Carlo Menzinger
JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 26 - I trucchi di Omar Loresti

Titolo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI - Capitolo 26 - I trucchi di Omar Loresti
I Guardiani dell´Ucronia
Autore Carlo Menzinger
Genere Narrativa - Fantasy, Favola      
Dedicato a
Illustrazione rielaborata da Carlo Menzinger
Pubblicata il 29/12/2012
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Note Attendo i vostri consigli per migliorare questo testo e i vostri disegni per illustrarlo. Un ringraziamento a Guido De Marchi per avermi inviato 5 nuovi disegni.

 CAPITOLO 26 - I TRUCCHI DI OMAR LORESTI

 

 

-   Questi schermi mentali, Omar, sono davvero un’ottima soluzione – si complimentò Erasmo, ma riescono davvero a bloccare tutte le nostre tracce?
-   Certamente! Li abbiamo già sperimentati. I raptor però sono molto intelligenti e potrebbero trovarci lo stesso. Non faticheranno a seguire le nostre impronte nel terreno o, con i loro poteri telepatici, potranno vedere la nostra immagine nella mente degli uccelli in volo. Con questo apparecchio, almeno, non potranno individuare i nostri pensieri e questo annulla il loro metodo di caccia più usato – rispose Omar Loresti.
Nel futuro da cui veniva Omar Loresti, gli uomini avevano un aspetto piuttosto diverso, le capacità mentali erano più importanti che quelle fisiche, per cui il suo corpo appariva particolarmente debole, specialmente in rapporto  alla sua grande testa. Omar conosceva bene la lingua parlata da Jacopo e dagli altri, perché, come Guardiano della Porta di Mito era solito viaggiare nei secoli passati, ma la lingua che parlava abitualmente, sebbene avesse ancora qualcosa dell’italiano, era ormai molto diversa, piena di termini inglesi, cinesi, arabi e di altra provenienza oltre che di numerosi neologismi.
Mito, da cui proveniva, era un’immensa città, che si estendeva nel territorio che va dall’antica Milano a quella che ai tempi di Jacopo era Torino e che in realtà copriva gran parte di quelle regioni che Jacopo conosceva come Piemonte e Lombardia. Le sue periferie arrivavano fino al mare della Liguria e ai monti della Valle d’Aosta. Si chiamava Mito, come le sigle dei due antichi capoluoghi che aveva riunito.
Per certi aspetti Mito somigliava quasi a un’immensa Venezia. L’innalzamento dei mari aveva allagato gran parte della pianura padana, che era ormai un’immensa laguna, ma gli uomini avevano costruito numerose case su moderne palafitte.
 
“Se ora raggiungiamo la Porta di Kleua” osservò Marco,  “rischiamo di trovare di nuovo i raptor ad aspettarci.”
“Questo è quasi certo, ragazzo” rispose Omar ”i raptor, però, non si aspettano di trovare anche noi. Pensano di avere a che fare solo con tre ragazzini e magari un paio d’Orsi. Ci sottovaluteranno di sicuro e questo ci darà un certo vantaggio.”
“Queesto noon mi paare un graan piaano!” protestò il pappagallo Laark con aria contrita e preoccupata, sempre che vi riesca capire quando un pappagallo è contrito e preoccupato. Nel suo caso si capiva dalle piume della testa, particolarmente arruffate.
“Io zci avere un piano migliore, zì!” lo sbeffeggiò Ortuz “un pappagallo, non zo chi, potrebbe andare davanti loro muzi e diztrarli, mentre noi pazziamo. Ze zolo ci fozze un pappagallo cozì coraggiozo!”
“Uunaa coosa è ceeerta: voi paazziaaate! Nel seeenso che sieete paazzi” lo rimbeccò il pappagallo, con aria adirata e offesa,  sempre che vi riesca di capire quando un pappagallo è adirato e offeso. Nel suo caso si capiva dalle piume sulla testa, particolarmente arruffate. Mi pare di averlo già detto, vero!
Il professor Siiiak scosse rassegnato e scandalizzato la testa. Capire se un suricato è rassegnato e scandalizzato è più facile, ma non poi così semplice. Si può comprendere dal ritmo d’oscillazione della testa e dalla dilatazione delle pupille, non certo dalle piume della testa.
“Dobbiamo farci venire qualche idea” protestò pratico Jacopo “non possiamo restare bloccati qui!”
“Bell’aiuto ci siete venuti a dare!” borbottò Marco.
“Gente di poca fede! Gente di poca fede!” disse Omar, scuotendo con aria di superiorità la sua grande testa “questo” disse, estraendo una scatoletta dalla sua borsa “risolverà molti dei nostri problemi. Pensavate forse che Omar Loresti fosse venuto qui per fare un picnic? Io sono qui per risolvere problemi.”
“Che cos’è?” chiese Elisa avvicinandosi.
“Ogni cosa a suo tempo. Voi fidatevi di me e io vi tirerò fuori di qui.”
“A che cosa hai pensato, caro Omar?” intervenne diplomatico Erasmo Fortini.
“Lasciate fare a me!” insistette l’omino vestito di celophane blu.
“Ho grande stima delle tue capacità e la tua abilità nel combattere i raptor è rinomata in ogni universo” lo blandì Marta Pollari “ma, sai, qui sono in gioco le nostre vite e quelle dei nostri nipoti. Ci piacerebbe capire bene il tuo piano per poterti aiutare meglio.”
“O vi fidate di me e io vi riporto a casa oppure non vi fidate di me  e vi arrangiate da soli” – rispose gelido e quasi offeso Loresti, come sempre un po’ snob nei confronti degli uomini ‘primitivi’.
Erasmo e Marta si scambiarono uno sguardo che avrebbe voluto essere inespressivo, ma che manifestava tutta la loro preoccupazione e perplessità.
“Io puuure stiimo il ceeelebre Loooresti, ma noon hoo aaalcuna intenzione di caaacciarmi in quaaaalche guaaaio che noon hoo caaausato daa mee meedesimo” protestò Laark il pappagallo. Le piume sulla sua testa erano sempre arruffate.
“E va bene!” s’ammorbidì d’un tratto il Guardiano di Mito “questa è un’arma segretissima. Vi dirò però che ci permetterà di confondere i sensi dei raptor per qualche minuto in modo da passare sotto i loro nasi senza che ci vedano.”
“Quezto è grande piano! Ah, ah!” rise Ortuz “Quezto è davvero grande piano!” e si affrettò a spiegarlo al suo amico.
“Come funziona?” chiese Jacopo.
“Tu vuoi sapere troppo, piccolo... Psyco-onde, diciamo” gli concesse Omar Loresti.
“Ok. Non potranno sentire i nostri pensieri, ma comunque potranno vederci o sentirci. Questa macchina ci aiuta di sicuro, ma non saprei se risolve il problema” osservò Erasmo, sfidando l’ira di Omar.
“Cosa ne dite di un bel temporale per annebbiargli la vista e fare abbastanza frastuono da nascondere i nostri passi?” suggerì Loresti.
“Di questa stagione potremo aspettare un bel pezzo!” protestò Marco.
“No. Non se siete in compagnia del grande Loresti!” esclamò pomposo il piccolo uomo piovuto da qualche strano futuro possibile.
 
