Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 3 - Suricati

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 3 - Suricati
WEB-EDITING: I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Avventuroso      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 01/06/2012
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Note Si prega di segnalarmi errori refusi e possibili miglioramenti. Cerco illustratori.

 

 
Mentre i bambini stavano cercando di far riaprire la Porta, alle loro spalle, da alcune delle numerose buche, che erano disseminate sulle colline attorno a loro, sbucarono alcune testoline tonde e pelose, dai nasi aguzzi e dai larghi occhi neri. I ragazzini erano talmente presi nel cercare di capire il funzionamento del telecomando, che non si resero conto che quegli strani animaletti dal pelo marrone argentato e dal dorso striato li stavano osservando incuriositi e che, poco per volta, stavano uscendo dalle loro tane.
“Ehi!” sussultò a un tratto Elisa guardandoli “Suricati!”
La bestiole presero a sciamare intorno a loro in un sinuoso ondeggiare di pellicce, in rapidi guizzare di piccoli e veloci muscoli, nel saettare di profondi sguardi neri.
La bambina aveva imparato nei giorni precedenti a conoscere quella strana razza di erpestidi[1]. Il professor Siiiak che li aveva aiutati a fuggire dai raptor era, infatti, oltre che un Guardiano dell’Ucronia come i loro nonni Erasmo e Marta, un suricato, o meglio l’evoluzione di simili animali.
“Dobbiamo esser finiti nella terra dei Saariii, il popolo dei suricati” osservò Jacopo “la Porta deve essere stata usata per l’ultima volta da qualcuno di loro e quella sola leva che sono riuscito a spostare prima che tu chiudessi la Porta, ci ha lasciato nel loro universo.”
“Sì, ma chissà in quale epoca. Non mi paiono civili come Siiiak e i suoi amici” disse Elisa ormai circondata da molti di quegli animaletti pelosi, alti circa venti centimetri o poco più, che avanzavano a quattro zampe e poi si fermavano a fissarli ritti su quelle posteriori, sostenendosi con la lunga coda.
“Basta!” strillò la bambina, cercando di divincolarsi, mentre decine di piccole zampe la spingevano lontano dalla Porta.
 
Nel loro viaggio tra animali preistorici e mostri nati da evoluzioni alternative, i ragazzini avevano imparato che il tempo non è una linea che va dal passato al futuro, ma un insieme infinito di linee, con infinite altre che partono da ciascun punto di ognuna di esse. Ogni scelta, ogni gesto ha un suo opposto o una sua alternativa, da questo nasce un nuovo futuro, in un moltiplicarsi senza fine di possibilità. In un simile divergere di flussi temporali, ogni realtà diventa possibile, ogni ipotesi accettabile, anche la sopravvivenza di una razza discendente dai velociraptor, come quella con cui Jacopo e i suoi amici si erano appena scontrati, anche un mondo dominato dai suricati.
 
“Siamo amici del professor Siiiak” tentò di difendersi Jacopo, ma quelle creature non sembravano conoscerlo e neppure capire le sue parole. “Siiiak… Siiiak, capito?” Sperava che anche se non capivano l’italiano riconoscessero almeno quel nome. Uno di quegli esserini si soffermò un attimo a guardarlo, reclinando la larga testa. Aveva il muso meno appuntito degli altri. Sembrava si sforzasse di capire cosa Jacopo stesse dicendo, ma subito una torma di suoi compagni si frappose e prese ad aggredire il bambino.
Marco, meno diplomaticamente, ne prese a calci un paio “luride bestie topesche, tornatevene nelle vostre fetentissime fetide fogne.”
Per quanto i suricati fossero assai piccoli, erano talmente tanti, che i ragazzini non riuscirono a resistere e furono trascinati fino a un buco più grande degli altri e costretti a entrarci, mentre Elisa strillava e piangeva, Jacopo aveva rinunciato alla diplomazia e si agitava più che poteva, dando man forte a Marco nel cercare di prendere a calci e pugni quegli esserini che, però, erano assai più veloci di loro. Per ognuno che si scansava per evitare i loro colpi, i bambini se ne ritrovavano addosso altri due.
La valle intorno a loro sembrava un formicaio scoperchiato, da cui emergevano continuamente nuovi animali. Il terreno brulicava di suricati eccitati.
“Perché c’infilano in questo buco?” s’agitava Marco. “Cosa vogliono da noi?”
“Aiuto!” gridava sua sorella Elisa tra le lacrime “non voglio essere seppellita viva. Aiuto!”
In effetti, appena i bambini furono dentro la buca, i suricati presero a ricoprirli di terra a una velocità impressionante. I ragazzini furono costretti a chiudere occhi e bocca per evitare di farseli riempire dalla terra spruzzata tutto intorno a loro. Dopo pochi minuti, si ritrovarono bloccati con solo la testa che sporgeva dal terreno e con davanti a loro la cavità della grande buca in cui li avevano costretti a entrare.
“Ci mangeranno vivi!” piagnucolava Elisa, sputacchiando il terriccio, che le era finito in bocca.
“Non credo” cercò di rincuorarla Jacopo. “Se ti ricordi, Siiiak, Timon, Lassie e gli altri suricati che abbiamo conosciuto nell’altro universo si nutrivano di insetti.”
“Allora che cosa vogliono da noi?” si lagnò la piccola romana.
“Forse ci considerano pericolosi e non vogliono farci muovere. Questo deve essere il loro modo per legarci” suggerì  Marco, ormai anche lui immobilizzato. “Non devono aver capito che siamo civilizzati.”
“Vestiti di foglie non posso dargli torto!” sbottò Elisa.
“Io però ho anche gli occhiali e il berretto” notò speranzoso Jacopo “se sono civili anche loro, cosa di cui ho qualche dubbio, dovrebbero riconoscere che sono oggetti che un essere primitivo non dovrebbe avere.”
“Penso che non gliene possa frega’ de meno, della nostra civiltà e dei tuoi occhialetti scemi!” notò sguaiatamente Marco, cercando ancora di resistere e dimenandosi per uscire dal buco.
“Io temo che siamo finiti nella preistoria dei suricati. Per loro siamo solo due scimmie che hanno invaso il loro territorio” disse Elisa, ormai bloccata dalla terra, mettendosi a piangere “non torneremo mai più a casa!”
“Scimmia sarai tu!” l’aggredì il fratello.
“Io ho sempre il telecomando in mano” la volle rincuorare Jacopo, ma poi aggiunse borbottando “anche se non riesco a muoverlo di un millimetro, con tutta la terra attorno.”
“E io ho ancora la pistola!” disse Elisa, smettendo di singhiozzare, ma ancora con tutti gli occhi rossi. “Ci hanno seppellito persino con gli zaini in spalla.”
“Prima di metterci a nanna così, potevano almeno farci mettere il pigiamino!” la canzonò Marco.
“Sembra che tu ti ci diverta a essere seppellito vivo” lo sgridò Elisa. Marco le rispose con una linguaccia.
“Hai davvero ancora la pistola in mano, Elisa?” chiese Jacopo.
“Sì” rispose la bambina “ma non posso muoverla.”
“Dove è puntata?” chiese Jacopo, che cominciava a riprendere fiducia.
“Verso l’alto, direi” rispose la bambina “ma è sottoterra. E la tua, Marco?”
“La mia l’ho infilata nella cintura. Non riesco a prenderla. Non c’è il rischio che la tua punti contro di noi?” volle sincerarsi il fratello.
“Non direi” lo rassicurò Elisa.
Non direi mi pare un po’ poco. Non vorrei trovarmi casualmente con la testa spappolata” s’arrabbiò Marco.
“Ti sembra facile, eh! Io almeno la pistola l’ho tenuta in mano.”
“Cosa vorresti insinuare con questo, sorelloide?”
“Nulla, ma potevi almeno estrarla…”
“Io ti…”
“Riusciresti a premere il grilletto?” le chiese Jacopo, interrompendo Marco.
“Direi di sì” rispose la bambina. “La terra non è troppo compatta.”
“Se tutti questi suricati si decideranno ad allontanarsi, magari possiamo provare a sparare. Non so come funzionano queste armi, ma forse con il colpo riusciremo a spostare la terra sopra il braccio e così a liberarlo.”
“E se se ne accorgono? E se la pistola mi scoppia in mano? E se…?”
“Se, se, sessé” la canzonò Marco cantilenando.
“La terra dovrebbe attutire molto il rumore e non penso possa scoppiare così facilmente. Dobbiamo sperare che ci lascino soli però” rispose Jacopo.
“Forse questa notte. Chissà quanto manca al tramonto?” chiese Marco.
“Non sappiamo in che epoca siamo e neppure in che universo. Figuriamoci sapere che ore sono.”
“Tu pensi che qui i suricati siano civilizzati?” chiese Elisa.
“Credo di sì. Probabilmente è lo stesso universo dal quale sono venuti Siiiak e gli altri Guardiani del Tempo, ma temo che siamo finiti in un’epoca in cui erano solo poco più che animali. Questa deve essere la preistoria di Siiiak. C’è una cosa, però, che non capisco. Noi siamo in Italia. Mi ricordo che, nel nostro universo i suricati vivono in Africa, difatti Timon, che era un suricato, appare nel cartone ‘Il Re Leone’, credo anzi che stiano nel sud dell’Africa.”
“E allora?” Chiese Elisa “vuoi dire che la Porta c’ha fatto arrivare in Africa?”
“Per quel che ne sappiamo potrebbe anche essere così, ma il clima mi pare troppo mite. Io pensavo però a un’altra cosa.”
“E cioè?” domandò la bambina, guardando un paio di suricati, che le passeggiavano davanti al naso.
“Pensavo che se sono riusciti ad arrivare fino in Italia, vuol dire che si sono già piuttosto evoluti. Deve essere stato come per l’uomo. Gli uomini primitivi vivevano in Africa, poi da lì si sono diffusi in tutto il mondo. Se gli uomini fossero rimasti al livello delle scimmie, probabilmente non avremmo lasciato neanche noi l’Africa.”
“Pensi che in questo universo i suricati abbiano fatto lo stesso?”
“Credo che se hanno fatto così e ora sono in Molise, allora vuol dire che sono arrivati davvero dappertutto e che quindi potrebbero essere la razza dominante in questo mondo. Dunque dovrebbero essere abbastanza civili da riconoscere un’altra razza evoluta.”
Elisa scosse sconsolata la testa, visto che altre parti del corpo non poteva muoverle. Era davvero un buffo spettacolo vedere quelle tre teste poggiate in terra, come se non avessero un corpo, che chiacchieravamo tra loro, mentre i suricati si muovevano intorno a loro. Peccato non ci fosse nessuno per vederlo.
“Perché, un uomo sa riconoscere l’intelligenza altrui?” Osservò cinicamente Marco “e poi che ne sai che siamo ancora in Molise. Magari quelle Porte ti fanno spostare anche da una zona all’altra. Magari siamo proprio in Africa, anche se non ci somiglia manco un po’.”
“Non credo. Quando siamo arrivati nella preistoria il nonno mi ha detto che eravamo sempre in Molise, vicino Isernia. Le Porte del Tempo fanno cambiare… la… la linea del tempo, non il luogo.”
“Però non sappiamo nulla di come funzionano veramente, no?”
“È vero, mai io credo che questo sia sempre lo stesso posto, in un altro universo, in un altro tempo ma sempre lo stesso posto. La grotta in cui siamo entrati è la stessa da cui siamo usciti.”
Un paio di suricati si erano seduti davanti a loro e li osservava con grandi occhi tondi e neri. Stavano poggiati sulle anche, bilanciandosi con la lunga coda. A Jacopo parve che uno dei due fosse quello dal muso schiacciato che lo aveva già osservato, ma faceva fatica a riconoscerli.
“Mi sento come Gulliver quando fu catturato dai Lillipuziani” borbottò Marco.
“Chi?” chiese Jacopo.
“Non conosci Gulliver?” chiese il ragazzino. “Ho trovato finalmente una storia che non conosci! Mi meraviglio di te” lo canzonò “di solito sai tutto”
“Okay, okay. Falla corta. Chi sarebbe questo Gulliver?”
“Beh, in effetti, era uno che andava in giro per il mare e ogni volta finiva in un’isola diversa e su ognuna trovava gli abitanti più strani, giganti, cavalli parlanti e i lillipuziani, appunto. Degli omini piccoli piccoli che lo legarono come un salame.”
“Come hanno fatto i suricati con noi” constatò Jacopo “…seppellendoci, però.”
“Sì, appunto, solo che quelli, i lillipuziani, erano ancora più piccoli e del tutto uguali agli umani.”
“E che fine ha fatto?” chiese Jacopo, alla ricerca di una soluzione per i loro guai.
“Alla fine Gulliver li ha aiutati a combattere contro il loro nemico e l’hanno liberato.”
“Uhm” mugugnò Jacopo.
“Uhm che?” fece Elisa.
“Contro quale nemico li potremmo aiutare?”
“Contro i raptor” rispose Marco.
“Come possiamo convincerli, se non possiamo neanche muoverci? E poi qui i raptor ancora non si sono visti. Probabilmente questi suricati non sanno neanche che esistono. E…cosa potremmo mai fare per aiutarli contro quegli orrendi mostri? Siamo noi ad aver bisogno d’aiuto!” 
Mentre parlavano i due suricati avevano continuato a fissarli. Così seppelliti, i bambini si ritrovavano ad avere gli occhi alla stessa altezza di quelli dei suricati. Era davvero una strana prospettiva. Visti così quegli esserini parevano assai più imponenti e…pericolosi. Jacopo non voleva pensare a quello che quegli animali gli avrebbero potuto fare, ora che era così immobilizzato, ma ugualmente alcune immagini raccapriccianti gli vennero in mente: avrebbero potuto staccargli naso e orecchie a morsi, cavargli gli occhi… Il bambino rabbrividì al pensiero e cercò di scacciare quelle immagini dal cervello.
 
“Ho sete!” si lamentò Elisa.
“Cerchiamo di fargli capire che vogliamo bere” rispose Jacopo.
Elisa provò a muovere in su e in giù la lingua, come se leccasse. Marco alzò le sopracciglia con disapprovazione.
“Ridicola scimmia!” mormorò sbuffando.
I due animaletti si guardarono l’un l’altro e dopo alcuni borbottii, quello con il muso schiacciato si alzò e tornò con un piccolo teschio essiccato e colmo d’acqua.
“Hanno capito” esultò Jacopo.
“Io dentro un teschio di topo non ci bevo!” si lagnò Elisa.
“Penso che non abbiamo scelta. Se non beviamo penseranno di aver capito male e ti lasceranno all’asciutto” disse Jacopo, mentre il suricato avvicinava il teschio alla bocca della bambina, che, con un ultimo “bleah!” si decise a bere. Era acqua fresca e pulita.
Anche Jacopo imitò il gesto e il suricato portò da bere anche a lui nello stesso modo. Dovettero chiedere da bere altre tre volte ciascuno, perché quel macabro bicchiere era davvero troppo piccolo, ma alla fine si sentirono meglio.
Portarono da bere pure a Marco, anche se aveva resistito nella sua ‘dignità’, rifiutandosi di leccare l’aria.
 
“I miei poveri capelli” si lamentò Elisa dopo un po’, scuotendo la chioma castana “sono tutti pieni di terra.”
“Fossero solo quelli a esserlo. Abbiamo la terra persino tra le chiappe e ti preoccupi dei capelli” la sbeffeggiò il fratello. “Hai sempre qualcosa di cui lagnarti.”
“Beato te che stai comodo! Se vuoi allora dico che devo fare pipì.”
“Prova a fare pissi pissi al suricato, magari ti fa andare in bagno” la canzonò Marco.
“Ma mi scappa!”
“Io l’ho già fatta. La terra l’assorbe in fretta” rispose Jacopo.
“Che schifo!” si lagnò Elisa ma l’imitò.
“Ehi, brutti schifosi, provatevi a far arrivare le vostre pisciate dalle mie parti e vi stendo!” li minacciò Marco
“E come fai: con uno sputo?” rispose sua sorella.
“I miei sputi sono famosi in tutto il West. Mi chiamano Sputacchio Kid. Una volta ho steso una lucertola su un muro a venti metri di distanza e un’altra volta…”
“…la lucertola ha steso te, facendoti la scianghetta con la coda” lo sbeffeggiò la sorella.
“Porta rispetto a Sputacchio Kid, donna di poca fede. Il mio sputo può tutto.”
“Che la forza sia con te, allora” intervenne Jacopo “e che il tuo Magico Sputo possa liberarci dei nostri malvagi oppressori, o nobile cavaliere dal cuore generoso e pio e dalla saliva potente e velenosa”.


[1] Erpestidi Famiglia di Mammiferi Carnivori ampiamente diffusa in Africa e Asia. Comprende le specie comunemente note come manguste e suricati, ascritte nelle classificazioni meno recenti alla famiglia dei Viverridi.
 
  

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Per favore segnalatemi errori refusi e come migliorare questo capitolo. Se sapete disegnare aspetto le vostre illustrazioni. Grazie a tutti.

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