M. Gisella Catuogno
Cristina (XI. Ginevra e dintorni)

Titolo Cristina (XI. Ginevra e dintorni)
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 12/03/2012
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 La primavera al suo trionfo fioriva le sponde del lago di Ginevra di una miriade di fiori: ranuncoli, vilucchi, viburni e fiordalisi gareggiavano in colori e grazia a rasserenare lo sguardo che vi si posava. Anche quello di Cristina, che era giunta  in città nel maggio, approfittando del passaporto svizzero ottenuto a Milano dal governatore Sassoldo, per un antico privilegio ticinese dei Trivulzio. A Firenze, per garantirsene il rinnovo, aveva dichiarato di doversi recare in Svizzera allo scopo di farsi curare dal dottor D’Espine, l’unico, che, a suo dire, poteva risollevarla dallo stato di prostrazione fisica in cui si trovava. Non le era stato difficile essere creduta.

A Ginevra, la possibilità di frequentare i tanti esuli politici di cui aveva economicamente contribuito ad organizzare l’espatrio, sarebbe stato un sollievo sul piano umano, perché si sarebbe potuta concretamente rallegrare con loro di averli salvati, sottraendoli agli artigli della polizia austriaca e agli stenti del carcere, ma avrebbe costituito anche uno stimolo a osare sempre nuove e più azzardate iniziative.

Ma era prudente, sapeva di essere controllata e non voleva rischiare l’illegalità

In città, come del resto a Lugano, vivevano infatti in quegli anni i naufraghi delle tempeste napoleoniche o delle cospirazioni fallite, come Filippo Buonarroti, che  impressionava i suoi adepti e ammiratori per l’esercizio continuo di energie positive che proponeva loro: per nulla domato dal fallimenti, non solo approfondiva, studiando e scrivendo, la sua teoria egualitaria ma si spendeva per dare una qualche forma organizzativa alle membra sparse del fuoruscitismo, stabilendo alleanze, pur nella diversità d’idee, tra i vari gruppi di italiani residenti nelle città svizzere, a Londra e a Parigi. Ascoltarlo, col suo eloquio alto e ispirato, mentre passeggiava su e giù per la stanza, i capelli scomposti, i baffi anch’essi vibranti, mentre parlava di carboneria, di insurrezione, di questione sociale dava quasi una scossa elettrica.

Accanto a Filippo, la frequentazione più intrigante sul piano emotivo e culturale  sarebbe stata per lei quella con Pellegrino Rossi, che aveva lasciato l’Italia già dal 1815, dopo la caduta di Giocchino Murat, col quale aveva invano tentato il successo di una spedizione antiaustriaca per la liberazione della penisola. Era allora scappato in Francia e in seguito a Ginevra. Qui, il suo insegnamento di giurisprudenza applicata alla legge romana aveva riscosso un tale successo che era stato naturalizzato cittadino svizzero e nel 1820 eletto deputato al Consiglio del Cantone. Cristina ne ammirava profondamente la lucida capacità d’analisi, l’acutezza d’ingegno e la pacatezza di modi.

Quando la sera, spossata dall’attività della giornata, dalle emozioni provate, dal peso gigantesco delle speranze che il suo animo generoso alimentava senza interruzione, cercava riposo nel letto, si sentiva serena e fiduciosa nel futuro, malgrado la lontananza dai suoi affetti più cari e dalla sua terra e  malgrado l’occhio lungo e malevolo del Torresani, che la perseguitava anche là, con le sue spie; quel Torresani che era il suo incubo e del quale a stento riusciva a  concepire l’acrimonia e l’odio inveterato nei suoi confronti. Lei sospettava che le invidiasse la ricchezza, la cultura, i nobili natali, ma soprattutto la libertà di cui si era riappropriata separandosi dal marito. Una donna! Una donna ricca, colta, bella, aristocratica, libera e patriota: quale affronto maggiore per un uomo meschino, ambiguo, di oscure origini, traditore e uomo di paglia dei tedeschi!

Le notizie della rivoluzione parigina del luglio 1830, con le tre giornate gloriose, les trois glorieuses, del 27, 28 e 29, che avevano eretto barricate per le strade della capitale francese e infuso nel popolo il coraggio di affrontare le truppe del maresciallo Marmont, lasciando sul selciato il sangue di ottocento insorti e duecento soldati, la raggiunsero a Lugano, dove si era trasferita il mese precedente

Ecco, ecco da chi bisogna prendere esempio per cacciare i tiranni! L’ottusità di Carlo X è stata vinta dal popolo in lotta, l’ultimo sovrano del Borbone sta fuggendo, Luigi Filippo d’Orlèans è il nuovo re, il re dei francesi, non di Francia!

E non ce la faceva a trattenere lacrime di commozione e di speranza, che le offuscavano lo sguardo e le impedivano di godersi alla finestra lo spettacolo di un tramonto struggente, soffuso di rosso e d’arancio, le stesse sfumature con cui, se avesse dipinto, avrebbe colorato l’anelito alla lotta che le scoppiava nel petto.

 

Sebbene fosse soltanto settembre, la corona delle Alpi alle spalle di Lugano era già innevata e assomigliava al manto di una sposa invernale. Il sole vi si rifletteva con una forza tale da illuminare tutti i luoghi circostanti e da allargare il cuore di chi, per sua fortuna, li abitava. Cristina si abbeverava di tale bellezza e ne faceva scorta per le difficoltà future. Amava trattenersi in quei momenti nel giardino della villa curando personalmente le ultime rose che vi fiorivano. Un pomeriggio, tava pensando alla recente visita di sua madre e del conte Antonio, così gradita, così inaspettata. L’avevano coccolata, viziata e deliziata con la musica che coltivavano insieme, in armonia reciproca. Era contenta, e forse anche un po’ gelosa, del loro affiatamento, della loro felicità.

Era dunque concentrata in tali pensieri, china sui fiori, quando sentì il rumore di una carrozza che si avvicinava. Alzò lo sguardo e da lontano le parve piuttosto affollata: vide  piccole mani che salutavano, udì voci che la chiamavano. Le forbici e il cestino di vimini le cascarono per terra, il cuore cominciò a batterle furiosamente in petto!

Non è possibile, non è possibile! Ernesta e le bambine!

Cominciò a correre inciampando nella gonna, gridando e piangendo di gioia. Fu un attimo: la carrozza si liberò del suo ingombro e il cavallo del peso che aveva dovuto trascinare. Un diluvio di esclamazioni, abbracci, baci, lacrime fu lo spettacolo al quale assistette algido il cocchiere, che si allontanò compito e seccato dell’irruenza dei soliti italiani, non prima però d’ aver ricevuto una lauta mancia dalla principessa di Belgiojoso in persona, che non vedeva l’ora d’avere i suoi ospiti tutti per sé.

“Francesco, Francesco Hayez! Che gioia, che onore, che sorpresa!” e lo abbracciò commossa

“ Don Ambrogio Garavaglia, anche voi a trovare questa povera piccola creatura, questa peccatrice impenitente!” e tali furono trasporto e riconoscenza che stampò due baci anche sulle gote del prete.

Quando si fu calmata un po’ ed ebbe dato ordini alla servitù per la sistemazione dei due uomini e per la sorveglianza delle bambine eccitate oltre modo dalle novità della giornata, poté finalmente godersi la sua Ernesta.

“Cara, cara amica mia, non potevi regalarmi gioia più grande! Un viaggio, un viaggio del genere per la tua Cristina…”

“ Lo sai che per te andrei anche all’inferno, se ce ne fosse bisogno…Giuseppe sarebbe venuto volando ma è dovuto restare con le altre bambine…si può viaggiare in tanti? Mi ha lasciato andare più volentieri sapendo che ci sarebbero stati Francesco e Don Ambrogio...ma non parliamo di me, sei tu l’esule, la viaggiatrice, la pasionaria, l’ineffabile principessa. Lo sai che tutti ti ricordano?”

“Come, Ernesta? Sii sincera…”

“Bene e male: Gli spiriti eletti bene, gli altri…”

“Ma siccome gli spiriti eletti sono pochi e i benpensanti tanti…”

“Ma che te ne importa!?”

