M. Gisella Catuogno
Cristina (VIII. A Genova)

Titolo Cristina (VIII. A Genova)
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 20/02/2012
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“Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”

Queste parole del Petrarca le frullarono nella mente, appena la scorse, riflessa nel suo mare, come una bella donna conscia del suo fascino, le spalle rivolte alle alture. Sospirò di sollievo: Genova, rispetto alla sua Milano, le appariva libera e cosmopolita. Sapeva che aveva patito l’annessione al regno di Sardegna, voluta dal congresso di Vienna nel 1815 e che ancora piangeva, repubblicana com’era fino al midollo, la perduta indipendenza; conosceva anche  la sua avversione per Torino e l’ammirazione per Parigi. Era qui, del resto, che in quell’inizio del 1829, si trovava il leggendario generale Lafayette, considerato l’eroe dei due mondi, per essere stato uno dei protagonisti della rivoluzione americana e il fondatore della Guardia Nazionale nella rivoluzione francese. Era qui che si trovava il gran firmamento della massoneria europea e della carboneria, con a capo Antonio da Passano e fra gli affiliati un giovane bruno, austero e infervorato, Giuseppe Mazzini, che, nonostante avesse solo pochi anni più di lei, era considerato l’astro nascente del patriottismo italiano. Cristina, edotta da Ernesta e Bianca sull’aria di libertà che avrebbe respirato in città, si sentiva dunque più a suo agio a percorrere in carrozza le strette vie di Genova, che quelle larghe della sua Milano, soffocata dagli austriaci. L’attendeva l’anziana marchesa Pallavicino, che, pur non conoscendola personalmente, quando aveva saputo la sua storia e soprattutto l’abbandono del marito libertino, aveva provato un’immediata simpatia per la principessa ribelle e si era subito attivata per metterla sotto la sua protezione.

Mentre dunque s’apprestava a varcare la soglia del palazzo pregava in cuor suo per la buona accoglienza della nobildonna e si rammaricava del suo malconcio stato di salute.

Coc rott,,, ecco, come si sentiva, un coccio in mille pezzi…ma con tanta voglia di vivere.

“Cara, cara Cristina, come ti vedo volentieri! Ma sei stanca, poverina! Hai bisogno di riposo, di cure, di affetto…” esclamò la marchesa abbracciandola, spaventata dalla magrezza e dal pallore, su cui i grandi occhi scuri spiccavano come pozze d’acqua nera.

“Questa è la tua casa, finché resterai a Genova, non temere nulla in questa città…”

E in effetti la ragazza si trovò subito a suo agio in quella splendida dimora dove avvertiva che l’interesse della sua ospite per lei era sincero. Si fece così raggiungere nell’arco di una settimana dalla sua fedele Maria, che non aveva potuto portare con sé quando era fuggita a precipizio da palazzo Belgiojoso né aveva osato invitare a casa Bisi, già sovraffollata, per tutto il mese di dicembre.

La marchesa non solo l’aveva pregata di invitare la sua dama di compagnia preferita ma aveva anche insistito perché si prendesse come segretario e factotum l’ottimo Barnaba Borlasca, uomo di fiducia dei Pallavicino, che l’avrebbe aiutata nell’amministrazione dei suoi beni.

Con la tranquillità ritrovata, Cristina riuscì a mangiare qualcosa di più e a prendere un po’ di peso, ma avvertiva nello sguardo delle persone a cui era presentata sorpresa e sgomento. Lei sapeva da cosa dipendeva la sua cattiva salute e sicuramente lo sapevano anche gli altri: era la malattia  innominabile e vergognosa, regalatale da Emilio, che la divorava. Ma l’avrebbe vinta! Se lo imponeva come un imperativo per la sacralità della vita, per la causa patriottica a cui si era votata, per l’amore che nutriva per l’azione, per lo studio e per la cultura, che dovevano essere più forti  dello schifoso bacillo che le infettava il sangue! 

Quando rimaneva da sola nella sua grande camera, seduta allo scrittoio dove trascorreva ore ed ore a scrivere lettere, studiare e prendere appunti, col pennino intriso d’inchiostro sospeso sul foglio, si sorprendeva a vagare col pensiero altrove e a rimpiangere, suo malgrado, l’amore che aveva vissuto e che  aveva scelto di strapparsi dall’anima. Risentiva il brivido che le suscitavano le carezze d’Emilio sulla pelle nuda, il senso di pienezza e di fusione che provava con lui e le pareva impossibile rassegnarsi a non avere più esperienza di simili emozioni. Aveva solo vent’anni! Come poteva accettare di non sentirsi più donna, dare e ricevere piacere, provare la sensazione di essere complici di una soddisfazione reciproca e indivisibile, da cui tutti gli altri sono esclusi?

E d’altra parte poteva, scriteriatamente, immoralmente, consentire che qualcuno rischiasse il proprio benessere stando con lei? Come avrebbe potuto tollerare di  porsi sullo stesso piano etico di suo marito per insoddisfazione fisica, leggerezza, sottovalutazione del rischio? Questo era il dilemma in cui si dibatteva.

