Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 11 - Nella Città dei Suricati

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 11 - Nella Città dei Suricati
WEB-EDITING: I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantascienza      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 18/09/2012
Visite 3582
Note Cosa non vi piace di questo capitolo? Correggete! Corregete! Anche qui aspetto un disegno (quello inserito è del primo volume).

 

 
“Guardate!” indicò Elisa “siamo di nuovo nella valle dei bisonti.”
“Credo di sì” rispose Jacopo, scrutando il contorno della pianura. “Le montagne attorno sembrano le stesse e il fiume laggiù pare quello che avevamo visto nell’altro universo. Era lì che gli erectus cacciavano i bisonti. Gli alberi però sono molto diversi.”
“Quelli laggiù però sono proprio bisonti” disse la bambina “e quelli sono dei rinoceronti.”
“Però quella collinetta non la ricordo” rispose Jacopo, indicando un circolo di terra in lontananza.
I suricati li guidarono proprio in quella direzione. Avvicinandosi si accorsero che era invece un muro di terra e sassi, costruito a forma d’anello.
“Otto Buche” mugolò Vaaa nella sua lingua, osservando il loro interesse.
“La loro città!” tradusse Jacopo.
Quando raggiunsero il muro, videro che era un monticello alto almeno come tre uomini e piuttosto ripido. In alcuni punti c’erano dei buchi da cui si accedeva a delle gallerie larghe come il braccio d’un uomo. I bambini si chinarono a guardarci attraverso e videro che il muro doveva essere lungo tanto quanto era alto. Quelli erano senz’altro gli accessi alla città dei suricati, ma di là loro non potevano passare davvero: erano gallerie troppo strette.
Kliiin e altri suricati del gruppetto che li accompagnava entrarono e i bambini rimasero fuori ad aspettare con Vaaa e gli altri. Jacopo si sarebbe aspettato di entrare con una scala, ma i suricati dimostrarono ancora una volta la loro predilezione per le gallerie. Dopo qualche minuto, i bambini sentirono raspare nella buca accanto a loro e chinandosi videro che decine di suricati stavano scavando a gran velocità. Alcuni dei loro accompagnatori si misero ad aiutarli ed in un batter d’occhio la galleria fu larga abbastanza da farli passare strisciando sulla pancia. Entrò per primo Jacopo, togliendosi lo zaino e spingendolo davanti a sé. Elisa lo seguì facendo lo stesso.
“Caspita!” disse il bambino appena fu dentro. Di buche non ce n’erano otto, ma centinaia e centinaia e da ognuna si aprivano gallerie lunghissime, che correvano sotto terra, dentro le mura ma anche fuori da queste, per varie decine di metri. Ovviamente Jacopo non poteva vedere i tunnel sotterranei, ma la vista di tutte quelle aperture e della miriade di suricati che correvano di qua e di là o che facevano la sentinella lo impressionò parecchio.
“Credo che sappiano contare fino ad otto” rifletté Marco, guardandosi attorno appena entrato“e che otto possa voler dire anche ‘tanti’. Otto Buche forse vuol dire Tante Buche.”
“Dato che le buche sono le loro case si potrebbe anche dire Tante Case” aggiunse Jacopo.
“Ovvero Città” concluse Marco “la Città dei Suricati”.
“Però mi piace di più chiamare questo posto Otto Buche” decise Jacopo.
“Sì” lo derise Marco, facendo la erre moscia “fa movto pviù chic. Fa molto Club del Golf, non tvovi, cavo Jacopo?”
Appena furono tutti dentro, con la stessa velocità con cui la galleria era stata allargata, fu riportata alla sua larghezza abituale da una miriade di rapidissime zampette.
“Ehi!” protestò Elisa “Siamo di nuovo prigionieri!”
Jacopo, ormai rassegnato a essere in balìa degli eventi e dei suricati si limitò a osservare:
“Mi pare un bel sistema difensivo. Le mura proteggono gli accessi delle gallerie interne dagli animali più grandi e, all’occorrenza in poco tempo sono in grado di chiudere anche le gallerie esterne in modo da non lasciar passare predatori più piccoli, come magari un serpente. Se poi qualche predatore riuscisse ad entrare, potrebbero sempre ripararsi nelle gallerie interne. Guarda poi quante vedette.” Lungo tutto il muro decine di suricati scrutavano il cielo e la pianura. Molti altri presidiavano le buche all’interno della recinzione.
“Devono avere qualche nemico serio, allora” osservò la bambina.
“Forse sono solo prudenti” rispose Jacopo.
“Dove si prendono le mazze da golf?” scherzò Marco.
