Andrea Ranieri
Da Genova per Genova

Titolo Da Genova per Genova
Autore Andrea Ranieri
Genere Saggistica      
Pubblicata il 27/11/2012
Visite 6267
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3353
ISBN 9788873884132
Pagine 220
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

 ANDREA RANIERI a Genova e su Genova ha scritto molto. Riflettendo sulle sue esperienze di assessore, e provando sempre a mettere in relazione le vicende genovesi con quelli dell’Italia, dell’Europa, del mondo.

Nella convinzione che oggi la città, una città come Genova, è un luogo privilegiato per capire i rischi e le opportunità che la crisi del modo che abbiamo conosciuto mette a disposizione del nostro pensare e del nostro agire.
Cercando nelle vicende del presente, nella concretezza dell’agire politico e amministrativo, i segni di un altro mondo possibile.
 
È stato a lungo sindacalista della CGIL. Dal 1989 al 1996 Segretario Generale della CGIL Liguria, e fino al 2001 della Federazione Nazionale Formazione e Ricerca. E’ entrato poi nella segreteria nazionale dei Democratici di Sinistra come responsabile del dipartimento Scuola, Università e Ricerca. Senatore della Repubblica dal 2006 al 2008. Assessore alla Cultura e all’innovazione del comune di Genova dal giugno 2008 al maggio 2012.
Il lavoro e il sapere, Franco Angeli 1998. Il tempo del sapere(con Vittorio Foa), Einaudi 2000. I luoghi del sapere, Donzelli 2006. A patto che sorpresa ancor ci tenti, Social mente, 2009.
 

 A Genova ci sono tornato nel giugno del 2008 dopo dodici anni di vita romana, fra la GGIL nazionale, la segreteria dei Democratici di sinistra, il Senato della Repubblica. Mi ci ha richiamato d’urgenza Marta Vincenzi, che rischiava di essere travolta dallo scandalo tragicomico di Mensopoli. Ricordo la sua telefonata. La assoluta necessità di introdurre nella Giunta segni visibili di cambiamento, un forte richiamo al mio senso di responsabilità politico, di fronte al pericolo che la crisi del centro sinistra genovese facesse cadere uno degli ultimi baluardi al Nord rispetto all’avanzata, che allora sembrava irresistibile, di Berlusconi e della Lega. 

Ero lì che mi leccavo le ferite per non essere stato ricandidato al Senato, senza che nessuno me ne avesse spiegato il perché. L’unica spiegazione datami da un alto dirigente del partito, uno di quelli del ristrettissimo gruppo che faceva le liste, era tale da farmi perdere quasi tutte le speranze sul futuro del mio Partito. “Tutti hanno valutato molto positivamente il lavoro che hai fatto - ero allora responsabile dell’area sapere dei DS - ma nessuno di quelli che erano al tavolo ha detto mio, si è fatto carico della tua candidatura”. Il PD si stava rivelando, nel modo di fare le liste, distribuire responsabilità e potere, più che un Partito nuovo, un aggregato di correnti e subcorrenti, in cui la fedeltà ai capi e ai sottocapi contava più del merito e dei contenuti. Le liste, come si diceva allora, a “canne d’organo”, tradivano la speranza di rinnovamento della politica, su cui si erano appuntate le speranze di tanti italiani. Il Porcellum l’abbiamo usato anche noi, per farci del male. 
Ecco, io stavo così. A Roma in attesa che Veltroni, che si era impegnato a farmi una proposta in grado di “valorizzare le mie competenze e la mia generosità”, mi dicesse se per me nel Partito c’era ancora qualcosa da fare. Onestamente non so ancora quanto abbia pesato nel tornare a Genova il mio senso di responsabilità e la mia solidarietà verso Marta Vincenzi, e quanto il terrore per la proposta che mi avrebbe fatto Veltroni, allora impegnato a stilare le liste dei Ministri e, incredibile a credersi, dei sottosegretari del Governo ombra. Fatto sta che a Genova ci tornai. 
Mi lessi prima, cosa che di solito non mi appassiona, le registrazioni annesse ai capi d’accusa contro i giovani rampanti genovesi che avevano giocato a Mensopoli. Si, giocato, perché il tentativo di concussione e corruzione era così stupido e maldestro, oltre che infimo nelle quantità, che un avvocato avrebbe potuto credibilmente invocare la semi infermità mentale per i propri assistiti, ma quello che mi preoccupò era il modo in cui i giovanotti in questione parlavano di politica. Mai la parola noi, mai un problema concreto da risolvere. Un’orgia di affidamenti, di proposte di scambi e di favori, una libidine di “io” incomprensibilmente smisurati, che concepivano la politica come investimento su se stessi. Il berlusconismo aveva eccome agito anche dentro di noi. A Genova c’era da fare. 
Nella mia vita ho lavorato soprattutto su due cose. Le tematiche del sapere e della conoscenza come leva decisiva dello sviluppo e insieme come terreno fondamentale per rilanciare e ridefinire le idee di libertà e di uguaglianza nell’economia e nella società della conoscenza; e quelle dello sviluppo locale, come terreno privilegiato di ridefinizione di un modello si sviluppo sostenibile, in grado di contrastare le tendenze omologatrici della finanziarizzazione dell’economia e della globalizzazione senza regole. Ci avevo scritto e pensato, con Vittorio Foa, con Bruno Trentin, nella CGIL e nel partito. E ne avevo tanto parlato in giro per l’Italia, da Varese a Catania. Avevo a Genova la grande occasione di verificare nel concreto, nella mia città, se davvero si poteva mettere in moto, a partire da quelle idee, un modello di sviluppo diverso, capace di far crescere insieme l’economia e le capacità, l’intelligenza, la responsabilità dei cittadini. L’assessorato che Marta mi propose, in cui la cultura stava insieme allo sviluppo e all’innovazione, mi dava la possibilità di misurarmi proprio su questo. Ho provato a farlo, in questi quattro anni scarsi. Con tante difficoltà, ma anche con lo straordinario piacere di lavorare con tante presone splendide, dentro e fuori l’Amministrazione. E con tanti, tantissimi giovani. 
A Genova ho scritto tanto. Nei giornali e nelle riviste, locali e nazionali. Per me scrivere è un modo per riflettere sul senso di quel che sto facendo mentre lo sto facendo. E di rendere comprensibili anche agli altri le ragioni del fare, il quadro di riferimento all’interno del quale le singole scelte si collocano. È un esercizio di riflessione e un esercizio di democrazia. Lasciando tracce del tuo lavoro e del tuo pensiero. Magari sperando che possano servire a chi verrà dopo di te. Questo piccolo libro ha origine da questa grande speranza. 
 

 ANDREA RANIERI a Genova e su Genova ha scritto molto. Riflettendo sulle sue esperienze di assessore, e provando sempre a mettere in relazione le vicende genovesi con quelli dell’Italia, dell’Europa, del mondo.

Nella convinzione che oggi la città, una città come Genova, è un luogo privilegiato per capire i rischi e le opportunità che la crisi del modo che abbiamo conosciuto mette a disposizione del nostro pensare e del nostro agire.
Cercando nelle vicende del presente, nella concretezza dell’agire politico e amministrativo, i segni di un altro mondo possibile.
 
È stato a lungo sindacalista della CGIL. Dal 1989 al 1996 Segretario Generale della CGIL Liguria, e fino al 2001 della Federazione Nazionale Formazione e Ricerca. E’ entrato poi nella segreteria nazionale dei Democratici di Sinistra come responsabile del dipartimento Scuola, Università e Ricerca. Senatore della Repubblica dal 2006 al 2008. Assessore alla Cultura e all’innovazione del comune di Genova dal giugno 2008 al maggio 2012.
Il lavoro e il sapere, Franco Angeli 1998. Il tempo del sapere(con Vittorio Foa), Einaudi 2000. I luoghi del sapere, Donzelli 2006. A patto che sorpresa ancor ci tenti, Social mente, 2009.
 

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi