Paolo Cugurra
Pateravegloria

Titolo Pateravegloria
Autore Paolo Cugurra
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 13/01/2012
Visite 4845
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  117
ISBN 9788873883340
Pagine 118
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Con questo nuovo saggio l’autore ritorna sul tema dei rapporti fra il cristianesimo e la chiesa cattolica e fra quest’ultima, nella sua attuale struttura, e la società civile.
Si potrebbe dire che le riflessioni di Paolo Cugurra sono generate dall’intimo disagio di vedere perpetuata ai tempi nostri senza il freno di serie opposizioni nella diffusa cautela di una strategia perdente, la cultura egemone della Chiesa attraverso i suoi innumerevoli organismi territoriali con la sostanziale persistente sconfitta dei valori cristiani.
Occorre un sussulto di moralità, una riforma. Che fare?

PREMESSA STORICO-FILOSOFICA

 

Dalla “Risposta all’esame del proselito” di Denis Diderot. Riportiamo i seguenti brani.

“Il saggio: Credete alla testimonianza di Dio?

Il proselito: Alla testimonianza di Dio? Forse Dio parla?

Credevo che Dio parlasse attraverso le sue opere, attraverso i cieli, la terra, attraverso il moscerino come l’elefante; è questo il linguaggio dal quale riconosco la divinità. Ma Dio ha mai parlato in altro modo?

Il saggio: Sì ha parlato ai suoi prediletti.

Il proselito: A chi?  Forse a Zoroastro?  A Noè?  A Mosè?  A Maometto?  Essi sono soltanto un branco di individui che si vantano che Dio ha parlato loro. La cosa triste è che egli non ha usato con tutti uno stesso linguaggio. A chi credere?  Impostori, perché cercate di sedurmi?  Che me ne faccio delle vostre pretese rivelazioni?  Non mi basta la voce della coscienza?  È lì che Dio mi parla con molta più certezza che per bocca vostra; che parla allo stesso modo a tutti, al selvaggio come al filosofo, al lappone come all’irochese. I vostri dogmi ingannevoli si succedono e si distruggono l’un l’altro; la voce della coscienza è sempre e dovunque la stessa…

Il saggio: Credete che egli chieda un culto?

Il proselito: Debole mortale, che bisogno potrebbe avere la divinità dei tuoi omaggi?  Pensi di poter aggiungere qualcosa alla sua felicità, alla sua gloria?  Onora te stesso innalzandoti all’altare del tuo essere, ma per lui non puoi niente, egli è troppo al di sopra del tuo nulla. Tieni soprattutto presente che se qualche culto potesse piacergli, sarebbe quello del tuo cuore. Ma che importanza può avere il modo secondo il quale gli manifesti i tuoi sentimenti?  Non li legge nella tua anima?  Che importanza hanno l’atteggiamento, il linguaggio, gli abiti coi quali gli indirizzi le tue preghiere?  È forse egli come quei re della terra che accolgono le istanze dei loro sudditi solo se sono rivolte con le dovute formalità?  Fa attenzione a non abbassare l’Essere eterno al livello della tua piccolezza. Sappi che se vi fosse un solo culto a lui gradito, lo avrebbe fatto conoscere al mondo intero; che egli accoglie con la stessa bontà le invocazioni del musulmano, del cattolico e dell’indiano, del selvaggio che innalza a lui le sue grida dal fondo della foresta, come del pontefice che lo prega sotto la tiara.

Il saggio: Credete nella rivelazione?

Il proselito: Vi sono tante rivelazioni sulla terra quante sono le religioni. Dappertutto gli uomini hanno cercato di addurre l’autorità dal cielo a sostegno delle loro fantasie. Ogni rivelazione pretende di fondarsi su prove inconfutabili. Ciascuno dice di avere l’evidenza dalla sua parte. Le esamino, e vedo l’una contraddire l’altra, e tutte insieme contraddire la ragione; vedo dovunque mucchi di assurdità che mi muovono a pietà per la debolezza dell’animo umano, e mi dico: a che serve ingannare gli uomini?  Perchè aggiungere finzioni ridicole alle verità eterne che Dio ci insegna mediante la ragione?  Non ci rendiamo conto che le si discredita con questa indegna mescolanza, e che per non poter credere a tutto, si finisce con non credere più a niente?  Perché non attenersi a queste nozioni primitive ed evidenti che si trovano scolpite nel cuore di ogni uomo?  Una religione fondata su queste nozioni semplici sarebbe certamente abbracciata da tutti; essa unirebbe tutti gli uomini in un popolo solo; non coprirebbe la terra di sangue nelle epoche dominate dall’ignoranza, e non sarebbe un fantasma disprezzato nei secoli illuminati. Ma non sono i filosofi che hanno creato le religioni; esse sono l’opera d’ignoranti entusiasti o di egoisti ambiziosi.

Il saggio: Credete alle storie che parlano della rivelazione?

Il proselito: Non più che a Erodoto o a Tito Livio quando mi raccontano miracoli.”

(Denis Diderot, L’uomo e la morale, Editori Riuniti, Roma settembre 1983, pagg. 73 e segg.).

 

Dall’ “Emilio” di Jean-Jacques Rousseau.

“È assurdo insegnare il catechismo ai bambini.

La fede dei fanciulli e di molti uomini è una questione di geografia. Riceveranno un compenso per essere nati a Roma piuttosto che alla Mecca?

Si dice a tizio che Maometto è il profeta di Dio, e Tizio dice che Maometto è il profeta di Dio; si dice a Caio che Maometto è un impostore e Caio dice che Maometto è un impostore. Ognuno dei due avrebbe affermato ciò che afferma l’altro se si fossero scambiati di posto.

Si può partire da due disposizioni tanto somiglianti per spedire l’uno in paradiso e l’altro all’inferno?

(Jean-Jacques Rousseaou, “Emile o dell’educazione”, Editori Riuniti, Roma 1989, pagg. 164).

 

“Le idee più elevate della divinità ci sono dettate dalla sola ragione. Osservate lo spettacolo della natura, ascoltate la voce interiore. Dio non ha già forse detto tutto ai nostri occhi, alla nostra coscienza, al nostro giudizio? Cosa potrebbero dirci di più gli uomini?  Le loro rivelazioni non fanno che degradare Dio attribuendogli passioni umane ....”

 

 “Non appena i popoli hanno immaginato di far parlare Dio, ognuno l’ha fatto parlare a suo modo e gli ha fatto dire quel che ha voluto.

Se si fosse dato ascolto solo a ciò che Dio dice al cuore dell’uomo, sulla terra ci sarebbe stata una religione soltanto”

 

“Non confondiamo il cerimoniale della religione con la religione. Il culto che Dio chiede è quello del cuore; e questo, quand’è sincero, è sempre uniforme. Significa peccare di folle vanità immaginare che Dio presta una grande importanza alla forma dell’abito del sacerdote, all’ordine delle parole che egli pronuncia, ai gesti che compie sull’altare e a tutte le sue genuflessioni. Amico mio, conserva pure tutta la tua alterigia, resterai sempre vicino alla terra. Dio vuol essere adorato in spirito e in verità”.

 

“Apostolo della verità, che puoi dirmi dunque di cui io non resti il giudice?  Dio stesso ha parlato: ascolta la sua rivelazione. È tutt’altra cosa! Dio ha parlato! Ecco una grande parola, certamente. E a chi ha parlato?  Ha parlato agli uomini. Perché dunque non ho udito nulla?  Ha incaricato altri uomini di trasmetterti la sua parola. Capisco: saranno degli uomini a dirmi ciò che Dio ha detto. Preferirei aver udito Dio direttamente; a lui non sarebbe costato molto, e io sarei stato al sicuro dalla tentazione. Ma te ne protegge manifestando la missione dei suoi inviati! E come?  Con i miracoli. E dove sono questi miracoli?  Nei libri. E chi ha scritto questi libri? Degli uomini. E chi ha visto questi miracoli?  Degli uomini che li attestano. Ma come! Ancora delle testimonianze umane! Ancora degli uomini che mi riferiscono ciò che altri uomini hanno riferito! Quanti uomini tra Dio e me! Comunque, vediamo, esaminiamo, confrontiamo, verifichiamo. Oh, se Dio si fosse degnato di dispensarmi da tutto questo lavoro, l’avrei forse servito meno volentieri?”

(Jean-Jacques Rousseau, “Emile o dell’educazione”, citato, pagg. 172 e segg.).

 

Dall’opera di Vittorio Alfieri “Della tirannide”, Capitolo ottavo. Della religione.

“Quella qualunque opinione che l’uomo si è fatta o lasciata fare da altri, circa alle cose che egli non intende, come sarebbero l’anima e la divinità; quell’opinione suol essere anch’essa per lo più uno dei saldissimi sostegni della tirannide.

L’idea che dal volgo si ha del tiranno viene talmente a rassomigliarsi alla idea da quasi tutti i popoli falsamente concepita di un Dio, che se ne potrebbe indurre, il primo tiranno non essere stato (come supporre si suole) il più forte, ma bensì il più astuto conoscitore del cuore degli uomini; e quindi il primo a dar loro una idea, qual ch’ella si fosse, della divinità. Perciò, fra moltissimi popoli, dalla tirannide religiosa veniva creata la tirannide civile; spesso si sono entrambe riunite in un ente solo; e quasi sempre si sono l’una l’altra aiutate.

La religione pagana, col suo moltiplicare sterminatamente gli Dei; e col fare del cielo una quasi repubblica, e sottomettere Giove stesso alle leggi del fato, e ad altri usi e privilegi della corte celeste; doveva essere, e fu in fatti, assai favorevole al viver libero. La giudaica, e quindi la cristiana e maomettana, coll’ammettere un solo Dio, assoluto e terribile signor d’ogni cosa, doveano essere, e sono state, e sono tuttavia assai più favorevoli alla tirannide.

  

La cristiana religione, che è quella di quasi tutta la Europa, non è per se stessa favorevole al viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile quasi col viver libero.

 

Addurrò ora, non tutte, ma le principali ragioni, per cui mi pare quasi impossibile che uno stato cattolico possa o farsi libero veramente, o rimaner tale, rimanendo cattolico.

Il culto delle immagini, la presenza effettiva nella eucarestia, ed altri punti dogmatici, non saranno per certo mai quelli, che, creduti o no, verranno ad influire sopra il viver libero politico. Ma, il Papa, ma la inquisizione, il Purgatorio, la confessione, il matrimonio fattosi indissolubile sacramento, e il celibato dei religiosi; son queste le sei anella della sacra catena che veramente a tal segno rassodano la profana, che ella di tanto ne diventa più grave ed infrangibile. E, dalla prima di queste sei cose incominciando, dico: Che un popolo, che crede potervi essere un uomo, che rappresenti immediatamente Dio; un uomo, che non possa errar mai; egli è certamente un popolo stupido. Ma se, non lo credendo, egli viene per ciò tormentato; sforzato, e perseguitato da una forza superiore effettiva, ne accaderà che quella prima generazione d’uomini crederà nel papa, per timore; i figli, per abitudine; i nipoti, per stupidità. Ecco in qual guisa un popolo che rimane cattolico, dee necessariamente per via del papa e della inquisizione, divenire ignorantissimo, servissimo, e stupidissimo.

  

Ma, che dirò io poi della confessione?  Tralascio il dirne ciò che a tutti è ben noto; che la certezza del perdono di ogni qualunque iniquità col solo confessarla, riesce assai più di sprone che di freno ai delitti: e tante altre cose tralascio, che dall’uso, o abuso di un tal sacramento manifestamente ogni giorno derivano. Io mi ristringo a dire soltanto; che un popolo che confessa le sue opere, parole, e pensieri ad un uomo, credendo di rivelarli per un tal mezzo a Dio; un popolo, che fra gli altri peccati suoi è costretto a confessare come uno dei maggiori, ogni menomo desiderio di scuotere l’ingiusto giogo della tirannide, e di porsi nella naturale ma discreta libertà; un tal popolo non può esser libero, né merita d’esserlo.

 

E finalmente poi, siccome dall’essere i popoli cattolici forzatamente perpetui coniugi, non sogliono essere essi fra loro né mariti veri, né mogli, né padri; così, dall’essere i preti cattolici sforzatamente perpetui celibi, non sogliono mostrarsi né fratelli, né figli, né cittadini; che per conoscere e praticare virtuosamente questi tre stati, troppo importa il conoscere per esperienza l’appassionatissimo umano stato di padre e marito.

Non so se al sacerdozio si debba la prima invenzione del trattare come cosa sacrosanta il politico impero, o se l’impero abbia ciò inventato in favore del sacerdozio. Questa reciproca e simulata idolatria è certamente molto vetusta: e vediamo nell’antico testamento a vicenda sempre i re chiamar sacri i sacerdoti; e i sacerdoti i re; ma da nessuno mai dei due udiamo chiamare, o riputare mai sacri, gli incontestabili naturali diritti di tutte le umane società. Il vero si è, che quasi tutti i popoli della terra sono stati, e sono (e saranno sempre, pur troppo! ) tolti in mezzo da queste due classi di uomini, che sempre fra loro si sono andate vicendevolmente conoscendo inique, e che con tutto ciò si sono reciprocamente chiamate sacre: due classi che dai popoli sono state spesso aborrite, alcuna volta svelate, e sempre pure adorate. È il vero altresì, che in questo nostro secolo i presenti cattolici poco credono nel papa; che pochissimo potere ha la inquisizione religiosa; che si confessano soltanto gli idioti; che non si comprano oramai le indulgenze, se non dai ladri religiosi e volgari: ma, al papa, alla inquisizione, alla confessione, e all’elemosine purgatoriali, in questo secolo, fra i presenti cattolici, ampiamente supplisce la sola Milizia; e mi spiego. Il tiranno ottiene ora dal terrore che a tutti inspirano i suoi tanti e perpetui soldati, quello stesso effetto che egli per l’addietro otteneva dalla superstizione e dalla totale ignoranza dei popoli. Poco gl’importa oramai che in Dio non si creda; basta al tiranno, che in lui solo si creda; e di questa nostra credenza, molto più vile e assai meno consolatoria per noi glie n’entrano mallevadori continui gli eserciti suoi.

Vi sono nondimeno in Europa alcuni tiranni, che volendo con ipocrisia mascherare tutte l’opere loro, pigliano a sostenere le parti della religione, per farsi pii reputare, e per piacere al maggior numero che pur tuttora la rispetta e la crede.

Ogni savio tiranno, ed accorto, così dee pure operare; sia per non privarsi con una inutile incredulità di un così prezioso ramo dell’autorità assoluta, quale è l’ira dei preti amministrata da lui, e viceversa la sua, amministrata da essi ...”

(Vittorio Alfieri da Asti - Opere varie filosofico-politiche in prosa e in versi- Della tirannide - capitolo ottavo - Della Religione - pagg. 47 e segg. prima edizione italiana, Siena 1801).

 

Nota dell’autore.

Le opere di cui abbiamo riportato alcuni brani, sono state tutte messe all’indice dalla Suprema S. Congregazione del S. Offizio:

Diderot Denis, Decr. 2 jul. 1804.

Rousseau Jean-Jacques, Emile, ou de l’education, Decr. S. Off. Fer. V, 9 sept. 1762.

Alfieri Vittorio, Della Tirannide, Decr. 20 ian. 1823.

Dal codice di diritto canonico (pubbl. Indice del 7 giugno 1929):

can. 1396 - I libri condannati dalla Sede Apostolica restano proibiti in tutto il mondo e in qualunque lingua vengano tradotti.

can. 1398 - La proibizione di un libro fa si che non si possa, senza la debita licenza, né pubblicarlo, né leggerlo, né ritenerlo, né venderlo, né tradurlo in altra lingua, né in alcun modo passarlo ad altri.

 

Con questo nuovo saggio l’autore ritorna sul tema dei rapporti fra il cristianesimo e la chiesa cattolica e fra quest’ultima, nella sua attuale struttura, e la società civile.
Si potrebbe dire che le riflessioni di Paolo Cugurra sono generate dall’intimo disagio di vedere perpetuata ai tempi nostri senza il freno di serie opposizioni nella diffusa cautela di una strategia perdente, la cultura egemone della Chiesa attraverso i suoi innumerevoli organismi territoriali con la sostanziale persistente sconfitta dei valori cristiani.
Occorre un sussulto di moralità, una riforma. Che fare?

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