Giovanni Barlocco
L’innocenza è la virtù dei morti

Titolo L’innocenza è la virtù dei morti
Autore Giovanni Barlocco
Genere Narrativa - Avventuroso      
Pubblicata il 06/11/2012
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Editore liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  133
ISBN 9788873884125
Pagine 332
Note in copertina fotografia di Diana Lapin
Prezzo Libro 18,00 € PayPal

Livia e Stefano vivono una storia che si snoda in luoghi e vicende densi di atmosfere, tra percorsi intricati, cercando di realizzare un compito che è un’eredità spirituale.

I due giovani protagonisti si muovono su itinerari segreti, tra avventure presenti ad ogni svolta del loro difficile sentiero, dentro affascinanti descrizioni di luoghi e personaggi che escono dal romanzo come nitide visioni.

Livia vuole proseguire l’opera di un maestro assassinato, e Stefano la perde, la ritrova, la salva, forse per perderla di nuovo, tra paesaggi duri e pericolosi, profondi come baratri o come gli abissi freddi di un’anima tradita.

In un contesto del genere, perfino i concetti che si pensano più radicati, rappresentati da parole come “verità” o “giustizia”, possono subire l’urto di una realtà ignota fino a un attimo prima, capace di cambiarli radicalmente, insieme alle persone che, per averli concepiti e maturati, ritengono di conoscerli a fondo.

L’autore ha una scrittura che fa volare tra le pagine e trasporta in luoghi inaspettati, fisici, ma anche spirituali, luoghi di lotta e crudeltà e di amicizia ed eroismo e magia.

La trama dei percorsi, dei pensieri, delle azioni che compiono i personaggi, è cucita con un filo che non si interrompe mai, nemmeno nei cambi di scena, in cui una parola, una frase, una situazione precedente, trovano il loro posto all’inizio della scena successiva, in una sorta di dissolvenza incrociata letteraria che dà ritmo e brillantezza alla narrazione. 

E quel filo rimane sempre teso tra il romanzo e il suo lettore, rendendo quest’ultimo avido della storia fino alla sua conclusione. E forse oltre.

 

I

Si guardò allo specchio.

Era ancora un fatto strano per lei; le dava perfino un po’ fastidio quel piccolo cedimento alla frivolezza, anche se, da tempo, era diventato quasi un dovere.

Non riusciva a smettere, tuttavia, di provare un lieve accenno di imbarazzo ogni volta che la superficie imparziale le rimandava una immagine di compiuta femminilità.

Livia non pensava di essere particolarmente bella, ma si accorgeva degli sguardi maschili che la smentivano.

Spesso si faceva degli scrupoli. Era come se quei doni, che pure servivano ai suoi fini, diventassero immeritati quando aveva il dubbio che soddisfacessero la sua vanità.

O non erano piuttosto i suoi fini stessi che soddisfacevano una vanità ancora più grande? Non era di quella che avrebbe dovuto vergognarsi?

Livia era semplice e diretta con il prossimo, per rispetto. Uno dei suoi punti di forza.

Le sue convinzioni sui parametri cardinali di analisi dell’individuo nel mondo: vita e opere, poggiavano su solide basi, costruite con metodo.

Complicazioni e tortuosità nascoste ce n’erano in abbondanza, ma le faceva scontare solo a se stessa.

Respirò profondamente e pensò, per l’ennesima volta, che le sue insicurezze andavano controllate, che non poteva permettersele, che aveva responsabilità e priorità più importanti della introspezione; aveva scelto lei quella vita e, finché ci fosse stato da correre, avrebbe corso.

Il momento di guardarsi indietro, oppure dentro, in maniera approfondita, sarebbe arrivato, ma non era ancora il tempo.

Aprì la porta ed uscì nel corridoio.

L’aspettava Serena, la segretaria di produzione, che l’accompagnò fino alla sua poltroncina, nello studio illuminato a giorno.

Alcuni invitati erano già seduti e si alzarono al suo arrivo, altri entrarono dopo.

Lei conosceva già Attanasio, il capo della polizia, e Ferrari, il direttore dell’Eco; Serena le presentò gli altri due: il professor Lamberti, anziano sociologo di fama, e un’immancabile giovane attrice di doppio cognome: Floriana Setti Bardi.

Sperò di non doverla nominare del tutto quando le avrebbe rivolto la parola.

Di lì a poco, arrivò anche Francesca Virzì, la conduttrice di quel programma alla moda. 

Il suo “Di Profilo” aveva polverizzato tutti gli indici di ascolto; la lista dei personaggi che avrebbero voluto parteciparvi per mettersi in mostra era infinita.

Quel salotto televisivo era, in quel periodo, una piazza immensa, un tribunale planetario, un muro infinito su cui appiccicare la propria faccia.

Il programma avrebbe sicuramente ceduto il suo vantaggio, prima o poi, ma in quel momento non c’era niente di meglio per entrare nella testa e nel cuore del paese. O per farsi calpestare sotto tutti i suoi piedi. 

Francesca Virzì era una donna bella e una professionista intelligente, capace di orientare con le sue domande e, ancor più, con il suo atteggiamento, solo apparentemente neutrale, il giudizio degli spettatori.

Chi non le piaceva aumentava in maniera esponenziale il rischio di impopolarità, ma erano in molti gli aspiranti ospiti che, per presunzione o per calcolo, ritenevano valesse la pena di sottoporsi al confronto.

La giornalista salutò tutti affabilmente e strinse la mano a Livia, sorridendole con calore. Le chiese: “Pronta?”

Lei sorrise a sua volta: “Pronta.” Rispose.

Presero posto.

La regia chiese silenzio e, dopo pochi secondi, la trasmissione ebbe inizio.

 

Ebbe inizio. 

Si inoltrò per un lungo corridoio illuminato, che lo avrebbe condotto alla sala ad anfiteatro.

Lo precedevano gli addetti alla sicurezza, scelti tra gli agenti destinati alla protezione del Presidente, e lo scortavano alcuni giovani volontari suoi collaboratori che, a volte, fungevano anche da guardie del corpo.

Era stanco, ma lucido e sicuro.

Anche questa era quasi fatta.

Il suo discorso avrebbe portato a compimento un’opera durata anni, costruita con abnegazione, fatica e sangue, da tanti uomini e donne di buona volontà.

Alcuni di essi non l’avrebbero vista, la fine; avevano dato la vita perché lui potesse essere lì a parlare quel giorno, ed erano già nomi dimenticati, ossa bianche nella terra o nell’acqua, o cenere.

Quel giorno, la sua voce, il suo discorso sarebbero stati anche la loro voce e il loro discorso.

Nella grande sala lo aspettavano i capi delle fazioni che avevano insanguinato quella terra africana per anni, che l’avevano affamata per acquistare armi al posto di tutto ciò che davvero serviva.

Avrebbero votato la proposta della sua organizzazione, la Men And Women Alive, che tutto il mondo aveva imparato a conoscere come MAWA.

Lui conosceva già l’esito di quella votazione, insieme a centinaia di persone aveva tessuto trame fitte; poi, con il suo ridotto staff, aveva condotto lunghi negoziati, e lui stesso aveva esercitato pressioni al confine con il ricatto, aveva messo a repentaglio la propria incolumità, a volte in modi impensabili, come quando, nel deserto, un capo di una coalizione di tribù guerriere, per suggellare un patto gli aveva offerto la figlia undicenne, offendendosi mortalmente quando aveva tentato di rifiutare.

Sorrise al ricordo.

Beathan Buchanan aveva sessantacinque anni, all’epoca, e una ragazzina così giovane non l’avrebbe toccata neanche se ne avesse avuti venti.

Quando ormai la situazione si era fatta critica, il suo interprete gli aveva suggerito di fingere di accettare l’offerta.

Gli aveva dato retta. Si erano appartati, lui e la bambina, in una capanna per un’oretta, trascorsa a disegnare animali buffi sul pavimento di terra battuta, e, dopo che ne erano usciti, Beat aveva rassicurato il capo di aver gradito molto il “dono”, ringraziandolo sentitamente di fronte al suo entourage. Questa opportuna bugia, non necessariamente creduta, aveva salvato la trattativa, le convenienze, l’onore del capo, la bambina, la lingua dell’interprete e la testa d’argento del dottor Buchanan.

Forse non era bello, a quella età, cavarsela con una menzogna, ma per una posta del genere lui avrebbe spergiurato anche sulla Bibbia. 

Ancora pochi passi lo separavano dalla porta.

Aveva disposto accrediti per tutte le televisioni, le radio, i giornali, che aveva potuto far arrivare fin lì.

Tutto il mondo doveva conoscere quel successo della MAWA, doveva sapere che era possibile battere la guerra e, soprattutto, doveva rendersi conto che c’erano ancora molti scalini da salire prima di arrivare ai mercanti d’armi occidentali, agli stati bianchi che, mentre tuonavano contro il terrorismo, porgevano poco cibo e medicine scadute con la mano sinistra, e fucili ultimo modello con la destra.

C’era ancora tanto lavoro da fare per aprire occhi ben pagati per la loro cecità

Ma quello era un pezzetto di mattone, e ogni palazzo comincia da un mattone.

Se ce l’avevano fatta lì, voleva dire che ce la potevano fare dove altri signori della guerra armavano i bambini, in Somalia, o in Darfur; in Palestina, dove ogni volta che la pace dei poveri e dei giusti sembrava avvicinarsi, accadeva qualcosa di cruento, pianificato chissà dove, e si ricominciava da capo.

L’uomo davanti a lui si era fermato e aveva messo la mano sulla maniglia.

La pesante porta di legno si era aperta senza rumore.

Lui si era sentito emozionato, nonostante tutta la sua esperienza. Aveva pensato che, dopo quel discorso, si sarebbe preso, finalmente, un periodo di vacanza e che, forse, era tempo di pensare alla sua successione.

Era stato previdente e sottile, aveva già preparato tutto perché il distacco fosse graduale e l’avvicendamento indolore per la sua organizzazione.

Aveva anche scelto da tempo la persona giusta, che neanche immaginava di essere stata scelta.

Beathan Buchanan, direttore della MAWA, respirò profondamente ed entrò nella vasta sala in cui uomini in giacca e cravatta si alzarono in piedi accanto ad altri a torso nudo o vestiti di tessuti multicolori.

Cominciò una frenesia di flash e un applauso scrosciante, mentre il delegato dell’ONU, al centro dell’emiciclo, gli stringeva la mano sorridendo. 

 

Sorridendo si era fermato e aveva messo la mano sulla maniglia

Aprì, e fu come aprire la porta al suo passato, alla sua identità autentica.

“Chiamatemi Baptiste.” Era quello che aveva sempre detto ai bianchi che gli chiedevano il suo nome 

Quello vero glielo aveva cambiato la religiosa francese fin dalla prima volta, quando lui era stato lasciato vicino al piccolo orto dietro alla scuola e lei aveva preceduto di poco la iena che aveva già annusato l’odore del facile pasto.

Suor Marie era in Africa da non molto, e aveva tentato, con buona volontà, di riprodurre i suoni che uscivano dalle labbra gonfie di quel bimbetto esile e nudo, dal ventre prominente e gli occhi profondi, abbracciato al corpo della madre morta, ma alla fine si era arresa.

“Oggi si festeggia un santo importante, sai -aveva tentato di spiegargli prendendolo in braccio, e, anche se lui non aveva capito, la donna aveva annuito.- Ti chiamerò Baptiste.”

Si era addormentato, o forse le era svenuto addosso, e, dal suo risveglio, per qualche tempo aveva creduto di essere arrivato in paradiso.

Poi, crescendo, aveva capito che anche i bianchi animati dalle migliori intenzioni, qualcosa devono portarti via, sempre e comunque. Se non hai altro, è il nome. 

Crescendo, aveva cominciato a studiare, Baptiste, e aveva mostrato un’intelligenza non comune.

Si era appassionato alla storia della sua gente, che era stata una storia di deportazione e schiavitù, e aveva seguito sui libri le tracce narrate degli uomini neri, fino in Europa e in America, un continente cresciuto e diventato ricco con il sudore e il sangue dei suoi avi.

Non ci aveva messo molto a cambiare idea sul mondo, anche perché, più grande, aveva subito l’influenza di “King” Dulu, un capo del sedicente Esercito di Liberazione del Wororoland, appartenente all’etnia Madi, che, all’epoca, faceva il camionista per i bianchi e portava ogni genere di carico in giro per l’Africa.

Lui i bianchi li odiava, ma aspettava il momento buono per far divampare il fuoco che covava sotto la cenere.

Gli diceva sempre: “Sappi aspettare, chuna. I bianchi ci usano da secoli, si prendono le nostre vite, le nostre donne, il nostro paese e - aggiungeva, fissandolo negli occhi- i nostri figli.

Anche noi dobbiamo imparare a usare loro, e aspettare. Il futuro è nostro.” 

Nessun bianco della missione, sapeva infatti del carisma di King Dulu, di quanto egli fosse importante e ascoltato dalla sua comunità, nel vicino villaggio.

Per le suore e per i volontari era un lavoratore, un marinaio di terra che ogni tanto, di ritorno dai suoi viaggi, attraccava in quel porto, sperduto in un oceano vegetale.

A Baptiste piaceva parlare con King Dulu; gli raccontò tutto quel che ricordava della sua poca vita passata, dei suoi fratelli e sorelle, di suo padre, Tama, che era morto anche lui nell’incendio della loro grande capanna, e che ricordava come un uomo alto e imponente, dagli occhi vivi e pronti al sorriso, a cui tutti tributavano rispetto.

Gli raccontò di sua madre, che fuggi con lui, ferita, e lo difese dal leopardo, di come camminarono per giorni, inseguiti da qualcuno che lui non vide mai, cibandosi anche dei resti lasciati dai predatori e bevendo l’acqua di pozze fangose, fino ad arrivare alla casa delle sorelle bianche, dove lei, morente, lo aveva abbandonato. 

Quando gli aveva detto tutte queste cose, King Dulu lo aveva ascoltato con l’attenzione che si riserva a un adulto, poi gli aveva sorriso. “Sei un chuna coraggioso. L’Africa ha bisogno di figli come te.” 

Baptiste avrebbe voluto che le sue conversazioni con il camionista non finissero mai, ma le esplosioni di violenza divennero sempre più frequenti nel paese, fino all’ovvia degenerazione, al nuovo scoppio della guerra che divampò in un soffio rovente, come il fuoco dalle braci.

Quando il villaggio fu evacuato, anche di King Dulu si persero le tracce.

Prima di sparire, però, il Madi aveva fatto di Baptiste una sua creatura.

Gli aveva spiegato che tutto il bene che aveva ricevuto alla missione era frutto di un calcolo, che i bianchi erano astuti e, presto o tardi, lui li avrebbe dovuti ripagare con gli interessi; che loro volevano fare di lui uno schiavo senza neanche affrontare la fatica di prenderlo prigioniero.

L’unico modo per salvarsi da tutto questo era diventare più furbo dei bianchi.

Fingere di accettare il loro mondo, impararlo, senza dimenticare mai di essere un nero, di appartenere a un altro paese e a un'altra vita, entrambi rubati.

“Io ti chiamerò quando sarà il momento -gli aveva detto- e tu risponderai, chuna, perché sei come me, non come loro.

Fino a quel momento, stai acquattato nell’erba, osserva e impara” 

Baptiste era sempre stato un allievo diligente e, durante la guerra, i mercenari bianchi che avevano stuprato e ucciso due ragazze della scuola lo avevano definitivamente spinto ad applicarsi negli insegnamenti di King Dulu.

Si era nascosto bene, quella volta, e aveva pianto, giurando a se stesso che, da quel momento in poi, sarebbe stato lui a far piangere i bianchi.

Si era nascosto ancora meglio in seguito.

Quando infine la missione era stata chiusa, suor Marie, prima di andarsene, era riuscita a trovare un posto per il suo allievo migliore nella scuola della capitale, diretta da europei.

La partenza di suor Marie, oltre a far piombare il ragazzo in un pozzo di solitudine, gli aveva levato anche l’ultimo residuo di complesso di colpa per le sue idee nei confronti dei bianchi.

Se lei avesse saputo cosa si agitava nell’anima tormentata di quell’adole-cente, forse avrebbe potuto curarne il male, come curava la malaria.

Ma Baptiste cresceva un cuore ribelle dietro una innocua parete di docilità e la donna partì senza conoscerlo a fondo, spezzando l’ultimo legame d’affetto. 

Il giorno in cui si era diplomato a pieni voti, i suoi documenti gli assegnavano i dati anagrafici di Baptiste Oglala, che egli stesso aveva scelto. Nessuno lo sapeva, ma il cognome non c’entrava niente con le sue origini, era un personale omaggio ai fratelli rossi che, in America, si erano visti strappare la terra e la vita, in un modo analogo a quello dei neri in Africa.

Baptiste pensava che ci fosse una dose di macabra ironia nel fatto che i bianchi, spesso razzisti, fossero loro, storicamente, una razza maledetta.

Il suo vero nome non lo pronunciò mai, lo custodì tra le labbra, ripromettendosi di usarlo solo nel momento in cui avrebbe rivelato la sua vera natura.

E quel momento era vicino.

Si fece da parte, permettendo al bianco di entrare, e lo seguì immediatamente.

Coprì la distanza con pochi passi.

Era abituato a quel genere di clamore, agli applausi, all’invadenza della gente.

E, dall’alto del suo metro e novantuno di altezza muscolosa, non aveva mai avuto problemi.

Del resto, da quando era entrato nell’esercito regolare, le sue doti fisiche si erano ulteriormente affinate con l’addestramento che aveva seguito scrupolosamente, come tutte le cose che aveva desiderato imparare ritenendole utili.

Così, entrare a far parte di un corpo scelto era stato uno sbocco naturale.

Baptiste si era guadagnato la fiducia di colleghi e superiori con una condotta impeccabile e una intelligenza viva e mai troppo ostentata.

La sua veloce carriera senza macchia era durata dieci anni e l’aveva portato in giro per il mondo, a guardare e imparare, fino a diventare il più serio candidato a ricoprire la carica di capo della Guardia Personale del Presidente.

Fino a una settimana prima, quando King Dulu lo aveva chiamato.

Il colletto della camicia gli sembrò un po’ più stretto del solito, ma non cercò di allentare il nodo della cravatta, mentre prendeva posto a fianco dell’uomo che aspettò si facesse silenzio prima di cominciare a parlare.

 

Prima di cominciare a parlare, Bebu si guardò intorno e, con l’orgoglio dipinto sul viso, pronunciò le prime parole: “Signore e signori…” 

Un rumore amplificato dal silenzio, l’insulto crudo e sgranato degli spari, interruppe il suo discorso, senza che fosse mai iniziato.

Per una frazione di secondo, la stessa aria sembrò immobilizzarsi, poi tutti si accorsero dello sparatore, appoggiato alla balconata che affacciava sulla grande sala.

Fu un caos istantaneo di urla e di corpi in fuga, e di corpi caduti, qualcuno colpito dalle pallottole.

Lui non aveva capito subito.

O forse il suo cervello si era rifiutato di capire, di accettare lo sbriciolarsi di un sogno diventato realtà, in pochi attimi.

Un’onda di ansia indefinita e primordiale, ancora prima di qualsiasi sensazione di allarme, gli era cresciuta dentro.

L’uomo alto alla sua destra, che fino a un attimo prima stava immobile come una statua, si era mosso, fulmineo, gli si era buttato addosso, e il mondo era diventato concitato e confuso; Bebu si era ritrovato a terra, sotto quel corpo duro, senza riuscire a formulare un pensiero. 

Non ebbe quasi il tempo di sentire le grida, né di provare paura o gratitudine, per il suo scudo vivo, perché, un istante dopo, una lama affilata gli tagliò la gola. 

 

La gola le si stava seccando, le succedeva spesso negli studi televisivi, dove i riflettori emanavano un caldo infernale 

L’assistente, dietro alle telecamere, stava scrivendo qualcosa sulla lavagna; quando la mostrò, anche Livia poté leggervi sopra: “Interrompi. Pubblicità”

Capì che non si trattava di qualcosa di programmato, perché la conduttrice ebbe una breve esitazione, prima di dirle, con un sorriso: “A questa domanda, dottoressa Beltrami, mi risponderà dopo un breve intervallo, tra pochi secondi.”

Sui monitor comparve una breve sigla che precedeva lo stacco e Francesca Virzì si alzò in piedi, domandando: -Che succede?- all’uomo che le stava porgendo un foglio di carta.

Lo prese e lo scorse rapidamente. 

Le sfuggì un’esclamazione soffocata, poi si rivolse ai suoi ospiti:

“Scusate, ma è accaduto un fatto molto grave, pochi minuti fa.”

Il suo sguardo si spostò su Livia, che si alzò a sua volta, sentendosi gelare.

“C’è stato… un attentato -proseguì la donna- nel Wororoland.”

A Livia bastò. 

Sentì che le gambe non la reggevano e dovette sedersi di nuovo, Francesca Virzì la vide impallidire e si avvicinò, sollecita.

“Si sente male, dottoressa? -poi rivolta ai tecnici- Un bicchiere d’acqua! Portate dell’acqua, per favore.”

“Come è successo?” Domandò Ferrari.

La conduttrice lanciò un’occhiata a Livia, che assentì: “Non si preoccupi, dica pure.”

“La conferenza delle tribù, l’evento organizzato dalla MAWA.

Hanno sparato.

Non conosco i dettagli, ma sembra che siano morti… il delegato ONU e il professor Buchanan.”

“Beat….” Livia chiuse gli occhi ed ebbe una breve vertigine, quando li riaprì, qualcuno le porse un bicchiere d’acqua.

“Abbiamo un filmato, diffuso sul web, -continuò la giornalista- lo manderemo in onda tra poco. Naturalmente questa notizia cambia tutto l’andamento della trasmissione. Dottoressa, mi dispiace, sappiamo tutti quali legami ci fossero tra lei e il Direttore della Mawa. Se non se la sente di rimanere, la faccio accompagnare al suo albergo.”

Livia stava appena riprendendo un po’di colore. Finì di bere e rispose con voce ferma. 

“No, grazie, preferisco rimanere, voglio rendermi conto di quel che è successo.”

“Se rimane, -continuò Virzì, gentilmente- dovrò fare anche a lei qualche domanda.”

“Va bene.”

Una voce proveniente da un altoparlante chiese “Pronti?”

La giornalista prese nuovamente il suo posto “Pronti.”

“Cominciamo su di te. Dai l’annuncio, poi fai partire il filmato.”

“Ok.”

Livia respirò profondamente.

 

Livia respirò profondamente.

Era stata una giornata spaventosa, lei non era ancora riuscita a spezzare quella specie di morsa di ovatta che la stringeva da ore, limitandole la percezione della realtà, distorcendola in qualche modo, come se avesse la febbre.

Forse l’aveva, la febbre. Si mise automaticamente una mano sulla fronte. 

Aveva spento i cellulari da un pezzo, altrimenti non avrebbero smesso di suonare, e lei non ce la faceva più a rilasciare dichiarazioni e rispondere a domande che rinnovavano il suo dolore.

La camera prenotata dalla produzione, vicino agli studi, le aveva evitato di sprecare tempo in un doppio attraversamento della città, ma ora non le sembrava più una buona idea.

Forse, a casa sua, avrebbe patito meno la solitudine. 

Si sedette sul letto anonimo, in quella stanza d’albergo, senza riuscire ancora a piangere.

Stefano l’aveva cercata, sul numero privato, avevano scambiato poche battute mentre lei usciva dagli studi televisivi, inebetita.

Non c’era stato altro tempo, poi; aveva dovuto rispondere a una serie di domande tutte uguali e aveva provato a saperne di più, senza grandi risultati.

Scalciò via le scarpe e si lasciò cadere supina.

Tutta quella fatica… quell’impegno… ne valeva la pena?

Si poteva davvero vincere? Come sosteneva sempre il professor Buchanan, un uomo magnifico, colto, intelligente e indomito, uno studioso in odore di Nobel, eppure così semplice da essere solo “Beat” per quasi tutti quelli che lo conoscevano e “Bebu” per i suoi amici africani. 

Si poteva vincere o ci si doveva rassegnare alla corruzione del mondo e tentare di sopravvivere meglio che si poteva?

Intanto era bastato un proiettile, un pezzetto di piombo scagliato da un killer, un essere probabilmente ottuso e abile solo ad uccidere, per porre fine a una vita meravigliosa e stroncare la speranza di milioni di persone, milioni di altre vite che avrebbero potuto essere migliori. Quante volte era già successo?

Si asciugò le lacrime che ora le irritavano gli occhi e non volevano scendere.

E ripassò mentalmente i passi che l’avevano portata alla fortuna di incontrare Beat.

Forse, al momento, faceva più male che cercare di distrarsi, ma lei non era mai stata una di quelle che voltano la testa dall’altra parte, lei voleva conservare ogni cosa, voleva che la memoria di lui le rimanesse nitida per sempre, anche se, adesso, le bruciava dentro in una maniera quasi intollerabile.

Quel dolore, per quanto grande, andava catturato e domato subito. Se gli avesse permesso di nascondersi, prima o poi avrebbe rischiato di esserne divorata.

Beat non era stato come un padre, lei un padre già l’aveva; per certi versi era qualcosa di più.

Se non fosse stato per la differenza di età, Livia se ne sarebbe potuta innamorare, e supponeva che qualcosa le sarebbe capitato comunque, se proprio Beat non le avesse fatto capire, con ironia e delicatezza e senza alcun riferimento diretto, che non era disponibile a impadronirsi del cuore di una ragazzina.

Lo aveva conosciuto a ventitre anni, appena laureata, lui ne aveva sessantuno.

Curiosamente era stato lui per primo ad assistere a un convegno in cui lei, emozionatissima, aveva parlato di fronte a una platea importante, quando la sua tesi di laurea sull’evoluzione dei concetti di potere e onore all’interno delle comunità mafiose, l’aveva portata addirittura agli onori della cronaca.

Livia era figlia di un magistrato, un uomo severo e intransigente, che le aveva instillato valori quali la lealtà e il senso del dovere, per un po’ di tempo nascosti da tempeste di esuberanza.

La ragazzina, infatti, durante la sua infanzia e la sua adolescenza, trascorse a Trento, era sembrata tutto fuorché disciplinata e responsabile.

In realtà, i suoi comportamenti erano frutto di una intelligenza brillante e insofferente delle costrizioni, in costante ribellione all’autorità paterna, troppo spesso esercitata senza misericordia o comprensione per peccati assolutamente veniali.

Se suo padre era disposto, a volte, nella professione, a concedere attenuanti generiche, a sua figlia non aveva mai perdonato nulla.

E la dolcezza di sua madre non era stata sufficiente a mitigare quella che a lei sembrava una prigionia.

Per questo, appena raggiunta la maggiore età, non aveva atteso un minuto per mettere in pratica la scelta maturata negli anni del liceo, a cui non era estranea la morte del padre di un amico di infanzia, giudice anch’esso, che aveva chiamato “zio”, ucciso in un agguato mafioso in Sicilia.

Livia si era trasferita a Palermo, dove aveva vissuto e lavorato per gli anni dell’università fino alla sua prima laurea in sociologia.

Non era stato facile, a diciotto anni, affrontare, contemporaneamente, un cambiamento d’ambiente tanto radicale, insieme al problema della sopravvivenza e a quello della tipologia di studi che aveva scelto.

Aveva rischiato, non solo metaforicamente.

Per capire la mafia aveva compiuto un lavoro sul campo, quasi da antropologa.

Aveva fatto mestieri umili, per mantenersi senza pesare completamente sulle risorse famigliari, era venuta a contatto con persone poco raccomandabili e, grazie alla sua freschezza che la rendeva capace di relazionarsi, più o meno, con chiunque non fosse il giudice suo padre, aveva addirittura svolto rudimentali indagini su persone pericolose.

L’indefettibile genitore, all’inizio, le aveva lasciato credere che sarebbe stata abbandonata al suo destino, filtrando con voluta ed eccessiva parsimonia le risorse che sua madre le faceva pervenire periodicamente, sicuro che l’impresa della figlia, di cui, peraltro, non conosceva nemmeno a fondo la portata, sarebbe stata superiore alle sue forze, e che Livia sarebbe tornata a casa, più docile.

Invece, passati due anni, lei lo aveva convinto che sarebbe andata avanti per la sua strada, che ce l’avrebbe fatta e che non avrebbe avuto mai più bisogno di lui.

A quel punto il Dottor Beltrami si era inorgoglito. E spaventato.

E aveva cominciato ad assecondare con maggior sostanza e minore discrezione, i progetti di sua figlia.

C’era stato, insomma, un riavvicinamento guardingo, finché qualcuno non aveva fatto “opportunamente” arrivare alle orecchie del magistrato indiscrezioni sulle cattive compagnie di Livia.

Allora era maturata un’altra crisi, la più grande.

Per un momento, il Dottor Pierpaolo Beltrami aveva addirittura temuto che sua figlia avesse deviato verso una brutta strada, ma quell’idea se l’era tolta dalla testa in fretta; lei gli aveva spiegato quali erano le sue motivazioni durante un breve soggiorno a casa, nel corso di un colloquio molto burrascoso, e lui sapeva, intimamente, che dell’onestà di Livia si poteva fidare.

Era però subentrata la preoccupazione, data anche la provata testardaggine e incoscienza della ragazza.

Il dottor Beltrami sapeva benissimo che l’ accanimento scientifico di Livia poteva portarla a contatto con bestie molto feroci e allora, temendo che, in presenza di un divieto immotivato, la sua irruenza potesse essere stimolata dall’ennesima sfida, tentò di obbligarla al rispetto di quella che chiamò “la mia reputazione professionale.”

La scelta non fu felice. Livia non perse un secondo a dirgli che lei invece doveva ancora farsela una reputazione professionale e che contava di cominciare a costruirsela proprio con le ricerche che stava conducendo.

A quel punto, un po’ per orgoglio e molto perché era certo che non sarebbe servita a nulla una raccomandazione alla cautela, suo padre troncò il discorso, ripromettendosi di risolvere il problema in altro modo.

Livia, dal canto suo, aveva preso la porta, poi l’aereo; era tornata a Palermo e si era dedicata ai suoi studi con rinnovata energia.

Quel senso del dovere che gli era sempre sembrato un eccessivo orpello nell’atteggiamento paterno, nonché un costante e fastidioso richiamo, era radicato in lei più di quanto fosse disposta ad ammettere, insieme ad altre caratteristiche ereditate che, in realtà, la rendevano più simile di quanto lei stessa si accorgesse alla nave con cui entrava sempre in rotta di collisione. 

Neanche Pierpaolo Beltrami aveva perso tempo, informando alcuni amici della necessità di una protezione discreta per Livia, che le impedisse di cacciarsi nei guai.

Da quel momento, a sua insaputa, la ragazza e le persone che avvicinava erano state spesso seguite e controllate da angeli custodi col tesserino in tasca.

Livia si era laureata, infine, col massimo dei voti, e aveva gustato tutto il proprio trionfo, ottenuto a prezzo di non pochi sacrifici.

Non aveva condotto vita monastica ed era riuscita anche a frequentare un paio di ragazzi, con una buona volontà superiore al trasporto, ma le sue compagne di università, le poche amiche, assegnavano di sicuro priorità diverse alla propria giovinezza.

In compenso, la sua tesi di laurea aveva suscitato scalpore, e lei era stata invitata a parlare a quel convegno, così importante perché veniva dopo l’ennesimo “delitto eccellente” di mafia e perché i suoi professori avevano visto in lei la rappresentante di una generazione che avrebbe potuto combattere il mostro con speranza di successo, negli anni a venire.

Quel giorno c’erano tutti, in aula magna, e c’erano politici e studiosi e giornalisti e telecamere, e mezza Palermo, fuori, ad assistere da schermi giganti, montati nelle piazze, a un’altra battaglia condotta da uomini e donne coraggiose.

Lei si sentiva molto piccola e molto fortunata, immaginava di essere lì più per una serie di circostanze che per meriti personali, ma, mentre ripassava mentalmente i punti del suo intervento, si ripromise che quell’onore, in qualche modo, se lo sarebbe meritato.

Quando si alzò in piedi, vide suo padre, in prima fila, accanto a sua madre e, a due posti di distanza, il professor Buchanan, un mito, con gli occhi fissi su di lei, che aspettava di sentirla parlare.

Non ricordava molto del suo discorso, solo che, su molte cose, aveva improvvisato, e che era riuscita a catturare quell’enorme e qualificata platea, forse perché essa era comunque ben disposta nei suoi confronti.

Ricordava però benissimo il lungo applauso, i complimenti, i propri occhi lucidi e la propria gioia, e ricordava Beat, che le si era avvicinato sorridendo e le aveva teso la mano dicendole, con quel suo buffo accento: “Mi chiamo Beat, un intervento magnifico e una relatrice deliziosa, spero che diventeremo amici. Se non la disturbo, vorrei chiederle anche di spiegarmi alcune cose, appena avrà un po’ di tempo.”

Lei e un’intera popolazione di studenti si erano formati sui suoi libri. Quello che le chiedeva spiegazioni era, tra le altre cose, un monumento accademico.

Gli aveva risposto con ingenuo entusiasmo, facendo sorridere i professori che la circondavano “Tutto il tempo che vuole, professor Buchanan; io sono libera, per cena.”,

Beat non aveva esitato un attimo: “Lei sa chi sono? Una fortuna insperata.

Posso passare a prenderla alle otto?”

“Alle otto va benissimo, ma…” Livia si era ricordata solo in quel momento della presenza a Palermo di suo padre e sua madre, venuti apposta da Trento, e non avrebbe voluto deluderli. Fu Beat a toglierla d’impaccio: “Dottoressa, porti pure il suo fidanzato, se pensa che i nostri argomenti non siano troppo noiosi.”