L’insolito gruppetto si mise in cammino. I due orsi, che meglio conoscevano quelle zone, guidavano la fila. Il pappagallo volteggiava ciarliero sulle loro teste. Lo strano omino dal grande testone camminava subito dietro ai plantigradi, assieme a Nonno Erasmo e dietro di loro venivano Nonna Marta con i tre bambini. Il vecchio suricato li seguiva, scrutandosi alle spalle, da buona retroguardia, mentre Scrunf il porcello cercava di far conversazione: “…ricordo di averci mangiato le ciambelle più cremose di tutte le ucronie possibili e la glassa, poi, che glassa! Spessa e dolcissima! Una vera prelibatezza…”
Siiiak non sembrava ascoltare una sola parola, ma il maiale continuava a parlargli.
 
La strada da percorrere era lunga, ma in così buona compagnia ai bambini parve assai più breve di altri percorsi che avevano dovuto affrontare in quegli ultimi tumultuosi giorni.
Dopo un po’ di cammino si fermarono per una pausa e Loresti estrasse dal sacco un altro dei suoi marchingegni e si mise a trafficarci, scrutando di tanto in tanto verso il cielo.
“Che cosa fai?” gli chiese Elisa.
“Vi tiro fuori dai guai” rispose asciutto l’omino. Elisa lo guardò del tutto insoddisfatta dalla risposta, ma non osò chiedere altro.
Loresti attivò la sua macchinetta e subito ne scaturì fuori un incredibile arcobaleno.
“Bello!” esclamò Elisa.
“No: utile” la corresse l’uomo del futuro.
“E a cosa può servirci un arcobaleno?” chiese Jacopo.
“A saltare” rispose l’ometto.
Lo guardarono tutti perplessi.
“Saltare! Saltare!” cantilenò Elisa saltellando.
“Cosa fai?” le chiese il fratello.
“Non lo vedi: salto.”
“Tu non hai capito” la corresse serio e saputo l’omino.”Entra nel fascio di luce.”
La bambina ubbidì e…
“Ooooh!”  ebbe il tempo di gridare, prima di sparire, risucchiata dall’arcobaleno.
“E ora deve è finita mia nipote” protestò preoccupata Marta.
“In fondo all’arcobaleno.”
“Nella pentola d’oro…” sussurrò Jacopo.
“Pentola?” chiese Loresti “Di quale pentola mormori.”
“Quella della favola. La pentola d’oro che sta in fondo all’arcobaleno.”
“Ah. No” fece l’ometto “questa non è favola. Ora vada un adulto.”
“Vado io” disse nonna Marta e anche lei scomparve risucchiata verso l’alto da quell’arco colorato.
Uno a uno risalirono tutti l’arcobaleno e si ritrovarono così un bel pezzo avanti lungo la strada. Era davvero una bella scorciatoia. L’ultimo a raggiungerli fu Omar Loresti, che una volta passato “spense” l’arcobaleno, facendolo rientrare con un guizzo nella sua macchinetta, che, a sua volta, fece sparire sparì nel suo sacco con una mossa veloce.
“Qualcuno ha l’ombrello” chiese Omar.
“Perché?” domandò nonno Erasmo.
“Perché tra poco pioverà così tanto, che nessuno riuscirà più a vedere nulla.”
Non aveva finito di dirlo, che armeggiò con un altro dei suoi trabiccoli e subito enormi nuvoloni neri cominciarono ad addensarsi in cielo a gran velocità.
Mentre le nuvole facevano il loro dovere, il piccolo mago della tecnologia attivò anche gli schermi mentali.
“E ora tutti alla Porta” proclamò “si parte per una gita a Kleua.
“Evviva!” esultò Ortuz.

 

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