Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 18 - Gruhum non perdona

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 18 - Gruhum non perdona
I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantascienza      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 10/11/2012
Visite 2688
Note Aspetto come sempre disegni, suggerimenti e correzioni al testo.

 

 
Il grande occhio giallo di Gruhum era fisso su un gruppo di foglie davanti a lui, che emergevano dalla nebbia. Era quasi l’alba e il Colonnello era già sveglio, raggomitolato nel suo giaciglio nella giungla. I suoi soldati dormivano ancora attorno a lui, nel folto della vegetazione.
Gruhum aveva provato una gran soddisfazione nel sapere che la sua arma era stata localizzata. Il piacere che in quel momento il Colonnello dell’Esercito di Ska stava ancora provando non derivava però solo da quel ritrovamento. Il raptor sapeva bene chi avesse rubato quel fucile. Era lui quello che voleva: il ladro. Quel piccolo umano che aveva osato sfidarlo, la piccola scimmia bipede che lo aveva ingannato con una stupida trappola per animali, il viscido mammifero che aveva ucciso suo figlio Sekro e tentato di uccidere anche lui: Jacopo Flammer.
Gruhum conosceva il suo nome, perché poteva leggere nelle menti. Jacopo non aveva teso la trappola da solo, ma Gruhum aveva avuto il tempo di scrutare soltanto i suoi pensieri e quindi era lui che cercava. Tutti i raptor, cacciatori appassionati, erano ostinati nel ricercare la propria preda, una volta che ne avevano scelta una. Il desiderio di vendetta accresceva grandemente tale determinazione in Gruhum. Il Colonnello poi aveva improntato tutta la sua carriera sulla perseveranza e l’insistenza nel cercare di raggiungere gli obiettivi che, di volta in volta, si era prefisso. Era un intelliraptor più ostinato degli altri!
Quando si erano scontrati, il possente raptor aveva lasciato il suo marchio psichico sul nipote di Erasmo Fortini. Grazie a quello l’avrebbe riconosciuto ovunque. Avrebbe potuto ‘fiutare’ i suoi pensieri a centinaia di metri.
Il raptor sollevò il busto dal giaciglio di foglie ed erbe, continuando a fissare senza motivo lo stesso punto. La nebbia era così fitta, del resto, che era difficile scorgere altro che quel cespuglio. L’aria era umida ma calda. I raptor maschi dormivano sempre all’aperto. Anche le femmine, tranne che nel periodo della cova, quando si ritiravano in appositi nidi. La loro civiltà era molto diversa da quella umana. Non avevano sviluppato case o città. Erano sempre in movimento. Sempre in caccia. Sempre alla ricerca di nuovi mondi da devastare.
 
Perché cercare la vendetta quando si può viaggiare nel tempo? Gruhum sarebbe semplicemente potuto tornare indietro di qualche giorno o di qualche ora e impedire che Sekro fosse ucciso? In realtà non era possibile. Nessuno andava veramente avanti e indietro nel tempo. Le Porte consentivano solo di spostarsi in altri universi divergenti, con una propria storia, in epoche passate o future. Per certi aspetti questo somigliava a viaggiare nel tempo. Gruhum però non sarebbe mai potuto tornare esattamente nello stesso universo in cui era morto Sekro. Se fosse tornato indietro nel tempo e avesse salvato il figlio, l’avrebbe fatto in un universo alternativo. Non avrebbe potuto cancellare che, in un dato universo, un dato Jacopo Flammer gli aveva teso una trappola e in quell’universo (e in tutte le sue infinite diramazioni future) Sekro ci era caduto dentro. Il passato non poteva essere mutato veramente. Si poteva solo creare nuovi futuri da diversi passati e questi si aggiungevano a quelli già esistenti. Sekro, il Sekro dell’universo da cui veniva Gruhum, era morto e nulla avrebbe potuto resuscitarlo. A Gruhum non interessava sapere che esistessero infiniti Sekro che erano ancora vivi, altrettanto numerosi degli infiniti Sekro che erano morti. C’era un Jacopo Flammer, uno solo degli infiniti Jacopo Flammer che popolano le infinite ucronie della sua vita, di cui lui si doveva vendicare. Quel Jacopo Flammer era lo stesso che aveva il suo fucile. Ora lui sapeva dove cercarlo. Il tempo passava troppo lentamente. Gruhum era impaziente. Un mammifero avrebbe manifestato la sua impazienza agitandosi. Un rettile no. Quello sguardo fisso era la massima manifestazione dell’inquietudine del raptor. Il suo sangue era ancora freddo, in attesa che il tepore del giorno lo riscaldasse.
 
Le armi erano collegate alle Porte. Ogni sparo veniva registrato nella memoria di quella più vicina e questa era collegata con la memoria di tutte le altre, formando un’incredibile rete, che non aveva limiti neanche temporali, travalicando le ere e gli universi spazio-temporali.
Gruhum fino a poco prima ancora non sapeva in quale universo fosse il suo fucile, perché un semplice sparo non era sufficiente ad azionare il sistema d’allarme del grande computer (chiamiamolo così) delle Porte. L’informazione era immagazzinata, ma ancora non era emersa. La memoria del Sistema delle Porte era talmente vasta che le informazioni contenute al suo interno, sebbene processate ad altissima velocità, producevano segnali verso l’esterno solo dopo lungo tempo o su specifiche sollecitazioni. Era stato però il ritrovamento degli antichi fucili, le armi perdute in una remota battaglia e mai più azionate, e quindi non ancora ritrovate, a far scattare l’allarme sul sistema e quindi a segnalare all’esercito di Ska la presenza delle armi antiche e con esse anche di quella di Gruhum. Mai era accaduto che tanti fucili andassero dispersi per tanto tempo e quindi la loro ricerca aveva un buon livello di priorità nel complessissimo Sistema delle Porte. Prima o poi Gruhum avrebbe comunque saputo del suo fucile, ma quel ritrovamento ne aveva accelerato la ricerca.
 
Ora Gruhum era pronto a raggiungere i tre raptor, che già stavano dando la caccia ai ladri delle armi.
La sua era una faccenda privata. Non si sarebbe portato dietro il suo esercito e neanche qualcuno dei suoi soldati. Era una questione personale tra lui e Jacopo Flammer. Non riteneva d’aver bisogno d’alcun aiuto. Quello era solo un inerme cucciolo d’uomo, che aveva avuto sino a quel momento molta fortuna: troppa fortuna! La sua buona sorte, però, pensava Gruhum, stava per aver fine. C’avrebbe pensato lui a oscurare la buona stella di Jacopo Flammer.
Il raptor indossò il cinturone con le armi e lo zaino e si diresse deciso verso la più vicina Porta. Un demone scuro nella nebbia densa, un’apparizione improvvisa di artigli e denti aguzzi. I soldati vedendo passare il loro Colonnello con aria così determinata, si scansarono prontamente con un certo timore, guardandolo poi con curiosità, mentre svaniva veloce nella foschia.
Gruhum era noto per la sua foga e irascibilità, ma quel giorno i suoi guerrieri notarono in lui una diversa volontà, qualcosa che li induceva a tenersi alla larga da lui. Percepivano nella sua mente pensieri violenti di morte, dolore e orgoglio ferito. Nulla di buono che li inducesse a stargli troppo vicino. Non sapevano in che forma e contro di chi potesse riversarsi la sua ira.
 
Il tunnel spazio-temporale tra il suo universo e quello in cui si trovava Jacopo si sarebbe aperto proprio il giorno successivo. Non c’era tempo da perdere.
I tre raptor, che si trovavano nell’universo 98545267823, segmento 99735122055, settore 88890012, raggruppamento 45667, area 2399884, quello in cui si trovavano anche Jacopo ed Elisa, facevano parte dell’Unità Recupero Manufatti dell’Esercito di Ska, operativo nell’universo 887600923111, che si trovava nel medesimo segmento.
I raptor avevano classificato gli universi riunendoli in segmenti spazio-temporali. Ogni insieme di segmenti formava, poi, un settore. I settori, a loro volta, erano riuniti in raggruppamenti e questi in aree. Ovviamente i raptor non avevano censito tutti gli universi esistenti dato che questi sono infiniti e quindi, per definizione, non numerabili, ma solo quelli che avevano visitato e in cui erano presenti delle Porte. Esistevano, infatti, universi su cui queste non erano ancora state costruite.
I tre raptor, dopo aver trasmesso il messaggio relativo al ritrovamento delle armi, fecero ritorno verso la Porta. La squadra aveva ritrovato anche quelle che i ragazzi non erano riusciti a far funzionare. La loro missione era conclusa.
 
Poco dopo che i raptor ebbero ritrovato i loro fucili, Jacopo, Marco, Elisa e Vaaa modificarono il loro cammino e si diressero in direzione della Porta. A differenza dei raptor, però si muovevano lentamente, non conoscendo la strada esatta e temendo di incontrare i moderni dinosauri, ma le loro vie convergevano pericolosamente.
Gruhum era determinato a vedersela da solo con Jacopo, ma non voleva in nessun modo che il bambino gli sfuggisse ancora, per cui prima di partire trasmise un messaggio all’Unità di Recupero Manufatti, chiedendo che i militari si trattenersi fino al suo arrivo e controllassero l’accesso alla Porta più vicina al luogo in cui avevano ritrovato i fucili.
La squadra di recupero era già pronta ad andarsene per cui accettò l’ordine con grugniti infastiditi. I tre raptor però si appostarono diligentemente attorno alla Porta. Gli ordini di un Colonnello non si discutono. Questo lo sapevano bene. L’irascibilità di Gruhum era poi ben nota nell’esercito e nessuno di loro aveva voglia di metterla alla prova.
 
I ragazzini e il suricato camminarono tutto il giorno, ma al tramonto ancora non erano arrivati alla Porta. Fu dunque ancora una volta necessario accamparsi nel bosco. La mente di Jacopo era in subbuglio, tormentata da continui sussurri, sibili e altre tracce di pensieri di cui non afferrava natura, senso e origine. Qualcosa però si stava formando nella sua mente. Quelle onde cerebrali assumevano la forma di immagini e sensazioni.
Jacopo percepì i pensieri dei tre raptor di guardia alla Porta. Non sapeva dove fossero, ma sentiva il loro fastidio. Erano annoiati, affamati, stufi di aspettare e desideravano essere altrove.

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