Giovanna MartinellI
Tendenze, fonti ed espressioni del potere Imperiale Romano

Titolo Tendenze, fonti ed espressioni del potere Imperiale Romano
Aspetti della società tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C. a Roma e nelle Provincie
Autore Giovanna MartinellI
Genere Storia      
Pubblicata il 17/08/2012
Visite 5192
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3336
ISBN 9788873883999
Pagine 172
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

Il presente contributo si propone di esaminare i problemi inerenti alla globalizzazione dei popoli e delle religioni nella società romana e provinciale tra la fine del II e il III secolo d.C., all’epoca di Commodo e della dinastia dei Severi, in un periodo cruciale e foriero di fatali conseguenze per l’Impero e per il mondo Classico.

Introduzione

 

Il Cristianesimo come religione giudaico-orientale e le relazioni dell’imperatore con il senato e con l’esercito, oltre al sempre incom-bente pericolo barbarico, furono il tema dominante della storia e del-la storiografia imperiale per più di due secoli. 

Partendo da qui si può cercare di capire quali furono le linee guida e gli sviluppi delle vicende dell’Impero Romano dalla morte di Marco Aurelio alla fine della dinastia dei Severi, un periodo cruciale in cui avrebbe potuto cambiare la gestione dello stato e volgere in un modo inedito e che invece vide la crisi dei rapporti della monarchia milita-re con il senato e la decadenza e la fine della classe dirigente che a-veva portato lo stato al suo apogeo, sostituita, inizialmente con un certo successo, dall’aristocrazia provinciale africana e medio-orientale, che non aveva nulla in comune con i Romani e gli Italici che avevano creato Roma, insieme poi con la borghesia gallo-ispanica che portò al potere gli imperatori Antonini, ma che fu co-stretta anch’essa alla resa. 

La crisi di un’identità, la crisi di un’epoca, la fine del sogno di Ales-sandro Magno dell’ecumene greco-romana, dell’oasi della civiltà nella barbarie, di Roma che aveva portato la libertà, la civiltà, la vir-tus, l’humanitas, la pietas di Seneca e degli Stoici, i Latini e i Greci. 

Tutto ciò avrebbe potuto evolversi diversamente, come alla fine del-le guerre civili, quando Augusto creò la monarchia del primus inter pares ponendo fine ai conflitti repubblicani, ma non fu così. Tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C. nessuna personalità romana emerse, in grado di gestire il cambiamento già da tempo in atto nella vita dell’Impero. Tutto ciò si può notare a partire dal regno di Com-modo e via via fino ad Alessandro Severo: da allora in poi il mondo non fu più lo stesso e le fonti riportano gli avvenimenti che avrebbe-ro portato alla divisione fra Occidente e Oriente e all’Impero roma-no-cristiano. 

Ci sono stati moltissimi studi sull’argomento, tra i quali fondamenta-li quelli del Rostovzev, del Mazzarino, del Garzetti, del Grosso, del Birley, del Mazza, del Luttwak, del Grant, del Wells, per non citarne che alcuni e forse è difficile dire qualcosa di nuovo, ma si può inve-ce esaminare, per quel che ci è dato conoscere, le cause degli avve-nimenti e dei comportamenti e comprendere come mai non si sia riu-sciti a gestire una trasformazione, per certi versi inevitabile, in modo meno traumatico di quanto sia poi effettivamente accaduto. 

 

 

Natus imperator 

 

Dopo la morte di Marco Aurelio a Vindobona nel 180 d.C., alla vigi-lia dell’opera di annientamento intrapresa contro Marcomanni e Quadi, i nemici più pericolosi dell’Impero sul fronte danubiano, il porfirogenito Commodo concludeva la pace con i Germani. Prece-dentemente, il giovane aveva dato prova di coraggio e abilità in guer-ra ma ora le alte spese per le operazioni militari ai confini, la peste che si era diffusa con il ritorno delle truppe dal fronte partico, dopo la vittoria sull’usurpatore Avidio Cassio, avevano creato una stan-chezza generale e la speranza della pace con un giovane e bell’imperatore, sole nascente   affascinava tutti. Il momento storico si può avvicinare al periodo seguente le guerre civili e l’assassinio di Cesare, quando cominciava a emergere tra i contendenti la figura del futuro imperatore Ottaviano Augusto, in una comune angoscia per le lotte fratricide e nell’attesa di pace e benessere, cioè del ritorno dell’antica età dell’oro, saeculum novum, a cui si riferisce Virgilio nella IV ecloga (vv. 4-6), rifacendosi a profezie Sibilline , che si fa coincidere con l’avvento di un puer, sulla cui identità non si è ancora oggi concordi. Proprio queste incertezze permisero ad Ottaviano di identificarsi e farsi identificare con il suddetto puer, di proporsi cioè come l’iniziatore di quell’epoca la cui alba era stata attesa con tanto struggente desiderio e di fare di Apollo il proprio dio protettore e uno dei cardini del piano di rinnovamento religioso. In seguito autori cri-stiani come Lattanzio e Eusebio di Cesarea vedranno in questi versi famosi una profezia legata alla nascita di Gesù e quindi il primo an-nuncio del Cristianesimo . 

Probabilmente, invece, le parole di Virgilio si riferivano alla speran-za di una nuova età, dopo la pace di Brindisi tra Ottaviano e Antonio nel 40 a.C., che faceva intravvedere la fine delle terribili guerre civi-li. Il mediatore della pace era il console Asinio Pollione, a cui l’Ecloga è dedicata, e il fanciullo potrebbe essere Asinio Gallo, figlio di Pollione o il futuro erede di Ottaviano e Scribonia, che fu poi una figlia, Giulia. Forse qui Virgilio riprese il mito del “divino fanciullo” tipico delle religioni orientali. 

L’allocuzione che Commodo rivolge ai soldati dopo la morte del pa-dre viene riportata da Erodiano  e rientra nella consuetudine dei di-scorsi che gli storici antichi erano soliti attribuire ai vari personaggi in momenti significativi della narrazione, espedienti utilizzati per ravvivare il racconto ed esprimere anche l’opinione di chi scrive. In questo caso, dopo aver sottolineato il dolore proprio e quello dei sol-dati, di cui apprezzava grandemente la fedeltà, per la perdita d’ un imperatore che li amava ugualmente entrambi, chiede per le suddette ragioni la loro benevolenza nei suoi confronti. 

Sottolinea poi il fatto di essere natus imperator e perciò degno di  sovranità per diritto di nascita e non per scelta arbitraria  , dimo-strando poca considerazione per la scelta del migliore. Qui l’opinione dello storico probabilmente coincide con quella dell’imperatore e dimostra come all’epoca la scelta dinastica fosse ormai ampiamente giustificata e accettata. 

Marco Aurelio, continua Commodo, ormai è tra gli dei e siede con loro , mentre a lui spetta curarsi dei sudditi, con la protezione dell’esercito, che deve portare fino al Baltico e al mare del Nord i confini dell’Impero, adempiendo il volere del genitore comune, che vede e ode quello che avviene e che li ha guidati saggiamente nelle imprese da continuare per sconfiggere i barbari. Egli sottolinea così la propria fede nella religione tradizionale romana, che aveva uno dei cardini nel culto degli antenati e specialmente del padre: subito quin-di, dalle prime parole, il nuovo sovrano dimostra di voler rispettare l’antica religione, come farà a suo modo per tutto il regno e anche l’importanza per lui rivestita dalla medesima. 

Nel passaggio dalla repubblica al principato la discussione sulla for-ma di governo “migliore”, di cui Erodoto (3, 80, 2) fu il primo ante-signano si era riaccesa fra opposte tesi, per giungere infine alla solu-zione augustea e via via al sovrano quasi divinizzato, mentre l’impero era visto, nell’Encomio di Roma di Elio Aristide , come un’invenzione romana (E„j `Rèmhn, 51: Ømšteron eÛrhma), in quanto soltanto Roma riuscì a mantenere sotto effettivo controllo i territori conquistati, facendoli partecipare alla propria civiltà e alle proprie leggi. L’ineluttabilià dell’impero divenne sempre più chiara, anche se con diversi livelli di accettazione da parte della storiografia “ufficiale” e acquistò nuova attualità dopo i problemi nati con le di-nastie dei Giulio-Claudii prima e dei Flavi poi  . 

Il governo dello stato, tuttavia, continuava a interessare se lo storico Dione Cassio, tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., rifletten-do nel dibattito Agrippa-Mecenate proprio su questo argomento (CASS.DIO. 52, 2-40), riportava le istanze dell’età Severiana con i timori di disordini sociali, con l’arroganza e lo strapotere dei militari, con il contrasto tra il paganesimo capitolino e le nuove tradizioni o-rientali, tra le quali emergeva quel cristianesimo che per un romano era innanzitutto ateismo; dal primo infatti discendeva il principio ci-vile regolato dalla scelta del migliore, dalle seconde la monarchia di-nastica e per grazia divina, che sfociò nella realizzazione del princi-pato. Il medesimo dilemma si può trovare in diversi passi delle bio-grafia imperiali da Adriano a Carino (117-23 d.C.) dell’Historia Au-gusta, fonte storica pagana databile probabilmente nel corso del quarto secolo d.C., dove emerge la frammentazione nel definire il principe ideale. 

Dopo il favorevole giudizio espresso dei regni da Adriano a Marco Aurelio e anche per Settimio Severo, il racconto si fa poi via via più angosciato e spezzettato, a causa delle difficoltà dei tempi. Il regime personale dell’imperator è necessario per l’interesse dello stato, egli è il predestinato unico della divinità, ma ciò non contraddice affatto il suo merito, che non sempre però coincide con la scelta dinastica, non la più raccomandabile, come dimostrano, secondo l’Historia Au-gusta, i casi sfortunati di Marco Aurelio e Settimio Severo, che rin-negarono entrambi il principio della scelta del migliore trasmettendo l’impero, l’uno (M. Aurelio) a un figlio indegno: quid Marco felicius fuisset si Commodum non reliquisset heredem? (Sev. 5), l’altro (S. Severo) sposando totalmente la tesi dinastica: quid Severo Septimio si Bassianum nec genuisset? (Sev. 6), mentre la successione sarebbe dovuta avvenire scegliendo fra tutti: Imperaturus omnibus, eligi de-bet ex omnibus; non enim servulis tuis dominum, ut possis esse con-tentus quasi necessario erede, sed principem civibus daturus et im-peratorem (PLIN. Paneg. 7, 4) = “Chi è destinato a comandare su tutti, deve essere scelto fra tutti; non si tratta di assegnare un padrone agli schiavi, sicché tu possa accontentarti di qualsiasi erede, perché necessario, ma di dare un principe e imperatore ai cittadini”. Quindi, entrambe le fonti considerate rispecchiano le convinzioni della classe senatoria e presentano tra loro analogie sostanziali, a differenza di Erodiano, che riporta invece il punto di vista di una classe sociale più borghese. 

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Il presente contributo si propone di esaminare i problemi inerenti alla globalizzazione dei popoli e delle religioni nella società romana e provinciale tra la fine del II e il III secolo d.C., all’epoca di Commodo e della dinastia dei Severi, in un periodo cruciale e foriero di fatali conseguenze per l’Impero e per il mondo Classico.

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