“No, no, -rispose lei precipitosamente, arrossendo un po’- io non ho fidanzato.” Beat alzò un sopracciglio, con aria interrogativa.

“Si tratta… dei miei genitori.”

“Se va bene per lei, io sarò lieto di conoscerli. Possiamo vederci direttamente all’Excelsior, se preferisce.”

“Sì, sì, grazie, va benissimo”

“La lascio al suo successo, allora, dottoressa. Il primo di una lunga serie, ne sono sicuro.”

Le strinse la mano, le sorrise, e si allontanò. 

Anche quell’incontro fu il primo di una lunga serie, che portò a un legame fortissimo di reciproca stima, che li condusse, negli anni, a collaborare in più di un’occasione a progetti entusiasmanti.

Livia divenne ambasciatrice della MAWA, e il sodalizio con Buchanan fu cementato sempre di più dall’affetto.

Quella prima sera a cena, però, lui fu soprattutto simpatico e spiritoso, al punto da trascinare perfino il padre di Livia, mai troppo disposto alla leggerezza conviviale, in una conversazione brillante su argomenti che, solitamente, non invitavano al sorriso.

Beat fece alcune osservazioni esilaranti sul diverso modo di concepire la giustizia degli anglosassoni e dei latini e, con stupore di Livia, suo padre, invece di irrigidirsi, come lei si aspettava, si divertì volentieri alle battute del suo ospite, avventurandosi perfino sul terreno dell’autoironia che, secondo la figlia, gli era sempre stato ignoto. 

Poi Buchanan si rese irresistibile con sua madre, che rise, quando lui le raccontò di aver preteso che, in Africa, lo chiamassero Bebu e non BiBi, per essere sicuro che non lo confondessero con Brigitte Bardot, con la quale -adesso c’è una certa somiglianza-; infine, scusandosi con entrambi i genitori e riempiendola d’orgoglio, chiese il permesso di fare alla giovane scienziata alcune domande da studioso a studioso.

Si mostrò davvero interessato al suo lavoro, e colpito da alcune sue considerazioni.

Quando infine si erano salutati, scambiandosi numeri di telefono e indirizzi e-mail, a Livia era sembrato che la realtà avesse superato, di molto, ogni sua ardita aspettativa.

Non se ne rese conto subito, ma stavano bussando alla porta.

Era piuttosto tardi, e quei colpi discreti la fecero trasalire.

“Chi è?”

“Stefano.”

Qualcosa cambiò.

Al suono della sua voce, la solitudine era già spezzata e il dolore che l’occupava tutta si era visto sottrarre un po’ di spazio. 

Aprì, svelta, la porta, e lui, entrando, l’accolse tra le braccia. 

Stettero stretti e fermi, appena oltre la soglia, poi lei lo baciò dolcemente, prima di chiedergli: “Come hai fatto?”

“Di corsa. -le rispose- Ho guidato da Roma, praticamente senza fermarmi. Ho provato ad avvisarti.”

“Ho dovuto spegnere tutti i cellulari, avevo sempre gente intorno.”

“L’ho immaginato. E ho pensato che non potevo lasciarti sola, stasera.”

“Hai mangiato?”

“Non ho avuto molto tempo.”

“Ti faccio portare su qualcosa.”

Lui le prese la mano.

“Lascia, faccio io. Tu mettiti comoda.”

La baciò a sua volta, e le accarezzò i capelli, poi la guardò negli occhi “Come va?”

Lei tentò un sorriso, mentre le lacrime si riaffacciarono alla soglia degli occhi. “Meglio… adesso.”

Lui l’accompagnò verso la porta del bagno.

“Fatti un bagno caldo. Ordino qualcosa anche per te. Ceniamo, parliamo, se vuoi, e andiamo a dormire.”

“E i tuoi impegni?” gli chiese, aprendo la porta.

“Aspetteranno. Ho bisogno di starti vicino, adesso.”

La spinse dentro dolcemente, baciandola ancora, poi andò verso il telefono, appoggiato sul comodino.

Circa un’ora dopo, sedettero al tavolino per consumare la cena.

Livia, a piedi nudi, indossava l’accappatoio dell’albergo e aveva un asciugamani in testa, legato come un turbante; Stefano, fatta la doccia, aveva messo addosso un paio di pantaloni da tuta e una t-shirt.

L’atmosfera era quasi casalinga, per quanto permetta una stanza d’albergo, e il bagno caldo aveva lasciato tracce di stanchezza leggera.

Anche il dolore si era un po’ affievolito, ma adesso era accompagnato da una grande tristezza.

Lui se ne accorse e le prese la mano.

“Stefano, ne vale la pena, secondo te?”

“Mi fai una domanda difficile.”

“Lo so. Ma sono confusa come mai in vita mia.”

“Sì. -disse lui, guardandola negli occhi- questa è decisamente una novità. Tu hai sempre saputo che cosa fare della tua vita e sei sempre stata padrona delle tue decisioni.

E hai fatto bene a fidarti di te stessa, visto che tra pochi mesi prenderai possesso della tua cattedra alla Sorbona. 

Ma sei umana, Livia. Se anche ora tu avessi tutto chiaro, se sapessi esattamente che cosa dire e che cosa fare e non avessi dubbi, avrei paura della donna che sto per sposare; potrebbe essere un alieno, un robot.”

Lei abbassò lo sguardo. “Gli volevo bene. Davvero tanto bene. E senza di lui… non so se riuscirò a continuare.”

“Ascoltami, Livia, so quanto contasse Beat per te, e tu sai che anch’io l’ho sempre ammirato. Ma ce la farai, per chi ti sta intorno, per te stessa, e perché lui vorrebbe così.”

Livia si portò una mano alla bocca e le lacrime cominciarono finalmente a sgorgare copiose.

“Livia, -riprese Stefano- ti ricordi quando ci siamo conosciuti?

Anche quello non era un bel momento.”

Lei tirò su col naso e si asciugò il viso con la manica dell’accappatoio

“No sicuro. Vivevo sotto scorta.”

“Già. Per un po’ ho pensato che la nostra intimità non sarebbe mai scesa sotto le quattro persone, me e te esclusi.”

Lei sorrise un po.’ “Che scemo! Ti viene in mente quello?”

“No. Mi viene in mente una ragazza coraggiosa, che dopo avere fatto il botto con i suoi studi di sociologia, ha pensato di mettere in pratica i suoi metodi, si è laureata anche in legge, ed è finita a pié pari dentro al processo Madonia e, per difendere meglio quel povero ragazzo accusato ingiustamente, ha scovato lei i colpevoli e ha fatto sbattere in galera i capi del clan più potente.

Quelli che, da sempre, agivano indisturbati, quelli che pretendevano odiosi diritti su tutta la Sicilia e oltre, quelli che, solo a pronunciarne il nome invano, si rischiava la vita.”

“E tu, quanto ci hai messo a pronunciare il mio?”

“Cosa vuoi dire? non capisco.”

“Oh, io invece avevo capito subito. Il grande e brillante Stefano Mattioli, maestro riconosciuto di diritto internazionale, aveva poco tempo da perdere dietro alle indagini di quella… come si chiama? Beltradi… Berardi.. l’ultima arrivata, in cerca di pubblicità…”

“Non è vero…”

“Oh, sì che è vero.”

Stefano fece una smorfia. 

“Forse un po’, all’inizio… prima di vederti, di conoscerti. Poi è cambiato tutto.”

Livia lo guardò negli occhi. “Non ce l’avrei fatta, senza di te. E non solo per il lavoro all’estero.

Ogni volta che le cose si facevano difficili, in ogni momento di crisi, o di pericolo, tu eri lì, ad aiutarmi. E se non c’eri, arrivavi nel giro di pochissimo, dai posti più incredibili. Sembrava quasi che avessi un radar. Stupefacente.”

Stefano le sorrise.

Stupefacenti, caso mai. Come il traffico internazionale che abbiamo stroncato, intanto che spedivamo al fresco Don Salvatore e famiglia.

-fece una pausa, poi proseguì, serio-

È stato un periodo molto pericoloso, quello. Eppure, da lì è nata la nostra storia, ed ora ne siamo fuori. Don Salvatore è morto in carcere e i picciotti si sono ammazzati l’un l’altro.

È passato. E ne è valsa la pena.”

Lei lo fissò come se volesse scrutare il fondo di un pozzo.

“Adesso è diverso. Allora sapevo cosa fare, adesso sto in mezzo alla nebbia. 

Ed eccoti qua. Tu non sei cambiato. Come fai a sapere sempre quando ho più bisogno di te?”

Lui rise, poi si strinse nelle spalle.

“È la forza dell’amore.”

Lei si rabbuiò all’improvviso. 

“Noi siamo qui seduti a parlare. Beat è morto.”

Stefano tornò serio. “È così. Non si può cambiare. Ma noi dobbiamo andare avanti. Non stasera. Domani.

Domani tu ed io ricominciamo a fare quello che sappiamo fare meglio, anche per Beat. Parleremo di lui. Faremo in modo che le persone non lo dimentichino e non dimentichino le sue opere e faremo anche quanto in nostro potere perché gli sia resa giustizia.

È questo che ci spetta. Se adesso non vedi bene, fidati di me.”

Livia si morse le labbra.

“Hai ragione. Lo dobbiamo a lui, a quelli che credono in lui, al mondo.”

“Al mondo in cui vivranno i nostri figli”

“Sì. È giusto. Ci deve essere un modo per fare pulizia, magari poco per volta.”

“È così che ti voglio, battagliera e con lo spolverino in mano. Adesso mangiamo, che si raffredda tutto.” 

 

Livia e Stefano vivono una storia che si snoda in luoghi e vicende densi di atmosfere, tra percorsi intricati, cercando di realizzare un compito che è un’eredità spirituale.

I due giovani protagonisti si muovono su itinerari segreti, tra avventure presenti ad ogni svolta del loro difficile sentiero, dentro affascinanti descrizioni di luoghi e personaggi che escono dal romanzo come nitide visioni.

Livia vuole proseguire l’opera di un maestro assassinato, e Stefano la perde, la ritrova, la salva, forse per perderla di nuovo, tra paesaggi duri e pericolosi, profondi come baratri o come gli abissi freddi di un’anima tradita.

In un contesto del genere, perfino i concetti che si pensano più radicati, rappresentati da parole come “verità” o “giustizia”, possono subire l’urto di una realtà ignota fino a un attimo prima, capace di cambiarli radicalmente, insieme alle persone che, per averli concepiti e maturati, ritengono di conoscerli a fondo.

L’autore ha una scrittura che fa volare tra le pagine e trasporta in luoghi inaspettati, fisici, ma anche spirituali, luoghi di lotta e crudeltà e di amicizia ed eroismo e magia.

La trama dei percorsi, dei pensieri, delle azioni che compiono i personaggi, è cucita con un filo che non si interrompe mai, nemmeno nei cambi di scena, in cui una parola, una frase, una situazione precedente, trovano il loro posto all’inizio della scena successiva, in una sorta di dissolvenza incrociata letteraria che dà ritmo e brillantezza alla narrazione. 

E quel filo rimane sempre teso tra il romanzo e il suo lettore, rendendo quest’ultimo avido della storia fino alla sua conclusione. E forse oltre.

 

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