Diego Curcio - Johnny Grieco
FIGLI DEL DEMONIO

Titolo FIGLI DEL DEMONIO
Biografia dei Dirty Actions punk-new wave genovese 1979-1982
Autore Diego Curcio - Johnny Grieco
Genere Musica      
Pubblicata il 14/02/2012
Visite 8633
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Fuori Collana  N.  108
ISBN 9788873883418
Pagine 218
Note Con Fotografie e disegni
Prezzo Libro 15,00 € PayPal
1979. Mentre il punk in America e in Inghilterra comincia a cambiare pelle (qualcuno sostiene persino che sia già morto da un pezzo), in Italia iniziano a formarsi le prime band influenzate dal sound di Sex Pistols, Clash e Ramones.
E così accade anche a Genova, periferia dell’impero e terreno di scontro della lotta armata. 
I Dirty Actions di Johnny, Ugo, Bob, Mario, Giovanni e Rupert, sono uno dei primi gruppi punk nati sotto la Lanterna. 
Una band oscura e violentissima, che nel giro di pochi mesi riesce a farsi produrre un 45 giri dalla mitica etichetta Cramps di Gianni Sassi per la serie “Rock 80”: un pezzo di vinile rosa shocking che inserisce di diritto la Superba nella mappa del nuovo rock italiano e che scriverà la leggenda di uno dei gruppi più sottovalutati ed eclettici della scena musicale del nostro Paese.

 PREFAZIONE

 

Ma io che ne sapevo nel ‘79, avevo 13 anni. Fino a che un giorno arriva un ripetente capellone e con problemi di eroina che mi accusò di essere un punk: semplicemente perché avevo i capelli corti. Ma me li ero sempre tagliati così, da quando andavo dal barbiere con mia madre. In quell’accusa però ci colsi qualcosa di speciale che mi è rimasto dentro fino al giorno in cui giocando col cursore della radio di famiglia, scopro per caso RadioSpazioLibero, mitica emittente che mi rapisce dal torpore e mi getta nei suoni contemporanei mai ruttati prima e che arrivavano da Hitville Uk&Usa. Il ripetente nel frattempo si rade a zero ed entra nel trip Ian Dury Clash ecc e in qualche modo diventiamo conoscenti, anche se lui lo mitizzavo per quell’attitudine così coraggiosa alla distruzione, ma non glielo dicevo né avevo il coraggio di imitarlo. Delle volte mollavo il mio quartiere vicino al levante che mi faceva sentire in colpa e raggiungevo il cuore della città dove potevo spiare i due fratelli con le creste che un tempo vedevo al mare e ora erano bravi con lo skate e poi altri ragazzi con le birre e loro codici che capivo ma che non mi cercavano. Ma avevo sempre in testa la mia radio libera e memorizzavo, immaginavo e idealizzavo: i miei giri in centro proseguivano verso San Lorenzo, dove c’era la bottega di un signore russo che mi vendeva i francobolli sovietici e cileni e mi raccontava dei suoi viaggi. Intanto il ripetente si faceva arrestare per una rapina al luna-park, lo avevano riconosciuto per i capelli a zero. Ma le mie spedizioni in centro proseguivano, forse tentativi di iniziazione, di cercare dell’altro, ero così tanto timido e confuso e per fortuna che c’era la mia radio, la ascoltavo anche di notte, dormendo sempre di meno e peggiorando il rendimento scolastico, di per sé già viziato dalla mia apatia. Mi masturbavo e sognavo solo ad occhi chiusi, le donne erano lontanissime e non mi volevano tanto bene. Però prendevo il 15 e potevo avvicinarmi alla vita dei ragazzi più liberi di me. Ancora non sapevo che molti di loro erano umani che avrei conosciuto e stimato di persona anni dopo. Per me la Genova di quegli anni era silenzio rotto dalle canzoni magiche e dai miei viaggi in centro, restano mitici anche i miei attraversamenti della Manica interiore: potevo arrivare a Londra semplicemente tuffandomi nei sottopassaggi di via XX e Fontane Marose, erano quelle scritte che avevo memorizzato e che mi portavo dietro Dirty Actions, Establishment, Disease, Kopf Krank e anche ‘Respira cancro - Sham 69’. Non conoscevo questi ragazzi, ma sapevo che erano degli eroi che scorticavano il tedio anche per me, ringhiando dai confini di ogni provincia del mondo. Li ringrazio tutti, trent’anni dopo. Perché solo le passioni coraggiose rimangono e fanno germogliare colori anche per quelli che restano dietro.

 

Gianni Miraglia

 

 

LA STORIA DEI DIRTY ACTIONS

 

Questa è Genova non è Milano, verrebbe da dire citando il nome di un vecchio sito web in voga qualche tempo fa e parafrasando un disco storico dell’ hardcore americano (‘This is Boston not LA’ per gli smemorati e i più giovani all’ascolto). Ma anche: Genova non è Roma, non è Bologna e neppure Pordenone. Insomma la vecchia Superba, con i suoi vicoli puzzolenti e il suo immaginario da cartolina, trent’anni fa come oggi, era una città sonnacchiosa e poco incline a certe frivolezze come il punk. Anche Luca Frazzi, per esempio, uno dei giornalisti musicali e degli esperti più attendibili in materia mi ha raccontato che, quando aveva poco meno di vent’anni e si era imbattuto per la prima volta in una punk band genovese (i Dirty Actions di cui mi accingo a raccontarvi vita morte e miracoli) il suo primo pensiero è stato: “Ma se il punk è arrivato anche lì allora ha davvero sfondato”. Insomma: non è che le cronache dell’epoca, soprattutto per quanto riguarda il periodo di fine Settanta-inizio Ottanta, inserissero Genova fra le punte di diamante della scena underground italiana. E se qualcuno conserva almeno un piccolo ricordo legato a questo tipo di movimento o sottocultura (o come diavolo vogliamo chiamarlo) legato a questa città, novanta su cento riguarda proprio la band di Johnny, Ugo, Mario, Bob, Giovanni, Matteo, Alessio, Luigi, Rupert e tutti coloro che sono passati, anche solo per qualche prova, fra le mura delle vecchie salette di via San Bernardo 22 e del 261 di piazza Sarzano. I Dirty sono stati senza dubbio una delle ragioni per le quali anche Genova è stata inserita nella mappa del punk italiano. Ed è riuscita a ritagliarsi un piccolo spazio di notorietà fra le città che hanno dato il loro contributo allo sviluppo di questo tipo di musica nel nostro Paese. Proprio per questo il racconto che sto per iniziare, tra mille peripezie, versioni discordanti e aneddoti rivoltanti è il tentativo di fare un po’ di ordine all’interno di una scena cittadina variegata, molto viva ma anche piuttosto oscura. Soprattutto per chi non l’ha vissuta. Già perché se provate a parlare coi protagonisti dell’epoca, Johnny Grieco su tutti, la percezione che i primi punk genovesi avevano di ciò che stava accadendo nella loro città era ben diversa da quello che si diceva in giro. “Ci sentivamo al centro del mondo - racconta Grieco - eravamo talmente ‘superbi’ da non cagare gli altri. I nostri riferimenti musicali non erano di certo quelli italiani e seguivamo direttamente la scena inglese. A parte Bologna, di Pordenone si conosceva molto poco anche perché le testimonianze musicali per poter verificare se ci fosse della sostanza erano piuttosto scarse. Roma, invece, per quel che ne sapevamo non era particolarmente avanti in quel periodo, anzi era un po’ in affanno e i gruppi milanesi erano ancora legati 

1979. Mentre il punk in America e in Inghilterra comincia a cambiare pelle (qualcuno sostiene persino che sia già morto da un pezzo), in Italia iniziano a formarsi le prime band influenzate dal sound di Sex Pistols, Clash e Ramones.
E così accade anche a Genova, periferia dell’impero e terreno di scontro della lotta armata. 
I Dirty Actions di Johnny, Ugo, Bob, Mario, Giovanni e Rupert, sono uno dei primi gruppi punk nati sotto la Lanterna. 
Una band oscura e violentissima, che nel giro di pochi mesi riesce a farsi produrre un 45 giri dalla mitica etichetta Cramps di Gianni Sassi per la serie “Rock 80”: un pezzo di vinile rosa shocking che inserisce di diritto la Superba nella mappa del nuovo rock italiano e che scriverà la leggenda di uno dei gruppi più sottovalutati ed eclettici della scena musicale del nostro Paese.

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