Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 5 - Prigionieri

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 5 - Prigionieri
WEB-EDITING: I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantasy, Favola      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 20/06/2012
Visite 3557
Note Segnalatemi errori, refusi o consigli per migliorare il testo. Cerco illustratori.

 

Cap. 5 - Prigionieri
 
Due suricati, rigidi come stoccafissi, fissavano i ragazzini sepolti nella terra fino al collo. Uno era il solito, quello con il muso schiacciato. Entrambi tenevano gli occhi piantati su di loro e sembrava che nulla potesse distrarli. Muso Schiacciato aveva immensi occhi neri, in cui Jacopo si perdeva, sognando. Il raptor Gruhum gli aveva trasmesso parte dei suoi poteri telepatici, ma i pensieri che percepiva nella mente del suricato erano di una fissità e monotonia pari solo al suo sguardo. Ogni tanto passava qualche altro erpestino[1]. Alcuni li guardavano, altri sembrava non li notassero neppure. Elisa provava a guardare i due custodi, ma la fissità dei loro sguardi le faceva abbassare il viso imbarazzata. Marco li ricambiava con smorfie e linguacce.
Jacopo non avrebbe saputo dire quanto tempo trascorse in quel modo. Essere seppellito cominciava a essere davvero fastidioso. Non poteva grattarsi e si sentiva stanco.
Un terzo erpestida[2] si mise a sedere accanto ai primi due. Questi si misero a fare una serie di mugolii, assai più prolungata delle volte precedenti, ma sempre senza distogliere lo sguardo dagli umani. Il terzo animale, che pareva meno giovane, li ascoltava, continuando a fissare con gli occhietti vispi le facce dei bambini, che erano a pochi centimetri dalla sua.
Quando i primi due suricati si azzittirono, quello più anziano si alzò di nuovo sulle zampe posteriori (anche così eretto non arrivava a trenta centimetri d’altezza) e, tenendo quelle anteriori dietro al dorso, prese a girare intorno alle teste dei bambini, che nel frattempo, notando la novità, ammutolirono.
“Cosa vuole questo?” chiese piano Elisa, quasi temesse di essere sentita da quell’animaletto.
“Sembra che ci stia studiando” rispose Jacopo “lo dicevo che erano intelligenti!”
“Sì” fece Marco “cerca di capire com’è meglio cucinarci, deve essere lo chef.”
“A me sembra un lupo che gira attorno alla preda, per capire come attaccarla” rispose Elisa con un filo di voce.
Mentre dicevano così, il suricato si fermò di scatto davanti a Jacopo e allungò veloce le zampette verso la sua faccia. Il bambino spaventato cercò di ritrarsi come poteva, ma la terra che lo immobilizzava non gli consentì di farlo per più di un paio di centimetri. Il suricato riuscì così ad afferrare con le piccole zampe, praticamente delle mani, i suoi occhiali e li tirò per sfilarglieli.
 
“Visto!” esultò Jacopo, con un sospiro per la passata paura. “Ha notato gli occhiali e ha capito che apparteniamo a una civiltà evoluta!”
“Sì” insistette Marco “ha capito che forse con quello strano cucchiaio può mangiarsi un bel brodo di bambino!”
Messi di traverso, gli occhiali gli arrivavano oltre la pancia e faticava a reggerli, per cui un altro suricato corse ad aiutarlo. Tennero gli occhiali in verticale su una stanghetta e il suricato anziano si mise a guardare attraverso le lenti, ora da una parte, ora dall’altra.
 
Poi decisero di rimetterli al loro posto, ma non si dimostrarono molto pratici, perché Jacopo si ritrovò con una stanghetta infilata nell’orecchio e l’altra sotto, con  gli occhiali storti, sorretti solo dal naso. Elisa lo guardò e riuscì persino a ridacchiare, nonostante la loro situazione. Jacopo le lanciò un’occhiataccia infastidita, ma così conciato non aveva l’aria aggressiva che avrebbe voluto mostrare.
Il suricato anziano fu stupito da questa reazione e si fermò a fissarla per un po’. La bambina appena se ne accorse si fece subito seria. Il suricato allora tornò a concentrarsi su Jacopo e questa volta gli toccò il berretto di stoffa con la visiera. Non lo sfilò ma lo osservò con cura.
Quando ebbe finito quest’ispezione tornò a confabulare con gli altri due con una serie di mugolii e piccoli trilli.
“Per me questo deve essere un altro professore, tipo Siiiak” disse Jacopo. “Siiiak ci disse che i suricati non erano una civiltà tecnologica. Il fatto che vivano come animali non deve ingannarci. Probabilmente sono intelligenti come il professore che abbiamo incontrato nell’altro universo.”
“Speriamo siano ragionevoli, oltre che intelligenti” osservò Elisa “e che si decidano a liberarci. Io non ne posso più di stare così. Mi si è addormentata una gamba e mi prude il naso e ora ho anche fame.”
Che avessero fame dovevano averlo capito anche i loro carcerieri, perché poco dopo arrivarono altri quattro suricati, sorreggendo a mo’ di vassoio delle pietre sottili su cui avevano deposto frutta, tuberi, un paio di topi morti e altrettante rane.
“Ecco la cena!” osservò Jacopo con un misto di entusiasmo, disgusto e ironia rassegnata.
“Non vorranno farci mangiare rane e topi morti!” protestò schifata Elisa.
“Dicevi così anche dell’acqua servita nel teschio” rispose Marco, che però non era meno disgustato di lei, anche se insisteva nel suo atteggiamento un po’ da gradasso.
“Questo posto, che sembrava così carino, mi sta facendo sempre più schifo! E poi come faccio a mangiare senza mani?” si lagnò sua sorella.
“Penso che anche questa volta c’imboccheranno” rispose Jacopo.
“Un’altra volta ti ricorderai di darmi retta, quando ti dico di non avventurarti in posti che non conosci” la sgridò il fratello, cogliendo l’occasione, come vide che cercavano di infilarle un topo crudo in bocca.
“Sì, paparino…” lo sbeffeggiò la sorella, serrando i denti per non farsi ficcare dentro quell’ammasso di pelo. Spinse indietro la testa come poteva, sbarrando gli occhi disgustata.
Gli animaletti si erano messi davanti a loro e avevano cominciato a imboccarli. Elisa urlava sibilando, sempre a denti e labbra serrati, mentre cercavano di propinarle un topo intero e lo stesso fecero i due maschi, con smorfie orrende, davanti alle rane mezze spiaccicate che gli venivano cortesemente offerte, spingendole con insistenza sulle loro bocche. Poi Jacopo diede un morso a una specie di cipolla e decise che poteva anche mangiarla. Marco intanto cominciò a masticare uno strano tubero, mentre Elisa sputacchiava davanti a sé una radice bianca. Mangiarono, invece, tutti assai volentieri delle melette selvatiche e alcune more.
Non fu un gran pranzo, ma se non altro i loro carcerieri non avevano intenzione di farli morire di fame e sete. Con il pranzo non fu servita acqua. I suricati di solito non bevono e se ne avevano offerto prima era perché non dovevano ignorare le esigenze di altre specie.
Anche per quanto riguarda il cibo, nonostante tutto, avevano cercato quello che ritenevano potesse essere più gradito a scimmie come loro e non solo insetti. Insomma, forse non erano evoluti come i suricati che avevano conosciuto nei giorni precedenti, ma erano senza dubbio intelligenti.
Durante il pranzo il suricato anziano e gli altri due si erano allontanati. Riapparvero solo quando i bambini ebbero finito di mangiare. C’era con loro anche un quarto animale, che ripeté l’ispezione fatta dal  suo compagno. Anche lui volle sfilare gli occhiali di Jacopo, che erano ancora storti sul suo naso, e li osservò assieme al suo collega.
“Ecco un altro professore!” disse Jacopo, mentre osservavano le sue lenti.
“Tutti professori, qui!” protestò Marco “Studiano, studiano e, a noi, ci lasciano sotterrati, ‘sti botanici. Forse aspettano che fioriamo!”
“Come vaso non saresti male, con quella zucca vuota che ti ritrovi. Quanto durerà questo supplizio?” protestò Elisa che, come Jacopo, aveva ancora tutta la bocca e la faccia sporca, oltre che di terra e lacrime, ora anche del cibo che le era colato lungo il viso.
“Non approfittartene perché non posso muovermi. Appena mi libero ti riempio di sberle, sorellina!”
I suricati misero di nuovo gli occhiali sul naso del bambino senza poggiarli sulle orecchie.
I due ‘professori’ discussero ancora un po’, con una serie di trilli piuttosto forti. Si stavano accalorando. Poi uno dei due chiamò gli altri suricati, che si misero a scavare e liberarono un braccio di Jacopo, il destro, quello che non reggeva il telecomando.
“Perché vi siete fermati?” li apostrofò il bambino che già sperava di venire liberato totalmente.
“E a me… non mi liberate?” protestò Marco “avrei da mollare una certa sberla…”
Il suricato anziano fece un segno circolare nella terra smossa davanti a Jacopo.
“Forse vuole capire se riesci a rifarlo” gli suggerì Elisa e Jacopo con il dito tracciò a sua volta un cerchio.
Dal tono dei trilli i bambini ritennero che la reazione di Jacopo doveva averli entusiasmati. Il bambino allora di sua iniziativa disegnò un triangolo. I suricati trillarono come sveglie impazzite. Muso Schiacciato si esibì in un saltello eccitato. Jacopo disegnò un quadrato. Potenza del linguaggio universale della geometria: gli animaletti ammutolirono e rimasero a fissarlo al colmo della meraviglia. Jacopo allora cancellò le figure geometriche e scrisse il suo nome.
I due suricati guardarono la scritta da ogni lato, davvero perplessi. Jacopo allora cancellò il nome e scrisse:
Mi chiamo Jacopo Flammer e vengo da un altro universo.”
Ora i due erpestini avevano davvero qualcosa da studiare. Quello più anziano fece un gridolino e si fece portare un rotolo, che Jacopo riconobbe come una pergamena simile a quelle usate di solito dal professor Siiiak quando voleva comunicare con loro. Il professore, infatti, sebbene capisse bene la loro lingua, essendo un suricato non era in grado di articolare le parole come un umano e quindi per parlare con i bambini era solito scrivere i propri pensieri.
“Una pergamena!” esultò Elisa.
“Forse non siamo finiti nella loro preistoria” rispose speranzoso Jacopo.
Il suricato srotolò la pergamena e prese a copiare la scritta. Quando ebbe finito i due professori si misero a esaminarla con grande attenzione, lanciando ogni tanto occhiate penetranti verso i bambini e verso la scritta che ancora si vedeva in terra.
“Quando ci libereranno?” chiese Elisa con aria esasperata.
“Non lo so” rispose Jacopo “ma la scritta deve averli impressionati. Per loro deve essere un po’ come se noi scoprissimo una scimmia che sa scrivere.”
“Avranno capito che sono parole? Prova a fare qualche disegno e a scrivere sotto cosa rappresenta” suggerì Marco.
“Mi pare una buon’idea” rispose Jacopo “voglio provare di nuovo con la geometria” e cancellò la scritta, provocando alcuni mugolii di disappunto da parte dei suricati. Disegnò allora un cerchio e ci scrisse sotto “cerchio.” Accanto disegnò nuovamente un triangolo e scrisse “triangolo.”
Questo parve entusiasmare i professori, che ricopiarono di nuovo il tutto. Quando ebbero finito, Jacopo cancellò ogni cosa con la mano e tentò di abbozzare un proprio ritratto, sotto cui scrisse “Jacopo.”
Ora i suricati erano davvero eccitati e trillavano a più non posso. Jacopo si chiese se avessero riconosciuto che la parola compariva anche nella prima frase.
Il bambino fece un ritratto della sua amica e scrisse “Elisa.” Poi gli venne un’idea e accanto disegnò un suricato e scrisse: “Siiiak”, provando a ripetere il suono del nome del suricato che avevano conosciuto qualche giorno prima. I loro carcerieri lo fissarono confusi.
 
Jacopo cancellò ogni cosa, rimuovendo la terra con la mano, e disegnò tre persone, scrivendo sotto “uomini.” Disegnò poi tre suricati e ci scrisse sotto “saariii.” Ripeté più volte quelle parole, leggendole ad alta voce, ma il termine usato dai suricati nell’universo di Siiiak, non fu riconosciuto.
Il ‘professore’ allora ordinò ai suoi compagni di rimettersi a scavare e così liberarono anche l’altro braccio di Jacopo. Il secondo ‘professore’ notò subito il telecomando e lo prese, cominciando a esaminarlo con grande eccitazione.
Anche le braccia di Elisa furono liberate, scoprendo così anche la pistola.
“Fermi tutti” li minacciò Elisa, puntandola contro i  loro carcerieri “liberateci o faccio una strage!”
“Lascia stare Elisa, non sei uno sceriffo. Stiamo diventando amici. Cominciano a fidarsi di noi. Non rovinare tutto” cercò di fermarla suo fratello.
Gli animaletti si precipitarono sulla bambina e la disarmarono, prima che potesse decidere se sparare sul serio o no. Per fortuna l’incidente non ebbe conseguenze. Forse, pensò Jacopo, non avevano capito cosa fosse quella cosa che Elisa teneva in mano. Sembravano, invece, molto più interessati al telecomando costruito dai raptor per aprire le Porte del Tempo.
I suricati disegnarono uno di loro con un telecomando più grande di lui e ci scrissero sotto qualcosa in caratteri incomprensibili. Il bambino aggiunse la sua scritta “Guardiano dell’Ucronia”, poi disegnò un uomo con il telecomando e scrisse di nuovo “Guardiano dell’Ucronia” e ripeté la cosa con un orso, che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto somigliare a Ortuz, il Sommo Guardiano della Porta di Orvuuul, anche lui con un telecomando in mano, e ancora ci scrisse sotto “Guardiano dell’Ucronia.” Lesse ogni volta ad alta voce quelle parole.
Anche a Marco, nel frattempo, furono liberate le braccia.
“Grande Jacopo” esclamò “li stai conquistando: ognuno dei tuoi sgorbi è un passo verso la libertà!”
Dopo lunghe ed estenuanti ore passate in questo modo, finalmente erano riusciti a mettere assieme uno stringato vocabolario:
 
