Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 15: La liberazione del Popolo dei Castori

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 15: La liberazione del Popolo dei Castori
I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantascienza      
Dedicato a
Illustrazione di Fabio Balboni
Pubblicata il 20/10/2012
Visite 2880
Note SEGNALATE, SENZA PIETA´, ERRORI, OMISSIONI STOLTAGGINI E ALTRE IDIOZIE DA CORREGGERE. SE SAPETE DISEGNARE, PARTECIPATE ALL´ILLUSTRAZIONE DEL ROMANZO.

 

CAPITOLO 15: LA LIBERAZIONE DEL POPOLO DEI CASTORI
 

Il vero problema era come usare i fucili. Erano armi costruite dai grossi Intelliraptor, esseri alti oltre due metri, quasi tre, e con zampe enormi.

I soli che sapessero usarle con una certa precisione erano Marco, Jacopo ed Elisa. Ora però avevano quattro fucili funzionanti e qualcun altro doveva usare il quarto.

Un suricato (o una lontra) non sarebbe neanche stato in grado di sollevarne uno. I castori, pur abilissimi costruttori, non sembravano avere alcuna dimestichezza con le armi e anche a cercare di spiegarne con cura l’uso, la loro mira restava del tutto casuale.

“Non so proprio dove potrebbe andare un castoro con un fucile” osservò Jacopo.

“Fosse stato almeno una vacca!” rispose Marco.

“Perché, dove andrebbe una vacca con un fucile?” chiese candida Elisa.

Vaccaccia!” berciò il fratello con un sorriso largo fino alle orecchie.

Elisa gli mollò uno sguardo che sembrava una sberla.

Alla fine riuscirono ad arrivare a uno strano compromesso.

I castori Grrgru e Guuaal avrebbero sorretto l’arma, mentre i suricati Siiill e Zzeeett, l’uno sulle spalle dell’altro avrebbero preso la mira e azionato il fucile. Per farlo però avrebbero dovuto scegliere una postazione ed evitare di spostarsi troppo spesso, perché quando provavano a farlo facevano una gran confusione.

 “Ora capisco perché chiamano alcuni fucili doppiette: bisogna essere almeno in due per usarli” scherzò Marco.

“Ci vorrebbe il porto d’armi, a te: spari troppe cavolate!” lo riprese Jacopo, ridendo.

“Caso mai per mia sorella: da grande vuol fare la donna-cannone, non vedi quanto mangia!”

“Siete uno più scemo dell’altro” li sgridò Elisa.

Non ci fu molto tempo per le prove e poi non volevano sprecare le munizioni, non sapendo quante ne fossero rimaste. Decisero di procedere subito all’attacco delle lontre, che si erano asserragliate lungo la diga dei castori. Non bisognava lasciar loro il tempo di riorganizzarsi. Si erano fermati anche troppo a lungo.

I castori liberi si tuffarono in un attacco sottomarino, minando la solidità della diga e bloccando gli ingressi delle gallerie sotterranee. I suricati assalivano i mustelidi che si azzardavano a fuggire o ad attaccare sulla riva. La vera azione devastante fu però quella del gruppetto dei fucilieri che, disposti in ordine sparso, bloccarono ogni tentativo delle lontre di tornare in superficie.

“Lontra in B12” esultò Marco sparando “Affondata!”

“Non è mica battaglia navale!” lo sgridò Elisa.

“A me sembra quasi il videogioco di Star Wars!”

“Il che?” chiesero in coro i ragazzini del 1973.

“Già, dimenticavo che voi due venite dalla preistoria!”

“A‘bbello! Ha parlato Eta Beta, l’omuncolo del futuro. Non te gonfià troppo, eh!” lo sbeffeggiò Marco.

“Chi?” chiese Jacopo.

“L’amico alieno di Topolino” rispose Marco con un’alzata di spalle. Che nel futuro da cui veniva Jacopo i bambini non sapessero più chi fosse Eta Beta gli pareva un abominio.

Ben presto le lontre decisero di fuggire e Jacopo ne vide le lunghe sagome scure nuotare sott’acqua, seguendo la corrente verso la Lunga Acqua di Sssstiii, in cui quel fiume si andava a gettare.

I castori, finalmente liberi, uscirono esultanti dall’acqua e presero in spalla i tre bambini, portandoli in trionfo. Anche i suricati trillavano felici e gettavano fiori e insetti verso i due bambini e il ragazzino più grande, acclamati come grandi eroi.

“Bleah!” urlò Elisa quando un paio di bacherozzi augurali le caddero in testa “che razza di modo di festeggiare!”

Ebbe così inizio una lunga festa, che proseguì sia sul fiume tra le due comunità di castori, finalmente riunite, sia nella città dei suricati, dove Jacopo ed Elisa furono riportati in groppa a due castori, mentre altri due sorreggevano Marco. Seguì un lauto banchetto a base di vermi, scarafaggi e altre prelibatezze della cucina locale.

“Odio la cucina etnica!” protestò Marco, davanti a  una foglia piena di formiche morte.

 

“Questo è un grande giorno per il popolo dei Saariii” proclamò Zuiii nella sua lingua, senza che i bambini riuscissero a capire cosa dicesse. Era però chiaro che stava facendo loro i complimenti e che era molto contento. “Ed è un grande giorno per il popolo dei Castori, perché le demoniache lontre sono state sconfitte, i Castori sono stati liberati e il nostro popolo vendicato. I Saariii sempre serberanno memoria di questi umani, Jacopo, Marco ed Elisa, senza dei quali questa grande vittoria non sarebbe stata possibile. La Terra che il Sole dei Prati c’aveva donato è di nuovo nostra.”

I suricati emisero lunghi e prolungati trilli, l’equivalente di un applauso, pensò Jacopo, inchinandosi grato e orgoglioso assieme a Elisa e a suo fratello, sentendo storpiare i propri nomi.

Verso la fine dei festeggiamenti, Jacopo riuscì a parlare con Zuiii e ad annunciargli:

“Qquuu aaal” che voleva dire “Noi Porta” ovvero “Noi torniamo alla Porta del Tempo.”

Subito lo sguardo del Consigliere Anziano si rabbuiò, segno che aveva capito l’intenzione dei bambini, ma poi fece un cenno affermativo e qualcosa che Jacopo interpretò come un sorriso.

“Possiamo andarcene” esultò Jacopo rivoltò verso Elisa.

“Un po’ mi dispiace” rispose la bambina “questo posto cominciava a piacermi e mi stavo affezionando a tutti questi buffi animaletti.”

“Oh, le femmine! Ti sei dimenticata quante volte abbiamo rischiato di morire? Questo posto è pericolosissimo. Non fa per noi” la sgridò sbuffando il fratello “non siamo mica in una favola e quelli non sono peluche. Non so se questo ti è chiaro, bambina. Questa è la giungla, piccola, e la loro cucina fa schifo!”

“La giungla? Il solito esagerato. Questa è la campagna, direi. E poi siamo ancora vivi, no? Anche in città ci sono tanti pericoli: ogni giorno si rischia di finire sotto una macchina, di prendersi una scossa, di versarsi addosso dell’acqua bollente, di ammalarsi… eppure si vive lo stesso” protestò sua sorella.

“E tu vorresti paragonare la vita di città a questa?” insistette Marco.

“Ora che la guerra è finita, non credo ci saranno molti pericoli, no!” volle aver ragione Elisa.

“Diamine! Proprio non ti capisco. Va bene: resta qui! Io però domani me ne vado” concluse il ragazzino, scuotendo la testa e agitando i capelli scuri.

“Ma no. Che c’entra? Dicevo per dire. Certo che anch’io voglio andarmene. Voglio tornare a casa… da mamma e dalle mie amiche, che sono molto più simpatiche di te.”

“Sapete una cosa” intervenne Jacopo “è davvero strano pensare a suricati, lontre, castori, orsi e velociraptor ognuno con una propria civiltà!”

I fratelli lo guardarono inespressivi.

“Intendo dire” continuò Jacopo “noi umani ci consideriamo sempre come il centro dell’universo, come l’unica razza superiore, pensiamo persino di essere diversi dagli altri animali, ma siamo esattamente come loro. È stato solo perché l’evoluzione ci ha favorito, che siamo riusciti a diventare una specie tecnologica e a dominare le altre:”

“A sterminarle” precisò Elisa “pensa quanti animali si sono estinti per colpa nostra! Hai ragione, dovremmo avere più rispetto per le altre creature. In qualche universo di sicuro ci sono dei maiali che fanno il prosciutto con le persone!”

“O dei raptor che le torturano” rincarò la dose Marco.

“Insomma, gli uomini sono come gli altri esseri” continuò Jacopo. “Piccoli eventi possono mutare la Storia, e qualcosa di più grosso può mutare persino il percorso dell’evoluzione. Non dovremmo sentirci tanto orgogliosi del nostro essere umani.”

“Io essere molto orgoglioso di essere stupida bestia!” lo sbeffeggiò Marco e tutti e tre si misero a ridere.

Quella sera a Otto Buche tutti andarono a dormire molto tardi, anche Marco, Jacopo ed Elisa. Sembrava che i festeggiamenti non dovessero aver mai fine. Il sole era ormai tramontato da varie ore, quando, esausti, i bambini si trascinarono verso le loro tane e si misero a dormire.

 

Quando si svegliarono il sole era già alto sopra l’orizzonte e una strana agitazione stava sconvolgendo Otto Buche. Non erano più la frenesia e l’agitazione della festa. Quello che Jacopo ed Elisa notarono, aprendo gli occhi e stiracchiandosi, parve loro quasi panico.

“Le lontre!” esclamò Jacopo. “Non devono aver gradito la sconfitta e ora forse stanno attaccando Otto Buche.”

Il professor Vaaa arrivò correndo verso di loro e squittendo spaventato:

“Kgruugnz!”

Quella era una delle poche parole che i bambini avevano imparato e Jacopo la riconobbe subito e la tradusse a Elisa anche se non ce n’era alcun bisogno, dato che anche lei aveva capito.

“Raptor!” esclamò Jacopo sbiancando.

“Raptor?” chiese la bambina “Qui? Adesso? Com’è possibile? Perché?”

“Qualcosa deve averli attirati” disse Jacopo “non può essere un caso che arrivino proprio ora.”

“Qualcosa? Perché?” chiese Elisa ancora sbigottita e sempre più impaurita.

“Io credo che loro oltre a spostarsi da un universo all’altro tramite le Porte, siano in grado anche di comunicare tra un tempo e un altro, tra un universo e l’altro” suggerì Marco.

“Ma è assurdo!” protestò incredula sua sorella “non sono mica Dei, che vedono tutto quello che succede sulla Terra”.

“Anche le Porte del Tempo sono assurde!” osservò Jacopo.

“Chi potrebbe averli chiamati? E perché? Le lontre?” domandò Elisa.

“No. Non certo le lontre” rispose il bambino.

“Chi altro potrebbe volerli qua?” chiese la bambina.

“Forse loro stessi…” disse Jacopo meditabondo.

“Loro stessi? Ma non abbiamo incontrato nessun raptor qui, nessuna loro traccia recente.”

“Qualcosa di loro però abbiamo trovato: i fucili. Io dico che prendendo i fucili abbiamo azionato una sorta di allarme, che li ha raggiunti in qualche altro universo e loro si sono precipitati qui. Siamo stati noi, usando i fucili a richiamarli” intuì Jacopo “dobbiamo aver azionato una sorta di antifurto, come quelli collegati alla centrale della polizia”

“Se è, così siamo stati davvero sciocchi. Ci siamo rovinati con le nostre stesse mani” borbottò Marco.

I raptor erano arrivati davvero. Erano stati avvistati attorno alla Porta del Tempo. Vaaa riuscì a farlo capire ai bambini.

“Diavolo!” s’arrabbiò Jacopo “non riusciremo mai ad andarcene da questo universo. Ora dobbiamo scappare di qui, andare a nasconderci. Tutti quanti. Non possiamo pensare di combatterli.” Cercò di far capire la cosa a Vaaa. Non ce ne fu bisogno: anche i suricati avevano deciso di fuggire ed era proprio quello che stavano facendo, abbandonando quella fortezza, così sicura contro i normali predatori, ma del tutto inutile contro quei mostri giurassici.

“Ahh!” gridò all’improvviso Jacopo, portandosi le mani alla testa con un’espressione di dolore e paura.

“Cosa ti succede?” gli chiese Elisa preoccupata.

“Sono loro” rispose il bambino.

“Loro cosa?” chiese Marco nervosamente.

“Li sento… nella mia mente… sento i loro pensieri… stanno venendo qui…dobbiamo andare via…subito. Anche loro sentiranno i nostri pensieri. O i miei!”

Si era riattivato il collegamento telepatico che Gruhum, per ritrovare Jacopo, aveva creato quando il bambino aveva ucciso suo figlio Sekro.

I suricati, nel frattempo, si stavano disperdendo in tutte le direzioni con grande velocità. I bambini raggiunsero i boschi assieme a Vaaa, che correva avanti guidandoli.

“E adesso che facciamo?” chiese Elisa, quando si fermarono un attimo a riprender fiato.

 

Jacopo la guardò boccheggiando. Erano ben armati, ma sapevano che contro i raptor fucili e pistole sarebbero servite a poco, perché quella strana razza evolutasi dai velociraptor, sviluppatasi in un universo divergente, sapeva usarli meglio di loro ed erano sempre armati fino ai denti. Solo con la fortuna Jacopo era riuscito a disarmare il feroce Gruhum e a uccidere suo figlio, ma sapevano di non poter fare troppo affidamento sulla fortuna. È vero che con l’astuzia erano riusciti a costruire una trappola, ma i bambini sapevano che non sarebbe bastato un altro trucchetto a fermare quei feroci predatori, anche se ora erano meglio armati della prima volta. 

“Penso che la sola cosa che possiamo fare sia scappare” disse Jacopo quando ebbe ripreso un poco fiato. Era piegato in avanti e poggiava le mani sulle ginocchia. “E sperare che non ci trovino. Cerchiamo di non lasciare tracce e di…non pensare. Fiutano i pensieri come i cani fiutano gli odori.”

Ripresero a camminare, stando attenti a non lasciare impronte. Ogni volta che potevano, poggiavano i piedi su qualche roccia o tronco.

Finalmente raggiunsero un ruscello.

“Se camminiamo lungo il torrente, dovremmo lasciar meno tracce” suggerì Elisa.

“Mi pare una buona idea” rispose il bambino, raccogliendo il suricato e poggiandolo sopra al suo zaino per non farlo bagnare mentre camminavano nell’acqua, che gli arrivava alle caviglie o, al massimo alle ginocchia, ma che per il suricato era comunque un ambiente quanto mai sgradito.

Jacopo però sapeva che le tracce lasciate nel terreno erano solo il minore degli indizi seguiti da quei mostri. I loro pensieri lasciavano una scia, che per i raptor era assai più visibile. La loro sola salvezza era che in quel momento c’erano centinaia di altre scie di pensieri: quelle dei suricati, che si allontanavano da Otto Buche e creavano come un’interferenza.

Jacopo sapeva però che i loro pensieri erano diversi e che i raptor se ne sarebbero presto accorti e li avrebbero riconosciuti. I suoi pensieri, poi, erano schedati. Era come se le sue impronte digitali fossero depositate nell’archivio della polizia: le impronte della sua mente erano note alla memoria delle Porte. Non avrebbero tardato a riconoscerlo per ‘l’assassino di Sekro’ e a firmare la sua condanna a morte.

 
 

________________

Prosegue il web-editing: attendo commenti per eiminare errori e refusi. Vi aspetto anche qui: http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3195758#new_thread

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi