Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 12 - Lungo il fiume

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Cap. 12 - Lungo il fiume
WEB-EDITING: I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantasy, Favola      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 25/09/2012
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Note Attendo come sempre illustrazioni e consigli per migliorare il capitolo e correggere refusi.

 

 
Ecco la spedizione pronta a partire! Oltre ai tre bambini, con i loro nuovi vestiti di pelle stretti addosso con rozzi lacci, c’erano Kliiin, Vaaa e altri due suricati, Siiill e Zzeeett.
Altri erpestini avevo allargato apposta per loro una delle uscite di Otto Buche. Lasciarono così di buon mattino la città fortificata, che cominciavano quasi a considerare casa loro. Il terreno erano ancora umido per la pioggia della notte, ma il calore del giorno stava già asciugando l’acqua che la sete della terra non aveva assorbito. Il fiume, visibile anche dalla sommità del muro, non era molto lontano. Il gruppetto lo raggiunse in fretta. I cavalli si accalcavano a bere, mentre gli ippopotami si riposavano nel fango. Per non essere calpestati, se ne tennero alla larga.
“Quante mosche!” protestò Elisa.
Per un suricato allontanarsi così dalle proprie tane poteva essere molto pericoloso. Non era certo un popolo di migratori. La loro sola vera difesa era la capacità d’avvistare con prontezza il pericolo e di rifugiarsi con altrettanta rapidità. Lontano dalle loro buche, in uno spazio aperto, qualunque predatore avrebbe potuto catturarli senza fatica. I suricati lo sapevano bene ed erano piuttosto preoccupati, per cui tennero il passo più veloce possibile. Per loro, prima quell’avventura finiva, meglio era! Seguirono il fiume verso valle fino al punto in cui entrava nel bosco. Se la vegetazione poteva nascondere pericoli improvvisi, riusciva, però, almeno a dare una parvenza di riparo. Una volta nel bosco, dunque, gli erpestini rallentarono un po’ per riprendere fiato.
 
I ragazzini, approfittando della pausa, si stavano riposando ai piedi di un albero, quando, al limitare del bosco dal fiume emerse un muso dai lunghi denti affilati come scalpelli. Elisa sussultò e afferrò il braccio del fratello, che sgranò gli occhi. Jacopo si voltò di scatto. Era una bestia molto più grande di un suricato e stava nuotando velocemente verso di loro. Il pelo scuro, per effetto dell’acqua, pareva quasi nero. L’animale si arrampicò lungo la riva e raggiunse i quattro erpestini e i tre bambini, prima che questi avessero avuto il tempo di trovare riparo.
 
“È un castoro!” esclamò Marco, riconoscendolo con sollievo.
La creatura sollevò le zampe anteriori con le cinque dita aperte in segno di saluto, che i suricati ricambiarono. Quindi trasmise il suo messaggio in una lingua che ai bambini non parve quella dei Saaariii, ma che questi sembravano comprendere. Quando ebbero finito di parlare, il castoro s’avviò lungo la riva con andatura un po’ ondeggiante. I suricati lo seguirono e i bambini li seguirono a loro volta.
“Non pensavo ci fossero castori in Italia” commentò Elisa.
“E io non pensavo che parlassero! Per dirla tutta, non credevo neppure che da queste parti ci fossero ippopotami, rinoceronti ed elefanti, eppure li abbiamo trovati. Il nonno diceva che durante la preistoria vivevano anche in Italia. Siamo in un mondo così strano, che tutto mi pare possibile. Io mi stupisco di più a vedere un castoro che conversa con un suricato, che non del fatto di vedere un castoro da queste parti! Troppe cose sono cambiate rispetto al nostro mondo” rispose Jacopo.
“Hai ragione” rispose Elisa, continuando a camminare sulla riva del fiume “ma questo posto continua a meravigliarmi e poi hai visto quanto è grosso questo castoro?!”
“Si vede che in questo universo sono diventati più grandi o magari nella preistoria esistevano castori enormi e poi si sono estinti, ma qui ci sono ancora” rispose sbrigativo Jacopo.
 “Deve essere un castoro-toro” scherzò Marco. “Se sua mamma era una castora, suo padre non era però un casto toro.”
“A me sembra piuttosto un castorrone: con quei denti non c’è torrone che resista!” rispose Jacopo.
“E dire che avevo sempre pensato che un cast-oro, fosse un metallo incontaminato!” ribatté Marco sghignazzando.
“E tu lo sai cosa fa un castoro grosso così quando si butta in acqua?” chiese Jacopo.
“No.”
“Un tuffo!”
“Sei proprio scemo!” rise Marco.
“La sai quella dei castori che guardano la diga?” chiese Jacopo.
“Uhm… non mi pare.”
“Allora… ci sono dei castori che guardano una grande diga di cemento fatta dall’uomo. Uno dice <<bella questa diga! Chissà che fatica che costruirla!>> L’altro risponde <<soprattutto pensa che mal di denti dopo!>>”
Marco lo guardò storto, ma non riuscì a reprimere una risatina.
 “Pensate che i suricati ci abbiano portato qui proprio per incontrare questo castoro?” chiese Elisa, freddando le loro freddure.
“Chi ci capisce nulla! Però prima di partire Kliiin c’aveva parlato di castori e lontre…”
“Allora ci stanno facendo incontrare le altre popolazioni ‘evolute’ del loro mondo.”
“Un mondo popolato da suricati, castori e lontre…!” Borbottò tra sé e sé Marco, mentre quasi inciampava in un ramo “Quando arriveremo alla città dei ratti?”
“Questi stivaletti di pelle sono una benedizione!” commentò Elisa. “Con tutti questi rami avrei i piedi a pezzi.”
Marco fece un grugnito d’assenso. Era un po’ che camminavano e cominciava a chiedersi quanto sarebbero dovuti ancora andare avanti e soprattutto per quale motivo stessero facendo quella strana gita.
Un coccodrillo!” gridò dopo qualche passo Elisa.
“Dove?” si agitò Jacopo. “non può essere! Anche se siamo in un altro universo questa è sempre l’Italia. Come sono arrivati qui dei coccodrilli?”
In effetti qualcosa nuotava nel fiume, con andamento sinuoso.
“Non dire stupidaggini!” la rimproverò il fratello. “Non è un coccodrillo!”
“A allora cos’è?”
“Forse è una grossa biscia” rispose Jacopo.
Anche il castoro pareva preoccupato e accelerò il passo anche se sull’asciutto era decisamente più in difficoltà che in acqua.
Finalmente il castoro si fermò. Erano arrivati davanti a un’imponente diga, che aveva creato una specie di lago lungo il fiume. Era opera dei castori, che vi nuotavano placidamente dentro o che erano indaffarati a consolidarne la struttura di tronchi e fango. Probabilmente lì dentro quelle cose che nuotavano nel fiume – serpi o coccodrilli che fossero - non riuscivano a entrare. Alcuni castori gli vennero incontro. In effetti, erano assai più grandi di quelli che i bambini avevano visto allo zoo. Forse il doppio. Pesavano quasi come loro. Jacopo, quando viveva ancora nella sua bella casa di Firenze, con vista su tutta la città, pesava trentasei chili, era alto un metro e trentasei e si vantava della corrispondenza di questi numeri. Ora, però, dopo la strana dieta seguita in quell’avventura sentiva di essere davvero dimagrito. Alcuni di quegli animali superavano di sicuro i trenta chili di peso e uno ne doveva pesare almeno quaranta.
I grossi roditori discussero a lungo con Kliiin e gli altri suricati, scrutando di tanto in tanto i bambini, cosa che non li faceva sentire affatto a loro agio e anzi metteva loro una certa ansia. Non sapevano mai cosa aspettarsi da questi animali insolitamente intelligenti. Anche i castori avevano un’aria saggia, ma erano, come i suricati, fermi a uno stadio evolutivo per molti aspetti preistorico. A esser precisi, i suricati erano già usciti dalla preistoria, dato che erano capaci di scrivere e di tramandare la loro Storia, come si poteva capire anche dalle pergamene conservate dal Gran Consiglio, come quella con i raptor o quella che testimoniava della guerra dei suricati con le lontre. Però la loro tecnologia si limitava alla capacità di lavorare la pelle, costruire muri, gallerie e grotte.
Quando ebbero finito di discutere, Kliiin volle cercare di riferire ai bambini cosa si erano detti, ma non fu cosa facile.
Servendosi delle solite pergamene, con vari disegni e l’aiuto delle pochissime parole conosciute dai bambini, riuscì a far capire a Jacopo ed Elisa che i castori avevano chiesto aiuto ai suricati per difendersi dalle lontre. A Jacopo parve di capire che fossero schiavi delle lontre, che li sfruttavano per costruire dighe e altro.
“Com’è possibile?” gli chiese Elisa. “Le lontre sono molto più piccole dei castori. Come fanno queste a costringerli a fare quello che vogliono? Non credo volesse dire questo.”
“Come gli uomini con i cavalli, no!” l’apostrofò il fratello.
“A me però pare che quello che Kliiin ci vuol far capire è proprio questo, che i castori chiedono aiuto. Sembra che noi siamo la loro ‘arma segreta’, anche se non ho capito come possiamo aiutarli?” disse Jacopo.
“Pensi che i suricati vogliano liberare i castori? Mi sembra un nobile proposito” osservò Elisa.
“Un po’ troppo nobile per essere vero. Non capisco bene. Non capisco neppure perché, anche in passato, i suricati abbiano combattuto contro le lontre. In fondo, i suricati odiano l’acqua, mentre le lontre ci vivono dentro. Non dovrebbero entrare in conflitto. Capisco di più che le lontre si litighino il territorio con i castori” rifletté Marco.
“Forse le lontre non si accontentano del fiume” suggerì Elisa.
“O magari i suricati, per qualche motivo, vogliono controllare il fiume” rispose Jacopo “comunque credo che faremmo bene a tenerci fuori da queste beghe.”
“Credi che abbiamo scelta? Se i castori sono schiavi delle lontre, noi siamo prigionieri dei suricati” disse Elisa.
“Forse questo è il momento per scappare” disse Jacopo “quattro suricati non possono trattenerci.”
“Ma venti castori sì” rispose Elisa “credo che ormai anche loro siano interessati a non farci andar via.”
Vaaa si avvicinò e mostrò ai bambini una mappa della zona. Sebbene fosse fatta in modo molto diverso dalla cartine umane, Jacopo ed Elisa riuscirono a riconoscere il fiume, la diga e il lago dei castori. Vaaa gli mostrò anche dove si trovavano il Prato, il villaggio da cui erano partiti, e Otto Buche, la città dei suricati. Quindi gli fece vedere che più a valle, sempre lungo il medesimo fiume c’erano varie altre dighe e una serie di laghetti e canali.
“Varaallsh” disse l’erpestino.
“Lontre” tradusse Jacopo, che ormai aveva imparato a riconoscere il termine e che, comunque, si era immaginato che potessero stare lì “sembra un grosso insediamento, il disegno è molto più grande di quello con cui hanno rappresentato il lago dei castori.”
Quindi Vaaa cercò di spiegare ai bambini che dovevano aiutarli contro le lontre. Fu però una spiegazione assai confusa e loro non riuscirono a capire. La sola cosa che era chiara a Jacopo era che le lontre non stavano affatto simpatiche né ai castori, né ai suricati, ma non ne capiva il perché.
“Varaallsh Gnnuumm? Varaallsh Bbbeee?” provò a dire il bambino, per chiedere se le lontre erano buone o cattive.
“Varaallsh Bbbeee” rispose l’erpestide: ‘lontre cattive’.
I bambini quando imparano a dire “perché?” non fanno che domandarlo. Anche Jacopo avrebbe voluto chiedere il perché di tante cose, ma non aveva ancora imparato quella magica parolina nella lingua dei suricati, né sapeva come mimarla o disegnarla. Fu così costretto a una serie penosa di tentativi per farsi dire cosa facessero di male queste famigerate lontre, ma non ne venne a capo.
A volte non conoscere una parola può essere un grosso problema.
“Diavolo!” Sbuffò Jacopo “come vorrei imparare la loro lingua all’istante!”
“Come sarà bello tornare in Italia – nella nostra Italia, intendo – dove tutti ci capivano!” esclamò Elisa.
“Sembrava una cosa così normale! Ora, provo pena per i poveri muti.”
I bambini cercarono comunque di capire come potessero aiutare i suricati e i castori, ma ottennero ancora solo risposte confuse o comunque incomprensibili.
“Basta!” sbottò alla fine Jacopo rivolto a Elisa “rimpiango il vecchio Siiiak, con lui almeno ci capivamo subito.”
“Io rimpiango persino il nostro vecchio Golf Club Otto Buche!” scherzò Marco.
Il gruppetto riprese la marcia, accompagnato questa volta anche da due castori. Erano quello che era venuto loro incontro lungo il fiume, chiamato Grrgru, e quello enorme che era venuto a parlare al loro arrivo al lago, chiamato Guuaal.
Furono nuovamente i castori a guidare la marcia. Prima di sera arrivarono in prossimità dei laghi abitati dalle lontre.
Kliiin indicò in lontananza qualcosa che somigliava a Otto Buche, ma che era per metà distrutto.
“Eccoci al campo da golf della concorrenza!” scherzò Marco.
“Non credo sia delle lontre” osservò Jacopo “somiglia troppo a Otto Buche.
Con un disegnò Kliiin mostrò ai bambini che erano state le lontre a distruggerlo e a impossessarsi delle gallerie.
“Finalmente si comincia a capire qualcosa!” sospirò Jacopo. “Le lontre vivono come i suricati in gallerie sotterranee. I suricati avevano costruito questa loro città un po’ troppo vicino al fiume. Le lontre devono averla vista e hanno deciso di approfittare delle loro tane per stabilircisi. Essendo abbastanza vicina al fiume, con poca fatica le lontre hanno collegato le gallerie all’acqua. Anzi, probabilmente hanno costretto i castori a creare un lago che avvicinasse l’acqua alla città dei suricati per abbreviare ancora il percorso.”
“Le fortificazioni esterne non gli interessavano più, dato che non hanno un sistema di sentinelle efficace come quello dei suricati” aggiunse Elisa “per questo sono così malconce”.
“E poi credo che le lontre preferiscano avere l’ingresso delle gallerie sott’acqua, così possono entrare solo animali che sappiano nuotare” continuò Jacopo. “Un altro ingegnoso sistema di difesa.”
“Immagino che i suricati non devono averla presa molto bene” disse Elisa “così ora sono contenti di aiutare i castori a combatterle.”
“D’accordo” fece Jacopo “ma ancora non capisco perché i castori non riescano a liberarsi da soli delle lontre, visto che sono tanto più grossi e con quel po’ di denti.”
Il bambino cercò di disegnare un castoro che attacca una lontra.
Vaaa parve finalmente capire i suoi dubbi, perché gli rispose con un altro disegno che i bambini trovarono molto esplicativo.
Il suricato aveva disegnato un paio di lontre armate una di lancia e l’altra di qualcosa che sembrava un arco.
“Caspita!” esclamò Jacopo guardando il disegno. “Allora le lontre sono guerrieri armati!”
“Ecco spiegato come hanno fatto a sconfiggere i suricati e a dominare i castori.”
“La razza dominante allora qui sono le lontre, non i suricati” aggiunse il bambino.
“O quanto meno lo stanno per diventare” precisò la piccola romana “se non aiutiamo i suricati a sconfiggerli.”
“Sempre ammesso che noi si sia in grado di farlo. In questo modo però interferiremmo con la Storia” protestò Jacopo.
“Dimentichi quello che c’hanno detto i nonni: il tempo non è una retta, ma un albero con tantissimi rami. La nostra presenza qui ha solo creato un nuovo ramo nell’albero del tempo. Se aiutiamo i suricati a sconfiggere le lontre ci sarà sempre un universo in cui non l’abbiamo fatto” spiegò Marco “e comunque quest’universo non ha nulla a che fare con il nostro passato. Nella nostra preistoria non c’è alcuna civiltà né di lontre, né di suricati, né di castori.”
“Sei proprio sicuro che le cose stiano così? Certo che una simile visione delle cose ti fa sentire proprio inutile” osservò Jacopo “se faccio qualcosa è come se non la facessi e se non la faccio, da qualche altra parte la sto facendo. Davvero… disarmante.”
“Normalmente però la gente non si sposta da un universo all’altro. Ognuno si preoccupa solo degli effetti delle proprie azioni nell’universo in cui vive. Se ritieni che una cosa sia giusta, falla. Senza preoccuparti che un altro ‘te’ ha deciso di non farla” disse Elisa.
“Che macello!” protestò Jacopo. “Sono davvero confuso.”
“Non pensiamoci. Preoccupiamoci solo di salvare la pelle e di tornare a casa” concluse Elisa.
“Abbandonando così i suricati al loro destino?” chiese Jacopo.
“Temo che se non li aiuteremo prima, possiamo anche scordarci di tornare a casa” rispose Marco “anche se non vedo perché dovremmo parteggiare per i suricati e non per le lontre. A me le lontre stanno più simpatiche e mi pare che abbiano anche la meglio!”
“Forse perché siamo prigionieri dei suricati?” suggerì ironica Elisa.
“A maggior ragione, dovremmo parteggiare per le lontre, come i castori si sono alleati dei suricati per liberarsi dalle lontre.”
“Ma Siiiak era un suricato ed era nostro amico, Marco” precisò Jacopo.
“Se un suricato è nostro amico, tutti i nostri amici sono suricati!” lo sbeffeggiò Marco, capovolgendo il sillogismo e mettendosi in posa, in terra, a imitare la seduta di un erpestino.

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