M. Gisella Catuogno
Metti un viaggiatore di due secoli fa, all´arrivo al Cavo (Isola d´Elba)

Titolo Metti un viaggiatore di due secoli fa, all´arrivo al Cavo (Isola d´Elba)
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 24/08/2012
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 Le antiche mappe, a chi le osservi con attenzione e curiosità, possono raccontare storie interessanti. Come quella di un viaggiatore (o turista ante-litteram), che si trovi, prima del 1840,* a percorrere l’ultima tappa di un excursus cultural-religioso nei pressi dell’ultimo sito elbano segnato sulla carta, quello più vicino alla prospiciente costa toscana, e che a quella guarda con affettuoso distacco.

Tale pellegrino immaginario, dopo aver visitato le principali “stazioni” del suo girovagare, è giunto ora a nord-est e vuole percorrere il tratto di mulattiera che dalla Marina di Rio porta verso una “campagna”, come l’hanno definita i locali, ben coltivata, con case sparse e acqua in abbondanza, con verde di macchia mediterranea alle spalle e azzurro di mare davanti. Dalle Paffe, il nostro si incammina lungo la Via di Capo Pero per entrare nel Golfo del Cavo guadando il Fosso Baccetti: alla foce, infatti, tale rivo è sprovvisto di ponte e  non si può evitare, per attraversarlo, di bagnarsi i piedi a causa delle recenti piogge. Immaginiamo però che sia primavera, tutt’intorno a lui, e che a rallegrargli il viaggio ci sia il chiasso degli uccelli e lo stormire di un vento tiepido. Insomma speriamo che la natura e le condizioni climatiche gli siano propizie e che il suo umore sia decisamente buono. Il guado non è dunque un problema per lui che è ancora giovane e in buona salute. Oltrepassato il fosso, si permette una sosta: vuole contemplare il mare che gli si apre di fronte come una promessa e scrutare con attenzione, alla sua sinistra, i ruderi ancora in buone condizioni, con i muri in piedi e l’abside intatta, della chiesa romanica di San Menna, simile ad altre che ha incontrato nelle sue peregrinazioni elbane, come quelle di Santo Stefano alle Trane, di San Giovanni e di San Lorenzo.

Questa di San Menna –si è documentato- è dedicata ad un martire egiziano morto durante la persecuzione di Diocleziano: sembra che fossero stati i Bizantini, che per secoli avevano presidiato l’Elba, a diffonderne il culto nell’Arcipelago Toscano o forse gli stessi Pisani, che da buoni marinai quali erano, venivano quotidianamente in contatto con tradizioni religiose inedite. Poi, però, il vero nome del santo, Menna, che doveva suonare abbastanza strano, non si era mantenuto a causa della mancanza di una popolazione stabile che lo difendesse. E così da Menna, si era passati a Mennato e poi a Bennato, probabilmente nel significato di “Ben nato”. Il nostro viaggiatore, che è anche filologo e archeologo, ipotizza poi un’altra causa del nome “Miniato” che trova scritto sulla carta; e cioè che i cartografi cinquecenteschi, non sospettando la derivazione del nome Bennato da Mennato e questo da Menna, essendosi nel frattempo estinto il culto altomedievale del santo egiziano, avessero considerato il toponimo una corruzione locale di Miniato, santo invece molto conosciuto e venerato in tutta la Toscana, e da qui la decisione di denominare il luogo “San Miniato” piuttosto che “San Bennato”.

La contemplazione dei resti della chiesetta, proprio a due passi dal mare, in quella “valle raccolta, silenziosa, suggestiva e fertile”** fa trascorrere al nostro viandante un’ora di  intensa spiritualità e pace interiore.  

Ma anche il corpo ha le sue esigenze e nella bisaccia c’è rimasto ben poco: un pezzo di pane duro e un morso di formaggio. Per fortuna non mancano i denari.

Occorre dunque muoversi e cercare qualche anima di buona volontà che gli procuri una cena e un ricovero per la notte. La luce è ancora tanta e il sole fermo e sicuro nel cielo cristallino. Però lui ha premura di andare oltre e di sistemarsi prima del tramonto. Vede tre case nelle vicinanze, ma le supera: se proprio dovesse andar male, tornerà indietro e busserà a quelle porte. Così procede, i piedi di nuovo coperti di polvere e il bastone da viaggio ad alleggerire i passi e a scandirne il ritmo. Camminando ha lo sguardo rivolto a destra, a quel Mare Toscano che fa da specchio al cielo frantumando i raggi del sole in mille schegge luminose. All’improvviso però s’imbatte in un ostacolo che lo costringe ad abbandonare la comoda andatura in pianura: gli si innalza infatti davanti un autentico promontorio, che la mappa chiama “di Sant’Antonio”, in basso scoglio e più su roccia e terra, dove attecchiscono lentischi e rosmarini di cui avverte il profumo già prima di vederli mentre macchie gialle di ginestra interrompono l’uniformità del verde.

Verifica dal vivo quello che la carta disegna: il promontorio interrompe la continuità dell’arenile di San Bennato e la spiaggia che si snoda oltre prende il nome di Bolbaja. Comincia dunque a percorrere la salita ma la sua attenzione è attratta dalla facciata di una chiesetta, per raggiungere la quale vede un viottolo inerpicarsi alla sua sinistra: sulla mappa è indicata come Chiesa del Cavo. Non può non soffermarvisi. Arrivato alla sommità la trova aperta, accogliente, silenziosa; un’immagine di Sant’Antonio, sotto un grande crocifisso di legno, domina l’altare. Si siede sulla panca rustica e si gode nella preghiera quella pace. La pensa come la chiesa del buon viaggio e, ritemprato, esce alla luce del tardo pomeriggio: il profilo della costa toscana, nitido per la brezza di maestrale che sembra annullare le distanze, pare rivolgergli un saluto. Intorno, dolci colline, piccole piane e la trasparenza dell’acqua che parlotta con gli scogli del promontorio. Percorsa a ritroso la stradina della chiesa, ritorna alla principale e, giunto di nuovo al livello del mare, scorge nei particolari, intorno a sé, il profilo di una campagna coltivata: case coloniche, piccoli magazzini, annessi agricoli.

Il paesaggio agrario è dominato dalle vigne, che ospitano anche alberi da frutto, peschi, albicocchi, peri, tutti in piena fioritura, mentre sulle viti i grappoli ancora verdi attendono il sole per dorarsi e gonfiarsi di succo ma non mancano pianori a grano, le cui spighe,  già quasi bionde, ondeggiano lievi. Qua e là, scorge contadini chini sul lavoro e asini, capre e pecore a brucare la prima erba di stagione sotto lo sguardo vigile di un paio di villanelle.

Il nostro viaggiatore osserva sollevato la scena: sicuramente tra quelle persone troverà l’ospitalità che cerca e potrà, nei prossimi giorni, dedicarsi allo studio dei resti della villa romana di Capocastello. Si avvia fiducioso verso di loro mentre il sole, in un trionfo di rossi e d’aranciati, si avvia a tramontare dietro la collina.

 

                                                                                  Maria Gisella Catuogno

 

*I particolari delle mappe qui proposte appartengono al Catasto Leopoldino e furono ultimate entro il 1840. Queste copie sono dell’archivio di Renzo Paoli, che si ringrazia per la disponibilità.

 

**R. Sabbadini Nomi locali dell’Elba

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