Allora le sue ciglia nerissime si aggrottavano, una ruga s’insinuava sulla bianchissima fronte e lacrime rabbiose diluivano la goccia d’inchiostro stillata sul foglio. Ma detestava piangersi addosso: si alzava, allontanava dal finestrone i tendaggi di seta e di velluto e si metteva  contemplare il mare all’orizzonte. Che pace, che sollievo guardarlo! Ogni giorno aveva una sfumatura di colore diverso e una differente increspatura; e poi era grande, generoso, smisurato, le suggeriva la speranza riconciliandola con la vita. Ritornava rasserenata alle sue occupazioni.

La marchesa Pallavicino la fece conoscere alla crème culturale e patriottica della società genovese.  Filippo di Venanson, governatore di Genova, mostrava molto interesse per lei: ascoltava in religioso silenzio le sue considerazioni, si premurava, se l’aveva accanto a tavola in qualche pranzo, di versarle costantemente l’acqua e il vino nei finissimi bicchieri di cristallo e di tenere sempre accesa la conversazione fra di loro; ma a volte pareva  a Cristina di cogliere nel suo sguardo un barlume di compassione. Seppe poi dai soliti bene informati che la credeva alla fine dei suoi giorni e così infatti, una sera ne scrisse ad Ernesta: So che la mia condizione è tale da ispirare a prima vista una sfavorevole impressione ma so rassegnarmi con coraggio e buonumore.

Erano comunque l’ironia e l’audacia a sostenerla, come quando indossava vestiti dalle generose scollature che, lo vedeva, toglievano il fiato agli uomini e irritavano le donne. Lo faceva per distrarre tutti dalle sue occhiaie, dalla magrezza eccessiva, dal pallore cadaverico. Il messaggio era: Sono ancora desiderabile, ho le mie carte da giocare, posso suscitare desiderio e conquistare. Sono una donna libera e spregiudicata. Insomma le piaceva piacere, giocare al gatto e al topo con l’altro sesso, eccitare e negarsi. Quest’aspetto del suo temperamento, questa civetteria, che spesso affiorava e le imponeva atteggiamenti trasgressivi, sorprendeva lei stessa. Capiva che ingenerava sospetti e maldicenze, che offuscava la sua fama di virtuosa eroina, che le alienava la solidarietà femminile, ma non riusciva  a soffocarla né forse lo voleva davvero. Era una sorta di surrogato della castità che almeno per ora si era imposta.

Tra le conoscenze fatte e coltivate a Genova, la più importante , per le sue aspirazioni patriottiche, ma anche morali e spirituali, fu senz’altro quella con Giuseppe Mazzini: il suo fervore la contagiò subito, avvertì che in lui il fuoco dell’amor di patria era un falò inestinguibile che si autoalimentava di speranze, sogni, progetti e utopie.

Già l’aspetto fisico, con quello sguardo profondo e vibrante che bucava l’anima, denunciava il lavorio intellettuale e l’ansia di penetrare il pensiero altrui per cercarne affinità col proprio. La fronte troppo spaziosa, a causa dell’incipiente calvizie, i lineamenti gentili e la cura nel vestire suggerivano un’aristocratica eleganza e una forte autostima. 

Cristina, nel salotto della sua ospite, dopo essergli stata presentata e aver scambiato poche battute di rito, fece di tutto per sedergli accanto e conversare con lui.

L’affascinava quell’uomo che appariva molto più maturo dei suoi venticinque anni, che aveva negli anni precedenti trasformato un semplice foglio di avvisi commerciali, L’Indicatore genovese, nell’organo di una battaglia culturale e politica nemmeno tanto nascosta, così indurre la polizia austriaca a chiuderlo dopo pochi mesi; ma sapeva che lui non si era dato per vinto usando come strumento comunicativo delle proprie idee L’Indicatore livornese e l’Antologia fiorentina. Nei suoi scritti, che Cristina divorava, egli auspicava l’alleanza dei popoli  contrapposta all’alleanza dei re e comprendeva nel popolo, depositario della volontà divina, non soltanto la borghesia, secondo la lezione di Berchet, ma anche i ceti sociali più bassi.

Tale connubio tra politica, società e religione intrigava molto la principessa che andava approfondendo il suo credo sottraendolo alle secche di ingenue incrostazioni ma anche di una spiritualità astratta e avulsa dalla realtà.

Il suo avvicinamento alla carboneria, alla quale Mazzini aderiva da due anni e di cui era già diventato maestro fu il risultato di quei conversari genovesi.

Fra le conoscenze femminili, invece, una delle più gradite e significative fu quella con Anna Giustiniani, detta Nina  I morbidi lineamenti della ragazza, l’eleganza e la fierezza del portamento piacquero subito a Cristina, ma a conquistarla definitivamente fu il suo animo, che le si rivelò presto nobilissimo. Nina esprimeva nella conversazione e nell’atteggiamento consueto un vigore d’intelletto e d’etica, uno spirito critico, un amor di patria, un fervore repubblicano, una tensione verso l’assoluto che raramente si trovano fuse nella medesima persona. Divennero amiche passeggiando insieme sul lungomare nelle giornate di sole e godendosi, nell’aria pungente dell’inverno, la luce del mare e la purezza dell’aria, con gli ombrellini aperti a difendere il candore della pelle. Era il momento ideale per le confidenze, come in un pomeriggio di metà febbraio, con qualche maschera impertinente per la via, che girava loro intorno tendendo la mano per la mancia dopo profondi inchini e le mamme che davano libero sfogo ai loro marmocchi:

“Allora, Nina, come sta il tuo bel luogotenente? Meglio qui a Genova che a Ventimiglia, vero? Il mare apre, porta la libertà e fa sognare…”

“ Sì, cara Cristina, proprio così…a Torino si è sempre sentito soffocare, trova la città chiusa e meschina, però gli piace la tenuta di Leri, nel vercellese…sai, il marchese Michele, suo padre, ci ha investito un sacco. Prima apparteneva al principe Borghese dei cui beni lui era amministratore…alla fine ne è diventato il proprietario e ora ne sta facendo un’azienda agricola modello, sperimentando nuove colture,  nuovi metodi di conduzione dell’acqua…”

“E la madre?”

“E’ una ginevrina, si chiama Adele de Sellon…per questo Camillo ama tanto Ginevra e ci va volentieri, dice che è ricca di aperture culturali e religiose”

“Come va il vostro amore?” osò chiedere Cristina,  per sapere davvero quello che le premeva, perché l’amica, qualche tempo prima, l’aveva messa al corrente del carattere burrascoso della relazione, dell’esuberanza dell’innamorato, della sua propensione a passar di fiore in fiore e anche a giocare d’azzardo.

“Siamo diversi, forse troppo. Lui è vivacissimo, intelligente e molto razionale; credo sinceramente che sia affezionato a me ma mi pare incapace di  forti passioni…gli piaccio, sta bene con me, ma dubito di poter essere il grande amore della sua vita. Io, invece, forse hai imparato un po’ a conoscermi, non conosco la tiepidezza dei sentimenti, amo con furore, esclusivamente, da vera eroina romantica e perciò  credo che soffrirò molto, amica mia!” e Cristina le lesse nello sguardo, per un attimo, tutto il tormento che l’angosciava, ma subito dopo il riaffiorare del consueto orgoglio e la spontaneità del suo riso di ragazza ai lazzi di Arlecchino e di Pulcinella per la via.

“Dagli il tempo di sintonizzarsi con te, Nina, gli uomini sono diversi, meno maturi, almeno in gioventù.  Noi a vent’anni, ma anche a sedici, come è capitato a me, siamo pronte a votarci a loro, ad accogliere nel grembo i loro figli…loro no, giocano ancora con la vita, non rinunciano a nulla, temono di perdere occasioni irripetibili. Per noi è tutto differente: io ero sicura del mio sentimento e che il mio matrimonio sarebbe durato, avrebbe redento Emilio, ne avrebbe fatto un buon marito e un buon padre di famiglia. Invece, sai com’è andata…noi siamo certe che basti l’amore, la passione a smuovere i macigni dell’egoismo e della superficialità. Non concepiamo che il sentimento che ci lega a loro non sia corrisposto con la stessa pienezza e profondità; però, poi maturano… a Emilio, a dire la verità,  non è successo, ma lui è un’eccezione, è un narcisista e un ninfomane…purtroppo me ne sono accorta tardi, abbagliata dal suo fascino perverso…che errore madornale ho fatto! Ma per Camillo sarà diverso, vedrai, e ti farà felice!”

“Cristina, come vorrei crederti! Perché vedi, io sono sicura che per me non esisterà nessun altro…l’amore che provo per lui è così intenso da diventare a volte un peso intollerabile, se lui non lo condivide con me…ma tu, dimmi, adesso…come stai? Hai conosciuto qualche genovese che possa far battere nuovamente il tuo cuore?”

Cristina le rispose ridendo, divertita dal clima del carnevale che si respirava e che un po’ le contagiava:

“Ancora no, Nina, ma tu presentami qualche bel giovanotto e vedrai che farò del mio meglio!”

“Non dubitare, lo farò senz’altro, con l’aiuto della marchesa Pallavicino” e le fece l’occhiolino.

Quanto avrebbe ripensato, Cristina, due anni dopo a quel colloquio sul lungomare di Genova: due giovani donne  contente, malgrado i guai, della loro giovinezza e fiduciose che il futuro avrebbe dischiuso i loro sogni come la primavera le gemme sugli alberi!

Col telegramma in mano che le annunciava la tragica morte di Nina per suicidio, Cristina si ricordò le parole dell’amica sul suo amore per il conte di Cavour come di un  peso intollerabile, se lui non lo condivide con me. Allora invocò gridando il nome dell’amica, si disperò, la pianse con tutte le sue lacrime e odiò per sempre chi l’aveva spinta a quella scelta estrema.

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