Uomo: Muuuiii
Suricato: Saariii
Guardiano dell’Ucronia: Zzaalliii Triiil
Cerchio: Xzzvii
Triangolo: Trriiil
Quadrato: Vrrriiil
Acqua: Bbllaaa
Cibo: Mgniiiaa
Mano: Psssaaa
Occhio: Kruuuii
Occhiali: Occhiiiaalii (non avevano un termine per cui adottarono quello suggerito da Jacopo).
Pistola: Bzzuumm
Telecomando: Trraaakk
Raptor: Kgruugnz
Cappello: Fffuff
 
Forse la corrispondenza dei termini non è proprio esatta, a esempio Jacopo per suricati intendeva una razza di animali, mentre, probabilmente i suricati con Saariii intendevano il loro popolo o forse avevano semplicemente adottato il termine suggerito da Jacopo, che lui aveva appreso dal professor Siiiak, ma che forse era usato in un'altra epoca da altri suricati (come provare a parlare in inglese a un antico greco). Anche il termine ‘cappello’ fu di difficile individuazione e Jacopo aveva ancora qualche dubbio che Ffuff volesse dire proprio quello e non magari ‘stoffa’ o ‘qualcosa sopra’. Non era poi del tutto chiaro se i suricati sapessero veramente cosa fosse un Guardiano del Tempo.
I bambini scoprirono anche che il suricato anziano si chiamava Kliiin (più una serie di altri versi incomprensibili) e quello arrivato dopo Vaaa (più una serie di altri nomi strani).
“Quando finisce questa barba di lezione? Le scuole sono chiuse e ci tocca studiare il topesco! Se si allontanano, ci liberiamo” propose Marco. Li sorvegliarono, però, per tutta la notte, lasciandoli seppelliti fino al petto, a dormire piegati in due, con la testa poggiata sulle braccia.
 
Al mattino si svegliarono intorpiditi. Quando i due ‘professori’ fecero ritorno i bambini, riuscirono di far capire che volevano essere liberati. I loro carcerieri si decisero così a tirarli fuori dalle buche e i ragazzini poterono riprendere la discussione in superficie, su quei bei prati fioriti, che tanto li avevano incantati al loro arrivo.
Ora che gli zaini erano emersi dalla terra, furono oggetto di tutte le attenzioni da parte dei suricati, che vollero esaminare tutto ciò che contenevano. Parvero molto incuriositi dal fucile che Jacopo aveva preso al raptor Gruhum, quando assieme ai suoi amici l’aveva fatto cadere in trappola.
“Mi pare che provino verso di noi la stessa curiosità che proveremmo noi se trovassimo tre extraterrestri” osservò Jacopo.
“Ci devono davvero aver preso per marziani!” ammise Marco. “Cosa faremmo noi se trovassimo tre strani esseri mai visti prima aggirarsi vicino casa, con oggetti misteriosi addosso? Credo che non ci comporteremmo molto diversamente da loro.”
“Probabilmente li avremmo già vivisezionati” rispose Jacopo, facendo rabbrividire Elisa.
 
La colazione fu a base di frutta e radici, visto che ormai avevano capito che i bambini non amavano rane, topi crudi e serpenti morti, né tanto meno scarafaggi, lombrichi e vermi vari, come quelli che avevano offerto loro la sera. Per bere poterono arrivare da soli fino a un limpido ruscello, che scorreva con morbide curve in mezzo al prato ondulato, evitando così di farlo dal teschio essiccato di qualche animale morto.
Si chinarono sul bordo e raccolsero l’acqua fresca nel palmo delle mani. In quel momento si sentirono come se fossero davvero tornati liberi. I suricati, però, li osservavano con attenzione. I bambini si sciacquarono come poterono.
“È fredda!” si lamentò Elisa, passandosi l’acqua sul viso “mi viene un freddo cane!”
“Tempo da lupi!” scherzò Jacopo.
“Ho la pelle d’oca” rincarò Marco “quest’acqua mi fa venire le zampe di gallina!”
“Non fare la scimmia!” lo sgridò la sorella.
“Sei tu che ti lavi come un gatto!” la imitò, lavandosi con la punta di due dita.
“Non vi lamentate” rilanciò il gioco Jacopo “Con questi suricati siamo a cavallo!”
“A caval donato non si guarda in bocca!” sghignazzò Marco.
“No, quello non c’entra” protestò Elisa “è un proverbio.”
“Taci, gallina!” L’aggredì scherzoso il fratello.
“Ha parlato la volpe!”
“Sei un serpente!”
“E tu un verme!”
“Insetto!”
“Gli insulti non valgono” intervenne Jacopo.
“Ma chi le ha decise le regole, scusa, Noè?”
“Ci vogliono frasi tipo ‘tempo da lupi’ e ‘freddo cane’” precisò Jacopo.
“Posso dire che è una caccola strisciante?”
“No, non c’entra nulla.”
“Però è la verita!”
“Sei proprio noioso, Marco” protestò Elisa “stavamo così ben in questo posticino tranquillo. Mancavi solo tu a far macello.”
“Lo zoo lo hai aperto tu!”
 
 
Sembrava un mondo davvero pacifico e felice, eppure anche questi suricati sembravano conoscere i raptor e temerli, dunque Jacopo capì che, anche in mezzo a quella tranquillità, poteva nascondersi il vero pericolo. Qualcosa di assai peggio di quegli esserini pelosi e tutto sommato simpatici. Dov’erano i raptor? Erano passati di lì tanto tempo prima oppure vivevano ancora in quel mondo? Vi comparivano saltuariamente o c’era una regione in cui vivevano abitualmente?
I bambini sarebbero voluti ripartire, ma Kliiin e Vaaa erano ancora troppo curiosi e volevano sapere numerose cose, per cui non li lasciarono andare.
 
Ora che erano liberi, i ragazzini trovavano quel posto molto piacevole. Anche il clima era ottimo. I bambini riuscirono persino a ritrovare la spensieratezza per correre e rotolare giù dalle collinette. Elisa raccolse dei bei mazzi di fiori. Assieme a Jacopo giocò nel Prato (come ormai chiamavano quel posto) con i cuccioli di suricato, mentre Marco li osservava sdegnoso, facendo il “grande” che non ha interesse per simili baggianate. I ‘professori’ li lasciarono fare, ma ogni tanto li richiamavano per continuare a interrogarli. Persino i suricati sembravano aver capito che anche loro, in fondo, erano solo dei cuccioli sperduti.
C’era, però, un’altra cosa che Jacopo voleva sapere: c’erano uomini nella Terra dei Suricati?
 
 
 


[1] Erpestini: Sottofamiglia (Herpestinae) di Carnivori della famiglia Viverridi, comprendente i suricati, le mangoste e specie affini
[2] Erpestidi Famiglia di Mammiferi Carnivori ampiamente diffusa in Africa e Asia. Comprende le specie comunemente note come manguste e suricati, ascritte nelle classificazioni meno recenti alla famiglia dei Viverridi. Gli erpestini ne sono una sottofamiglia.
 

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi