M. Gisella Catuogno
Cristina (X. Florence)

Titolo Cristina (X. Florence)
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 06/03/2012
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Il 1830 si apriva, nella prospettiva di chi si accingeva a viverlo, col consueto carico di auspici e speranze per l’anno nuovo. Così è da sempre: quel passaggio tra San Silvestro e Capodanno pare agli esseri umani un confine  invalicabile tra vecchio e nuovo, tra errori da non ripetere, avvenimenti infausti da accantonare e la prospettiva di giorni più lievi, dove, forse, trionferanno le forze del bene  e della ragione.

Fino ai primi accadimenti, che squarciano il velo del disincanto e riportano bruscamente alla realtà di sempre, con le sue lunghe ombre e le flebili luci.

Cristina viveva l’esordio dell’anno con impazienza: le pareva che di giorno in giorno, sempre più s’avvicinasse il momento della sollevazione popolare, della cacciata dei vecchi sovrani, che puzzavano di stantio e d’oppressione. Possibile che l’Italia dovesse continuare ad essere serva, divisa, povera, ignorante? Possibile che la gente accettasse le umiliazioni senza avvertirne il peso insopportabile? La frequentazione a Roma di via Fratelli Artisti, che altro non era se non una sede clandestina della Carboneria, cui l’aveva spinta a iscriversi il suo amico principe Luigi Napoleone, aveva infiammato ancora più intensamente il suo spirito patriottico, già acceso negli anni dell’infanzia dalle lezioni della sua cara Ernesta, dai genitori e dai loro amici; poi via via nutrito dalle conversazioni con Bianca Milesi e, di recente, a Genova, dalla vicinanza di Giuseppe Mazzini. Studiava, studiava senza stancarsi, soprattutto di notte, approfittando dell’insonnia che la divorava, per saperne di più d’economia come di storia  e capire i motivi del ritardo dello sviluppo della sua patria e  le possibili soluzioni.

E scriveva: appunti, riflessioni su quanto aveva letto, note personali che fissassero meglio episodi, impressioni, incontri, simpatie o antipatie istintive. Soprattutto vergava lettere: sapeva che era sotto tutela della polizia austriaca e dei suoi sgherri italiani e che nessuna delle sue missive, se intercettata, avrebbe potuto sottrarsi alla censura: per questo stava attenta, cercava di non essere troppo esplicita e camuffava, sottovalutando però i suoi avversari.

 

Firenze la incantò per la sua aristocratica eleganza e i suoni armoniosi della sua lingua. Passeggiare sui lungarni riposando lo sguardo sull’acqua del fiume, che scorreva pigra sotto di lei,  per poi alzarlo sui palazzi di fronte, sugli splendidi ponti, sulla perfezione di certi giardini, le dava un’impressione di comunione con la città spiegabile soltanto con la percezione del déjà vu che la dominava. Ri-vedeva quello che le avevano raccontato con le parole o con i pennelli artisti, poeti, romanzieri.

Per gran parte della sua permanenza nella capitale del Granducato fu ospite della famiglia Borghese, nella splendida dimora di via Ghibellina.

Una delle prime sere dal suo arrivo, venne data a palazzo una splendida festa.

Il grande salone risplendeva delle luci degli immensi lampadari intagliati, che si riflettevano sulle specchiere delle pareti laterali moltiplicando a dismisura spazio e luminosità. I soffitti a volta, riccamente affrescati, rammentavano all’osservatore scene mitologiche di sapore agreste, pastorale ed erotico mentre la profusione di stucchi dorati, statue di marmo e colonne raccontavano, qui più che altrove, la magnificenza di una famiglia che con Camillo, ex marito di Paolina Bonaparte, si era imparentata con l’Imperatore.

Cristina arrivò in leggero ritardo e al suo apparire per un attimo fece ammutolire gli astanti: la fasciava un abito di seta nera, dalla gonna amplissima,  generosamente scollato e sbracciato, stretto in vita da una fusciacca di velluto. I capelli sollevati in una elaborata acconciatura facevano risaltare lo slancio sinuoso del collo e l’attaccatura del seno; fili di perle e bracciali interrompevano il candore della pelle.

