Attilio Sartori
Santa Teresa sbadiglia

Titolo Santa Teresa sbadiglia
Autore Attilio Sartori
Genere Narrativa - Surrealismo      
Pubblicata il 01/03/2013
Visite 6998
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  135
ISBN 9788873884224
Pagine 120
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Teresa è una Santa metropolitana del terzo millennio. Se sbadiglia fa miracoli e sbadiglia moltissimo in faccia all'ovvio e al quotidiano. Si scopre Santa per noia. Il suo ragazzo, Fil, la indottrina di letture razionali e non teme i suoi prodigi. L'incontro con Leo dal petto sanguinante si trasforma in un gioco: attraverso i poteri di Teresa cercare di sgominare il marcio del mondo, smascherare la falsa informazione. Fermare corruzione a mafia. Leo sa come. Teresa è "l'attesa del miracolo" o "attesa dal miracolo", fugge alle trappole, persino delle pagine scritte. Le cavalca e con un guizzo le abbandona: porta il lettore fuori dal reale, lo sublima e improvvisamente lo fa ripiombare a terra in una serie di avventure che si trasformano in ciclopici sbadigli. Ma Teresa è una Santa e quindi parla con Dio? I mass media vogliono catturare la Voce di Dio. Tutti lo vogliono sapere per ottenere i propri benefici. Riuscirà la Santa della noia a liberarci, a liberarsi?

Teresa sognava sempre paradisi perduti dove avvenivano inesplicabili delitti. Anche quando, sulla macchina da scrivere, batteva automaticamente lunghe schede nominative sul fatturato mensile di importanti ditte. I numeri si allineavano quasi da sé, insensati ma precisi, al decimale. Perché, poi, “paradisi perduti”? Era forse la sua sensibilità romantica che glieli faceva così denotare. “Paradisi perduti” le affiorava come un nome e cognome, un binomio inscindibile, un precipitato della chimica della sua memoria un po’ letteraria, un po’ infantile. Ma questi sogni, alla fine dei conti, non erano altro che istantanee visioni ad occhi aperti: una stanza colorata di un rosa pulviscolare si dilatava in qualcosa di ampio, luminoso, quasi smisurato, dentro un’atmosfera giulebbosa, senza confini di spazio e di tempo. Eppure aveva la sensazione che quel luogo avesse dei limiti: i confini non si distinguevano, ma erano intuibili come dall’esterno di una sfera e in quel globo luminescente si disegnavano all’improvviso viali e viali di un verde che moriva nel rosa di fondo. In una di quelle aiuole il corpo del delitto.

Un cadavere bocconi sul ghiaino, la camicia bianchissima fuori dai pantaloni, le gambe divaricate, l’aureola di una giovane calvizie come di fraticello smilzo e rasato di fresco, nel segno di una disciplina accurata e pacificamente accolta.

Teresa si svegliava, riprendeva immediatamente contatto con la realtà, rimanendo in bilico, sospesa a quella visione rarefatta.

La testa di fraticello le lasciava dentro una strana dolcezza che perdurava a scheda finita e riposta nella cassettiera, fino a quando si sorprendeva davanti allo specchio del bagno a contemplare per qualche minuto la sua faccia senza rughe, liscia e compatta, rotonda, di un incarnato roseo, domestico, e al centro si disegnavano le labbra carnose, impassibili. Così, fissa a guardarsi negli occhi dal fondo nocciola, immersi com’erano nel languore della miopia, scopriva subito, come a un riconoscimento immediato e lacerante, l’intollerabile miseria del mondo, la noia mortale che fascia le cose e occupa tutti gli eventi come una benda che stringe un arto rubandolo alla luce del giorno.

Un fremito allora le percorreva le mandibole, che erano forti e che teneva caparbiamente serrate, mentre uno stimolo irresistibile la spingeva a dissigillarle, ad aprire la bocca, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

“Dio mio! Come faccio? Come faccio a continuare così?” pensava. Di colpo era come se una mano di ferro si fosse insinuata a forza nella chiostra dei denti, e con un colpo la spalancasse. Solo allora quel senso di durezza cessava.

Seguiva un languido abbandono di tutti i muscoli del volto, e la bocca rimaneva aperta, anzi, si abbandonava a un lungo disteso sbadiglio, il cui vapore offuscava la superficie nitida dello specchio.

Ogni volta che le succedeva questo strano fenomeno, rimaneva come estasiata. Assorta. Mille pensieri e immagini le frullavano nella testa. Una sequenza di istantanee che non riusciva a frenare: volti, oggetti, frammenti di realtà, cui stentava a dare un ordine, una connessione qualunque. Un caleidoscopio scintillante di combinatorie assurde della memoria, che se le avesse raccontate o scritte sarebbero parse le farneticazioni di una pazza. Se qualcuno la interrompeva in uno di quei momenti, riportandola alla realtà quotidiana, era come se uscisse bruscamente da un sogno, quasi faticava a riconoscere il luogo dove si trovava, a ricollegarsi col fluire degli eventi reali. Si tratteneva per un po’ dal parlare con chi eventualmente le fosse vicino per timore di dire cose insensate. Una volta, la madre l’aveva improvvisamente distratta da una di queste sue estasi. Le aveva chiesto bruscamente, continuando un certo discorso poco prima interrotto: “Le hai detto che sono ammalata?” e Teresa aveva risposto “Sì, ma forse è meglio non essere sinceri.” La madre l’aveva guardata di sbieco, con aria stranita. Che cosa aveva voluto dire? Perché non essere sinceri?

A quelle assurde risposte della figlia provava uno strano sentimento misto di meraviglia e di paura, come di fronte a un oggetto o un evento misterioso.

Teresa aveva diciannove anni. Aveva da poco terminato, e dignitosamente, il liceo artistico. Faceva una vita abbastanza spensierata, quanto le consentivano l’età e le magre risorse domestiche. Adele era rimasta vedova ancora giovane. Una bella donna formosa e maestosa, cui non dispiaceva lo sguardo cupido dei colleghi maschi trotterellanti per i corridoi della società dei telefoni dove era impiegata. L’altra figlia, Stefania, venticinquenne e felicemente fidanzata con un giovane serio, tutto casa e lavoro, non le dava pensieri. Alberto - così si chiamava - in banca stava facendo carriera per la sua diligenza, mai turbata da alcuna inquietudine fantastica o esistenziale. Tre donne sole, insomma, ognuna con un lavoro decente, anche se modestamente retribuito, con la possibilità tuttavia di farsi qualche fine settimana a Firenze o a Venezia, o al mare, sulla loro decente Fiat Uno. E anche qualche viaggetto in Provenza, presso un’amica francese che avevano conosciuto un’estate a Varigotti, anche lei vedova, magra come un’ostia, con degli occhialini sessantotteschi sul naso, sempre irrequieta, indaffarata, a partire, tornare e sistemare il suo appartamentino tutto lindo, ma perennemente ingombro di fagotti e valigie.

Adele era anche devota, nonostante la straripante sensualità che emanava da tutto il suo essere. Da anni, tuttavia, non provava più alcun impulso sessuale. Nonostante l’apparenza il suo corpo era, dentro, spento e silenzioso. Un chiaro inganno. Una trappola per molti che osavano approcci e inviti precipitosi, sempre duramente respinti. La religione di Adele era antica, veniva dai nonni veneti e contadini. Fatta di rosari e immaginette, di preghiere mormorate su inginocchiatoi di legno duro di ciliegio, immersi nel buio delle cappelle laterali della vecchia chiesa ottocentesca, dove a stento si distinguevano le ombre faticosamente affioranti di Sanrocchi e Santececilie e Sanluigi fumosi, appannati da patine bituminose, gli occhi instancabilmente rivolti a cieli nuvolosi e svogliati, ammiccanti fra colonnati di templi pseudomanieristi grigiamente pitturati dai maldestri pennelli di artigianotti di campagna.

Adele, la sera, prima di addormentarsi, leggeva le vite dei Santi in una vecchia Filotea, rilegata in cuoio rosso, gli angoli decorati in metallo brunito, lasciatale dalla nonna.

La casa non mancava di nulla, ordinata e lustrata a specchio, tutti gli elettrodomestici essenziali, il grosso schermo TV in fondo al salotto, e la brava libreria a muro. Autori ferocemente preponderanti quelli inviati dal “Club di lettori”: narratori ignoti ai più dai nomi americanamente anodini, come Edwin Coley, James Grady, Adam Kennedy e dai titoli avventurosamente sbadiglianti come “Un sosia per morire”, “Il quarto protocollo”, “Il grande affare del sassolino”, “Sargassi”. Romanzi di serie, scritti forse e assemblati al computer, tinti di giallo: spionaggio internazionale, esotismo e science fiction, a conciliare il sonno.

Ma il sonno glielo turbava Teresa, cresciuta tonda e lustra. Adesso vestita quasi sempre alla carlona come tanta gioventù: blue-jeans da pochi soldi, o tuniche e camicioni fino ai piedi. Fresca e tanto sorridente da pizzicare sulle guanciotte sode o sulle chiappe durette e un po’ sfrontate, ma proprio bella no, forse neanche carina; eppure sotto quelle forme così tranquillamente accettate ed esibite, in quella testa un po’ svagata e imperiosamente eretta circolava a tratti un’aria infida, fatta di bagliori, o meglio, di barlumi inaccessibili o trasalimenti da batticuore, o buchi di tenebre dagli incerti confini fra la veglia e il sonno; traspariva dallo sguardo, imbambolato e intorpidito, o torvo, da epilettoide, o struggente e captante da ninfomane. Assumeva allora un andamento da sonnambula, piede dopo piede, una mano languidamente abbandonata lungo un fianco, l’altra sollevata a disegnare mollemente indecifrabili ghirigori.

Aveva cominciato ad “andare coi ragazzi”, così vociferavano, a quindici anni. Adele, quando l’aveva saputo, era rimasta atterrita. “Che cosa ne sarà di questa mia figlia?”

L’aveva persino picchiata.

Chiusa per tre giorni nella sua camera.

Ma la sua imperturbabilità l’aveva scoraggiata. Teresa non reagiva, accettava botte e segregazione. Non si era difesa, si era chiusa, anzi, in un silenzio sorridente, come fosse lontanissima da quella realtà, fasciata di una beatitudine assolutamente innocente.

Si era messa a disegnare città radiose, suppellettili in stile Bauhaus, architetture irrazionali alla Escher, senza né capo né coda, anzi, tutte capo-coda indifferenziati. A sentire la madre stravaganti garbugli, gliommeri della follia.

L’aveva fatta anche visitare da uno stimato neurologo.

Era sana, non aveva proprio niente.

Quale nevrosi! Quale isteria! Sì, disturbi della personalità tipici dell’adolescenza, forse di una pubertà un po’ protratta. Era una ragazza fantasiosa, piena di umorismo - aveva concluso il clinico - e l’umorismo è il segno più latente della salute mentale.

Oh! A Teresa sarebbe piaciuto leggere romanzi, monografie e varia saggistica sull’arte contemporanea, ma purtroppo la sua naturale disposizione all’ironia la teneva lontana dal coinvolgimento emotivo, la induceva ad uno stato d’animo di estraneità, come se le cose che leggeva appartenessero a un mondo risaputo sino alla nausea. Finiva col saltabeccare da una pagina all’altra, avanti e indietro, col lieve passo del codibugnolo, l’occhio svagato e fanciullesco, ma insieme esperto e irridente. Era sempre irresistibilmente calamitata dalla voglia di vedere l’ultima parola del libro per metterla in rapporto alla prima, e trarne auspici o premonizioni o messaggi criptici. Insomma, da ogni contesto, da ogni struttura logico-sintattica, svagava nei territori contigui o alternativi dell’immaginario, in un gioco a perdita d’occhio di rinvii, assonanze, consonanze e dissonanze, di ricordi, sensazioni, odori, suoni, trasalimenti che potevano ricordare la tecnica delle intermittenze proustiane, applicata non alla vita nel suo rifluire nel presente della memoria, ma al testo, preso nella sua occasionalità. Una specie di pre-testo aperto a tutte le possibilità, a onnivore, labirintiche divagazioni.

Allorché tale incantesimo del testo, sterminato nella sua durata interiore, ma brevissimo nella sua temporalità esterna, cessava e Teresa ripiombava nella contestualità del “reale”, si innescava brutalmente la meccanica dolorosa dello sbadiglio, tutt’uno con la latente prevedibilità della connessione spazio-tempo degli eventi. Le provate mascelle restavano a lungo spalancate finché la spinta di un gemito profondo che saliva dagli anfratti dell’anima non aveva esaurito del tutto la sua forza esplosiva e gli occhi non le si riempivano finalmente di lacrime.

Spossata nella sua larga poltrona o distesa sul letto, l’afferrava una sonnolenza invincibile.

La noia, la melanconia degli asceti medievali era il segno del disordine interiore, veicolo del peccato.

Teresa, pur culturalmente non consapevole, avvertiva tuttavia la drammaticità di ciò che le accadeva. Quel senso di disaffezione alle cose nella loro scontata prevedibilità la faceva sentire, per così dire, in conflitto col mondo.

Una posizione precaria, rischiosa, propria di chi è disposto a qualsiasi fuga. A ogni avventura. Che portasse anche violenza e morte, pur di rompere la maglia preordinata dei fatti. Di infrangere una regola che mortificava lo spirito, distruggendo ogni gioia di vivere.

Si era iscritta ai corsi dell’Accademia di Belle Arti, non perché la interessasse conseguire una professione nel campo artistico, ma per accontentare la mamma, che le pareva perennemente triste nel vederla svogliata e inconcludente. Ma cos’erano dopo tutto le Belle Arti? Il disegno, la pittura, la scultura, l’architettura, allargate faticosamente a comprendere i nuovi mezzi di comunicazione visiva: la fotografia, la video-arte, la pubblicità…, discipline comprese in un tutto anacronistico. Già l’atto stesso di dovere apprendere una tecnica sprofondava Teresa in una malinconia irresistibile. Se frequentare l’Accademia significava solo imparare i rudimenti di una tecnica, tanto valeva continuare il suo lavoro di impiegata presso la SOCOF: battere con precisione delle schede. Era anche questa una tecnica. Ripetitiva e noiosa. Era alla fine un’arte che una volta appresa andava avanti da sé, e produceva cose utili per l’input finale dell’osannato mega computer. Non accadeva in fondo la stessa cosa, ormai, anche per le “arti” che erano diventate appunto tecniche della comunicazione visiva, dell’immagine che un microprocessore avrebbe “trattato” e combinato, con risultati certo più utili, funzionali e disciplinati di quelli del cervello, così soggetto a distrarsi per noia, per disaffezione, per saturazione e per conseguentemente spirito di rivolta?

Nonostante tali appropriati ragionamenti, Teresa aveva comunque acconsentito ai desideri della mamma. Si era iscritta all’Accademia, riducendo l’orario di lavoro presso la SOCOF a mezza giornata. Però né lo studio delle tecniche artistiche, né la storia della cultura visiva avevano appagato il suo bisogno di “diverso”. Non era tanto un’esigenza di libera creatività linguistica, ma l’espressione di una profonda, inconscia necessità di “essere” diversa. In altre parole di trasformarsi, di cambiare natura. Realizzare cioè un mutamento “ontologico”, tale per cui, compiuta la metamorfosi, tutta la sua vita diventasse un’invenzione continua. Senza più spazio per la ripetizione ossessiva. Per la noia dell’abisso quotidiano, per così dire domestico.

Adele aveva, nella sua devozione superstiziosa, intuito che le stranezze di Teresa, le intermittenti estasi che la allontanavano dalla realtà dovevano essere manifestazioni di una seconda natura. Di un mondo sovrasensibile cui la figliola a tratti accedeva creando intorno a sé una sorta di alone magico. Quell’horror che è proprio del sacro.

Gli stati “anormali” di Teresa però non erano mai frutto di un pensiero, di un’astratta coscienza di vivere in un certo modo, in una certa “forma”. Forse il prodotto di una condizione istintiva. Pre-logica. Dopo ogni crisi dello sbadiglio, allorché rimaneva come assorta, la mamma le chiedeva:

“Ma cosa vedevi, con chi parlavi con gli occhi?”

“Ah! Non so proprio - rispondeva Teresa ironica - forse con gli angeli.” E si stringeva nelle spalle. 

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