.

Questo modo d’insinuarsi in sogno mi faceva pensare alle apparizioni mitologiche degli Dei. Era una Dea? Una Dea eternamente relegata in un corpo da bambina, ma non per questo con una mente e una memoria infantili?

Pura fantasia! Mi lasciavo suggestionare dalle superstizioni più assurde. La mia razionalità reclamava una spiegazione che non comprendesse la magia o interventi soprannaturali, divini o diabolici che fossero. Avrei potuto accettare l’idea che la mente umana, talora, possa avere poteri inattesi, che i collegamenti sinaptici potessero realizzarsi a distanza tra cervelli diversi, che le onde cerebrali fossero in grado di trasmettersi nell’aria e proiettare un sogno in una mente rilassata e aperta, ma non potevo proprio credere che una bambina fosse in grado di trasmettere pensieri che non dovrebbe avere, costringermi a sognare cose che non dovrebbe conoscere. Non riuscivo, del resto, neppure ad accettare che vi fossero esseri demoniaci in giro per le nostre città.

 

Avevo ormai un solo obiettivo in mente: trovare Oberon. Questo sia per dimostrare a me stesso che era un uomo comune, non certo un demone infernale, sia per ritrovare a Elena la sua vera famiglia. Mi pareva l’unica strada. Decisi di seguirla. Aprii l’agenda e compilai il numero di cellulare di Oberon. Mentre lo facevo, mi chiesi come mai Michela avesse deciso di usare proprio quel soprannome anche sull’agenda, anziché scriverci il suo vero nome. E mi chiedevo perché ne conservasse il numero, se aveva davvero troncato con lui. Forse lo aveva fatto proprio per Elena, perché Oberon era suo padre e voleva lasciarsi la possibilità, un giorno, di far tornare assieme padre e figlia. Oppure aveva dimenticato di averlo ancora.

Non rispose nessuno. La segreteria automatica mi avvertì che il numero non era attivo.

Che cos’altro potevo fare? Dovevo far intervenire la polizia. Mi recai alquanto controvoglia in commissariato, dove spiegai di avere preso in affido la bambina, ma che avevo scoperto che questa, probabilmente, doveva avere un padre, da qualche parte. Mostrai l’agenda e spiegai che Michela lo chiamava Oberon. Pregai gli agenti di fare qualche ricerca per scoprire chi avesse acceso quella linea.

Mi dissero che l’avrebbero fatto, ma che avrebbero parlato loro stessi con il titolare e poi mi avrebbero riferito. Non potevano farmi sapere il nome. Mi parve un buon compromesso.

 

  Allora attendo notizie – risposi, alzandomi per andar via.

  Aspetti pure nell’altra stanza – mi disse uno degli agenti. – Facciamo subito un controllo e le facciamo sapere.

Dopo pochi minuti, lo stesso agente si affacciò nella saletta d’attesa.

  Mi dispiace – disse – ma il numero non risulta essere mai stato attivato. Vuole sporgere una denuncia?

  Una denuncia? Per cosa?

  Per smarrimento di persona – azzardò.

  E come potrei? Non so nulla di lui. Avevo solo quel numero e un soprannome. Non è mica un mio parente.

  Come vuole.

Ringraziai e me ne andai.

 

Come potevo trovare Oberon? Probabilmente non c’era modo. Forse anche Michela aveva solo quel numero di telefono fasullo. Però, la sua amica aveva detto che una volta Michela l’aveva cercato. Come aveva fatto? Per telefono? Per e-mail? Come potevo accedere alla sua posta elettronica? Sfogliai la sua agenda alla ricerca di un altro nome con un numero di cellulare simile, casomai l’avesse trascritto male. Non lo trovai.

Rinunciai a cercarlo.

 

Quella notte, però, Oberon, trovò me.

Venne di nuovo a visitarmi con l’aspetto dello strano satiro della notte precedente. Il volto era quello dell’uomo della stazione e dell’amante di Michela, ma l’aspetto generale era belluino. Ancora una volta reclamò la consegna della bambina.

  Voglio sposarmi! – mi urlò addosso shakespearianamente il re delle fate – e voglio che sia Elena a reggermi lo strascico.

  Gli uomini non portano lo strascico – obiettai da sciocco, come capita talora nei sogni.

  Gli sia tagliata la testa! – urlò allora la regina delle fate, che aveva l’aspetto della Regina di Cuori di “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Apparve allora il Bianconiglio che disse:

  E chi reggerà i miei guanti bianchi? Alice! Dov’è Alice? Mai che si trovi quella benedetta figliola, quando si ha bisogno di lei!

  Ovvia! – sbottai – Questo non è un sogno serio. Io devo parlare con Oberon.

  Sono io Oberon. – esclamò solennemente il re delle fate.

  Sei tu il padre della bambina?

  Io? Ma se ancora non mi sono sposato? Come puoi pensare che io sia il padre?

  Oberon è il padre. Se tu sei Oberon, sei il padre – insistetti.

  Hai una bambina? – sbraitò la Regina di Cuori, rivolta contro il satiro. – Chi è la sgualdrina con cui ti sei unito? È certo Alice! Trovatemi Alice. Avrei dovuto capirlo da come giocava a croquet! Trovate Alice e tagliatele la testa.

  Non conosco nessuna alice, né alcun altro pesce – sbraitò il re.

  Era forse una coniglia? – urlò la regina.

  No e poi no! – urlò il re.

  Allora era una topa! – gracchiò la regina – vai sempre dietro alle tope.

  Vuoi sempre aver ragione! – sibilò Oberon.

  Io, allora, sposo Paolo – proclamò la regina di cuori.

  Chi? – chiese il re.

  Me? – chiesi io.

  Te – rispose la regina.

  Ma io sono già sposato!

  Allora tagliategli la testa! – gridò la regina con voce stridula, mentre un enorme sorriso si materializzava sulla sua spalla. Di certo apparteneva allo Stregatto.

In quell’istante precipitai in un pozzo carrolliano pieno dei miei ricordi, che mi volteggiarono attorno. Ancora una volta provavo la sgradita sensazione di sentire la mia memoria infilata in un frullatore e fatta vorticare all’impazzata.

Mi parve di inghiottire rabbia, dolore, scoraggiamento, frenesia, gioia, allegria, eccitazione, desiderio, voluttà, panico, paura, freddo, caldo, fame, sete, sonno e ogni altra possibile umana sensazione.

Ne ero travolto e angosciato. Finalmente, mi svegliai.

 

Nel momento stesso in cui aprii gli occhi, mi sorse un sospetto: possibile che fosse proprio Oberon a pilotare i miei sogni? Come aveva fatto a trovarmi?  Grazie al fatto che io cercavo lui? Il diavolo va da chi lo cerca? Lo avevo evocato io?

Che motivo poteva avere, altrimenti, Elena di farmi fare simili sogni e sconvolgermi così la memoria? Da quando era tornata a casa, pareva tranquilla, serena e ubbidiente: non sembrava voler violare il divieto che le avevo imposto. Se davvero non mentiva e non era lei a pilotare i miei sogni, allora poteva essere Oberon a farlo? Stesso sangue, stessi poteri? Ma questi poteri non li aveva ereditati dalla madre?

Decisi che era ora di parlarne con Giovanna. Avevo cercato di non coinvolgere troppo mia moglie per non agitarla ulteriormente. Avevo, però, bisogno di un supporto.

 

  Così pensi che possa essere il padre della bambina a entrare nei tuoi sogni? – chiese Giovanna scettica dopo che le ebbi raccontato le mie ultime esperienze oniriche.

  Non lo so. Non so neanche chi sia. Non penso, però, che questa volta sia colpa di Elena. Forse non lo è stato mai. Credo che quello che ci succede la notte sia provocato da qualche forza esterna alle nostre menti. Mi ero convinto che tutto dipendesse da Elena, ma ora sto sospettando di essermi sbagliato. Quello che è successo non può essere opera di una bambina. Credo che lei sia solo il tramite. Qualcuno forse la usa per raggiungere le persone cui lei è legata. Non so. Ancora non capisco. Sono molto confuso. Non sai quanto! E tu? Hai avuto sogni particolari, ultimamente?

  I miei sogni sono normali – rispose mia moglie. – Questa notte, però, ho sognato due persone che discutevano. Un uomo e una donna. Non saprei dire perché, ma al risveglio ho pensato potessero essere i genitori di Elena.

  E cosa facevano?

  Lei era molto agitata. Dopo che lei gli ha detto che aspettava un bambino, lui è rimasto indifferente. Lei gli ha spiegato che il bambino era figlio suo. Lui allora si è messo a ridere. Lei era sconvolta. Piangendo, gli ha chiesto se non gli importasse di sapere che stava  per diventare padre e lui, sempre ridendo, le ha detto che lo sapeva già. Che l’aveva sempre saputo, già prima di incontrarla. La ragazza era sempre più scossa e gli ha detto: «Ma ti rendi conto che aspetto un figlio tuo e non so neppure come ti chiami?» Lui ha continuato a ridere e lei si è messa a singhiozzare così forte che non riusciva a parlare.

  Penso che potrebbero essere loro: Michela e Oberon. Credo che dovrei trovarlo, trovare il padre di Elena. Devo capire chi è. Lo voglio cercare.

  Ma cosa dici? Era solo un sogno strano. Non ti capisco. Non puoi inseguire un sogno. Lascia stare. Non è nulla di reale.

  Anche io li ho sognati. Sento che sono sempre loro due. Anche tu hai detto che pensavi fossero i genitori di Elena. Questi sogni non nascono dentro di noi. Vengono da fuori.

  Come possiamo scoprire qualcosa, allora? – cercò di assecondarmi. Sentivo però che non mi credeva.

  Forse potremmo ricorrere a un medium e parlare con Michela.

  Cosa? Sei proprio tu a propormi questo? Parlare con una morta?

  Che cos’altro potremmo fare? Forse un’esorcista…

  Di male in peggio!

 

Nonostante condividessi del tutto il suo scetticismo, mi dissi che non costava nulla tentare. Al massimo avremmo buttato via un po’ di tempo e di soldi.

Non conoscevo medium e non sapevo dove trovarne. Il grande e fondo web mi fornì, come pensavo, una risposta.

Trovai l’indirizzo di una maga che riscuoteva una discreta fiducia tra il popolo della rete. Presi appuntamento, sebbene convinto si trattasse di un’abile imbrogliona.

Venne anche Giovanna. Cercava di non farlo notare, ma mi scrutava con preoccupazione. Non spiegammo nulla alla medium dei sogni e del resto. Le dicemmo solo che volevamo contattare la madre della bambina, che ora viveva con noi e che la donna era morta di recente.

Dopo aver pagato la tariffa pattuita, com’ero ormai rassegnato a fare, chiamò due sue assistenti e formammo un tavolo per una seduta spiritica.

Non si materializzò nessun fantasma, ma la medium entrò in trance. La cosa non mi colpì, particolarmente: era il minimo che mi sarei aspettato da lei.

Dopo una breve sceneggiata di tremori, sussulti e occhi strabuzzati, cominciò a borbottare parole senza senso. Poi tra quei suoni cominciai a distinguere delle parole:

  figlia… bambina… dolore… morte… vita… amore…. – se pensava di farmi effetto con parole così generiche aveva proprio sbagliato persona! Poi proseguì – dolore… inferno… incidente… non volevo… demone… era un demone… Satana… venne dal buio… mi prese… l’incubo mi prese… ero preda dell’incubo… il satiro infernale… – cominciava ad avvicinarsi alla mia sensibilità, ma mi pareva ancora troppo generica. Parlare d’incubi e demoni in una seduta spiritica doveva essere ordinaria amministrazione – Per una notte fui sua e ora sono sua per sempre… satiro infernale… incubo maledetto… – credo che i medium abbiano la capacità di cogliere una nostra maggior attenzione verso certe parole e a spostarsi in quel campo. Pensai che stesse facendo proprio questo – Egli venne da me… in me… era il Maligno… Era il re dei sogni… Non aveva nome, disse, o ne aveva infiniti… come posso chiamarti, allora? Chiesi… Chiamami Oberon, rispose, colui che fa amare e sognare… questo rispose il satiro.

Alla parola ‘Oberon’, sussultai sulla sedia in modo assolutamente evidente. Oberon! Tutto il resto poteva averlo inventato per intuito o per caso, ma Oberon? Quante probabilità potevano esserci che quella medium pronunciasse quel nome? Proprio quel nome? Ben poche, anche se fosse stata una patita di Shakespeare. Ne ero certo.

Purtroppo da quella seduta non uscì nessuna informazione utile. Ne guadagnai solo una maggior inquietudine. La medium ottenne, invece, oltre ai miei soldi e a un poco della nostra fiducia, un nuovo appuntamento, di lì a qualche giorno.

– Non potete pensare di ottenere subito le informazioni che volete al primo contatto. Bisogna entrare in confidenza con lo spirito – ci spiegò salutandoci.

Eh già! Per entrare in confidenza, ci vogliono molti incontri e… molto denaro per la nostra cara fattucchiera.

 

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi