Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 19 - Il ritorno del Guardiano

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 19 - Il ritorno del Guardiano
I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Avventuroso      
Dedicato a
Illustrazione di Niccolò Pizzorno
Pubblicata il 17/11/2012
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Note Come sempre spero che vorrete aiutarmi a correggere e migliorare questo capitolo (non cerco complimenti, ma critiche costruttive). Vorrei anche qualche disegno per illustrare il volume che sarà pubblicato. Per ora uso quelle del precedente romanzo.

 

 
Jacopo, Marco ed Elisa si erano ancora una volta appollaiati su dei rami. La notte era tiepida e carica di stelle e nessun pericolo si presentò sino all’alba.
Il sole stava cominciando ad arrossare il cielo, ancora nascosto dietro le montagne, quando una risata fece svegliare Jacopo, che sobbalzò e quasi cadde dall’albero.
Nel sonno a Jacopo parve di sentire il ghigno di Gruhum. Ancora intontito, aprì gli occhi, rassegnato a cadere nelle grinfie del suo nemico. La sua fuga era finita, pensò. Non sarebbe mai più tornato a casa. Per un attimo gli venne in mente sua madre. Quanto avrebbe pianto? Si chiese. Fu un attimo, poi scorse sotto di lui un’enorme figura nera. Tra le sue grosse zampe anteriori Jacopo notò il luccichio di qualcosa che doveva essere un’arma. Lunghi coltelli e armi più evolute pendevano anche dalla grossa cintura che quell’essere enorme teneva in vita.
Le zampe anteriori avevano grosse dita che terminavano con robusti artigli. La risata lasciava scoperti aguzzi canini e numerosi altri denti d’aspetto non meno tagliente, ben piantati nell’ampia mascella.
Quello che li stava fissando con evidente soddisfazione aveva l’aria d’essere un potente guerriero, un essere che difficilmente si sarebbe lasciato spaventare. Certo dei bambini, alti la metà di lui e molto più esili, non potevano impensierirlo. Il suricato, poi, era per lui così insignificante che avrebbe potuto non notarlo neppure.
“Ah, ah!” rise ancora “lo zapevo che vi avrei ritrovato piccoli cuzcioli di uomo, zi. Voi non ziete molto bene nazcozti, no.”
“Ortuz!” lo salutò Jacopo, entusiasta di ritrovare il grande orso che li aveva aiutati a fuggire nell’altro universo, mentre anche Elisa si svegliava e lo guardava sorpresa e radiosa per la gioia.
“Zalute a te, piccolo di Erazmo e zalute a te piccola di Marta! E ben zvegliato piccolo grande Marco – aggiunse rivolto verso il ragazzino che lo fissava con aria intontita. - Io zperavo che avrezte uzato con più diligentza la Porta del Tempo che il profezzore e io vi abbiamo aiutato a raggiungere, ah, ah!” disse ma nella sua voce non si sentiva alcun rimprovero. Sembrava piuttosto che trovasse assai ridicolo il fatto che i due bambini invece di tornare a casa si fossero nuovamente cacciati nei guai.
“Voi ora deve zpiegare me perché non ziete tornati in voztro univerzo. Avete perzo foto con pozizione di leve?”
“No…” cominciò Jacopo, quasi offeso.
“È stata colpa mia” proseguì Elisa “quando siamo arrivati qui il posto mi pareva così bello, che sono voluta uscire un attimo a vedere com’era…”
“E Porta zi è chiuza, ah, ah!” l’interruppe il grosso orso ridendo “E voi non avevate telecomando, ah, ah. Un bel pozto quezto, ah, ah!.”
“No!” spiegò il bambino “il telecomando l’avevamo, ma siamo stati aggrediti dai suricati, che ci hanno imprigionati.”
“Ah, ah!” rise ancora il Sommo Guardiano della Porta di Orvuuul “E magari quei piccoli cozini vi hanno pure zeppellito zotto terra come loro fanno, ah, ah.”
“Ezattamente…cioè esattamente” rispose Jacopo. “Quindi abbiamo dovuto aiutarli contro le lontre a recuperare i fucili…”
“I fuzcili dei raptor?” chiese Ortuz finalmente serio “Allora ziete ztati voi ad azionare l’allarme delle Porte! Avete ritrovato voi i perduti fuzcili?”
“Sì. I suricati avevano una mappa e noi li abbiamo ripresi…” spiegò Marco.
“Incozcienti! Ecco perché i raptor zono venuti qui. Ze un loro fuzcile zpara, le Porte lo zanno. Anche io zono arrivato qui zeguendo dati di Ziztema di Porte. Ho vizto fuzcile ritrovato e penzato forze quezto è piccolo di Erazmo che zpara. Ecco dov’è, mi zono detto. Andiamo a vedere, mi zono detto, e zono venuto e non mi zono zbagliato, ma ora anche Gruhum certo za. Prezto anche lui arriva qui. Di quezto zono zicuro. Grozzo guaio. Grozzizzimo guaio, temo.”
“Allora andiamo via subito” disse Elisa “prima che Gruhum arrivi.”
“Forze Gruhum è già qui. Certo altri raptor zono qui, io zo, e io credo che loro zorveglia Porta. Noi non zi può pazzare di là. Noi deve andare ad altra Porta.”
“C’è un’altra Porta?” chiese Jacopo speranzoso.
“Uhmpf!” sbuffò l’Orso come se il bambino avesse fatto una domanda sciocca “zcerto che zc’è altra Porta ma non è vizcina. Io ztezzo zapevo che raptor zorvegliava Porta di Orvvuul e zono venuto da Porta di Kleua. Zono venuto con mia moto d’aria. Kluz, il Zommo Guardiano di Kleua controlla che lì zia tutto ok e telefona ze zci zono problemi.”
“Un telefono?” chiese Elisa “allora posso chiamare la nonna?”
“Coza credi? Quezto zolo ricetrazmittente per pochi chilometri su quezto univerzo. Tua nonna ancora non za che tu zei qui. Loro vi zcercano ancora in altro univerzo. Non hanno penzato come me che eravate qui. Nezzuno è furbo come Ortuz, cioè me medezimo.”
“Però magari il tuo amico, usando il Sistema delle Porte potrebbe comunicare con i nostri nonni.”
“Ah, ah” rise l’orso “troppo fazcile, ah, ah. Tu non penza che ze noi dà quezta notizia zu Ziztema di Porte, zubito raptor za dove noi ziamo e Gruhum zubito arriva?”
“Ma non hai detto che Gruhum sa già che siamo qui?”
“Gruhum za che voi ziete in quezto universo, vicino Porta di Orvuuul. Gruhum non za che io zono qui con voi e che vi pozzo aiutare a raggiungere Porta di Kleua. Ze lui za, lui zubito mette zoldati a Porta di Kleua e a tutte porte di quezto univerzo e noi morti ziamo. Noi non zi può mandare mezzaggi da Porta di Kleua, no. Proprio non ezzere il cazo.”
“Va bene” disse Jacopo “allora prendiamo questa moto e filiamo!”
“Zc’è zolo un piccolo particolare. Moto ha zolo due pozti.”
“Cielo!” sbuffò Elisa “Ci sei venuto a salvare con il motorino!”
“Non motorino, bambina, ma potente grozzo motore, ma con zellino per due. Voi non vi preoccupa voi però. Io ho bel grozzo zacco, vedete. Io vi mette nel zacco e metto zacco in zpalla e noi va, ah, ah!”
“Comodo!” ripose ironico Jacopo “E quando dovrebbe durare questo viaggio?”
“Dunque… credo che voi direzte tre ore zirca.”
“Tre ore chiusi in un sacco… ma siamo matti!” protestò la bambina.
“Non importa” rispose Jacopo “ se non abbiamo scelta, faremo così. Meglio tre ore vivi in un sacco che morti per sempre nella pancia di un raptor.”
“Tu ragiona bene, piccolo di Erazmo. Andiamo. Moto non lontana.”
Quando arrivarono alla moto Elisa protestò:
“Lo dicevo io. Non è venuto a prenderci in motorino: è venuto in monopattino!”
La moto sembrava uno spesso snowboard su cui fossero stati montati un sellino e un manubrio verticale. Non aveva ruote, ma da sotto partivano alcuni razzi.
Dopo aver salutato Vaaa, che preferiva rimanere dalle sue parti o forse non si fidava delle capacità di guida dell’orso, i bambini s’infilarono nel sacco che il grosso plantigrade fece mulinare sopra il braccio e poggiò sulla schiena, fissandolo con una cinghia. Marco si sedette dietro di lui.
 
Come prevedibile la posizione era tutt’altro che comoda. I due bambini si ritrovarono praticamente raggomitolati con le ginocchia in bocca e a ogni curva sbattevano l’uno contro l’altro, mentre il sacco urtava contro la faccia di Marco. Se non altro l’aria non mancava, perché in alto il sacco era quasi aperto. Dall’apertura i bambini videro alberi, nuvole e pezzi di cielo sfrecciare a gran velocità, cosa dalla quale dedussero che comunque quello strano mezzo doveva avere davvero una notevole potenza.
La parte più penosa del viaggio fu però quando Ortuz si mise a cantare o almeno a fare qualcosa di simile, perché cominciò a emettere una serie di ululati e grugniti, ora bassi ora più acuti, che avevano solo una vaga somiglianza con una canzone o della musica.
“È solo lui a essere stonato” chiese sottovoce Elisa “oppure tutti gli orsi cantano così male?”
“Voglio sperare per loro” rispose Jacopo “che lui sia un pessimo esempio di cantante.”
“Non sarebbe il caso di pregarlo di smettere?” chiese Elisa “Non penso di resistere.”
“Lasciamo stare. Non vorrei offenderlo. Prima o poi smetterà” rispose il bambino. L’orso purtroppo però continuò a cantare allegramente per metà del viaggio.
“Proviamo a cantare noi, così forse la smette. La conosci quella delle Vespe anni ’60? Dovrebbe essere dei tuoi tempi.”
“Cosa?”
“La canzone dei Lunapop.”
“Mai sentiti.”
 
 “Vespe truccate, anni '60” cominciò Jacopo, cantando a squarciagola “girano in centro sfiorando i 90, rosse di fuoco, comincia la danza, di frecce con dietro attaccata una targa. Dammi una Special, l'estate che avanza, dammi una Vespa e ti porto in vacanza! Ma quanto è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi se hai una Vespa Special che ti toglie i problemi...” ma l’orso invece di smettere, si mise a cantare più forte. Marco disperato provò a tapparsi le orecchie con le mani, ma in questo modo rischiava di perdere l’equilibrio e dovette aggrapparsi di nuovo alla pelliccia dell’orso. Elisa rideva a crepapelle.
Dopo oltre un’ora, Ortuz ebbe pietà delle loro articolazioni e delle loro orecchie e fermata la moto rovesciò il sacco, facendoli ruzzolare sull’erba.
“È ora di zgranchire gambe” disse “Io penzo voi avere bizogno. Il zacco non è proprio cabina di Prima Clazze.”
“Ehi!” Protestò Jacopo massaggiandosi un ginocchio “grazie per la pausa però potevamo anche uscire da soli da quel maledetto sacco, non c’era bisogno di rovesciarci come un sacco di patate.”
“Quanto manca?” chiese Elisa stiracchiandosi tutta e massaggiandosi le gambe.
“Ziamo più o meno a metà. Forze meno” rispose il Guardiano dell’Ucronia.
“Cosa ne è stato di voi dopo che siamo scappati attraverso la Porta?” chiese Jacopo, saltellando per far riprendere la circolazione delle gambe.
“Io ho zeguito mio piano come voi detto. Profezzore loro attira, cozì zi allontanano un poco da Porta. Io allora corre verzo di loro con fucile e zpara. Loro zercano di zparare me ma io più furbo e loro non riezce, io avevo detto quezto. Loro inzegue me e io zcappo. Loro lazcia Porta libera. Voi entrati. Profezzor Ziiiak nazcosto in uno di zuoi buchi, io zcappato velozce come orzo di montagna.”
“Non sapevo che gli ‘orzi’ di montagna fossero veloci” sussurrò Marco a Elisa, pensando che Ortuz non lo sentisse.
“Certo. Orzi di montagna molto velozci” precisò Ortuz, che a quanto pare ci sentiva bene “io zparito. Ziiiak zparito, voi zpariti. Piano perfetto. Raptor molto arrabbiati.”
“E poi siete riusciti ad avvertire i nostri nonni?”
“Io ho già detto no. Io non zapeva voi qui. Io zolo zperava. Io detto zolo a Klus, guardiano di Kleua, che io vi cercava. Ze io comunica, raptor zcopre. Ma ora andiamo. Il viaggio è lungo.”
I bambini s’infilarono malvolentieri nel grande sacco e l’orso riavviò la sua moto volante, che riprese a librarsi a un paio di metri sopra il livello del terreno, sfrecciando veloce lontano da Gruhum e dal suo odio letale.

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