Carlo Menzinger
LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 32 Accusato

Titolo LA BAMBINA DEI SOGNI Cap 32 Accusato
Illustrazione di Angelo Condello
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa      
Pubblicata il 08/12/2011
Visite 2500
Note Ancora un capitolo da revisionare. Aspetto suggerimenti. La situazione precipita troppo in fretta?

CAPITOLO 32

 

ACCUSATO

 
La vita è un sogno dal quale ci si sveglia morendo.
(Virginia Woolf)
 

Quella mattina alle sei, quando passò il camion della nettezza urbana, nel prelevare l’immondizia, gli operatori notarono il cadavere. Io avevo immaginato che il travaso avvenisse con quei camion con le braccia meccaniche, che sollevano il cassonetto e lo rovesciano in cima al contenitore della spazzatura. I netturbini non avrebbero visto il contenuto. La via, però, era stretta e quelle macchine erano troppo grandi per passarci. Il lavoro era svolto con dei camioncini molto più bassi, per cui quando la spazzatura si rovesciò all’interno, il cadavere emerse, mezzo coperto dai rifiuti e lo videro.

La seconda sfortuna fu che a occuparsi del caso fosse proprio Dilani, che associò la zona al mio posto di lavoro.

Non aveva elementi per arrestarmi o accusarmi, ma erano sufficienti a rendermi ancor più sospetto e farmi portare alla polizia per un interrogatorio.

  Lei passa spesso per il vicolo Horace Walpole la mattina? – mi chiese l’ispettore. Ovviamente conosceva la risposta e io non potevo negare. Non mi aveva ancora rivelato il motivo per il quale mi aveva accompagnato nella sua sede. Stava cercando di saggiare le mie reazioni. Finsi indifferenza, più per prendere tempo che per altro.

  Non ricordo. Dove si trova?

Quando mi spiegò dove fosse, ammisi:

  Si trova dalle parti del mio ufficio. Ci passo spesso vicino.

  L’ha attraversato ieri?

  No.

  Come si è fatto quel graffio alla mano?

  Quale? – non ricordavo più. Mi guardai le mani. Oberon mi aveva graffiato.

  Questo? – chiesi stupito – Credo di aver urtato contro un ramo. È una cosa da nulla.

  Sapeva che è stato trovato un uomo morto in un cassonetto in vicolo Walpole?

  No. Perché me ne parla?

  Visto che è morto nella sua zona, pensavo ne avesse sentito dire.

  Non siamo in un paese. Certe notizie in città girano più lentamente. Si fa prima a leggerlo sul giornale. Lavoro lì, ma non la considererei la mia zona.

  È vero. A volte veniamo a sapere della scomparsa dei nostri amici dai necrologi, prima che dai conoscenti.

  Così è in città!

  Già! – ammise l’ispettore. – Gli abbiamo fatto l’autopsia – aggiunse poi.

  E come sarebbe morto?

  Per quello non c’è stato bisogno di chiederlo al medico: accoltellato. Più volte.

  Che orrore! – risposi, cercando di fingere una reazione normale –  non si può stare più tranquilli neanche in un quartiere così!

  L’autopsia l’abbiamo fatta per verificare se il sangue fosse tutto suo.

  Pensate a una rissa? – chiesi.

  Era un uomo robusto. Non penso si sia lasciato uccidere facilmente. Certamente deve esserci stata una colluttazione. Stiamo verificando il DNA del sangue sotto le unghie.

Sotto le unghie! Ebbi la sensazione di sbiancare. Sperai fosse solo una sensazione. Non volevo dar a vedere a Dilani di esser stato colpito dal suo assalto. Avevo pensato alle impronte digitali, ma avevo del tutto trascurato il DNA. Questo succede a leggere solo gialli un po’ datati! Eppure le analisi del mio capello già fatte da Dilani mi avrebbero dovuto mettere in allarme.

 Nel giro di mezz’ora mi dovrebbero portare i risultati. Un’altra cosa strana è che il cadavere aveva in bocca dell’aglio e una croce. Se non fosse stato per il modo assolutamente poco rituale dell’uccisione, si sarebbe potuto pensare a qualche setta satanica. Sono convinto, però, che quei due oggetti abbiano un valore simbolico. Lei che ora frequenta i medium, cosa ne pensa? Sembra un’azione contro un vampiro.

«Che simpatico!» pensai ironicamente.

  Un vampiro? – tentai ancora di recitare – Ah! Già! L’aglio, vero. Credo lo usino in certe storie contro i vampiri. E anche le croci. C’è ancora chi crede davvero a queste cose?

  A quanto pare. Sempre che non sia un trucco per sviare le indagini.

Gli squillò il cellulare. Dilani rispose.

  Mi scusi – disse poi – sono arrivati i risultati dell’autopsia. Le dispiace aspettarmi cinque minuti?

  Prego – non mi pareva di avere alternativa. Attesi che completasse la telefonata. Mi consideravo ormai agli arresti, anche se la cosa era mascherata ancora sotto forma di una richiesta d’informazioni. Che cosa potevo fare? Potevano anche non trovare nulla. Avevo perso ben poco sangue. Quasi nulla rispetto a quello perso da Oberon. Potevano trovarlo? Potevano risalire a me? Non era certo da escludere. Non cercavano a caso. Controllavano sotto le unghie. Qualcosa potevano trovare: una goccia di sangue raggrumato, una pellicina. Avevano già il mio DNA. Dilani lo avrebbe certo messo a confronto con quello trovato sotto le unghie. Avendomi nella stanza accanto, probabilmente sarebbe stato il primo controllo che avrebbero fatto. Forse Dilani già conosceva il risultato prima ancora di venirmi a trovare. Stava solo aspettando che crollassi e confessassi.

Dovevo scappare? Come? Dove? Mi avrebbero trovato subito e avrei confermato i loro sospetti.

Dovevo confessare e ricorrere alla legittima difesa? Forse era la mia sola possibilità. Credo fosse proprio quello che Dilani si aspettava e voleva. Forse avrei potuto contare su una qualche forma di condizionale, si diceva così? Non avevo scelta. L’ispettore rientrò.

  L’esame ha dato i risultati che lei immagina – dichiarò con aria dura. Non mi diceva cosa avevano scoperto. Potevano anche non aver trovato nulla. Potevo continuare a mentire?

  Facciamo finta che io non sappia ancora cosa hanno trovato. – Giocò con me. – Se lei ora mi volesse raccontare quello che sa, potrei dichiarare che ha rilasciato la sua dichiarazione prima di questa telefonata e potremo considerare la sua come una confessione spontanea, in modo da farle avere le attenuanti del caso.

Ero con le spalle al muro. Sapevano? Bluffavano? Ero angosciato e, nonostante mi sforzassi di non mostrarlo, Dilani lo vedeva. Passai al piano B.

  Sono stato aggredito mentre andavo in ufficio – confessai – non so chi fosse quell’uomo. Per fortuna avevo con me un coltellino pieghevole e mi sono potuto difendere. Ha cercato di strangolarmi. Ho ancora i segni, guardi.

In effetti, avevo ancora il collo arrossato e un paio di lividi.

Fui messo agli arresti. C’era l’aggravante che ero sospettato anche per l’omicidio di Maria e, sebbene, mancassero prove e movente, persino per quello di Elisabetta. Inoltre, avevo cercato di nascondere il corpo e avevo mentito a Dilani. L’idea dell’aglio, poi, era stata una vera sciocchezza! Ero nei guai fino al collo.

Sui giornali il giorno dopo si lesse: «Arrestato serial killer»!


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