Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 17 - L´arrivo degli intelliraptor

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 17 - L´arrivo degli intelliraptor
I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantascienza      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 02/11/2012
Visite 2782
Note Anche per questo capitolo aspetto le vostre critiche più spietate (no, non mi offendo), con la speranza di poter migliorare il testo. Sono graditi disegni per illustrare questo o altri capitoli e la segnalazione di errori e refusi.

 

 
I bambini e i suricati avevano lasciato da poco Otto Buche, quando il muso dai lunghi denti affilati di un raptor si sporse da sopra il muro. Un attimo dopo il discendente dei velociraptor era ritto in piedi sulla parete difensiva della città dei suricati e scrutava la piazza sottostante, ormai deserta.
Con un balzo, il feroce lucertolone saltò giù e cominciò a scavare a caso alla ricerca di qualche suricato rimasto nella sua buca. Poco dopo, altri due intelliraptor lo raggiunsero e presero a distruggere ogni cosa intorno, alla ricerca degli abitanti della città. Indossavano tutti grossi cinturoni, da cui pendevano armi di vario genere e sulla schiena reggevano enormi zaini, forse anche questi colmi d’armi. Uccidere era la loro principale preoccupazione, occupazione e unico vero interesse. Già i dinosauri da cui discendevano erano stati perfette macchine assassine, con le forti mascelle, gli artigli rostrati, le veloci zampe e le tecniche di caccia di gruppo. Rispetto ai velociraptor del giurassico, gli intelliraptor erano evoluti come l’uomo era evoluto in confronto ai primi mammiferi che avevano abitato in quelle epoche. I rettili, però, sembravano evolversi più lentamente dei mammiferi. Tra gli intelliraptor e i loro antenati giurassici c’era forse la differenza che passa tra un australopiteco e un homo sapiens.
Gli intelliraptor erano alti circa due metri e mezzo. Avevano code più corte dei loro antenati. Le mascelle, però,  erano altrettanto possenti. Gli arti superiori si erano allungati e la postura era più eretta che nel passato. Era soprattutto il loro cervello ad essersi sviluppato. Avevano una civiltà tecnologica altamente evoluta, capace, com’era di viaggiare attraverso il tempo e le sue ramificazioni, raggiungendo tutti i futuri possibili, che nascono da ogni passato. Erano anche in grado di leggere il pensiero di qualunque animale e di comunicare tra loro telepaticamente.
Queste capacità, unitamente alla loro ferocia e determinazione, facevano di loro i veri dominatori degli universi divergenti. Le Porte del Tempo consentivano loro, infatti, di muoversi da un’epoca all’altra, da un universo all’altro, da un’ucronia a un’altra.
L’immagine che gli uomini hanno del Tempo è quella di una retta, lungo la quale ci si può muovere in una sola direzione, cioè dal passato verso il futuro.
Il Tempo, invece, è un frattale, come un albero con infiniti rami, ognuno dei quali si dirama in infiniti ramoscelli, da ciascuno dei quali partono ancora altri ramoscelli. Ogni istante la Storia prende una determinata direzione, ma nello stesso istante la direzione che non è stata presa in un dato universo viene presa in un altro, che diverge dal primo e che possiamo dunque chiamare “universo divergente.”
Esistono, dunque, infiniti universi divergenti, che differiscono tra loro di un piccolo particolare o d’innumerevoli aspetti. Esiste cioè un universo in cui Cristoforo Colombo è sbarcato in Messico ed è rimasto prigioniero degli aztechi[1], un universo in cui Giovanna d’Arco è diventata regina di Francia[2], un universo in cui l’umanità è rimasta una razza di scimmie che vive nelle foreste, un universo in cui i suricati sono la specie più intelligente, un universo in cui i discendenti dei velociraptor hanno costruito enormi città e dominano il sistema solare, un universo in cui la Terra è abitata da orsi tecnologici, un universo in cui le formiche sono sbarcate sulla luna, uno in cui i cani allevano gatti, uno in cui le galline sono furbe, gli asini fanno i professori, i pesci chiacchierano e le sorelle sono simpatiche.
Gli Intelliraptor, grazie alle Porte del Tempo erano in grado di muoversi tra gli universi. Le Porte però si aprivano solo in dati momenti e in dati luoghi. Ce ne voleva una nell’universo in cui si voleva andare. Questo era il loro solo limite.
 
Se avesse potuto vederli mettere a soqquadro la città dei Saariii, Jacopo avrebbe forse immaginato che cercavano i fucili. I suricati non erano certo prede interessanti per quei bestioni abituati alla caccia grossa a bisonti e elefanti. Il bambino, invece, in quel momento stava solo pensando a fuggire il più lontano possibile da loro. Un altro pensiero, in realtà, lo tormentava: come fare ritorno alla Porta del Tempo e attraverso essa a casa. In quel momento lui, Marco, Elisa e il suricato Vaaa stavano allontanandosi non solo da Otto Buche e dagli intelliraptor, ma anche dalla sola vera via di fuga che i bambini conoscessero per lasciare quello strano mondo rovesciato, in cui gli uomini vivevano come animali e gli animali si facevano la guerra per dominarlo: la Porta del Tempo.
Jacopo continuava sforzarsi di non pensare, per non essere rintracciato dai poteri telepatici dei raptor, ma era più forte di lui. Troppi pensieri gli affollavano la mente e chiedevano di uscire. Sapeva che pensare alla via di fuga equivaleva a segnalarla ai raptor, ma era quella la sua ossessione in quel momento e del resto non sapeva come altro fare a fuggire se non ‘pensando’ a un modo per farlo.
E poi, nella sua testa, c’erano loro: i pensieri dei raptor, ancora vaghi e indistinti ma sempre presenti. Jacopo sentiva che non dovevano ancora aver capito che lui era lì e che stava fuggendo. Non lo sapeva per certo, ma riteneva che nel momento in cui i raptor avessero individuato la sua mente, anche lui avrebbe avuto una visione più chiara dei loro pensieri, che ora, invece, erano solo ‘rumore di sottofondo’. Non sembravano essere lì per lui. Non ancora. Quello che sembravano cercare erano i fucili. Il che cambiava di poco la situazione, dato che i fucili li avevano addosso e non avevano voglia di sbarazzarsene.
L’acqua di un nuovo torrente si gettava nel ruscello che i bambini stavano seguendo per non lasciare tracce. La corrente diventava quindi più forte e l’acqua più profonda. Non potevano più proseguire camminandoci dentro.
“Torniamo sulla riva” suggerì Elisa “ormai dovremmo averli sviati abbastanza. Anzi, lasciamo il corso del fiume per confondere di più i raptor. Non penso che ci seguano ancora.”
“Non penso che c’abbiano ancora seguito” notò Jacopo “ma credo che siano qui proprio per noi, per riprendersi questi fucili. Appena avranno capito che li abbiamo, lasceranno i suricati e verranno a cercarci e…ci troveranno. Cercate di non pensare e soprattutto di non pensare alle armi. Ci provo anch’io anche se non ci riesco.”
“Hai ragione. Devono essere stati i fucili a richiamarli. Lasciamoli qui. Forse così non riusciranno a trovarci” rispose Elisa.
“Se li lasciamo non avremo difesa contro lupi, orsi o altri predatori” protestò Marco “né contro di loro.”
“Abbiamo sempre le pistole di Ortuz. Lasciamo i fucili, vi dico, se sono loro a tirarci dietro quei mostri” insistette Elisa.
Jacopo sentiva che Elisa aveva ragione ma solo in parte.
“Forse si accorgono di dove sono i fucili solo quando sparano” tentò di argomentare, ma neanche lui era convinto di quanto diceva.
Cercavano anche lui, anche se erano venuti lì per le armi. Ancora non sapevano che in quell’universo c’era anche Jacopo, “l’assassino di Sekro.” Gli dispiaceva liberarsi di quelle armi, che più di una volta gli erano state tanto utili, ma pensò che non avevano scelta. Del resto quei fucili pesavano davvero troppo e non ne potevano più di tenerli nei loro zaini.
Visto che i due fratelli non gli rispondevano, Jacopo disse:
“Ok. Lasciamoli. Comunque non potremmo usarli. Probabilmente appena spariamo i raptor ci individuano.”
“Però nascondiamoli. Non voglio semplificare la vita a quei bastardi” disse Marco.
“Come vuoi, ma penso che nessun nascondiglio sia sufficiente a impedire ai raptor di trovarli” notò Elisa.
“Lasciamoli in vista, invece” suggerì Jacopo “penso sia meglio. Prima li trovano, prima smettono di cercarci. É bene che se ne vadano subito da qui, da questo universo.”
“Forse hai ragione” ammise Marco “potremmo sparare dei colpi in aria per farli trovare.”
“Non esageriamo adesso!” protestò la sorella. “Dobbiamo avere il tempo di allontanarci. Lasciamoli qui e basta.”
Lasciate le armi  in terra, s’incamminarono nel bosco, sempre assieme al suricato, che aveva assistito all’abbandono delle armi senza protestare.
“Proviamo a tornare verso la Porta” disse Jacopo, dopo qualche passo. Forse ormai i raptor se ne saranno allontanati.
Cercò di spiegare la cosa a Vaaa per farsi guidare da lui. Il suricato parve capire, ma non sembrava affatto intenzionato ad aiutarli. A lui interessava solo allontanarsi il più possibile.
“Questa fuga non ha più senso” protestò qualche passo più avanti Elisa “non possiamo scappare in eterno. Già una volta siamo riusciti a raggiungere la Porta sotto gli occhi dei raptor stessi. Questa volta magari sono lontani da lì.”
“Hai ragione” disse Jacopo “ma se Vaaa non ci aiuta, non siamo in grado di ritrovare la Porta senza ripercorrere all’indietro il ruscello e se lo facciamo rischiamo di finire dritti dritti tra le grinfie dei raptor.”
“Forse neanche Vaaa conosce un’altra strada” lo giustificò Elisa.
Continuarono così a camminare fino al tramonto, allontanandosi. Al calar del sole si arrampicarono su un albero e si avvolsero nelle coperte, mentre Vaaa s’infilava in una piccola buca scavata in gran velocità.
Dormire su un albero era molto scomodo, ma non era la prima volta che lo facevano. Trovarono dei punti in cui i rami s’incrociavano in modo da impedir loro di cadere. Era, comunque, un sonno spezzato, perché ogni volta che provavano a girarsi si risvegliavano con la sensazione di cadere nel vuoto. La stanchezza però era molta e altrettanta era la paura degli animali, che si aggiravano nel bosco di notte. L’albero non offriva una gran protezione, ma almeno li difendeva dai predatori incapaci di arrampicarsi. Per fortuna nessun “mangia-bambini” si fece vedere quella notte.
I pensieri dei raptor sembravano essersi affievoliti nella mente di Jacopo, ma erano sempre lì e il bambino, sentendoli, faticò ad addormentarsi.
 
