Maddalena Leali
L´ angelo custode

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Titolo L´ angelo custode
Autore Maddalena Leali
Genere Narrativa - Surrealismo      
Pubblicata il 19/01/2012
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Un giorno provo curiosa a girarmi di scatto per vedere il mio angelo custode e, poffarbacco, eccolo là, sulla mia destra, come dicevano la mia maestra dell’asilo e mia madre.

Così, solo per curiosità. Non ci avevo mai creduto. Lui si sposta un po’ più in là e mi fa, dice:

“Sei perplessa, ma credici. Mi sposto, se vuoi, se ti senti imbarazzata, spiata, ma non posso andare troppo lontano, c’è, dall’altra parte il rischio di concorrenza sleale. Ti devo proteggere”.

Mi giro di scatto a sinistra.

“Ma chi? Qui non c’è niente e nessuno”.

“E per forza, quello sa bene come nascondersi. Non riesco mai a vederlo neppure io”.

“Parli del diavolo?”

“Ovvio. E di chi, se no”.

Perplessa, dubbiosa, provo più volte a girarmi di scatto all’indietro a sinistra e non riesco a vedere mai il piccolo tentatore, mentre verso destra ti becco sempre l’angelico protettore. Mi sfugge qualche cosa e, se non fosse per la posizione dello spiritello, dietro a destra, notoriamente quella dell’angioletto, direi che c’è la fregatura. Ma come provarlo. Siamo alle solite. Ci vorrebbe una bella capriola, un salto mortale all’indietro come facevo da giovane in palestra e allora avrei d’ un solo botto tutta la visuale posteriore. Agilità e velocità per fregare il diavolo, ma non ho più né l’una né l’altra.

Occorre una decisone drastica: piscina, trampolino, tuffo all’indietro, così te lo becco.

Non so nuotare e morire per annegamento, no, mi angoscia l’idea di soffocare. Non vale neppure la pena di pensare allo scoglio al mare: anche peggio. Al circo, tenuta a testa in giù dal porteur dei trapezisti volanti: no, non è fattibile, troppo vecchia, troppo pesante, nessun allenamento, la sicurezza, la responsabilità, la gente e bla bla bla.

Devo vedere quel diavolo, a tutti i costi. Non posso sopportare più quel caramelloso affarino burroso con lo sguardo color azzurrino viscido. Anche se, devo dire, ogni tanto, nel girarmi di scatto, noto negli occhi qualche lampo luminoso e furbetto. Ammicca, il piccoletto, come a dire: insisti con i tentativi, prima o poi lo sorprenderai.

Le ho provate tutte, ma non ho raggiunto l’obiettivo: non ho visto il diavolo. Ormai è diventato un chiodo fisso, un’ossessione, ma ora credo di aver capito; si tratta di tempo, cioè non è sufficiente il tempo fra la girata di capo e la zoommata dietro la spalla sinistra. Dunque devo stare girato all’indietro più a lungo; come faccio, se tutte le prove possibili sono andate fallite?

Il modo c’è, pericoloso, quasi certamente, anzi, certamente mortale, ma sono disposta a tutto. Salgo al sedicesimo piano, al terrazzo sul tetto del palazzo dove abito, cammino verso il parapetto a piè sospinto. Non devo pensare, non devo pensare. Mi siedo sul muretto con la schiena verso il vuoto, mi dò una spinta e mi butto giù e lo vedo, sempre lui, quell’angioletto così simile ai putti nudi dei dipinti rinascimentali, roba da preti, da vaticano. Fila verso il basso con me, più veloce di me e sghignazza con occhietti feroci.

Tu, maledetto, tu sei lui, esisti solo tu, dovevo immaginarlo.

Già, ma hai preferito non vedere oltre. Che trasformazione hai avuto: è stato divertente e, ammettilo, ti sei divertita anche tu.

Mi hai fregato, stronzo. Ma quanto cazzo dura un volo di sedici piani?

 

 

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