Elisabetta Goggi
Collegio San Giorgio

Titolo Collegio San Giorgio
Autore Elisabetta Goggi
Genere Fotografia      
Pubblicata il 17/04/2012
Visite 6675
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  125
ISBN 9788873883364
Pagine 48
Prezzo Libro 10,00 € PayPal
Nel 1899 il sacerdote Luigi Orione propose una prima volta la propria candidatura alla direzione del Collegio San Giorgio, fondato dai padri Somaschi nel lontano 1649.  La prestigiosa istituzione aveva attraversato  i secoli, vivendo le vicende storiche della città di Novi, fino a quando Napoleone nel 1810 aveva trasferio la proprietà del Collegio al Comune cittadino. 
Purtroppo l’intransigente intolleranza anticlericale manifestata dal Prefetto di Alessandria (Pietro Serafini) non permise che Don Orione potesse realizzare il suo progetto. E la direzione del Collegio fu affidata all’ingegner Vittorio Aicardi.
Nel 1902 il Collegio fu laicizzato, chiuso e affittato. 
In seguito  le condizioni dello stabile peggiorarono: scuole chiuse, locali affittati o adibiti a depositi, un piano affittato ai massoni, la Chiesa mezzo diroccata e divenuta ripostiglio. A pian terreno l’ufficio postale.  Con l’andar degli anni, l’edificio cominciò a cascare a pezzi.
Don Orione non resse a tanta incuria e rovina. Si presentò nuovamente in Municipio e intavolò trattative, fino a quando una bella mattina, il Fondatore si fece il Segno della Croce e andò a firmare il contratto di acquisto nel palazzo comunale: era il 1° maggio 1924.  Nella sala comunale, davanti  ai membri della giunta, Don Orione si alzò: “Sono un povero prete – disse – sono uno straccio di Dio, nulla so fare senza il suo aiuto. Permettete che invochi la Madonna, la Vostra Lacrimosa. Invochiamola insieme, prima di firmare, la vostra Patrona, i vostri vecchi le misero in mano le chiavi d’argento della vostra città”. E così dicendo, si alzò e, sotto gli occhi di tutti, si fece il segno della croce, subito imitato da tutti i presenti. Intonò subito dopo dopo l’Ave Maria e tutti gli fecero coro: “Ecco così va bene – soggiunge poi, impugnando la penna – ora sì che firmo sicuro”.
Dopo il 1924 il San Giorgio vide tra le sue mura vetuste svilupparsi e fiorire una multiforme attività scolastica ed educativa: il Convitto, che durò fino agli anni settanta, l’Asilo, gestito dalle Suore Orionine, la Scuola Elementare e Media. In seguito, in anni diversi, a seconda delle richieste della cittadinanza,  offrì una vasta scelta di studi medio superiori: il Liceo Scientifico, l’Istituto Magistrale, l’Istituto per Geometri e Ragionieri, l’Istituto Industriale per Periti Chimici e infine l’Agrario. La gente dei dintorni si sentiva onorata nel mandare i figli al Collegio. Si raggiunsero elevati numeri di presenze di alunni, fino a oltre settecento. L’Istituto  aprì le porte anche alle ragazze nei primi anni settanta del secolo scorso; la novità non solo non scombussolò la disciplina, ma rese, anzi, più proficuo lo studio anche della componente maschile. Molte figure di Presidi, quali Don Antonio Melomo, Don Carlo Nicola, Don Ignazio Terzi, Don Antonio Lanza, Don Nino Zanichelli hanno dato notevoli contributi allo sviluppo del San Giorgio; insieme con grandi figure di Professori e alunni che si alternarono sulle cattedre e sui banchi delle aule, fecero dell’istituzione un centro di cultura e di formazione spirituale, ispirata ai principi cristiani, che rappresentò un punto di riferimento costante per l’intera città e per i luoghi da cui provenivano convittori ed allievi, tra cui, in primis, Genova.
Dal mio punto di vista – ho passato 25 anni di vita sacerdotale nel Collegio S. Giorgio – è stato un magnifico provvidenziale cammino di crescita e di speranze. Mi accorgo spesso di camminare, con la memoria, per quei sentieri spirituali e culturali ricchi di incontri di giovani e di colleghi; e godo della freschezza che ancor oggi ne traggo.
 
Don Erasmo Magarotto, già preside del Collegio San Giorgio.
 
Il Collegio San Giorgio ha chiuso i battenti nel 2000; 
a tutt’oggi è ignota la futura destinazione del nobile complesso. 
 

LO SPLENDORE DEI DETRITI

della fotografia di Elisabetta Goggi

 

 

Fotografia cinema televisione pittura: un grande intreccio di relazioni, molto spesso rese fasulle dall’impostazione iniziale.

Con buona pace dei futuristi che aspiravano alla velocità e che forse intendevano, con questo, scuotere una civiltà e una cultura adagiata su modelli oramai desueti, asfissiata dall’abitudine a modelli che più non corrispondevano alla vita e ai tempi nuovi, un mondo che non produceva più idee nuove e originali, siamo dell’idea che creatività e artisticità possano essere espresse all’interno del grande ossimoro antico: festina lente. Affrettati con calma, attento alla velocità, controlla l’impazienza, fai in modo di pensare, dai tempo adeguato alla mente di pensare e quindi di propagare il tuo pensiero secondo un ordine e una disposizione corrette.

Il cinema, non parliamo della televisione, non permette questa metodica proprio per sua struttura: il pensiero si ferma ad un’immagine e mentre elabora un discorso questa è già passata: si pensa su di una memoria mentale, non su di un oggetto che rimane percettivo.   

- se così non fosse i filmakers non costruirebbero film “lenti”, non starebbero attentissimi ai fotogrammi, poco curandosi della “storia”, al contrario importantissima  per il cinema commerciale e per la televisione che hanno preso il posto del grande romanzo ottocentesco come degli odierni romanzetti e bestsellers fuori tempo massimo - beati Musil e, con buona pace di Villaggio-Fantozzi,  Eisenstein -

Nel cinema non esiste la possibilità  di riflessione e quando questa si impone, lo fa sul singolo fotogramma che la mente ha fissato: singolo fotogramma che è quello che diciamo fotografia. 

La fotografia come una pagina di segni, un supporto di segni-colore, una tavola di macchie è segno immobile (non fisso perché sarebbe morte) che si relaziona con la consapevolezza di una riflessa espressione e con una parte non consapevole che accade.  

L’arte ha necessità di immobilità per muovere idee. E le idee, l’idea è la costitutività dell’opera d’arte. 

Se non ci sono idee non c’è opera d’arte. Al massimo oggetti estetici, se non truffe.

 

Immobilità - contemplazione - riflessione – espressione

 

Così il percorso della Goggi che da segni cercati e trovati nella realtà, segni di agglomerati che attendono la distruzione per essere riassemblati per altra utilità, da segni morti costituisce e  costruisce una serie di visioni, tutte internamente mosse come mossa era l’intenzione dell’artista di far riemergere alla vita, alla luce, tutte quelle scorie, quei detriti di realtà che le hanno permesso di narrare non una storia ma un alfabeto di situazioni che solo l’intelligenza e la competenza tecnica sintetizzate possono permettere. 

La Goggi possiede una caratteristica che, costante, diviene il suo marchio: pone il proprio occhio e il suo prolungamento di fronte alla luce che rimane sempre l’orizzonte vicino o lontano con cui ragguardarsi, e nel contempo apre spazi di luce laterali che permettono all’oscurità di lasciar venir fuori scale affreschi e pilastri, incisioni e muretti, porte corridoi e tubi, nicchie angeli e trombe, libri barattoli e chiavi, mattoni e graffiti nella loro riconoscibilità non cartesiana ma entro una difficile perimetrazione.     

Che cosa al di là di quella finestra? Tutto finisce dentro questa fuga rinascimentale? Le lattine non permettono più vita?  

Domande della macchina fotografica che è agìta non solo meccanica, ma sempre di più come mezzo di indagine mentale, indagine interiore degli oggetti ritrovati. 

Ecco le risonanze degli assemblaggi di Villeglé, degl’impasti di Burri, dei colori atroci di Rothko, la restituzione trascendentale delle cose: il riscatto del perduto, di quello che l’uomo ha voluto dimenticare, ritorna vivente, rientra nel flusso della realtà anzi si presenta a noi come reale permanente contro una realtà che decade ed è strutturalmente contingente.

La Goggi dona ai segni nuova possibilità di esistere e di essere, attraverso lame di luce, blocchi di oscuro, impatti di concavità che danno ritmo e respiro al loro decoro, alle statue, ai ricami dei chiaroscuri appena accennati e senza retorica. Gli scatti sono naturali come naturale è l’andare a ritrovare il tralasciato per vedere sino a che punto è stata dimenticata, talora uccisa, una vita, un reale siccome non più fonte di ricavo pragmatico. Tanto naturale il porsi dell’artista che materiali rovinati e corrosi diventano, senza artificiosità, nuove sculture, nuovi risultati architettonici incastonati perfettamente con il territorio circostante.       

E lo scatto fotografico è naturale perché naturale è la disposizione del pensiero e del sentimento - dall’etimo sentire - dell’autrice che non inciampa in inutili fatiche per porre in atto una scena da “riprendere”, non si perde nelle inutili artificiosità delle tecniche, non si fa legare e impedire dalle regole, ma si avvicina “alle cose” con atto sciolto semplice - non semplicistico - “improvvisamente desiderato” perché sia un “frammento organico” legato ad altro sino alla composizione di quel disegno personale che riflette il disegno compiuto del coelum stellatum.

La Goggi lega il reale terrestre con il reale celeste, sapendo il primo complicato e non completo, e lo può perché crede (Duchamp) ed ha passione ( Matisse) in questa sua attività di ri-creazione del mondo per migliorarlo e farlo vivente (Auden).

 

Ettore Bonessio di Terzet

 

Nel 1899 il sacerdote Luigi Orione propose una prima volta la propria candidatura alla direzione del Collegio San Giorgio, fondato dai padri Somaschi nel lontano 1649.  La prestigiosa istituzione aveva attraversato  i secoli, vivendo le vicende storiche della città di Novi, fino a quando Napoleone nel 1810 aveva trasferio la proprietà del Collegio al Comune cittadino. 
Purtroppo l’intransigente intolleranza anticlericale manifestata dal Prefetto di Alessandria (Pietro Serafini) non permise che Don Orione potesse realizzare il suo progetto. E la direzione del Collegio fu affidata all’ingegner Vittorio Aicardi.
Nel 1902 il Collegio fu laicizzato, chiuso e affittato. 
In seguito  le condizioni dello stabile peggiorarono: scuole chiuse, locali affittati o adibiti a depositi, un piano affittato ai massoni, la Chiesa mezzo diroccata e divenuta ripostiglio. A pian terreno l’ufficio postale.  Con l’andar degli anni, l’edificio cominciò a cascare a pezzi.
Don Orione non resse a tanta incuria e rovina. Si presentò nuovamente in Municipio e intavolò trattative, fino a quando una bella mattina, il Fondatore si fece il Segno della Croce e andò a firmare il contratto di acquisto nel palazzo comunale: era il 1° maggio 1924.  Nella sala comunale, davanti  ai membri della giunta, Don Orione si alzò: “Sono un povero prete – disse – sono uno straccio di Dio, nulla so fare senza il suo aiuto. Permettete che invochi la Madonna, la Vostra Lacrimosa. Invochiamola insieme, prima di firmare, la vostra Patrona, i vostri vecchi le misero in mano le chiavi d’argento della vostra città”. E così dicendo, si alzò e, sotto gli occhi di tutti, si fece il segno della croce, subito imitato da tutti i presenti. Intonò subito dopo dopo l’Ave Maria e tutti gli fecero coro: “Ecco così va bene – soggiunge poi, impugnando la penna – ora sì che firmo sicuro”.
Dopo il 1924 il San Giorgio vide tra le sue mura vetuste svilupparsi e fiorire una multiforme attività scolastica ed educativa: il Convitto, che durò fino agli anni settanta, l’Asilo, gestito dalle Suore Orionine, la Scuola Elementare e Media. In seguito, in anni diversi, a seconda delle richieste della cittadinanza,  offrì una vasta scelta di studi medio superiori: il Liceo Scientifico, l’Istituto Magistrale, l’Istituto per Geometri e Ragionieri, l’Istituto Industriale per Periti Chimici e infine l’Agrario. La gente dei dintorni si sentiva onorata nel mandare i figli al Collegio. Si raggiunsero elevati numeri di presenze di alunni, fino a oltre settecento. L’Istituto  aprì le porte anche alle ragazze nei primi anni settanta del secolo scorso; la novità non solo non scombussolò la disciplina, ma rese, anzi, più proficuo lo studio anche della componente maschile. Molte figure di Presidi, quali Don Antonio Melomo, Don Carlo Nicola, Don Ignazio Terzi, Don Antonio Lanza, Don Nino Zanichelli hanno dato notevoli contributi allo sviluppo del San Giorgio; insieme con grandi figure di Professori e alunni che si alternarono sulle cattedre e sui banchi delle aule, fecero dell’istituzione un centro di cultura e di formazione spirituale, ispirata ai principi cristiani, che rappresentò un punto di riferimento costante per l’intera città e per i luoghi da cui provenivano convittori ed allievi, tra cui, in primis, Genova.
Dal mio punto di vista – ho passato 25 anni di vita sacerdotale nel Collegio S. Giorgio – è stato un magnifico provvidenziale cammino di crescita e di speranze. Mi accorgo spesso di camminare, con la memoria, per quei sentieri spirituali e culturali ricchi di incontri di giovani e di colleghi; e godo della freschezza che ancor oggi ne traggo.
 
Don Erasmo Magarotto, già preside del Collegio San Giorgio.
 
Il Collegio San Giorgio ha chiuso i battenti nel 2000; 
a tutt’oggi è ignota la futura destinazione del nobile complesso. 
 

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