Quando finalmente riuscì a dormire un poco più profondamente, tornò a sognare il Grande Orso. Il forte plantigrado era sulla riva del fiume e raccoglieva con ruvide zampate pesci argentati, che guizzavano nell’aria con vivaci luccichii e spruzzi luminosi. Il pelo del Grande Orso era lucido e scuro. Il fiume gli scorreva attorno, quasi scansandosi reverenziale alla sua presenza. Poi l’Orso colpì ancora l’acqua con la zampa artigliata, ma questa volta non ne saltò fuori un pesce, bensì uno strano rettile, un essere dalla lunga coda, dalle forti mascelle dentate e dallo sguardo d’odio. Era un raptor in miniatura. Colpito dalla zampa dell’Orso, anch’esso schizzò, saettando verso il cielo. Quando ebbe terminato la propria parabola ascendente, nell’iniziare la discesa verso terra, parve crescere velocemente di taglia. In un attimo aveva le dimensioni di un grosso raptor, con le fauci spalancate, pronte a ghermirlo. Jacopo si svegliò aggrappandosi al ramo con la sensazione di precipitare. Nella sua testa sentiva i pensieri dei raptor più forti che mai ma sempre confusi. Non dovevano ancora averli individuati, sperò Jacopo.
 
Quel mattino i tre raptor giunsero all’incrocio dei due torrenti. Si guardarono attorno e non impiegarono molto a trovare i fucili. Li raccolsero con un ringhio, che, a sentirlo, si sarebbe stentato a capire se fosse d’esultanza o di rabbia. Scrutarono con attenzione le armi, quasi riconoscessero l’una dall’altra. Una in particolare parve colpire la loro attenzione. Era quella di Jacopo Flammer. L’arma che il bambino aveva rubato al feroce Gruhum e che si era portato dietro fin dall’inizio.
Un attimo dopo, se così si può dire, in un altro tempo e in un altro universo, il Colonnello Gruhum fu informato che la sua arma era stata ritrovata.


[1] Vedi “Il Colombo divergente” di Carlo Menzinger – Edizioni Liberodiscrivere – anno 2001.
[2] Vedi “Giovanna e l’angelo” di Carlo Menzinger – Edizioni Liberodiscrivere – anno 2007.
 
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La revisione del romanzo prosegue anche su Web-editing di anobii: http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3195758#new_thread

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