M. Gisella Catuogno
Cristina (XVI. La malheureuse princesse)

Titolo Cristina (XVI. La malheureuse princesse)
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa      
Pubblicata il 27/05/2012
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 La fama della cultura e della povertà della principessa italiana spinsero diverse ragazze del quartiere a ricorrere al suo aiuto per lezioni private che  lei impartiva volentieri, perché tutto quello che era acquisizione o trasmissione di conoscenza la interessava enormemente, così come la possibilità di coltivare un rapporto umano non superficiale con giovani francesi quasi coetanee, che arrivavano da lei timorose e curiose di conoscerla meglio. Ne nacquero amicizie che durarono per tutti i dieci anni del suo soggiorno parigino.

Vulcanica di idee com’era, pensò anche di utilizzare la sua amicizia con il  deputato La Fayette per realizzare un libro illustrato che contenesse le biografie e i ritratti di tutti i suoi colleghi della Camera. Contattò allora un giornalista, che le era stato suggerito,  Alexandre Bouchon e lo convinse a condividere con lei il progetto. Che ebbe grande successo, dal momento che ottenere un ritratto dalla principessa di Belgiojoso in persona parve a molti politici un’opportunità originale, un autentico onore.

Il via vai di personaggi importanti per i cinque piani di rue Vignon non conobbe posa per tutto quell’anno e contribuì a diffondere  il suo mito, costruito tutto sulle opposizioni: aristocratica e in miseria; sensuale e casta; colta ed eccentrica; patriota lontana dalla patria.

La Francia, del resto, in quei mesi, si macerava in sensi di colpa verso i cugini d’oltralpe lasciati alle angherie austriache, e la principessa infelice, rifugiata nella capitale, costituiva l’incarnazione stessa dell’Italia abbandonata. Quasi in una sorta di risarcimento politico e morale, la chiamarono così a tenere un discorso in Parlamento. Cristina accettò subito l’invito ma, per l’ansia di non essere all’altezza dell’occasione, soffrì di palpitazioni per giorni e  giorni e scrisse così all’amico restato in Provenza:

Augustin, sono nel panico! Un discorso alla Francia sull’Italia! Come ho potuto dire subito di sì? Che sventata piena d’orgoglio sono! E se non riesco? Se faccio una cattiva figura e comprometto ancora di più la miserevole situazione in cui si trova il mio disgraziato Paese?

Le rispose lui a stretto giro di posta:

Cristine, ma soeur, non temere, farai un figurone. Parla col cuore! Il tuo cuore è pieno d’Italia e non puoi confonderti! La tua lingua sarà sciolta, il tuo eloquio brillante, li sedurrai col tuo fascino e la deliziosa pronuncia italiana. L’indomani i giornali parleranno di te, del tuo fascino, della tua cultura, della tua sensibilità politica. Puoi giovare alla tua patria più di una spedizione antiaustriaca. Sono con te, ma non ti suggerisco nulla. Non ne hai bisogno. Penderanno tutti dalle tue labbra, ti sommergeranno di applausi e, nelle settimane seguenti, di inviti nei loro salotti. E’ fatta, diventerai la regina di Parigi. Un abbraccio infinito.

E così accadde: la malheureuse princesse, nel suo francese perfetto, perorò con passione la causa italiana, elencò commossa le sventure del suo Paese e ricordò i suoi compatrioti che  consumavano vita e giovinezza nelle galere austriache, facendo particolare riferimento ai fuggiaschi dell’Isotta catturati in Adriatico, sebbene disponessero del passaporto francese. Lanciò infine una vibrante richiesta d’aiuto alla nazione che generosamente la ospitava.

Il suo intervento ebbe echi non solo a Parigi ma in tutta la stampa nazionale e arrivò persino alle attente orecchie di Metternich, che, comunque, malgrado le pressioni degli adoratori della principessa, tra i quali l’ambasciatore degli Esteri Sebastiani, rifiutò di riabilitare l’aristocratica ribelle e di porre fine al suo stato di morte civile nel Lombardo-Veneto.

Il successo personale vissuto alla Camera di Parigi galvanizzò Cristina e contribuì ad aumentare la sua autostima: sapeva che il merito dell’accoglienza ricevuta non era soltanto suo e che molti in Francia non si erano dimenticati che era figlia del grand marechal Trivulce; ma sicuramente l’essere riuscita non solo a vivere con dignità in quei mesi difficili, ma addirittura ad essere ascoltata con attenzione dai deputati, mentre lanciava il suo grido di dolore per l’Italia oppressa, lo doveva soltanto a se stessa.

Tu es grande, Cristine!” le ripeteva François, che era sempre più spesso al suo fianco, piantando l’azzurro dei suoi occhi in quelli bruni e caldi di lei. Insieme formavano una magnifica coppia: chi non li conosceva personalmente, a buon diritto li riteneva amanti, come sarebbe stato naturale. Invece non era così: Cristina, a sua scusante, aveva l’orribile esperienza coniugale, che ne frenava gli impulsi. Ma lui? A Parigi circolavano voci sulla sua impotenza ma si azzardava anche un’ omosessualità repressa. Insomma tra gli amici e i conoscenti il bel Mignet era considerato innocuo, uno che si innamorava cerebralmente ma non fisicamente, uno che non conosceva le passioni e le sue brame ed a queste anteponeva la castità, l’ascetismo, la frigidità.

Forse è per questo che Augustin non ha esitato ad indirizzarmi a lui: sapeva che ero al sicuro, protetta da conseguenze di tentazioni…ma che disastro! Che spreco di gioia vitale, di piacere, di gioventù! Io vorrei ma non posso, lui non può ma forse nemmeno vuole. Un amico, anche lui, come gli altri…

Ma fino a quando? Io non sono frigida, sono stata piagata dall’amore ma la mia giovane carne comincia a pretendere i suoi diritti! Quanto potrò ancora resistere?

E intanto camminavano a braccetto lungo i boulevard, eleganti nei loro abiti chiari, lei  con l’ombrellino aperto a riparare dal sole la sua pelle immacolata, lui attento e prodigo di premure; oppure sostavano pigramente nel parco delle Tuileries, all’apparenza sereni e appagati l’uno dell’altra, parlando con animazione, in sosta davanti alle piante più rigogliose, ai fiori più sgargianti, che lui indicava sussurrandole

“Tu es belle comme celà!”

“François, sei troppo generoso, galante…”

“ No, Cristine, sei degna di tutto quello che ti dico, non posso stare lontano da te. Devo partire, la prossima settimana, per una missione diplomatica in Spagna, ma so già che sentirò crudelmente la tua mancanza”

“Eppure, mon chéri…”

“Je t’aime, tu le sais!”

“…ti amo anch’io, François!”

Ed era vero perché si volevano un bene dell’anima e nell’opposizione dei loro caratteri si armonizzavano come i pezzi di un incastro: volubile, emotiva, impulsiva, lei; posato, saggio, razionale lui. Ma nella loro intelligenza brillante, erano consapevoli della stranezza del loro rapporto; tuttavia evitavano di parlarne, di affondare il bisturi nella verità che avrebbe fatto male: rimanevano in superficie, con i loro problemi irrisolti, ciascuno sulla soglia di se stesso per paura di rovinare quel legame che, pur senza il sesso, era per loro prezioso, più di un’amicizia, quasi come una passione.

Ghiaccio bollente lo definiva Cristina tra sé e sé.

Talvolta accadeva che lo spettacolo offerto dalla varia umanità con cui si imbattevano fosse doloroso: mendicanti che chiedevano l’elemosina davanti ad una chiesa o all’angolo di una via implorando pietà, poveri straccioni esausti che ingombravano i marciapiedi senza la forza di stendere nemmeno la mano.

Cristina non lesinava allora i pochi soldi di cui disponeva, che si aggiungevano alle offerte più generose di François, e insieme a lui avvertiva la prima guardia che incontravano del misero stato di quelle persone; poi dava sfogo alla sua indignazione:

“Che vergogna questa gloriosa rivoluzione! Mi sembra che i poveri aumentino invece di diminuire; ho sentito di operai svenuti per la fame… Ma questo benedetto Luigi Filippo pensa solo a ingrassare se stesso o a farsi gridare dietro Vive le Roi, mentre sta passeggiando sui boulevard? Non si era definito il re dei francesi, di tutti i francesi? Che nausea, amico mio!”

“La mia principessa rivoluzionaria! Sensibile ai drammi delle classi umili! Ti fa onore tutto questo…purtroppo la società è sempre stata così. Forse c’è un lento processo storico che depone a favore della giustizia sociale e dell’uguaglianza, ma è talmente impercettibile che l’individuo, nella sua breve vita, stenta a coglierlo…esso si attua nell’arco di molte generazioni, a volte di secoli!”

“Con corsi e ricorsi - puntualizzava lei, che adorava quelle conversazioni impegnate – che certamente, con la tua cultura, non ti sfuggono. Lo diceva già il nostro grande Giambattista Vico nel seicento…”

“Certo, ma chère amie, guarda la rivoluzione francese! Quante speranze di palingenesi! Quanto sangue versato per quegli ideali…liberté fraternità egalitè…per arrivare dove? Ad un tiranno che si mette sulla testa a Notre Dame la corona d’imperatore, che sui campi di battaglia di tutta Europa uccide la migliore gioventù per crearsi un impero! A un folle che tenta la conquista della Russia perdendo nel gelo e negli stenti centinaia di migliaia di soldati che credevano ciecamente in lui! Abbiamo ghigliottinato un re per ritrovarci dieci anni dopo un imperatore!”

“Ma che senso ha tutto questo? Qual è stato il progresso, seppure lento, il cambiamento che si è verificato, François?”

“La rivoluzione francese, ma bien aimée, è stato un processo complesso, contraddittorio, sanguinoso – in certi momenti una vera mattanza – che ha portato una classe dirigente a sostituirsi ad un’altra. Insomma ha perso la nobiltà, ha vinto la borghesia! Mi dispiace per te, aristocratica amica nonché principessa di Belgiojoso, ma in Francia è accaduto proprio questo! Altra cosa in Italia, seppure anche lì il seme sia stato sparso…”

“Ma il Congresso di Vienna ha passato un colpo di spugna su rivoluzione e Napoleone!”

“ Credi, mon tresor, che  vent’anni e più passino invano? Non si può cancellare quello che è avvenuto, non si possono fare andare a ritroso le lancette della storia. Napoleone era pur figlio della rivoluzione; sebbene paradossalmente, è stato per voi una sorta di liberatore! I patrioti italiani erano con lui e Murat nel meridione era adorato dai democratici”

“Che vuoi dire?”

“Voglio dire che Vienna, col suo congresso di parrucconi, ha imposto la Santa Alleanza e il ritorno all’ancien régime con lo stato di polizia. Ma questo non può durare! Hai visto, qui, in Italia e altrove? Appena il tempo di riprendersi dal colpo e via con le società segrete, i moti…per carità, tutti soffocati per ora…ma non sarà così per sempre”

“Ma quanto tempo dovrà passare, secondo te, perché si possa sventolare il nostro tricolore senza essere messi in galera dai tedeschi?”

“Temo ancora qualche decennio, Cristina mia…”

“Troppo, troppo, speriamo più presto! Non voglio essere vecchia quando accadrà”

“Tu non invecchierai ma, principessa!”

“Se non accadrà, vorrà dire che sarò passata prima a miglior vita, evento molto probabile dato il mio stato di salute precario” sorrideva lei divertita del turbamento di lui

“Senza di te, mi sento privo d’un braccio!” e si chinava a sfiorarle la mano con un bacio

“Sai, François, voglio pensare come se fossi eterna e  vivere come se la morte arrivasse domani!”

“Che saggezza e… nel frattempo?”

“Appena potrò, ritornerò in Italia e mi darò un gran daffare per essere utile a chi ne ha bisogno: fonderò una scuola per i figli dei contadini, sarò la loro maestra, ho visto che insegnare mi piace e mi riesce bene. Quando sarà il momento, voglio presentarmi davanti a Dio con un canestro ben colmo di azioni generose ”

“Spero che succeda il più tardi possibile, princesse italienne…ora sei qui e spero che tu ci resti a lungo!”

E mentre il sole al tramonto si frantumava in schegge di luce aranciata tra il fogliame di un boschetto, sorprendendoli sulla stessa panchina all’ora della chiusura del parco ormai deserto, lui accostò la sua bocca a quella di lei in un bacio casto, a fior di labbra, che però la fece trasalire ed emozionare, rendendola inquieta per tutta la sera.

 

 

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