Manuela Magalhães
Mediazione interculturale e adozione internazionale

Titolo Mediazione interculturale e adozione internazionale
tracce di un’esperienza brasiliana
Autore Manuela Magalhães
Genere Saggistica      
Pubblicata il 05/03/2013
Visite 12565
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana L’approfondimento  N.  15
ISBN 9788873884286
Pagine 120
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Dei circa 4000 bambini che ogni anno entrano in Italia per adozione internazionale, ben il 60% hanno un’età superiore ai 5 anni: arrivano, pertanto, portando con sé un complesso bagaglio di memorie culturali. Per questi bambini all’ingresso nella nuova famiglia va a sommarsi dopo un breve periodo di tempo (dai tre ai sei mesi) l’ingresso nel mondo della scuola, con le sue regole esplicite e implicite, le nuove relazioni con compagni e insegnanti, una “lingua per imparare” non ancora ben padroneggiata. In questo libro Manuela Magalhães si interroga su come la mediazione linguistico-interculturale possa contribuire a sostenere la loro accoglienza e il successivo percorso di crescita.

Livia Botta 

 

Dei circa 4000 bambini che ogni anno entrano in Italia per adozione internazionale, ben il 60% hanno un’età superiore ai 5 anni: arrivano, pertanto, portando con sé un complesso bagaglio di memorie culturali. Per questi bambini all’ingresso nella nuova famiglia va a sommarsi dopo un breve periodo di tempo (dai tre ai sei mesi) l’ingresso nel mondo della scuola, con le sue regole esplicite e implicite, le nuove relazioni con compagni e insegnanti, una “lingua per imparare” non ancora ben padroneggiata. In questo libro Manuela Magalhães si interroga su come la mediazione linguistico-interculturale possa contribuire a sostenere la loro accoglienza e il successivo percorso di crescita.

Sempre più spesso, visto il costante aumento nelle nostre scuole di alunni stranieri, i bambini adottati vengono accolti in classi multiculturali. Entrare a far parte di un gruppo eterogeneo per provenienza, lingua d’origine, tratti somatici può rappresentare per un bambino adottato uno stimolo a una più serena accettazione di sé, della propria storia e della propria “identità mista”. Ma può anche innescare vissuti di disagio e confusione che rimandano alla sua appartenenza incerta: a differenza dei compagni immigrati è infatti italiano a tutti gli effetti, anche se le sue origini sono altrove; ha perso il legame vitale con la cultura originaria che i minori immigrati mantengono nell’ambito familiare;  sta  dimenticando – o mettendo temporaneamente da parte - la lingua d’origine per poter costruire una più solida appartenenza al nuovo contesto; può sentire il bisogno di tener lontani ricordi troppo dolorosi, che associano la terra di nascita al maltrattamento e all’abbandono.

Chi si occupa delle dinamiche psicologiche degli adottati sa bene che l’integrità del sé di un soggetto che ha vissuto l’esperienza dell’adozione internazionale si fonda sulla possibilità di ricomporre nel tempo i pezzi della propria storia:  le memorie del passato, i vissuti dell’oggi, i progetti per il futuro. Si tratta di un processo lungo, che inizia al momento dell'adozione e si distende per l’intero arco di vita, procedendo tra spinte in avanti, soste, ritorni indietro. La faticosa ridefinizione di sé comporta un ripetuto “entrare-uscire” da diverse appartenenze che alternerà, nelle fasi della crescita, momenti di rimozione del passato ad aperture di interrogativi e ricerca di legami con le proprie origini.

Tale processo di ridefinizione identitaria, che potrà essere segnato da ambivalenze e da momenti di sofferenza, va accompagnato e sostenuto da chi si prende cura del minore in modo delicato e non intrusivo, evitando sia di spingere in direzione di una assimilazione che tolga valore alla storia pregressa, sia di rimandare con insistenza a una cultura “altra” che potrebbe generare vissuti di confusione  e “non appartenenza”. Competenza, attenzione ed empatia diventano le doti indispensabili degli adulti che accompagnano nella sua crescita il minore adottato: i genitori, gli altri familiari, gli insegnanti, gli operatori dell’adozione. 

