Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 2 - Oltre la porta

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 2 - Oltre la porta
WEB-EDITING: I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantascienza      
Dedicato a
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Pubblicata il 19/05/2012
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Note Vi pare che stia bene come secondo capitolo o era meglio come primo? Le spiegazioni sono eccessive? _____ Il disegno è di Niccolò Pizzorno

 

OLTRE LA PORTA
 

I tre bambini strizzarono gli occhi, accecati dalla luce che inondava l’oscurità della grotta dal grande occhio che si stava spalancando al centro della parete.

Marco e Jacopo erano in mutande, mentre Elisa indossava ancora lo strano gonnellino di foglie che aveva preparato per lei il Sommo Guardiano della Porta di Orvuuul, il grande orso Ortuz. Degli indumenti che Jacopo indossava quando era partito da Firenze appena dieci giorni prima, gli unici che aveva ancora erano gli occhiali e un berretto di stoffa con la visiera. Erano stati solo dieci giorni, ma a lui parevano un’eternità. Dieci giorni in cui aveva visto e vissuto cose che nessun altro bambino o adulto aveva mai sperimentato prima, soprattutto gli ultimi otto, trascorsi nella terra del Popolo delle Amigdale[1]. Certo non aveva visto le navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser[2], ma la vista di un raptor infuriato può essere un’esperienza anche più scioccante.

La parete continuò ad aprirsi, liberando i bambini dall’oscurità di quella strana ‘grotta tecnologica’, di quel modernissimo marchingegno preistorico in cui erano rinchiusi.

Il cuore di Jacopo batteva forte. Elisa tratteneva il respiro. Marco sbuffava ansioso.

“Si sta aprendo” sussurrò Elisa, riprendendo a respirare. Nel dirlo la bambina ebbe un piccolo brivido, non dovuto però al freddo per il suo inconsistente abbigliamento vegetale.

 

“Incrociamo le dita” disse suo fratello.

Ad aprirsi era la Porta del Tempo, in cui si erano rifugiati per sfuggire a quei mostri preistorici che li stavano inseguendo. Quella grotta era una macchina dell’ucronia, dato che consentiva non solo di andare avanti e indietro nei secoli, ma anche di spostarsi lungo linee temporali divergenti, di raggiungere universi alternativi con diversi passati o diversi futuri.

Nel mondo da cui erano appena fuggiti c’erano grandi foreste, popolate da ogni sorta d’animali, elefanti preistorici, bisonti, leoni e orsi delle caverne. I bambini quindi si stupirono molto, quando la parete si aprì, nel vedere davanti a loro al posto degli alberi, ampi prati e colline ricoperte d’erba.

“Sembra un universo tranquillo” commentò Elisa, tirando un sospiro di sollievo, ancora sconvolta dalla fuga che li aveva impegnati negli ultimi giorni.

“Bene” rispose spiccio Jacopo “speriamo allora che nessuno ci disturbi, mentre rimettiamo a posto tutte queste leve. Non vedo l’ora di tornare a casa.”

I tre bambini avevano uno zaino in spalla. Marco teneva con la destra un insolito, lungo telecomando di foggia così strana che non pareva essere stato costruito per l’uso di mani umane. Era così, in effetti! Troppo grandi per loro, anche le due pistole che reggevano Elisa e Marco, non erano state realizzate per essere rette dalle dita di un uomo o tanto meno di un bambino.

Le avevano ricevute da Ortuz, l’orso. Le pistole sarebbero state grandi per loro anche se i due  bambini avessero avuto più dei nove anni che Jacopo ed Elisa avevano compiuto da poco, troppo grandi anche per Marco, il fratello dodicenne di Elisa. Il fucile di Jacopo aveva una foggia aliena: era stato costruito dagli intelliraptor.

Non erano più con loro né il grande orso Ortuz, nè il piccolo suricato, uno strano esserino peloso alto pochi centimetri, che si faceva chiamare Siiiak. I bambini non sapevano che fine potessero aver fatto. Li avevano lasciati che combattevano, proprio per difendere loro, contro quegli orrendi mostri, gli intelliraptor, uno dei quali, lo spietato Gruhum aveva giurato di vendicarsi di Jacopo, dandogli la caccia in ogni universo, per ucciderlo.