Quel che i bambini non potevano neanche immaginare erano le grandi caverne scavate per conservare le provviste, le larghe sale riunioni, gli ampi spazi interni per far giocare i cuccioli durante le piogge o l’inverno.
Il loro viaggio nella città dei Saariii, però, era appena cominciato. Mentre i due bambini si guardavano intorno, divertendosi alla vista di alcuni cuccioli che ruzzolavano e zampettavano nell’erba, molti suricati erano al lavoro per allargare un’altra galleria, questa volta assai più lunga di quella sotto il muro difensivo.
Dopo poco Kliiin li invitò a seguirlo e li fece scendere per questo tunnel, scavato apposta per loro. Non era molto più largo del precedente e i tre bambini faticarono abbastanza a percorrerlo.
“Ho paura” si lamentò Elisa “non vorrei che tutta questa terra mi frani addosso.” La posizione era particolarmente scomoda, perché a causa della pendenza, avanzavano con la testa a un altezza decisamente inferiore rispetto al sedere. Anche Jacopo stava pensando lo stesso, ma non rispose, troppo impegnato a spingere lo zaino e a strisciare. Oltre che dalle frane, era preoccupato dall’idea di dover tornare indietro senza potersi girare. Quando finalmente arrivarono in fondo i loro gonnellini di foglie erano di nuovo in uno stato pietoso e avevano terra dappertutto. La galleria si apriva su un’ampia sala. Le pareti e il soffitto erano rivestiti di pietra. La stanza era abbastanza grande da poter ospitare centinaia di suricati e, infatti, ce n’erano varie decine. Su una colonna di sassi, al centro della sala, stava seduto sulle anche, nella loro tipica posizione, appoggiandosi sulla lunga coda, un suricato dall’aria particolarmente anziana. Attorno a lui, su un muro di terra che formava un anello attorno alla colonna, molti altri suricati anziani, sedevano allo stesso modo, con una certa solennità, nonostante le loro dimensioni.
I bambini furono fatti avvicinare. Elisa cercava in tutti i modi di nascondere la propria nudità con le poche foglie sopravvissute alla discesa.
“Anche loro non hanno vestiti” le fece notare Jacopo, ma la bambina si sentiva ugualmente a disagio.
“Però hanno le pellicce!” protestò la bambina.
“Gran Saariii” mugolò Kliiin rivolto ai bambini, spiegando cosa fosse quel gruppo di suricati riunito sotto l’alta volta della grotta: il Gran Consiglio dei Saariii.
Kliiin, dritto sulle zampe posteriori, accanto a loro, fece un lungo discorso, a base di mugolii, trilli e gridolini, rivolto agli anziani suricati.
Jacopo riuscì a cogliere solo qualche parola, che sembrava venir ripetuta più spesso come Muuuiii (uomo), Saariii (suricato), Zzaalliii Triiil (Guardiano del Tempo) e Kgruugnz (Raptor), ma non ne era tanto sicuro, dato che molti mugolii si somigliavano troppo.
Il Consiglio poi volle interrogarli, in modo simile a quello seguito da Kliiin e Vaaa, facendoli disegnare, scrivere e ripetere delle parole.
I bambini riuscirono in questo modo persino a impararne altre due o tre.
Il capo del Gran Consiglio si chiamava Zuiii Traaal Kriiil Zeeeiii. I bambini capirono però che, come per gli altri nomi Saariii, poteva bastare la prima parte, per cui lo chiamarono Zuiii.
Anche i membri del Gran Consiglio parevano non sapere chi fosse il loro amico Siiiak e anche loro consideravano i Guardiani del Tempo ‘vecchi’, cioè una storia del passato. Una storia, però, che li impressionava molto, così come li inquietava molto sentire che qualcuno avesse incontrato di recente dei raptor, esseri leggendari, che temevano quasi fossero dei demoni ultraterreni.
“Non capisco perché insistano a parlare dei Guardiani al passato. Eppure” mormorò Jacopo nell’orecchio di Marco “avrei giurato che questo tempo sia un’epoca precedente a quella da cui venivano Siiiak e i Guardiani del Tempo della loro razza.”
“Forse si sono involuti” suggerì Marco “o forse non abbiamo capito cosa vuol dire davvero quel verso.”
“Non credo” mormorò Jacopo “credo piuttosto che i raptor vadano e vengano da un’epoca all’altra come vogliono e che siano comparsi qui solo molti anni fa. I suricati probabilmente qui non si sono ancora organizzati per combatterli.”
Alcuni suricati arrivarono trascinando delle pelle arrotolate: erano delle antiche pergamene su cui erano stati disegnati proprio dei raptor, intenti a uccidere bisonti, cavalli, elefanti e, soprattutto, suricati.
“Mi fa paura anche a vederli disegnati!” osservò Elisa, indicando l’immagine di un raptor.
 
L’attenzione di Jacopo, però, fu attratta da un’altra pergamena. Su questa si vedeva un’altra lotta. Non quella dei raptor con i Saariii, ma quella di questo popolo con una razza che somigliava molto di più agli erpestini: le lontre.
“Lontre” disse Jacopo in italiano rivolto a Kliiin e al Consigliere Anziano Zuiii.
“Varaallsh” ripose Kliiin.
“Varraallsss” ripeté con una certa approssimazione Jacopo indicandole.
 
Più tardi Elisa riuscì a risolvere il problema che maggiormente l’assillava: la mancanza di vestiti. I Saariii erano capaci di lavorare la pelle, infatti le loro pergamene erano fatte di tale materiale. Sembrava però che la usassero solo per scrivere, da filosofi non tecnologici quali erano.
La bambina però riuscì a far capire che avrebbe desiderato un vestito e delle scarpe di quel materiale. In breve tempo riuscirono a confezionare, assieme a lei, una mantellina, una specie di gonna e persino qualcosa di simile a delle pantofole a stivaletto.
Questa fu la cosa che interessò maggiormente Jacopo, che aveva tutti i piedi graffiati e doloranti. In breve furono tutti e tre rivestiti allo stesso modo e anche Jacopo dovette ammettere di stare assai più a suo agio, non tanto per la gonnellina di pelle, con cui si sentiva forse persino più ridicolo che con la pelliccetta sintetica che gli aveva fatto indossare suo nonno all’inizio del viaggio o con il gonnellino di foglie, quanto per quelle specie di calzini. Erano quanto mai informi, legati alla caviglia con strisce di pelle, ma almeno gli proteggevano i piedi.
 
Avevano ancora le loro coperte e quando calò la notte e i suricati li fecero sistemare dentro una buca scavata apposta per loro, poterono avvolgercisi e passarono forse una delle notti più comode e soprattutto sicure degli ultimi dieci giorni. La terra e le coperte offrivano, infatti, un discreto riparo dall’umidità della notte estiva e le fortificazioni della città dei suricati li facevano sentire tranquilli quasi come se fossero stati a casa loro.
Jacopo tornò così a rilassarsi e a sognare. Ancora una volta il grande orso venne a fargli visita e danzò con lui nella luce della luna, assieme a decine e decine di suricati volteggianti. Ogni volta che lui o l’orso muovevano una gamba, un braccio o una zampa, subito alcuni suricati ne seguivano il movimento, volando in aria con la leggerezza di farfalle. Nel sogno ogni erpestino assumeva una sfumatura di colore diversa e muovendosi lasciavano scie colorate dello stesso colore. L’orso danzava con una leggerezza insospettabile. La notte era scura ma densa di stelle, che sembravano abissi di luce. Jacopo indossava un lungo mantello di seta cangiante, che passava dal nero pece, al blu notte, all’azzurro cielo, al celeste chiaro e fluttuava attorno a lui come un piccolo mare di stoffa.
 
All’alba trovarono una ricca colazione di frutta e verdura, cui fecero onore, mitigando la strana fame che sempre più attanagliava i loro stomaci, da tanto privi di cibi consueti.
La città al mattino brulicava ancor più di abitanti, in particolare cuccioli, che, al riparo dai principali predatori (a parte forse i volatili) potevano scorrazzare dappertutto, correndo, inseguendosi e rotolandosi. La loro vista mise molta allegria ai bambini, che avrebbero quasi voluto poter giocare con loro. La maggior parte dei cuccioli nasce in estate, dato che i suricati odiano il freddo, e in quei giorni ce n’erano di ogni età, da quelli di due o tre settimane, appena usciti dalla tana, a quelli più grandicelli.
Mentre li guardavano giocare, a un tratto, i bambini sentirono trillare le sentinelle. Prima una sola, poi tutte assieme. La città fu colta da un’agitazione improvvisa. Ognuno cessò le proprie attività e si precipitò a gran velocità verso il più vicino buco. Ce n’erano talmente tanti che nel giro di due secondi o forse meno erano rimaste allo scoperto solo le sentinelle ritte sui muri esterni e che si stavano anche loro infilando dentro alcuni buchi appositamente costruiti proprio sulla sommità di quella prima linea difensiva.
I tre ragazzini furono talmente sorpresi da quell’improvviso mutamento di scenario che non ebbero neanche il tempo d’immaginare cosa fare. La testa di Jacopo vorticava. Gruhum, per poterlo trovare più facilmente, lo aveva reso telepatico. Quella grande agitazione era come un’enorme onda psichica che travolse il bambino. Da quando era arrivato nella terra dei suricati, si era quasi dimenticato di quel suo potere di percepire le emozioni e i pensieri altrui. Un momento di allarme e paura come quello era però un segnale troppo forte perché la sua mente telepatica riuscisse a ignorarlo. Si sentì barcollare e impallidì.
I ragazzi si guardarono in faccia perplessi, dopo aver visto sparire l’ultimo suricato, quando la ragione di tanta paura fece la sua apparizione in cielo. Elisa notò il pallore di Jacopo. Stava per chiedergli se si sentiva bene, quando lo vide buttare le pupille all’indietro e chiudere e le palpebre.
Una rapida ombra scura planò sulla città dei Saariii, scrutando con gli occhi penetranti ogni angolo alla ricerca di qualche incauto che non avesse ancora raggiunto il proprio rifugio. Il predatore vide i bambini, volteggiando sopra di loro, ma non li degnò d’attenzione: erano una preda troppo grande e pesante per un’aquila. Con un grido di disappunto allora il rapace si rialzò verso il cielo da cui era venuto e scomparve, alla ricerca di altro cibo.
Le sentinelle sul muro furono le prime a uscire. Tirarono prima fuori le grandi teste dai musi aguzzi e con i larghi occhi dall’ampia visuale scrutarono l’orizzonte. Quindi emersero totalmente e, riprendendo la loro posizione di guardia, emisero un trillo di cessato allarme. Prima con cautela, poi con rapidità, tutti gli erpestini tornarono all’aria aperta e ripresero le loro attività e i loro giochi come se nulla fosse successo.
Gli attacchi delle aquile dovevano essere per loro ordinaria amministrazione. Del resto le aquile prediligono i terreni aperti come zona di caccia e anche i suricati, da sempre, preferiscono le pianure aperte alle foreste, proprio per la loro grande abilità nell’avvistare i predatori. In luoghi con troppi nascondigli sarebbe vanificata. Lo scontro tra le due specie era dunque pressoché inevitabile.
In questo universo però i suricati sembravano averlo praticamente vinto.
Sistemi di fortificazione come quello di Otto Buche non solo tenevano lontani lupi, orsi o semplicemente il passaggio dei bisonti, ma rappresentavano un’ulteriore difesa contro i predatori alati. L’elevata posizione delle sentinelle le metteva in condizione di lanciare con anticipo l’allarme e, inoltre, costringeva i rapaci a posizionarsi verticalmente sopra la città per poter avvistare la preda. Nessun predatore poteva arrivare raso terra, non visto. Le innumerevoli buche poi costituivano ulteriore riparo allo scattare dell’allarme.
Quel concentrato di carne viva, però doveva essere una forte attrazione per i cacciatori dei dintorni, perché non passò più di un’ora dall’attacco dell’aquila che i bambini videro i suricati affannarsi a chiudere uno dei tunnel d’accesso sotto il muro.
Kliiin gli spiegò che c’era stato l’attacco  di un serpente. Anche quella, per loro, doveva essere ordinaria amministrazione.
“Certo che noi umani siamo davvero fortunati!” commentò Elisa “Pensa se anche nelle nostre città dovessimo ogni ora subire attacchi dal cielo e da terra dai predatori più disparati.”
“La nostra gente non si rende conto di vivere in un’epoca davvero privilegiata, con così pochi rischi” rispose Jacopo “pensa se enormi uccelli volteggiassero sulle nostre città in cerca di uomini da mangiare e enormi serpenti strisciassero per le strade!”
“Certo non devono avere una vita facile, ma anche noi abbiamo le malattie e le guerre” si corresse Elisa.
“Anche loro hanno le loro malattie e le guerre ce le siamo volute” rispose il bambino.
“I suricati, almeno, le guerre non ce l’hanno” insistette Elisa.
“Non ne sarei tanto sicuro. Hai visto quel disegno con le lontre?”
“Ma quella non era una vera guerra. Era la lotta tra due specie diverse” puntualizzò la bambina “mica erano suricati che combattevano contro altri suricati. L’assurdo delle nostre guerre è proprio questo, che ci uccidiamo tra di noi: uomini contro uomini.”
Durante il resto della giornata Vaaa continuò a studiare la loro lingua, a conoscerli meglio e a insegnare qualcosa di questo universo.
Al tramonto andarono nuovamente a dormire nelle grandi buche scavate per loro. Furono contenti di avere una copertura sulla testa, perché il cielo era nero di nuvole e, infatti, durante la notte prese a piovere.
Le buche dei ragazzini erano state costruite con grande intelligenza, infatti l’acqua piovana scivolava dentro, ma veniva subito incanalata in buchi laterali, per cui la pioggia non li bagnò. Certo se fosse stato un vero acquazzone, il sistema non avrebbe retto, dato che dormivano in buche ‘di fortuna’, pensate solo per qualche notte d’estate. Le gallerie dove dormivano i suricati avevano invece un sistema ancora più complesso di difesa contro gli allagamenti.
Al mattino Kliiiin cercò di spiegargli che dovevano partire. I bambini però non riuscirono a comprenderne la ragione. Riuscirono solo a intendere era che si trattava di un fiume, lontre e castori.

 

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi