Paolo Cugurra
Barbagia rossa

Titolo Barbagia rossa
Autore Paolo Cugurra
Genere Narrativa      
Pubblicata il 17/04/2012
Visite 6228
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  126
ISBN 9788873883845
Pagine 134
Prezzo Libro 12,00 € PayPal
Essere rivoluzionari significa sottrarsi alla obbedienza che ordinariamente il popolo professa verso i poteri che dominano la società. Significa attivarsi per contrastare quel dominio e costruire convinzioni e strutture idonee a rendere possibile la realizzazione della giustizia sociale.
A ciò si è portati, di solito, da naturale predisposizione, agevolata spesso da personali esperienze di vita e appropriate letture.
In questo racconto, basato su reali fatti di cronaca, ma, nei suoi dettagli, puramente immaginario, vengono a delinearsi nei protagonisti, con una certa intima sofferenza, i due sentieri della rivolta, quello della scelta democratica e quello delle armi. 
La foresta incontaminata degli altopiani nuoresi, è il fondale della vicenda, con il popolo della Barbagia affamato di giustizia.

I

La nave “Pascoli” della Tirrenia si è distaccata dagli ormeggi pochi minuti fa.

Il solito rimorchiatore le ha dato una breve assistenza fino al termine della diga foranea quando il pilota discende dalla biscaglina e dopo l’accostata sulla dritta l’orizzonte più vasto del mare si apre come su un grande proscenio.

I passeggeri in questa fase iniziale del viaggio sono in gran parte occupati a sistemare in cabina il bagaglio o ad ambientarsi nei grandi locali comuni destinati ad un passaggio di minor costo, per coloro che la cabina non possono pagarsela; o a non perdere di vista i bambini, che in questa occasione diventano irrequieti da far scappare la pazienza.

La categoria di coloro che possono rimanere indifferenti a queste casarecce incombenze, è in un certo senso, privilegiata.

Specialmente se si tratta dei viaggiatori solitari. Il poco bagaglio lo tengono ancora con sé e stanno sul ponte finché possono osservare la terra che lasciano: una vista inusuale.

La città a quell’ora della sera è già tutta illuminata. Con lo sguardo ti metti a cercare, da questa inconsueta angolazione, il tuo quartiere, quando sia visibile dal mare, e magari casa tua, ecco quella, sì, è proprio lei, sulla destra in alto, dopo il campanile. Fa effetto vederla di qua.

Ancora un po’ di contemplazione finché una tristezza sottile invade le tue cogitazioni. È inevitabile. L’approssimarsi della notte sulla immensa superficie del mare altro non è che la metafora della prospettiva cui siamo condannati. Chissà perché?

La nostra esistenza è un riprodursi continuo di questa metafora, come se qualcosa di parallelo e misterioso si svolgesse sopra di noi e ci accompagnasse passo per passo.

I pensieri di Leo sono ancora più cupi.

Più di trent’anni di civile condizione democratica e libera, nella ritrovata possibilità di esprimere la propria opinione, non sono bastati ad attenuare in lui la grande voglia di giustizia, ecco proprio così, la speranza di una società nella quale trionfassero i valori che all’età di vent’anni lo avevano spinto a combattere nelle prime file della Resistenza, disprezzando la morte.

Non ce la fa proprio, l’ex comandante partigiano Leo, a dimenticare quelle giornate convulse, disperate, dell’autunno del 1943; quelle scelte folli di amor di patria, di passione politica, con quei pochi compagni che finirono per la maggior parte catturati, torturati, fucilati, deportati.

Non era questa l’Italia che avremmo voluto.

Un cambiamento c’è stato, ma soltanto nella forma, I poteri dominanti che di fatto avevano governato con immenso profitto la dittatura, sono rimasti al loro posto, più forti di prima.

Leo non gliela può perdonare. Non può starsene cheto a vivacchiare senza reagire, magari fruendo di un discreto benessere.

Così rimugina nel capo i pensieri Leo mentre la fascia granata che colora l’orizzonte del mare si affievolisce sempre di più, per lasciare il posto alla notte. 

Non vi è motivo di rimanere ancora al freddo, appoggiato con i gomiti alla battagliola.

Se ne va in cabina e porta i suoi pensieri su un terreno più pratico che è poi il motivo del viaggio in Sardegna che ha appena iniziato.

I collegamenti operativi con quell’ambiente di rivolta sono scarsi ed embrionali.

Con il capo del movimento si è deciso di rafforzarli per mettere insieme una vera efficiente organizzazione di lotta armata.

Leo deve vedersi con qualcuno di loro a Sassari e a Nuoro.

Capire, conoscere l’ambiente, selezionare uomini affidabili, disporre i primi finanziamenti necessari per avviare la faccenda in attesa che possa crearsi una certa autonomia.

Questo deve fare Leo, e non è compito facile, per uno che per la prima volta mette piede su quest’isola sotto certi aspetti così chiusa, incomunicabile.

Di una cosa sola egli può essere sicuro. Qui lo spirito della ribellione in certi paesi del centro esiste da sempre.

La chiamano Barbagia. È là che devo puntare, pensa Leo, sulla passione di un popolo che non si è mai sottomesso. La radice è buona.

Occorre ravvivarla ed indirizzarla verso un obiettivo più concreto e sociale.

Questo bisogna fare. Non sarà facile, ma vale la pena di provarci.

La cabina è minuscola. Leo si siede sulla cuccetta bassa e consuma lentamente i panini che si è portato dietro. Così gli hanno consigliato amici sardi sopravvissuti alla cucina di bordo nei numerosi viaggi precedenti: una redenzione a prò dei sandwich confezionati a casa propria.

Si è portato anche una borraccia di vino Leo e ne beve varie sorsate.

Il mare, hanno garantito, si manterrà calmo. E allora se ne può profittare, anche per favorire il sonno che normalmente, tarda a venire.

Ecco, però tarda egualmente e il mare e la cuccetta stretta e dura solo in parte ne sono responsabili.

Passa così qualche ora di insonnia e anche l’adulto cogitabondo, in viaggio sulla nave “Pascoli”, nel mare di Corsica e nella notte buia senza stelle, finalmente si addormenta.

 

È una notte breve, almeno così sembra. Considerata l’ora dello spontaneo risveglio mattutino, quand’è ancora buio.

Tutta la nave è silenziosa, salvo il brontolio delle macchine.

Leo è preso da una gran voglia di aria fresca. Deve uscire dalla cabina. Cercare un bar che sia aperto a bordo prima delle sette.

Chissà? Si veste rapidamente e raggiunge la zona della piscina sistemata a poppa.

Ha saputo che lì c’è un bar aperto quasi sempre. Serve a soccorrere il personale di bordo che fa il turno di notte, o qualche passeggero insonne come talvolta accade. 

Bene. Che fortuna. Caffè caldo, lungo, doppio, accompagnato dal cornetto, pure caldo. Che delizia. A parte il barista, non c’è proprio nessuno.

Fuori il tempo è bello. Comincia a farsi strada con discrezione il primo chiarore dell’alba. 

Bisogna uscire sul ponte. Fa freschetto, ma Leo si è messo addosso un bel maglione blu.

Scavalca il passo d’uomo e procede lungo la passeggiata sulla dritta, mentre il cielo diventa sempre più limpido e chiaro sul mare di Sardegna che in quel punto ha un nome: Bocche di Bonifacio.

La terra non si vede ancora, ma non dovrebbe passare molto tempo, dato che l’arrivo a Porto Torres è previsto per le otto e sono già le sei e mezzo.

Aspetta Leo e aguzza lo sguardo verso prora in direzione sud sud-ovest.

Nel frattempo un altro passeggero è sbucato sul ponte. È un giovanotto di tipo locale, di media statura, con i capelli neri arruffati. Si affaccia poco distante e si mette a guardare nella stessa direzione.

Ma, a farci caso, si può capire che il suo è un modo diverso di guardare.

Gli occhi umidi e un lievissimo sorriso fanno capire che il progredire del bastimento verso la Sardegna per lui ha un significato più profondo.

Certo dev’essere un sardo che ritorna a casa propria. 

Leo tenta un approccio “ Scusi, lei è sardo per caso?”. 

“Certo, anche se vivo in continente. Ho la famiglia paterna ad Alghero. E lei?”.

“No, sono genovese, e questo è il mio primo viaggio in Sardegna.”

“E allora – fa quello sorridendo – si goda questa primizia, guardi laggiù.”

Verso l’orizzonte a sud, sul filo lontano dell’acqua affiora come per incanto una montagnola.

I primi raggi la dipingono di un colore tra il rosa e il violetto. Morbidamente svela la luce di un mattutino risveglio di vita nuova.

“Quella è l’Asinara. L’avamposto dell’isola più grande, come una mano protesa per mandare un primo bacio di saluto ai figli che fanno ritorno. Così la vedo io, almeno, e come me, credo, altri confratelli esiliati”.

Leo è colpito da questo semplice atto d’amore. Il progredire della nave provoca un corrispondente aumento di dimensione e di dettagli. Passa una mezz’ora. È una voce amica, ormai, che illustra il paesaggio.

“Vede quello sperone di roccia proteso verso di noi? È la punta Caprara, o dello Scorno, la più settentrionale. Lo vede il bianco faro che lampeggia? Non ricorda quello delle Isole Sanguinarie del racconto di Daudet? Il mare è lo stesso. Ora lo vede così, calmo e tranquillo. Ma può trasformarsi in poco tempo in un mostro scatenato, con tutto il corredo di fulmini, tuoni e saette.

Trovarsi in mare allora non è uno scherzo. Poveri noi su quelle navette che servivano la linea di Genova fino a pochi anni fa. Un tormento. Eppure si veniva lo stesso, perché più forte era l’amore, la voglia di tornare, capisce?”

Leo annuisce in silenzio, mentre l’altro, divenuto sempre più confidenziale, continua:

“Quelle case laggiù costituiscono l’unico vero centro abitato. Si chiama “Cala d’Oliva”. Vi sono altre costruzioni meno consistenti, come le “Case Bianche”, “La Reale” e “I Fornelli”. È tutto un sistema carcerario. Per questo l’isola è inaccessibile. Vietato l’approdo. Ciò però costituisce un vantaggio naturale. Un blocco che impedisce la speculazione edilizia la quale altrove, come a Stintino, si è scatenata. Ha provocato danni irreparabili ad opera di privati senza scrupoli e amministratori pubblici corrotti! Qui almeno la natura è rimasta rispettata. Piante, animali, uccelli campano felici come in un paradiso terrestre”.

Leo condivide interamente le opinioni del suo interlocutore e annuisce più volte.

L’isola Asinara sfila davanti ai loro occhi in tutta la lunghezza, fino alle acque più tranquille del ridosso costiero che si fa sempre più vicino.

 Al di là delle strutture portuali di Porto Torres, dominate dall’antico torrione, la terraferma sarda ostenta basse colline color ocra e tanti eucalipti e oleandri sui bordi delle strade; e orti, uliveti e vigneti bene ordinati intorno alle ultime case e casette della città.

Leo riceve per prima cosa l’impressione di un paesaggio nuovo, dolce e riposante, di senso orizzontale e sfumato rispetto ai colori vivaci ed alla verticalità del paesaggio ligure a lui familiare.

Fa più caldo qui, lo si avverte subito. È quindi un ambiente diverso e nuovo che accoglie il viaggiatore, mentre si mette in coda per recuperare l’auto al seguito insieme al nuovo amico.

Si salutano però, dato che dovranno di lì a poco prendere itinerari diversi. Il nostro va a Sassari verso situazioni ignote, per incontrare persone semisconosciute ed affrontare con loro temi particolarmente rischiosi ed inquietanti.

Che gli può importare? Leo è rimasto nell’animo un partigiano, a dispetto dell’età ormai matura, come avesse ancora quei vent’anni folli 

 

 

Passarono diversi mesi. Ci volle un po’ di tempo perché le prime notizie di colpi di mano cominciassero ad essere riportate dalla stampa locale.

Notizie di incursioni di gente armata ai danni di alberghi di lusso sulla costa Smeralda. Ospiti danarosi provenienti dal continente, ma anche dall’estero, rapinati o semplicemente minacciati. 

Agitazioni condotte in modo organizzato fiancheggiarono di violenza comuni manifestazioni sindacali, chiusure di fabbriche con riduzione di posti di lavoro.

Ad un certo punto sui giornali dell’isola comparve la notizia di una sigla. Tutto questo fermento aveva un nome e un colore politico di estrema sinistra. Da parte di clandestini vertici organizzativi lo si volle rendere ufficiale con l’ormai noto sistema dei comunicati all’insegna di una stella a cinque punte. Come una presentazione: Barbagia Rossa.

L’impresa che fece più parlare fu l’assalto alla caserma della Forestale a Funtana Bona, una località isolata al termine di una strada che percorre in salita la foresta di Montes. 

Oltre non vi sono più strade. Soltanto mulattiere e tratturi così accidentati e selvaggi da consentire un passaggio soltanto pedonale o a cavallo, con la rara eccezione di fuoristrada particolarmente intrepidi, sia come mezzi meccanici che come guidatore (esperienza e nervi saldi!)

La caserma era stata costruita proprio all’ingresso dell’altopiano più inaccessibile che inizia dalla sella che divide due montagne quasi perfettamente gemelle di millecinquecento metri di altezza.

Si fronteggiano solitarie le cime del monte Nuovo San Giovanni e del Monte Fumai.

Dopo di esse i sentieri divengono familiari soltanto a pochi pastori e pochissimi esperti.

Tra gli esperti più esperti dobbiamo dare la palma ai banditi. Ed infatti il Monte Nuovo San Giovanni, da tempo immemorabile è considerato il loro santuario.

L’assalto alla caserma fu condotto di notte.

Una grande sparatoria. Fu evidente l’intento degli assalitori puramente dimostrativo. Non vi furono morti e feriti, ma molto chiasso.

Un gran rumore alle pendici solitarie del Monte Fumai e del monte Nuovo, con i boati ripetuti dall’eco e tanta paura e tensione da parte degli aggrediti.

Ma soprattutto rumore sulla stampa.

Leo era ritornato da un bel po’ in continente. Lesse queste novità sui giornali. 

Potè considerare positivo il lavoro svolto nell’isola.

Aveva seminato bene e con le persone giuste, a quanto sembrava.

Si ripromise di farci ancora un passo, al rientro del principale, di lì a poco.

 

Essere rivoluzionari significa sottrarsi alla obbedienza che ordinariamente il popolo professa verso i poteri che dominano la società. Significa attivarsi per contrastare quel dominio e costruire convinzioni e strutture idonee a rendere possibile la realizzazione della giustizia sociale.
A ciò si è portati, di solito, da naturale predisposizione, agevolata spesso da personali esperienze di vita e appropriate letture.
In questo racconto, basato su reali fatti di cronaca, ma, nei suoi dettagli, puramente immaginario, vengono a delinearsi nei protagonisti, con una certa intima sofferenza, i due sentieri della rivolta, quello della scelta democratica e quello delle armi. 
La foresta incontaminata degli altopiani nuoresi, è il fondale della vicenda, con il popolo della Barbagia affamato di giustizia.

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