Non avevano più notizie neppure di Erasmo, il nonno di Jacopo, e di Marta, la nonna di Marco ed Elisa, con cui erano partiti per quella strana avventura. I bambini si erano persi nel tentativo di sfuggire a un assalto dei pericolosissimi intelliraptor, la razza che aveva costruito le Porte del Tempo, da loro utilizzate per muoversi da un universo spazio-temporale all’altro. I nonni erano giorni che li cercavano.

I due bambini più piccoli, tenevano ora la mano sinistra poggiata sulla leva con cui avevano appena aperto la Porta. Marco, invece l’aveva sollevata e la teneva davanti alla bocca con aria perplessa. Stavano fuggendo da un mondo preistorico più vecchio di loro di 750.000 anni, ma non sapevano cosa li aspettasse al di là, perché nella fretta della fuga, inseguiti dai mostruosi raptor, non avevano potuto riprogrammarla ed erano fuggiti praticamente alla cieca.

Jacopo era partito da Firenze il giorno del suo compleanno, il 20 giugno 2006, per quello che credeva essere solo un campeggio assieme a suo nonno Erasmo, il quale l’aveva invece portato con sé in uno dei suoi viaggi nel tempo, turbato dall’arrivo inatteso dei ferocissimi intelliraptor. Nonno Erasmo era un Guardiano dell’Ucronia. Uno cioè che controllava i movimenti dei raptor e che cercava di impedire a quei mostri di invadere altri universi.

Elisa e Marco erano arrivati nella preistoria solo la sera prima di Jacopo, partendo da Roma nell’anno 1973. Per questo Jacopo ed Elisa avevano la stessa età, pur essendo nati a tanti anni di distanza l’uno dall’altra.

I loro nonni si erano dati appuntamento per fare assieme quell’insolita gita. Anche nonna Marta era una Guardiana dell’Ucronia e, come nonno Erasmo, era capace di manovrare le leve a forma di stalattite di quelle complicatissime Porte spazio-temporali, costruite milioni di anni prima. Cosa che invece nessuno dei tre ragazzini sapeva bene come fare, nonostante alcune veloci informazioni che suo nonno aveva dato a Jacopo.

Ora i bambini stavano guardando la roccia davanti a loro, che si stava aprendo rapidamente dal centro, come l’obiettivo di un’enorme macchina fotografica di pietra. Appena si fosse aperta del tutto, avrebbero cercato di riprogrammare la Porta, usando una foto che Jacopo aveva ricevuto da suo nonno Erasmo e su cui si vedeva la posizione che dovevano avere le numerose leve. Dovevano posizionarle in modo da riuscire a tornare a casa. Jacopo non aveva nessun’intenzione di uscire dalla galleria in cui erano rinchiusi, prima di aver riavviato la Porta e averla riaperta nel 2006. Anno in cui speravano di trovare qualcuno, magari Nonno Erasmo, che aiutasse anche Elisa e Marco a fare ritorno alla loro epoca, al 1973.

Non sapevano dove la macchina dell’ucronia li stesse portando. Sapevano solo che li aiutava a fuggire dagli intelliraptor che stavano cercando di ucciderli, davanti a loro però potevano esserci nuovi pericoli. Questo lo capivano tutti e tre ed erano preoccupati.

Eppure Elisa disse “Voglio andare un attimo a vedere fuori. Sembra tutto così bello e riposante!”

“Lascia stare. Che t’importa?” la sgridò angosciato suo fratello.

“Solo un minuto, è così bello!” insistette Elisa e superò la Porta, che si era ormai completamente aperta.

“Cielo!” sospirò Jacopo e poi gridò “Basta, Elisa. Non voglio correre altri rischi. Se non torni subito dentro, partiamo senza di te.”

La bambina, però, non gli rispose. Marco, innervosito, la seguì fuori della galleria, cercando di farla tornare dentro.

“Femmine!” sbuffò irritato.

Anche Jacopo, con lo zaino da cui sporgeva il grosso fucile rubato al mostruoso Gruhum, li seguì. Era, in effetti, un paesaggio molto piacevole e tranquillo. A Jacopo ricordava il paese dei Teletubbies, un programmino che guardava da piccolo in TV, dove quattro pupazzetti colorati saltellavano felici su prati verdi pieni di fiori e coniglietti.

“Guardate” disse Elisa, indicando proprio un coniglio che correva in mezzo ai fiori.

“Chi se ne frega dei conigli!” sbottò Marco. “Io voglio tornare a casa. Rientra immediatamente nella grotta. Non sei mica Alice nel Paese delle Meraviglie e quello non è il Bianconiglio.”

“Ok. Abbiamo visto abbastanza” protestò anche Jacopo, quanto mai in ansia. “Ora torniamo dentro a sistemare quelle leve.”

“Hai visto quante buche?” osservò la bambina, facendosi trascinare verso la galleria da suo fratello, che la tirava per un braccio.

“Saranno talpe” rispose distrattamente Marco, che di quel posto non voleva sapere nulla, ma era solo preoccupato di tornarsene a casa “o magari la tana del Bianconiglio. Vuoi precipitarci giù a capofitto tra Brucaliffi, Cappellai Matti e Regine di Cuori?”.

La Porta del Tempo si chiuse.

“Diavolo!” s’arrabbiò Jacopo, precipitandosi indietro verso l’occhio di pietra ormai serrato “lo sapevo che finiva male!”

“Non esagerare. Qui non vedo raptor. Non abbiamo il telecomando?” minimizzò Elisa.

“Sì” ripose seccato Marco, che lo stringeva ancora nella mano destra.

“Allora riapri” rispose Elisa con una semplicità che irritò il ragazzino, che strinse con stizza la mano sinistra sul suo braccio.

“Ahia!” protestò acida Elisa “mi fai male, scemo!”

Anche Jacopo percepiva un pericolo e non capiva perché la sua amica si preoccupasse così poco. Erano dieci giorni che rischiavano la vita in continuazione e ora non era disposto a prendere nulla troppo alla leggera.

“Ma perché si sarà chiusa?” si domandò Jacopo preoccupato.

“Ortuz aveva detto che si chiude dopo che uno è passato” gli ricordò Marco.

“Forse è così, l’orso sapeva il fatto suo” disse Jacopo, prendendogli il telecomando e provando a riaprirla “perché adesso, però, non si apre?”

“Insisti. Forse non l’hai puntato bene. Sei tu il bambino del futuro. Io questi cosi è la prima volta che li vedo” rispose il ragazzino più grande.

“Mica è come il telecomando della TV, cosa credi?” protestò Jacopo, armeggiando con il voluminoso aggeggio su cui rotelle e levette contornavo uno schermo touch-screen che richiedeva una pressione non indifferente. Al contatto alcune luci si accesero e le icone vorticarono silenziose, ma la porta rimase chiusa. Jacopo non si diede per vinto e continuò a provare, generando piccoli sibili di cui non comprendeva il senso.

“Non capisco. Prima l’avevamo aperta così!”

Mentre Jacopo diceva così, sentirono dei rumori attorno a loro e si girarono tutti e tre di scatto.


[1] Vedi “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale” di Carlo Menzinger – Edizioni Liberodiscrivere – anno 2010
[2] Citazione di “Blade Runner”, film di Ridley Scott, tratto da un romanzo di Philip K. Dick.
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In questo capitolo temo ci siano un po' troppe spiegazioni. All'inizio l'avevo pensato come primo capitolo, ma temo che sia un po' troppo pesante come incipit, dovendo riassumere quanto è avvenuto nel primo romanzo. Vi sembra sopportabile? Vi pare giusta la collocazione come secondo capitolo?
Attendo, come al solito suggerimenti di ogni tipo per miglioare il testo.
Grazie

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