Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 13: La guerra dei sucircati e delle lontre

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 13: La guerra dei sucircati e delle lontre
I Guardiani dell´ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantasy, Favola      
Dedicato a
Illustrazione di Carlo Menzinger
Pubblicata il 06/10/2012
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Note Sono gradite le segnalazioni di errori o refusi e consigli per migliorare questo capitolo. CERCO ILLUSTRATORI.

 

 
Le lontre, il fiero popolo dei mustelidi[1], abitavano dai tempi antichi del leggendario Clav il Rompicozze, la Lunga Acqua di Drraaiii, il fiume che scorre accanto all’omonima perduta città dei Saariii. Questo era il volere del Dio di Tutti i Fiumi.
In principio, le lontre abitavano là dove il fiume si andava a gettare nel corso della Lunga Acqua di Sssstiii. Poi, cresciute di numero, un gruppo di loro era risalito più a monte e aveva incontrato una piccola comunità di castori.
Questi roditori erano instancabili e forti lavoratori, mentre le lontre erano pigre e amavano nuotare e giocare. Da tempo, queste ultime avevano imparato a costruire lance per pescare e cacciare. Avevano persino archi e frecce, per catturare piccoli uccelli, di cui amavano nutrirsi. I mustelidi capirono presto che con queste armi potevano avere la meglio persino sui ben più grossi castori. Fu così che li costrinsero a lavorare per loro. Le lontre erano indolenti e non pretendevano troppo, ma si fecero aiutare a migliorare gli accessi alle loro tane, rendendo l’acqua meno veloce, grazie alle dighe costruite dai loro forti compagni.
Le lontre si fecero sempre più furbe e sfruttatrici. Non lontano dalle loro tane sorgeva un piccolo fortilizio: Draaiii, la città dei suricati. Il fortilizio che la sovrastava, sebbene fosse una notevole opera difensiva, non interessava alle lontre.
Quel che attirò la loro cupidigia erano tutte quelle belle gallerie. Certo erano troppo strette per loro, che senza contare l’imponente coda, erano lunghe più del doppio dei suricati, ma potevano sempre allargarle. Cosa più facile che costruirne di nuove. Avevano anche capito che oltre alle strette gallerie, nella città dei suricati c’erano ampie stanze.
Con l’aiuto dei castori, fu semplice far arrivare l’acqua del fiume fino al fortilizio e, scavando ancora un po’ raggiunsero le gallerie e le allagarono. Quando i suricati, che odiano profondamente l’acqua, si trovarono a fuggire nel panico, le lontre completarono l’opera, scacciandoli grazie alle loro armi.
Nessun rimorso attraversò le loro piccole menti. I suricati erano solo ‘animali’, al pari dei castori. Solo le vite delle lontre avevano valore per loro. Solo le lontre possedevano un’anima. Gli altri esseri erano stati creati dal Dio di Tutti i Fiumi per l’utilità e il piacere della Lontra. Le lontre non pensavano affatto di appartenere a una razza superiore. Le lontre erano convinte, senz’ombra di dubbio, di essere la Sola Razza ‘Non Animale’ del Creato. Solo loro avevano diritto alla Vita e all’attenzione del Dio di Tutti i Fiumi. La vita degli animali non aveva valore. Gli animali non avevano sentimenti e non provavano dolore. Queste erano prerogative solo delle Lontre, create a immagine e somiglianza del Dio di Tutti i Fiumi. I mustelidi dunque sguazzavano felici nel fiume, senza alcun senso di colpa ad appesantire le loro piroette acquatiche.
 
Gli erpestidi abbandonarono la zona e i mustelidi ne presero il posto. Da allora le lontre si sentirono davvero forti e presero a tiranneggiare sempre più i castori, costringendoli ad allargare ancora i laghi lungo il fiume. Alle lontre non importava quanto i castori faticassero o soffrissero, non credevano che la loro fosse vera fatica o vero dolore. Non erano mica lontre! Il Dio di Tutti i Fiumi amava solo loro, le agili lontre. Gli animali potevano faticare, essere uccisi o feriti, ma non avevano anima e quindi non soffrivano, non avevano sentimenti, non provavano né odio, né amore. Solo la Lontra, avendo un’anima, era capace di provare sensazioni o sentimenti. Il mondo era suo.
 
I bambini, osservandoli, stavano cominciando a capire le ragioni della contesa trai due popoli. Si resero anche conto che sarebbe stato meglio non venir scoperti in compagnia di quattro suricati e due castori. Questo non avrebbe reso le lontre particolarmente propense ad accoglierli a braccia aperte. Del resto queste consideravano gli uomini e le altre scimmie persino inferiori a suricati e castori, cui riconoscevano una qual certa lontrità, che mancava certo ai primati.
Se i bambini avessero conosciuto meglio la lingua dei Saariii o dei castori, avrebbero avuto diecimila domande da fare ai loro accompagnatori. Ce n’era però una che li assillava particolarmente:
“Non riesco a capire cosa vogliano da noi i suricati? Non siamo certo dei giganti. Un castoro, con quei denti che si ritrova, è di sicuro più forte e pericoloso di noi per una lontra” protestava Jacopo con Elisa, non potendolo chiedere ai diretti interessati.
“Io torno al Prato. Facciano quel che vogliono” sbottò Marco e si incamminò con passo deciso.
“Così ci perdiamo!” Cercò di fermarlo la sorella, correndogli dietro.
“Basta seguire il fiume…e poi peggio di così!” rispose il ragazzino, continuando a camminare “mi pare che ci siamo già persi abbastanza”.
I suricati non gradirono affatto la mossa e si misero a trillargli dietro. Fu un grosso errore, ma gli erpestini si erano lasciati andare alla sorpresa e al disappunto. Le lontre erano troppo vicine e avevano orecchie troppo fini per non riconoscere l’odiato verso.
Da valle si sentirono alcuni lontani fischi e suoni come di risate acute. Erano le padrone di casa che si erano accorte di loro. I suricati capirono subito il grave errore. Non avevano più scampo. Erano troppo pochi per combattere. Non c’era tempo per scavare alcuna buca e poi con le lontre era inutile, perché avrebbero scavato anche loro e li avrebbero raggiunti. Anche i due castori non sarebbero stati sufficienti ad aiutarli a organizzare una difesa. In parole povere erano nei guai fino al collo.
Anche i bambini decisero che la cosa migliore da fare fosse scappare a gran velocità, sfruttando il vantaggio della distanza. L’intero gruppetto si mise a correre, ma mentre i suricati, Jacopo ed Elisa andarono dietro a Marco, i castori si precipitarono verso il fiume, perché sapevano che sul terreno le lontre erano più veloci di loro.
I suricati sorpassarono subito i bambini e si andarono a nascondere nella foresta. Marco, Jacopo ed Elisa continuarono a correre, ma voltandosi indietro videro le lunghe sagome allungate delle lontre che si avvicinavano con moto ondulatorio. Pareva quasi che li inseguisse un gruppo di serpenti velocissimo. Corsero ancora, ma girandosi di nuovo Jacopo vide che gli animali guadagnavano terreno e capì che con la fuga non potevano avere la meglio. Si ricordò allora del contenuto dello zaino.
“Il fucile” gridò, fermandosi e sfilandosi lo zaino. Anche Elisa si fermò, ansimando per la fatica. Le lunghe sagome scure stavano per raggiungerli. Marco prese la pistola. Quella pausa poteva rivelarsi fatale. Dovevano agire in fretta.
Jacopo estrasse l’arma rubata al raptor Gruhum e la puntò verso le lontre. Volutamente non mirò contro di loro, ma un po’ più in alto. Due palle di fuoco uscirono dall’arma, colpendo un albero, che si piegò e crollò al suolo subito davanti alle lontre, senza colpirle. I mustelidi si bloccarono di colpo, interdetti. Il fuoco ancora li spaventava e non avevano mai visto simili palle, capaci di bruciare in un istante un albero. Dopo alcuni fischi e qualche verso che sembrava una risatina, il gruppo si girò e tornò di corsa verso il lago artificiale.
I suricati che si dovevano esser nascosti non troppo in là, riapparvero visibilmente entusiasti. Jacopo però non si lasciò trascinare dai loro festeggiamenti e si rimise in cammino lungo il fiume. Gli altri lo seguirono senza protestare. I castori invece dovevano essere tornati alla loro diga.
 
Il gruppo fece così ritorno a Otto Buche, quando il sole era appena tramontato e spandeva ancora l’ultima luce rossa sui campi e le montagne. I bambini, dopo lo spavento del pomeriggio, furono tutto sommato lieti di poter tornare a dormire nella loro tranquilla tana.
Al mattino venne a far loro visita Zuiii, il Consigliere Anziano, cui Kliiin aveva già riferito dell’incontro con i castori e dello scontro con le lontre.
Zuiii si dimostrò molto interessato al fucile di Gruhum. Jacopo accettò di uscire per mostrargli i suoi effetti su un albero. Zuiii parve molto colpito. L’arma doveva aver risvegliato qualche sua memoria sopita, perché una volta rientrati nel fortilizio di Otto Buche, andò a rovistare tra le sue antiche pergamene e tornò dai bambini per mostrarne loro una, che aveva davvero l’aria molto vecchia.
I disegni che vi erano stati fatti sopra sembravano raffigurare proprio un fucile simile a quello di Gruhum e simili sembravano gli effetti illustrati. In quell’indecifrabile grafia doveva esserci scritto qualcosa che entusiasmò nuovamente il Consigliere, il quale mostrò ai bambini una mappa. Ormai i tre ragazzini cominciavano a capire quelle strane carte e si resero conto che quella raffigurava gli stessi luoghi della mappa che Vaaa aveva già mostrato loro.
Zuiii fece capire ai bambini che sotto all’antica città dei suricati, un tempo detta Talllùn ma rinominata Drraaiii dalle lontre, dovevano esserci altri fucili costruiti dai raptor.
Mentre discutevano, a un tratto a Jacopo parve di sentire qualcosa nella sua testa. Fissò il suricato e capì che erano i pensieri di Zuiii. Lo strano potere lasciatogli dall’odiato intelliraptor tornava a fare effetto. Non sentiva parole, ma percepiva cosa il Consigliere voleva spiegargli.
Anche il vecchio Consigliere non sembrava sapere come i fucili fossero finiti sotto la città.
“Sicuramente non funzioneranno più” osservò Jacopo e cercò di far capire la cosa al suricato, ma questo non parve volerlo intendere, anche se Jacopo aveva la sensazione di essere riuscito a far penetrare i suoi pensieri nella mente del loro ospite.
“Non c’è nulla da fare” disse Elisa “il vecchino ha deciso che vuole andarsi a riprendere quei fucili.”
“Solo che nella vecchia città ora abitano le lontre. Ammesso che queste non li abbiano già scoperti, comunque” constatò Jacopo “non faranno avvicinare nessun suricato.”
“Difatti il vecchierello pare sia dell’idea che si debba andare noi tre a riprendere la loro ferraglia” disse Elisa.
“Neanche per idea. Io torno a casa” protestò Marco “non mi interessano le loro beghe”.
“Sembri un disco guasto. L’hai capito o no che non ci lasceranno andare fino a che non li avremo aiutati contro le lontre. Ripensate a Gulliver” lo sgridò la sorella.
“A che?” chiese Jacopo.
“A quella storia che ti ho raccontato… di quel navigatore che si trovò prigioniero di omini piccolissimi: lo lasciarono andare solo quando li aiutò.”
“Già. Così magari ci prendono gusto e, aiuto dopo aiuto, non ci lasciano andar più via. E poi, secondo te, come facciamo a farci restituire i fucili dalle lontre? Mi sembra più facile combattere contro i suricati per scappare” protestò Marco.
“Forse loro hanno un piano” suggerì Elisa. E, purtroppo, lo avevano.
 
“Mi sembra un piano… bestiale!” commentò Jacopo quando a forza di disegni il Consigliere riuscì a spiegargli cosa dovevano fare. Per fortuna che Jacopo riusciva a vedere alcune immagini formarsi nella testa del suricato, altrimenti capirlo sarebbe stato davvero difficile.
“Se ho capito bene” ripeté Jacopo a Elisa “i castori loro amici dovrebbero provocare un’inondazione, prima trattenendo l’acqua e poi liberandola tutta assieme, in modo che allaghi le gallerie.
I suricati attaccheranno le lontre, quando usciranno in superficie per respirare.
Noi dovremmo spaventarli con il fucile di Gruhum, mentre altri suricati entrano nel vecchio fortilizio e allargano le gallerie. Quando saranno abbastanza ampie, noi due e qualche castoro ci dovremmo tuffare, finire il lavoro, allargando le gallerie sommerse, e recuperare i fucili.”
“Questo però lo potrebbero fare i castori da soli.” Osservò Elisa.
“I suricati non si fidano abbastanza di loro. Temono che non riescano a trovare il nascondiglio. Credo che i castori non sappiano leggere le mappe” osservò Marco.
“Neanche noi, se è per questo” protestò Elisa. “Su quelle loro carte ci capisco ben poco.”
“Sicuramente più di un castoro. Comunque mi pare che di cose ne hai capite un bel po’, solo guardando qualche disegno” osservò Jacopo.
“Ci vadano loro sott’acqua a cercare il nascondiglio della ferraglia preistorica” protestò Marco.
“Non sanno nuotare e odiano l’acqua. C’è bisogno di ricordartelo?” spiegò Elisa.
“Ma tu da che parte stai?” s’arrabbiò Jacopo, rivolto a Marco.
“Da che parte? Da che parte! Ma cosa vuoi che mi interessi della loro guerra? Io sto dalla nostra parte. Dalla parte di chi mi aiuta a tornare a casa. Se non risolviamo questa storia resteremo bloccati qua. Mi dispiace, ma mi rifiuto categoricamente di farmi infilzare stupidamente da delle stupide lontre per aiutare come uno stupido degli stupidi topi del deserto a vendicarsi delle stupide lontre” ribadì Marco.
“Cosa intendi fare allora, geniaccio?” lo sfidò Elisa, fissandolo negli occhi, quasi offesa. “E non dire che vuoi tornare alla Porta, perché non ci sarà permesso, e lo sai” aggiunse.
Il fratello la fissò perplesso e pensieroso, ma non gli veniva nessun’idea. Si accasciò a sedere per terra, mentre Elisa, scuotendo la testa, andava a mettersi d’accordo con i suricati per l’attacco.
“E tu Jacopo? Se non vuoi venire, dammi il fucile del raptor. Farò da sola” disse la bambina, facendo ritorno dopo un po’.
“Ti farai ammazzare. Il fucile lo tengo io” rispose il bambino e poi, dato che Elisa sembrava davvero furiosa, aggiunse “Lo userò io. Tu fatti ridare la pistola di Ortuz. Sarà bene essere armati come si deve. Si va in guerra.”
Marco li sbeffeggiò imitando il suono di una tromba.


[1] Mustelidi: Famiglia di Carnivori, di medie e piccole dimensioni, quali lontre, tassi, visoni, ermellini, donnole, moffette e puzzole.

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