Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 9 - Se questo è un uomo

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 9 - Se questo è un uomo
WEB-EDITING: I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Avventuroso      
Dedicato a
Illustrazione di Fabio Balboni
Pubblicata il 05/09/2012
Visite 3541
Note Questo capitolo prima era la seconda parte del capitolo 7. Aspetto i vostri suggerimenti per migliorarlo e disegni per illustrarlo.

 

 
Trascorsero tutto il giorno nel Prato. Fu solo al mattino del giorno successivo che Kliiin e Vaaa fecero segno di seguirli. Era una splendida giornata di sole. L’aria era tiepida e profumata di erba e fiori. Jacopo prima di partire volle riprendersi il telecomando e le pistole, ma gli fu restituito solo il primo. Per fortuna gli resero il fucile che aveva rubato al raptor Gruhum quando l’avevano fatto cadere nella trappola. Forse non avevano capito cosa fosse.
I due bambini si rimisero gli zaini in spalla e cominciarono a seguire i loro due minuscoli ciceroni. Per sfuggire ai raptor, prima di varcare ancora la Porta del Tempo, i bambini avevano dovuto abbandonare le pellicce che usavano per sembrare uomini primitivi, per far credere a Gruhum di essere morti, ed Elisa indossava un vestito di foglie confezionato per lei dal Guardiano Ortuz. Rimanendo tante ore seppelliti sotto terra, quel misero gonnellino era ora inservibile. Jacopo e Marco avrebbero anche proseguito con le sole mutande, ma Elisa, non ne volle sapere di andarsene in giro nuda, per cui il giorno prima si era costruita un nuovo vestito, intrecciando dei rami con larghe foglie. Ortuz aveva fatto un lavoro migliore, ma in mancanza di meglio la bambina si rivestì in quel modo. Jacopo e Marco, per non esser da meno, si erano costruiti anche loro una specie di gonnellino ciascuno con delle grandi foglie.
Quello che rimpiangevano entrambi erano le scarpe. Jacopo, in particolare, avrebbe voluto riavere i suoi stivaletti. Camminare a piedi nudi sull’erba fresca e morbida della valle dei suricati era persino piacevole, ma affrontare scalzi una marcia per prati e boschi si preannunciava come un’esperienza dolorosa. I bambini non erano, però, in grado di fabbricarsi nulla che somigliasse a delle scarpe.
La valle si trovava lungo il fianco d’una montagna. I suricati li guidarono verso la pianura. Appena usciti dalla zona curata dai suricati, la vegetazione si fece più fitta e si trovarono presto nella foresta.
Fu però solo nel pomeriggio che Kliiin gli indicò delle impronte nel terreno. Erano tracce di piedi umani. I suricati avanzarono guardinghi e silenziosi. I bambini li imitarono. Avevano avuto una pessima esperienza con gli australopiteci qualche giorno prima e se non ci fossero stati a difenderli gli erectus, gli uomini primitivi con cui avevano fatto amicizia, avrebbero fatto una pessima fine.
Qualcosa diceva a Jacopo che quelle non erano impronte di homo sapiens e neppure di homo erectus, con cui avrebbe sperato di poter fare amicizia. Avevano già incontrato degli australopiteci in una foresta simile ed erano stati aggrediti. Erano esseri assai primitivi, quasi scimmieschi. I bambini erano preoccupati e Jacopo si stava pentendo della sua idea di andare alla ricerca degli umani.
Dopo una mezz’ora capì, purtroppo, di non essersi sbagliato. In cima ad un albero videro una femmina con un piccolo attaccato al seno. Era molto pelosa e non aveva affatto l’aria civilizzata. Jacopo fu incerto nel capire se si trattasse di un ominide o di una scimmia ma, in effetti, aveva dimensioni e movenze quasi umane, anche se era solo di poco più alta dei due bambini più piccoli ed era persino di taglia più piccola di Marco. Jacopo era solo un bambino, ma da un po’ di tempo si sentiva un gigante, a forza di frequentare suricati alti meno di trenta centimetri.
Per fortuna la femmina si rivelò meno aggressiva dei maschi che avevano incontrato in precedenza. Forse anche perché doveva aver capito che loro erano solo bambini, mentre l’altra volta erano accompagnati dagli adulti di homo erectus e, tra di loro, le due specie non si amavano affatto. La femmina si limitò a guardarli con una certa curiosità dalla cima dell’albero, continuando ad allattare. Elisa provò a offrirle uno dei frutti che si erano portati dalla valle dei suricati, ma questo non fu sufficiente a convincerla a scendere dal suo albero. Si limitò a guardarli con aria distratta, molto più preoccupata di sorreggere il suo piccolo, che non di vedere cosa facessero.
All’improvviso un rumore tra le foglie li fece sussultare e arretrare con un balzo. Due occhi li fissavano in mezzo alla vegetazione. Con un grido stridulo la creatura si lanciò verso di loro.
Elisa urlò mentre i suoi amici si giravano in fuga, fermandosi subito dopo, sentendo che il grido di Elisa era diventato una risata. Elisa si chinò e raccolse il piccolo australopiteco, di un anno più grande di quello che cullava la femmina sull’albero, e lo tenne in braccio per un attimo. L’australopiteca, vista la scena, mostrò di non gradirla e, strepitando, scese verso di loro.
Elisa poggiò il piccolo in terra e si allontanarono tutti in gran fretta. Per fortuna la madre del cucciolo non li inseguì.
Kliiin e Vaaa nel frattempo si erano tenuti a distanza di sicurezza, mezzi nascosti nella vegetazione. Il loro rapporto con gli australopitechi non doveva essere dei migliori o comunque li dovevano considerare piuttosto pericolosi. Dopo quell’avvistamento, i due ‘professori’ dovettero ritenere la ‘gita scolastica’ conclusasi e riaccompagnarono i bambini alle tane.
 
Quando furono nuovamente nella valle, con sollievo di tutti, compresi i bambini, che così si sentirono nuovamente vicini alla Porta e quindi alla sola via che poteva riportarli a casa, Jacopo interrogò i suricati su quanto avevano visto.
Da quel che lui e i fratelli Russo riuscirono a capire, quello era proprio il tipo d’esemplare di umano che i suricati volevano fargli conoscere. I ‘professori’ continuarono a chiamare sia loro due, sia la femmina della foresta con lo stesso termine: Muuuiii. Segno evidente che per loro tra Jacopo, Marco, Elisa e l’australopiteca non c’erano grosse differenze, se non fosse per questa strana capacità di scrivere, disegnare e comunicare dimostrata dai bambini.
La notte, mentre riposavano in una buca, riparati dalle coperte, che erano riusciti a portare nei loro zaini, i bambini commentarono ancora l’incontro con gli ominidi.
“Avevo quasi sperato di trovare qualche umano civile” osservò Elisa.
“Mi pare chiaro che in questo universo la nostra non è la razza vincente. Comunque non me ne preoccuperei troppo. Abbiamo il telecomando e siamo vicini alla galleria e alla Porta. Dobbiamo tornare là e andarcene” rispose Jacopo.
“Non sembrano avere molta intenzione di lasciarci partire” notò Marco.
“Proviamo ancora a spiegargli che vogliamo andarcene” disse il piccolo Flammer.
Così al mattino Jacopo tentò di farsi capire, ma i suricati sembravano non volerlo intendere. All’inizio gli era parso avessero capito cos’era la Porta del Tempo e chi fossero i Guardiani, ora invece cominciava a sospettare che ne avessero solo un’idea piuttosto vaga, come se la comparsa dei raptor, seguiti poi da dei Guardiani che li avevano combattuti e respinti, fosse per loro qualcosa di simile a un’antica legenda.
“Impronte raptor dove?” cercò di dire Jacopo, usando i pochi termini che aveva imparato della lingua dei Saariii.
“No impronte raptor. Vecchie” rispose Kliiin con una serie di fischi e mugolii.
Capire quanto tempo fosse passato dall’ultima apparizione dei raptor in quelle zone si rivelò impresa al di là della loro modesta conoscenza di quel linguaggio. Senza considerare il fatto che forse i suricati non avevano neanche sviluppato un preciso senso dello scorrere del tempo.
“Guardiani del Tempo dove?” chiese ancora Jacopo.
“No Guardiani del Tempo. Vecchi” rispose ancora Kliiin.
“Temo che il passaggio dei raptor e dei Guardiani risalga a moltissimo tempo fa” disse Elisa.
“E io credo che faremmo bene ad andarcene, finché non è troppo tardi” disse Jacopo.
Raccolsero le loro cose, tutte tranne una delle due pistole lasciate da Ortuz, che i suricati gli avevano preso e nascosto chissà dove, e le infilarono negli zaini. Li misero in spalla e si incamminarono verso la bocca della galleria, ma furono subito fermati da decine di suricati, che parevano avere idee ben diverse su di loro.
“Basta che ora non ci seppelliscano di nuovo” si lamentò Elisa, mentre decine di piccole mani li trascinavano verso la grande buca.
Per fortuna non li seppellirono, ma Kliiin disse loro, scrivendo su una pergamena, poiché non era capace di articolare le parole nella lingua degli umani:
Otto Buche Saariii. Occhi gran Saariii.”
“Cosa vuol dire?” chiese Elisa fissando il suo amico.
“Forse c’ha invitato a giocare a golf” scherzò Jacopo.
“Otto buche… tante buche…” cercò d’interpretare Elisa.
“Tante buche?” s’interrogò Jacopo “forse ci vuole portare nella loro città.”
“E occhi gran Saariii cosa vuol dire?” chiese Elisa.
“Occhi” rimuginò Jacopo. “Verbi non ne conoscono. Forse sta per ‘vedere’: vedere gran Saariii.”
“Ci portano nella loro città a vedere com’è grande il popolo dei Saariii.”
“Grande? Questa non sarà facile per voi, nanetti!” scherzò Marco, urlando verso di loro.
“O magari ‘gran Saariii’ è qualcuno, tipo il capo dei Saariii” suggerì Jacopo.
“Può essere, oh Gran Scimmia” lo sbeffeggiò Elisa.
“Solo che a me di andare a vedere le Otto Buche e il Grande Puffo non mi interessa. Io voglio tornare a casa” protestò Marco.
“Allora prendiamo il fucile di Gruhum e spariamo a tutti, così scappiamo e andiamo ad aprire la Porta” disse ironica Elisa.
“Non potrei mai. Sono nostri amici!” rispose serio Jacopo.
“Però prima c’hanno sepolto vivi e anche ora non ci permettono d’andar via. Direi piuttosto che sono i nostri carcerieri” osservò Marco.
“Va bene” si decise Jacopo “proviamo di nuovo ad andarcene.”
Anche Elisa acconsentì, ma pure il secondo tentativo si rivelò inutile e furono bloccati. Il solo effetto fu piuttosto che i suricati affrettarono la partenza e i ragazzini si ritrovarono, sbuffanti, in cammino verso la pianura. Questa volta presero una strada diversa da quella seguita per andare nella foresta. La destinazione, a quanto pareva, era questa misteriosa cosa chiamata “Otto Buche.”
“Sono proprio insistenti ‘sti topastri, non mi hanno neanche dato il tempo di scegliere la mazza da golf!” protestò Marco.
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Questo capitolo prima era la seconda parte del cap. 7. Aspetto vostri suggerimenti per correggerlo o migliorarlo.

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