Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 4 - Govinia

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 4 - Govinia
WEB-EDITING: I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantasy, Favola      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 10/06/2012
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Note Cerco correttori di bozze e illustratori (che vogliano collaborare gratuitamente).

 

Cap. 4 - GOVINIA
 
“Govinia, Govinia, ah Govinia! Come vivere senza aver visitato almeno una volta Govinia, l’incredibile ombelico degli Universi Divergenti, il magico cuore pulsante in cui tutti i tempi passati, futuri e presenti si ritrovano. Govinia: il più incredibile crogiolo di razze, culture e epoche. Govinia, misteriosa fortezza celata agli occhi dei comuni mortali, quartier generale della resistenza interuniversale dei Guardiani dell’Ucronia contro l’oscuro, malefico e osceno dilagare degli stravador.”
Sapur, l’ossuto scimpanzé, così declamando, si appoggiava dondolandosi lievemente alla balaustra del Tempio Orientale, da cui la vista si perdeva senza fine apparente sulle morbide colline della capitale, ricoperte di minareti, pinnacoli, cattedrali, ponti, immensi formicai, nidi aerei, monumentali ingressi di tane e gallerie sotterranee. Era arrivato da molto lontano. Da un altro universo. Non era la prima volta che faceva visita a Govinia, la sede dei Guardiani dell’Ucronia, ma il suo animo poetico ne rimaneva ogni volta affascinato e quell’evoluzione dei primati si stava lasciando andare a una delle sue solite declamazioni. Era fatto così. Non si limitava a parlare come gli altri, ma ogni volta declamava, abbondando in punti esclamativi, che sembravano spuntar fuori da ognuna delle sue frasi come gli alberi altissimi della foresta da cui proveniva.
“A Govinia ogni passato trova tutti i futuri immaginabili” continuò lo scimpanzé rivolto al suo compagno Grann, un discendente delle antiche tigri. Parlava però più per se stesso che per quel tigroide, che a Govinia ci viveva e che quel posto conosceva benissimo: non aveva certo bisogno di farselo descrivere da Sapur. Grann si limitava a sorridere, come solo le tigri sanno fare, con quella sorta di ghigno pieno di denti micidiali. Difficile vedere in ognuno di essi qualcosa di diverso da un’arma letale. Non sembravano fatti per sorridere amabilmente, cosa che invece Grann cercava di fare spesso, dato che il suo mestiere di diplomatico glielo imponeva. Gli umani credevano che Dio avesse dato loro il gatto per poter accarezzare una tigre. In effetti, per quanto Grann fosse amabile, ben pochi umani avrebbero voluto avvicinare la loro mano a quelle fauci: molto meglio ripiegare su qualche micetto. Ogni tanto il diplomatico dondolava la testa in segno d’assenso. Conosceva bene Sapur e non si meravigliava più delle sue chiacchiere prolisse. 
“A Govinia” proseguì ispirato Sapur, muovendo le lunghe dita come se arringasse una folla, “troverai tutto ciò che altrove non è mai potuto esistere, perché qui si riuniscono i popoli liberi di tutti gli Universi possibili, perché qui tutto può essere e ciò che altrove ha avuto fine, qui continua, perché a Govinia il Tempo non esiste, qui le Porte del Tempo fanno confluire ciò che è stato, ciò che sarà e ciò che credevamo non potesse mai essere.”
Grann, annoiato dalla sua loquela, abbassò per un attimo lo sguardo oltre la balaustra. Per chi viveva a Govinia, quelle frasi non avevano certo un sapore di novità. Poeti e menestrelli assai migliori di Sapur ne avevano cantato le meraviglie per secoli con versi sublimi. Per le vie sotto di loro brulicava ogni sorta di creatura generata da processi evolutivi alternativi: gelidi rettili spiritati, multiformi marsupiali saltellanti, enormi vermi striscianti, grottesche scimmie cavalcanti zebre, ippopotami e lama. In cielo volavano inquietanti pterodattili, macabri avvoltoi, ululanti corvadul, maestose aquile, leggiadre rondini, svolazzanti passeri, minacciosi corvi, flautolenti strunf, eleganti sagisti, coloratissimi lepidotteri e ogni altro possibile volatile abbia mai solcato i cieli in qualsiasi epoca passata o futura.
Perché Govinia era questo: l’incrocio di tutti i tempi possibili, il luogo dove tutti i se avevano trovato sviluppo e dove l’evoluzione non aveva mai scartato nulla, il luogo in cui trovavano rifugio mammut, dodo e brontosauri sopravvissuti all’estinzione, il luogo in cui si potevano vedere i diafani discendenti macrocefali dell’uomo, i bipedi polimorfi nati dall’evoluzione del cane, immense falene e coleotteri corazzati dalle forme ancora mai sperimentate nelle epoche in cui vivevano gli oranghi di Kamul, il luogo in cui l’evoluzione aveva davvero creato unicorni, chimere, viverne, fenici, arpie, bahamut, basilischi, ippogrifi, kujata, leviatani, strigi, bonnacon e esseri ancor più incredibili.
 
“Non posso certo immaginare, mio non poco caro Sapur, un luogo, che non sia Govinia, così non comune” rispose infine quella sorta di tigre, sperando che il suo amico si fosse finalmente placato nella sua oratoria “ma non vuoi dirmi per quale motivo non sei rimasto nelle tue non poco popolose foreste? Non penso sia solo per non disprezzare la bellezza di questa città che non ha uguali.”
Se Sapur aveva il difetto di parlare declamando, Grann parlava invece inserendo così tante negazioni nelle sue frasi, che se fossero state sassi avrebbero affondato qualunque nave.
“Di fronte a tanta grandiosa bellezza, al mescolarsi e fondersi delle ere ancestrali e venture in un solo istante, in un solo giorno, in un solo luogo, il mio cuore si ferma sbigottito, i miei occhi mortali si velano per l’emozione, ma ecco che, d’un tratto allibisco nel sentire questi tuoi toni e le tue parole confuse dal loro stesso negarsi mi riportano indietro, verso la pesante materialità del quotidiano trascorrere.”
Grann cominciò a spazientirsi. Si capiva dal movimento nervoso della piccola coda. Nel corso dell’evoluzione la sua specie, oltre ad acquisire la statura eretta, aveva perso la lunga coda dei suoi cugini che ancora vivevano nell’universo popolato dagli umani. Il tigroide era stufo di sentire le osservazioni di Sapur sulle meraviglie di Govinia e voleva sapere per quale motivo l’avesse convocato con tanta urgenza e fosse arrivato da così lontano. Era lì un po’ per l’amicizia che lo legava allo scimpanzé, ma soprattutto perché gli era imposto dal suo ruolo di mediatore tra le autorità locali e i messaggeri degli altri Universi. Aveva dunque fretta di sbrigare questo incarico e tornarsene ad altre occupazioni.
“Non presteresti tanta attenzione alla non comune natura di questo luogo, se come me, avessi avuto modo di non lasciare queste terre per tutto l’arco della tua non breve esistenza. Non ho però ancora appreso il motivo per cui non sei rimasto nelle tue dimore, mio non prosaico amico” insistette.
“Se non sapessi che sotto questa folta pelliccia striata, che unisce in sé i colori foschi della notte e quelli dorati del sole, batte un cuore generoso e che la tua appassionata amicizia è sempre stata vivamente sincera, prenderei la tua premura per scortesia. Lascia allora che un povero scimpanzé, reduce dal continuo tran tran della popolosa ma monotona giungla di Tranvar, possa godersi questo spettacolo inimmaginabile e sognare di assaporare in un solo momento la mescolanza di civiltà appartenenti a epoche lontane e nate da passati alternativi così diversi da rendere a volte difficile riuscire a riconoscere dove sia avvenuta la divergenza che ha fatto sì che la nobile stirpe delle tigri dominasse con la sua cultura la terra invece del laborioso popolo degli scimpanzé o dei sapienti suricati o delle instancabili lontre. Pensare di ritrovare qui i discendenti dei tirannosauri, nel mio universo estinti da milioni di anni o quelli delle tue cugine, le tigri dai denti a sciabola, più di recente scomparse, m’incute ogni volta un brivido che non è solo di paura, ma anche, forse in maggior grado, di riverito stupore verso l’Ucronia e, ancor più, verso la magia di Govinia, che tutto questo riesce a tenere in equilibrio.”
“Ma Sapur non…”
“D’accordo mio buon amico Grann, non metterò ancora lungamente alla prova la tua pazienza, anche perché il grave e triste motivo che mi ha portato in questo luogo fantasmagorico è di estrema urgenza. Si tratta di un duplice allarme che angoscia la mia anima tremula e di cui una coppia di Guardiani umani mi ha pregato, con viva preoccupazione, di riferire, facendo di me un modesto messaggero, indegno del grande Mavul Satr, il portavoce degli Dei del Sandir.”
“Sapur, non…”
“Sì, sì, ci arrivo. La prima questione è di mera natura territoriale. Si tratta di uno sconfinamento, ovvero di una fuoriuscita di soggetti non graditi. È questo credo sia materia che il Consiglio che rappresenti non potrà che tenere nella massima considerazione.”
“Non potresti…” lo incalzò il tigroide, visibilmente stanco delle chiacchiere vane del messaggero.
“Si tratta, ovviamente di stravador. Gli orridi, odiosi, orripilanti, osceni, oscuri stravador, quelli che gli umani chiamano intelliraptor, così, in effetti li hanno chiamati i due umani che mi hanno interpellato.”
“Non capisco dove…” cominciò a chiedere Grann, finalmente un po’ più interessato alle parole dello scimpanzé.
“C’è stato uno sconfinamento nella preistoria umana, alcuni stravador pare vi siano entrati per cacciare nelle floride pianure della penisola italica, ricca di bisonti, elefanti, cinghiali e molta altra appetibile cacciagione.”
“Appetibile? C’è dunque qualcosa da mangiare?” si intromise Scrunf, il porcello, che sopraggiungeva in quel momento con la sua andatura ondeggiante.
“No, Scrunf, la cacciagione non è qui ma in Italia.”
“Italia? Non conosco questo succulento luogo, ma pregusto già il momento di recarmici. Italia! Ci si mangia bene, dunque?”
“Uhm… credo di sì. Qualcuno dice che lì sia tutto un magna magna, gli italiani credono abbia la cucina migliore al mondo, ma non è di questo che parlavamo, Scrunf:” rispose seccato lo scimpanzé, scrollando rassegnato la testa. Scrunf non pensava mai a nulla che non fosse cibo.
“Non posso che restare non indifferente” il tigroide riprese il suo discorso per continue negazioni “di fronte a questa non gradevole notizia, che non smentisce le informazioni che non cessano di pervenirci da non pochi universi.”
Il porcello li fissava impaziente, annusando l’aria, quasi sentisse l’aroma di qualche bocconcino prelibato.
“La tua non indifferenza, mi commuove” lo derise lo scimpanzé, imitandone la parlata “quanto alla seconda questione si tratta di una sparizione, ovvero di una scomparsa. Tre teneri e fragili cuccioli di uomo…”
“Teneri!” bisbigliò Scrunf, passandosi la lingua tra le labbra. Sapur gli gettò un’occhiataccia e riprese nel suo eloquio prolisso “nel fiore della loro giovinezza, nel tentativo di celarsi alla tenebrosa minaccia dei malvagi, malefici, maleodoranti, maniaci, mostruosi stravador, pare si siano nascosti in qualche luogo delle italiche foreste e quindi persi nelle insane terre di una preistoria in cui erano giunti solo nella modesta veste di pacifici e inoffensivi gitanti.”
“Non c’è fine alle notizie non buone, Sapur!” ammiccò quel campione di pessimismo che rispondeva al ruggente nome di Grann.
“Non buone” ripeté Scrunf e borbottò “qualcosa di buono, ci vorrebbe, uhm, patate arrosto, per esempio, vermi trifolati, uhm, torta di pane raffermo e biscia di Sivar…”
“E a maggior ragione di disdegno e tristezza, debbo argomentare che si tratta dei nipoti dei due suddetti Guardiani.” Aggiunse Sapur, alzando la voce per sovrastare il borbottio del maiale.
“Non potevi darmi altra notizia così tanto non lieta.”
Il porcello vedendo che non si parlava di mangiare, alzò gli occhi al cielo, si girò e se ne andò senza salutare, rosicchiando qualcosa trai denti e boffonchiando: “Italia… mangiare bene..”. Gli altri due lo ignorarono.
“Purtroppo temo che dovrò aggiungere al tuo patriottico e altruistico disappunto un elemento personale, che forse potrà ferire ancor più a fondo il tuo capace, sebbene negativo, cuore.”
“Non oso ascoltare” rispose la tigre.
“Temo tu conosca di persona i due malcapitati Guardiani, che mi hanno detto, infatti, di cercare proprio te, certi che avresti fatto il possibile per aiutarli e per farti portavoce presso il Consiglio, in virtù del tuo eccelso ruolo.”
“Non tenermi sulle spine. Non nascondermi i loro nomi.”
“I due nobili e sfortunati Guardiani sono gli umani Erasmo Fortini e Marta Pollari.”
“Ohi, ohi. Non potevi darmi notizia più infausta. Non sai da quanto tempo non mi è alieno e non manco di stimare il non incapace Erasmo e anche di Marta non ho avuto mai modo di disprezzare la professionalità, il coraggio e l’amicizia. Il loro dolore non può non turbarmi non superficialmente!”
 
 
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Questo è uno dei tre capitoli candidati a essere il primo del libro, assieme a "A Firenze" e "Oltre a Porta".
Ispirato agli Esercizi di Stile di Queneau, temo possa suonare troppo come un divertissement e ho paura scoraggi alcuni lettori. Credo però possa offrire ampio materiale per gli illustratori più fantasiosi.
La scelta di far parlare la scimmia in modo prolisso e declamatorio, la tigre per negazioni e il porcello per riferimenti culinari, spero possa divertire un po', ma temo possa anche disorientare. Fatemi sapere. Attendo poi le solite correzioni di errori vari e refusi.

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