“Infatti, Ernesta, non me ne importa nulla degli altri…solo di te, di voi, dei miei…

Dai, raccontami tutto quello che è successo da quando sono partita da Milano, quasi due anni fa, ormai…”

E la notte per le due amiche passò così: tra racconti, confidenze, risate e lacrime di commozione. Consumarono tante candele, per vedersi in faccia, bearsi della vista l’una dell’altra, poi continuarono al buio; si addormentarono quando le Alpi ticinesi iniziavano a diffondere il loro candore nell’alba incombente.

Nei giorni che seguirono, Cristina sospese tutti gli impegni per dedicarsi completamente ai suoi ospiti: li portò nei posti più belli di Lugano, organizzò passeggiate nella campagna circostante, fece divertire le bambine e comprò loro delle splendide bambole di porcellana oltre che una montagna di cioccolata, rimpinzò tutti di panna e dei piatti tipici del luogo. Pazientemente posò anche per alcuni schizzi che Hayez volle farle a tutti i costi “Per far vedere ai tuoi fratelli ed amici che stai bene, che sei bella…” la persuase; accompagnò perfino Don Ambrogio in certi esercizi spirituali ai quali il buon uomo non voleva assolutamente rinunciare.

Quando arrivò il momento della partenza, fu durissimo lasciarli andare. Mentre la carrozza spariva dal suo orizzonte visivo, la investì un’ondata di tristezza, di solitudine e di malinconia: tutti gli argini che pazientemente in quei due anni aveva eretto, la nostalgia di casa, dei fratelli, di Bianca e anche d’Emilio le strinse la gola, quasi soffocandola. Si buttò sul letto e pianse tutta la sua riserva di lacrime.

 

 

 

In tutti quei mesi, complici le sapienti e amorevoli cure del dottor D’Espine, le sue condizioni di salute erano state relativamente buone, come se il suo organismo si fosse  finalmente pacificato con i bacilli, i batteri e i virus che lo infestavano e avesse imparato a conviverci; il medico, che a Carqueiranne, in Provenza, possedeva una clinica, le consigliò comunque un soggiorno là, al bel sole del Mediterraneo. Non fu difficile per Cristina, che allegava una dichiarazione del dottore, ottenere dal ministro d’Austria Binder, il permesso di recarsi in terra di Francia: anzi, nel passaporto le fu scritto che poteva a suo piacimento viaggiare e sostare negli altri stati. Nessuna restrizione, insomma, né di tempi né di luoghi.

In quei giorni, mentre, almeno mentalmente, si preparava al viaggio, una notizia la galvanizzò: la vittoria del partito repubblicano nelle elezioni della città, che permetteva il varo di una costituzione con ampie libertà. La res publica! La partecipazione democratica degli abitanti al governo dello stato, qualunque siano le sue dimensioni e la sua importanza! Fino a quel momento era stata giudiziosamente prudente, senza esporsi personalmente, ma in quell’occasione non riuscì a trattenere il suo entusiasmo, manifestandolo pubblicamente. Pagò cara la sua imprudenza: il ballo, in onore del nuovo Consiglio luganese, a Milano fu interpretato come un’ammissione di fede liberale.

Un paio di mesi dopo, Cristina salutò commossa tutti i suoi amici e il bianco delle montagne ticinesi, che non riusciva a rendere meno grigie e opprimenti le brevi giornate, e partì per la Francia.

Mentre si trovava a Genova, seppe di aver perso il libero controllo dei suoi beni, sequestrati dalla polizia austriaca, e che le era imperiosamente intimato di rientrare a Milano.

Tali gravi intimidazioni erano il frutto del lavorio del Torresani, che sosteneva l’illegalità del passaporto della principessa, dato che lei, per ottenerlo, si era rivolta al governatore Sassoldo, imperdonabilmente scavalcando lui, responsabile primo di tale rilascio.

Era un pretesto, naturalmente, per incastrare quell’aristocratica smorfiosa e libertina che non sopportava. Per i successivi diciotto anni, malgrado l’intervento del Metternich in persona, Torresani riuscì nel suo intento di rendere difficile la vita di Cristina, denigrandola moralmente e politicamente e sostenendo che lei si trovava illegalmente fuori dello stato austriaco, dato che il suo passaporto non era valido. 

 

 

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