“Chi è quella meravigliosa creatura?” sussurrò all’orecchio del suo interlocutore il conte D’Alton Schée

“ Ma come, non la conoscete? E’ la principessa ribelle, la princesse ruinée, l’aristocratica più ricca e chiacchierata d’Italia…ha piantato il marito e gira tutta Italia…dicono che sia uno spirito libero…in tutti i sensi…insomma, la principessa di Belgiojoso!”

“ Ha occhi immensi, da statua greca” mormorò il conte estasiato, non riuscendo a distogliere lo sguardo da quella visione “...e capelli corvini…davvero, davvero bella e particolare…” e s’avviò verso Cristina per renderle il primo omaggio della serata.

Poi, per lei, fu tutto un susseguirsi di saluti, slanci, inviti, prenotazioni per prossime serate fiorentine  in casa di questo e di quello. A tavola piluccò appena qualcosa ma in compenso si beò delle finissime porcellane e dei tintinnanti cristalli, delle fioriere e delle fruttiere che sapientemente si alternavano al ricamo delle tovaglie.

Ballò per tutta la sera, dimentica di sé e dei suoi problemi, quasi in estasi, leggera come una libellula, godendo dell’ammirazione che sprigionavano gli sguardi maschili quando incrociavano il suo e divertendosi di quelli sospettosi e interrogativi delle signore, che però la facevano riflettere sulla scarsa solidarietà femminile:

Quanta strada abbiamo ancora da fare, sorelle mie! Gli uomini ci dividono e questo fa il loro gioco, dà loro potere, sottraendolo a noi... galline, in un pollaio, siamo, a contenderci il gallo di turno…

Approdò alla sua camera con un feroce mal di testa e la voglia di sprofondare in un sonno senza sogni.

Le settimane che seguirono furono affollate di nuove amicizie, dichiarazioni appassionate di bellimbusti fiorentini folgorati dalla sua fama di donna colta, affascinante e maliziosa. Come al solito si spinse molto avanti nel provocare senza concedere moltiplicando illusioni e disincanti. Per distrarsi dalle fatiche mondane e di studio, si dedicò anche al teatro, recitando la parte di Lady Percy nell’Enrico IV di Shakespeare, in una rappresentazione “familiare” che non mancò di avere un’eco cittadina.

Ma le frequentazioni che più le stavano a cuore, quando, smessi gli abiti della femme fatale, si trasformava nella pasionaria della rivoluzione patriottica, erano quelle che facevano capo al Gabinetto Viessieux, fondato una diecina d’anni prima dall’omonimo banchiere ed editore ginevrino e diventato fin da subito il crocevia della cultura italiana e di quella europea. Gli austriaci consideravano i suoi frequentatori, all’interno dell’austero e bellissimo Palazzo Strozzi, autentici ribelli e il circolo che costituivano il centro del disordine.

Tale giudizio era per Cristina un motivo in più per farne parte. Qui conobbe persone che le furono amiche per tutta la vita, come Niccolò Tommaseo e Giuseppe Poerio.

La libertà e le disponibilità finanziare di cui godeva le permisero di alternare al suo soggiorno fiorentino viaggi in tutta la penisola, conoscendo dal vivo realtà che aveva solo potuto intuire dai libri. Ogni soggiorno, preparato e programmato con gli amici patrioti, era la costruzione di una faticosa ragnatela di contatti, rapporti, progetti finalizzati allo scopo di saggiare le forze di una futura, prossima sollevazione. La parola d’ordine era libertà, indipendenza. In nome del popolo, per volere di Dio, quel Dio che lei a volte sentiva lontano e indifferente alle sofferenze umane, ma che non aveva né il coraggio né il desiderio di negare e di considerare estraneo al dipanarsi misterioso della storia umana. Come il suo amico genovese Giuseppe Mazzini, anche per lei Dio e popolo erano entrambe parole sacre.

 

 

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