La figura del mediatore linguistico-interculturale assume, in questo contesto,  un ruolo chiave di estrema importanza e delicatezza, soprattutto quando si consideri la sua funzione di attivatore e facilitatore del legame e dello scambio tra culture all’interno delle classi scolastiche. Se infatti alcune delle funzioni della mediazione che Manuela Magalhães sottolinea nel suo scritto (la dimensione informativa, rivolta agli insegnanti, sui modelli educativi e relazionali e sulle modalità di espressione dei bisogni nella cultura di origine del bambino; la facilitazione linguistica nella fase iniziale dell’inserimento scolastico) non necessitano di particolari aggiustamenti quando si esercitino nei confronti di alunni adottati e sono senz'altro da utilizzare di più di quanto si faccia attualmente, altri aspetti richiedono una calibratura più attenta.

Ho l’impressione che non esista ancora, in chi opera nella mediazione interculturale in ambito scolastico, la piena consapevolezza che facilitare il senso di appartenenza del bambino adottato al gruppo dei pari nella tutela della sua identità di provenienza sia questione delicata e complessa. Interventi ad hoc possono infatti, a seconda dei casi, diventare occasione di valorizzazione e riconoscimento di un legame non problematico con le proprie origini ma anche generare prese di distanza più decise da quella realtà. Si tratta di reazioni strettamente legate al vissuto del bambino relativo al paese di origine: terra delle prime esperienze di vita e dei primi affetti ma anche dell’abbandono e dell’istituzionalizzazione, nei confronti della quale si può provare nostalgia e orgoglio o al contrario bisogno di allontanarne il ricordo.  Sono al contempo reazioni che riflettono la fase del percorso identitario che il soggetto sta attraversando: a seconda dei casi quella occupata dal bisogno di dedicare tutte le energie emotive alla costruzione dell’appartenenza al nuovo nucleo familiare e al nuovo contesto sociale, o quella rivolta a recuperare e valorizzare la propria identità etnica. Anche nei minori immigrati si possono riscontrare analoghe oscillazioni, solitamente, tuttavia, meno accentuate e meno cariche di problematicità.

Conoscenza di come la dimensione interculturale si declini nell’adozione, capacità di ascolto dei messaggi verbali e non verbali dei bambini, empatia, approccio non invasivo, flessibilità diventano i cardini di una buona mediazione. Si tratta di favorire una positiva convivenza scolastica creando spazi e occasioni in cui il bambino adottato possa riconoscersi e raccontarsi con i suoi tempi e i suoi modi; occasioni che valorizzino le diverse culture nelle loro interazioni, senza forzature e senza porre il bambino adottato al centro dell’attenzione.

Ben vengano pertanto percorsi di formazione rivolti ai mediatori che li mettano in grado di cogliere le peculiarità della dimensione interculturale dell’adozione e di progettare le modalità d’intervento più opportune. Ben vengano contributi come questo di Manuela Magalhães che, fondandosi su un'esperienza diretta che l'ha vista operare con bambini di provenienza brasiliana in alcune scuole genovesi, pone le basi di un modello di mediazione calibrato sulle specifiche esigenze degli alunni adottati.

 

di Livia Botta [1]



[1] Psicoterapeuta e formatrice, responsabile del sito www.adozionescuola.it

Dei circa 4000 bambini che ogni anno entrano in Italia per adozione internazionale, ben il 60% hanno un’età superiore ai 5 anni: arrivano, pertanto, portando con sé un complesso bagaglio di memorie culturali. Per questi bambini all’ingresso nella nuova famiglia va a sommarsi dopo un breve periodo di tempo (dai tre ai sei mesi) l’ingresso nel mondo della scuola, con le sue regole esplicite e implicite, le nuove relazioni con compagni e insegnanti, una “lingua per imparare” non ancora ben padroneggiata. In questo libro Manuela Magalhães si interroga su come la mediazione linguistico-interculturale possa contribuire a sostenere la loro accoglienza e il successivo percorso di crescita.

Livia Botta 

 

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