Maddalena Leali
Respiro

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Titolo Respiro
Autore Maddalena Leali
Genere Narrativa - Drammatico      
Pubblicata il 10/01/2012
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Maggio 1984

 

Cammino lentamente. L’infermiera  mi accompagna tenendomi a braccetto e cerca invano di aprire una conversazione. Muta, il volto paralizzato in una smorfia di paura, procedo nel percorso come un automa, ben conscia di quello che mi aspetta; non sono nuova all’esperienza. Il corridoio è lunghissimo, ma nessun viaggio mi è mai sembrato tanto breve. Qui tutto sa di ospedale: persone, oggetti grandi e piccoli, odori, ma io, pervasa da una specie di ottundimento, percepisco esseri umani e cose come labili ectoplasmi .

Respiro profondamente: il fiato si spezza e non riesco a prendere tutta l’aria che mi serve.

-         Tutto bene?

L’infermiera è gentile, premurosa. Sì, certo, tutto bene. Non potrebbe essere diversamente. La medicina è come la matematica: necessita di dimostrazioni. L’ha detto il professore, l’Illuminato che non sbaglia mai. Mi sento un teorema: ipotesi, dimostrazione, tesi e sigla finale, q.d.e., quod demostrandum erat.

-         Sono una persona. Non un triangolo!

Urlo, ma l’urlo non esce.

Respiro.

Chi può dire di non aver conosciuto la disperazione, il senso della tragedia, cioè gli eventi che prendono il sopravvento e nessuno può fare più nulla per modificarne il corso?

Non è possibile immaginare quanto la mente possa essere veloce e strana mentre ci si avvia ad un evento che può sconvolgere tutta l’esistenza. Si accavallano in pochi attimi centinaia, forse migliaia di sensazioni: immagini, voci, rumori, odori accapigliati e confusi in un doloroso confronto fra i cinque sensi. Becket contro il proprio re. La tragedia: ecco che cosa scatena questo effetto mostruoso.

L’Anhouil mi presenta  il conto: non c’è soluzione, non c’è possibilità di svolta, nella tragedia, non ci puoi fare nulla, e tu ci sei dentro fino al midollo. La parola fa scattare il meccanismo, il terrore: non è la prima volta. Anche Pavlov presenta il proprio conto.

Respiro, di nuovo, profondamente. Il fiato si spezza di nuovo e di nuovo vado in apnea.

-         Tutto bene?

Certo, tutto bene, come prima. Quando arriviamo al reparto di diagnostica avanzata?

Ecco, ci siamo. Entriamo nella sala. Spero non si accorgano di me. Vorrei che il pavimento fosse mare per camminare senza rumore; sono pronta a fuggire, ma mi sento fragile, non riesco neppure a guardare. Ho trentaquattro anni e gli occhi persi fra grate di rughe, non corro, non posso, infagottata in quello strano costume di carta verde, nuda, sotto, e ai piedi ridicole scarpe usa e getta, goffo clown che inciampa su se stesso.

-         Tutto bene?

Certo, tutto bene, come prima. Mi avete slacciato il costume, dietro, e tolto il cinquanta per cento della  dignità, fatto sedere a cavalcioni di una sedia come un ubriacone da osteria intento a giocare alla morra. Un buco nella schiena, profondo, fino all’altro cinquanta per cento della mia dignità.

Cammino nel cielo, ora, senza impronte, senza inciampo: ho un travaso di bile, così messa, con la testa all’ingiù. Sto male.

-         Tutto bene?

No, mi sento male. L’infermiera mi solleva il mento. Forza, resisti. Perché devo resistere, per farti contenta, per far contenti tutti gli stronzi che mi stanno attorno e mi scavano, mi sbulinano come un giunto cardanico, senza anestesia, senza pietà umana, perché la medicina è come la matematica. Non sopporto i medici, soprattutto i primari, quelli famosi, quelli che come loro non c’è nessuno. Dicono, alle volte, alle famiglie disperate di qualcuno morto sotto i ferri, magari un bambino con l’appendicite neanche tanto acuta:

-         Sapete, complicazioni impreviste durante l’intervento. Ora il mio assistente vi spiegherà i particolari.

Quali particolari, maledetto, quando sai benissimo che non avete fatto il controllo delle allergie, quali particolari, incallita canaglia figlio di puttana che hai succhiato lo stipendio  di un mese al padre operaio di quel bambino per una visita di dieci minuti e sai che nel tuo ospedale il protocollo per la sterilizzazione delle sale operatorie non viene mai rispettato scrupolosamente. Ogni sala operatoria ha il suo germe; anche a me l’hanno detto, ma che cazzate sono: chiudete la sala, no!? Invece no, siete qui a scavarmi le vertebre per catturare l’orrido germe. Voi siete orridi.

E io chi sono, dove mi trovo?  Sono diventata una meteora vagante senza né arte né parte.

Striscio in un vicolo lordo, tra le porte di bordelli per femmine insulse. Mi offro alle bocche gonfie, dipinte, protruse come a volermi succhiare, fagocitare. Giro, giro, continuo a cercare di meglio, mi vanto di poter offrire di meglio; ma ho una data impressa negli occhi. Sei scaduta, sei come un feto invecchiato senza nascere, ancora  immerso nel suo liquido marcescente.

Respiro. Soffoco. Respiro. Soffoco.

Affondo, inconsapevole ormai, nel tunnel verticale immerso nella melma. Non serve respirare, qui: sono avvolta da catene di acciaio. Non pesano, no, solo una leggera zavorra.

Scendo ancora, lieve, intorno non c’è più pantano.

-         Dove va la mia ragazza rossa e ricciolina? Amore, sono io. Dai che ti slego e ti porto via di qua.

Non puoi essere tu. Non sei tu. Ho passato il limite. Non respiro: qui è possibile non respirare e tu non puoi essere qui.

Respiro.

Mi hai tolto le catene e te ne sei andato, non ci sei.

-         È tornata. Ce l’ha fatta.

Il medico mi toglie il laccio emostatico dal braccio. Mi accarezza. Ripete:

-         Bentornata. Ce l’ha fatta, la nostra ragazza rossa e ricciolina. Lo sa? C’è stato un arresto cardiaco.

Mi toglie la maschera ad ossigeno.

Respiro, sono qui e respiro. Devo cantare, canto sempre quando sono disperata. Ora non ho voce: respiro e gracchio. Meglio che niente.  Gracchio di paura. Faccio il gioco del “se fossi”, come Francesco d’Assisi.

Striscio i piedi  sull’aia, fra i chicchi di grano stesi ad asciugare al sole: se fossi una rana farei cra cra cra, se fossi  un uccello volerei via di qua, se fossi una bici vorrei tante ruote, se fossi maestra darei tante note, se fossi un somaro un raglio ogni notte, se fossi Maciste farei sempre a botte.

Sto sognando di me bambina e canto: vuol dire che respiro.

Respiro, credo. Respiro, di sicuro. Smetto di cantare. Respiro e sono qui. Respiro e basta.

 

 

Mezzanotte circa di venerdì 21 ottobre 2011

…finisco di scrivere. Mi sono tolta un bel peso dalla mente. C’è lì che corre sulle scartoffie una scolopendra giunta chissà da dove sulla scrivania. Sarà un caso?  Quasi quasi la spiaccico, mi sembra un atto di giustizia: spiaccico il Professor Scolopendra. Ma no, la lascerò andare, povero inquieto insetto, in fondo, che c’entra.

Però…!!! 

Sciaff!                                                                                            m.l.

 

 

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