Rinaldo Luccardini
Quando c’era il GUM

Titolo Quando c’era il GUM
Storie da architetti
Autore Rinaldo Luccardini
Genere Attualità cultura      
Pubblicata il 22/04/2012
Visite 5921
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  128
ISBN 9788873883906
Pagine 138
Prezzo Libro 12,00 € PayPal
Il GUM (Gruppo Urbanisti Metropolitani) operò a Genova dal 1983 al 2004. Negli otto anni che precedettero le Celebrazioni Colombiane del 1992 contribuì con le sue azioni (progetti, manifestazioni, dibattiti, convegni, articoli di stampa ed altri eventi) ad orientare le scelte urbanistiche della città. Questo libro elenca i passi compiuti dal GUM e qualcuno dei lettori può andare in giro a vedere le tracce di quel lavoro.
 

Preliminari

Le cose non erano tanto vivaci a Genova, sul finire degli anni Settanta. La stagnazione economica del Paese aveva fatto in città una coppia con la crisi portuale e questa combinazione aveva ammosciato gli entusiasmi di tutti. 

Chi si occupava di progettazione aveva non solo carenza di committenze, ma anche di sedi su cui dibattere il proprio destino. L’Istituto Nazionale di Urbanistica (“Linu” per gli amici) aveva a Genova la sua sede ligure, ma le saltuarie riunioni che vi si facevano non possedevano nulla di effervescente. 

A questo proposito dice oggi Luigi Lagomarsino, che all’epoca era il presidente della sezione ligure dell’INU: “A quell’epoca l’INU dedicava la sua attenzione agli strumenti urbanistici generali, non ai progetti. Si discuteva prevalentemente delle normative, e la cosa era alquanto laboriosa e contorta”. E infatti Tomaso Badano, uno dei fondatori del GUM disse: “Qui mi diverto molto di più, a discutere delle soluzioni e dei progetti”.

C’erano poi le “commissioni urbanistiche” dei partiti. Ogni partito aveva la sua e, dentro alle commissioni, c’era gente che forniva pazientemente pareri e atteggiamenti aspettando ordinatamente che le venisse prima o poi affidato qualche incarico. Si può dire che la strada maestra per avere successo professionale in quegli anni era proprio questa: mostrare le proprie capacità a districarsi nel ginepraio delle interpretazioni ed avere idee risolutive brillanti (definizione di “idea brillante”: dicesi brillante quella idea a cui nessuno aveva finora pensato). Questa onorevole prassi di accesso alla professione si accoppiava egregiamente sia alla pratica svolta per modici compensi (definizione di “modici compensi”: dicesi modico compenso quello che non basta per rendere una persona autonoma finanziariamente) nello studio di un professionista già affermato, sia all’incardinamento per parentela o qualcosa del genere in una “famiglia” facoltosa e dotata di manufatti da realizzare o da ristrutturare (definizione di “famiglia facoltosa”: gruppo sociale unito da legami parentali o economici molto stretti, oppure legami politici come quelli di una corrente in seno ad un partito).

Le commissioni urbanistiche di partito si potevano rintracciare a tutti i livelli territoriali ed organizzativi di quel partito. Dunque, essendo i partiti divisi in sezioni (e talvolta le sezioni essendo divise in cellule), esistevano le commissioni urbanistiche di sezione. Da una di queste sezioni del Partito Socialista Italiano, la Sezione Baratono, ebbe ad iniziare la storia del GUM. 

La sezione urbanistica della Baratono era composta prevalentemente da gente giovane, ma anche con qualche anziano (Livio Sani, Piero Bozzo). Le riunioni venivano convocate per lettera (definizione di “lettera”: foglio di carta scritto a macchina in più copie, usando la carta carbone, posto in una busta e spedito per via postale ai destinatari i quali la ricevono entro 3-4 giorni dalla spedizione), con tanto di ordine del giorno. Gli ordini del giorno erano dettati dalle necessità del Partito. I suoi esponenti che figuravano come membri nelle strutture istituzionali territoriali (Comune, Provincia, Regione, Provveditorato, ecc.) erano una fonte inesauribile di problemi interpretativi, decisionali e concettuali legati alla progettazione architettonica o alla disciplina urbanistica che la sormontava. 

Dunque ogni commissione urbanistica di partito era una vera e propria palestra per esercitarsi nella professione pur non esercitandola. L’unico difetto di questo apparato era che l’attività discendeva da problematiche poste da altri soggetti, da altre fonti. Insomma nessuna delle cose dibattute all’interno di queste commissioni aveva origine dal seno dei suoi membri o componenti. Assai raramente veniva accettata qualche iniezione di originalità, ma solo nelle interpretazioni normative e solo se ciò poteva preludere a fumosi vantaggi (elettorali, di potere…). 

La famigliarità dei membri di una commissione urbanistica era ovviamente legata alle simpatie politiche, ma conviveva con questa famigliarità (che qualcuno potrebbe anche definire familismo), una sotterranea rivalità professionale, rivolta a conquistare incarichi il più presto possibile. 

La bravura dei decisori del Partito era quella di mantenere con tutti i membri un rapporto di cordialità, senza privilegiare alcuno e difatti una specie di “regola della rotazione” (definizione di rotazione: in un gruppo ristretto di pari, o presunti tali, le occasioni di incarico vengono date una per ciascuno, partendo dal più vecchio o più autorevole fino a raggiungere, magari molto tempo dopo, anche l’ultimo arrivato) veniva comunque osservata e rispettata sia dai decisori che dai candidati agli incarichi. Del resto era la stessa prassi a regolare, più o meno, gli incarichi (o meglio le poltrone) all’interno del Partito. La commissione urbanistica della sezione Baratono aveva allora per segretario Gerardo Criscito, un giovane molto attivo ed attento alle evoluzioni comportamentali, essendo uno psicologo. Egli avvertì i sintomi dell’insoddisfazione latente nei membri della sua commissione e, con stupefacente naturalezza, riversò l’intera accolita dei membri all’interno del GUM.

 

 

La partenza

Già, ma allora il GUM era già nato? Si, ma non si sa quando né dove. Dice oggi Mauro Traverso: “Credo che il nocciolo duro fosse quello di un po’ di amici iscritti al PSI che però avevano altri amici non iscritti, e che a questi sia stato allargato l’interesse a discutere. Direi che ciò accadde perché probabilmente non ci piaceva stare lì, oppure volevamo essere più liberi ed avere meno condizionamenti. La voglia di discutere è nata anche per potersi divertire e questa non era certo l’atmosfera di un partito”. Secondo Giovanni Sergi: “Il GUM è nato raccogliendo un gruppo di architetti e ingegneri che appartenevano ad un’area culturale che definirei liberal-socialista”.

È una questione di pochi giorni, in cui certi architetti sentono il bisogno di confrontare sé stessi oltre alle proprie idee, anche al di fuori della rituale riunione mensile in commissione. Quale migliore occasione se non quella di una cena? È in questa circostanza che ha luogo (in un ristorante, ma non si ricorda quale: probabilmente la Caffetteria Gaia) l’aggancio fra i professionisti membri della commissione urbanistica e altri soggetti ad essa estranei. L’idea è di comporre un gruppo interprofessionale capace di gestire al proprio interno tutte le problematiche discendenti da un incarico urbanistico, ma anche quella di proporre autonomamente idee e progetti fattibili, destinati a rilanciare, a rimuovere ostacoli, a promuovere il ruolo della città.

In sintonia con le evoluzioni delle strategie territoriali dell’epoca (si pensava all’area metropolitana) il Gruppo di Urbanisti che si raggrumò attorno ai membri della commissione urbanistica della Baratono prese senza alcun indugio l’aggettivo di “Metropolitani”. 

La cosa evocava tre mitici riferimenti culturali dell’epoca (siamo nel 1983). Il primo: le brillanti azioni contestatrici del consumismo attuate nel mondo occidentale dagli “indiani metropolitani” (il termine indiani metropolitani fu coniato durante l'occupazione della Facoltà di Lettere dell'Università di Roma, nel 1977). Il secondo: l’introduzione del termine area metropolitana nel lessico dell’urbanistica italiana (avvenuto a metà degli anni ’60 col famoso “Progetto ’80) con l’individuazione di dodici aree del Paese, fra cui quella di Genova. Il terzo: i magazzini moscoviti GUM, ovvero Gosudarstvennyi Universalnyi Magazin (emporio statale universale) in cui c’era tutto, proprio tutto. Come lo spazio urbanistico che gli architetti del GUM genovese volevano discutere.

Il primo nucleo del Gruppo Urbanisti Metropolitani era così formato (Ottobre 1983): Tomaso Badano, Piero Bozzo, Gerardo Criscito, Rinaldo Luccardini, Massimo Maldina, Alessandro Picollo, Marco Rolandelli, Livio Sani, Giovanni Sergi, Mauro Traverso. Successivamente si aggiungeranno: Cora Canonici, Guido De Falchi, Gabriella Innocenti, Anna Kunitz, Leyla Mortazavian, Paola Musazzi, Giorgia Nebbia, Irma Tallarico.

Ricorda oggi Sandro Picollo: “Forse a spingerci in un terreno creativo era il nostro spirito, la nostra mentalità del Sessantotto. Ci bastava l’immaginazione, che caratterizzava ogni nostra riunione

Il GUM (Gruppo Urbanisti Metropolitani) operò a Genova dal 1983 al 2004. Negli otto anni che precedettero le Celebrazioni Colombiane del 1992 contribuì con le sue azioni (progetti, manifestazioni, dibattiti, convegni, articoli di stampa ed altri eventi) ad orientare le scelte urbanistiche della città. Questo libro elenca i passi compiuti dal GUM e qualcuno dei lettori può andare in giro a vedere le tracce di quel lavoro.
 

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