Alberto Caminiti
Le insurrezioni anti-imperialiste di fine secolo XIX

Titolo Le insurrezioni anti-imperialiste di fine secolo XIX
Autore Alberto Caminiti
Genere Storia      
Pubblicata il 17/03/2013
Visite 6435
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Koine´  N.  24
ISBN 9788873884248
Pagine 364
Prezzo Libro 19,50 € PayPal

Nel libro sono ampiamente evidenziati i concetti di colonialismo e di imperialismo e vengono poi sviluppati due episodi che sul finire del secolo XIX attirarono l’opinione pubblica mondiale: la rivolta a Khartum (1885) del Mahdi che, proclamatosi novello Profeta, mise a ferro e fuoco Sudan ed Egitto, minacciando da vicino Il Cairo e la nuova via d’acqua del Mar Rosso (il Canale di Suez). La Gran Bretagna impiegò oltre un decennio per domare quegli antesignani degli attuali fondamentalisti islamici (talebani) e per vendicare Gordon Pascià trucidato dai “dervisci” del Mahdi. 

La seconda parte del testo racconta invece la vicenda di un pugno di militari e civili occidentali e giapponesi che (1900), rinchiusi nel quartiere delle Legazioni della capitale del Celeste Impero, tennero testa ad una marea di sanguinari Boxers cinesi, aizzati dalla terribile Imperatrice-Vedova. L’episodio è passato alla Storia e all’immaginario collettivo col nome dI “55 giorni a Pechino”. Hollywood non si fece scappare l’occasione e per entrambi gli eventi produsse dei film Kolossal con Charlton Heston attore carismatico e protagonista. Restano ben chiariti nel testo i danni che la politica imperialista europea produsse sullo sviluppo e la civiltà dei popoli africani ed asiatici che, ancora adesso, pagano lo scotto di essere stati vessati e sfruttati vergognosamente dalle potenze europee per esclusivi fini economici, finanziari ed industriali.

 

PREFAZIONE

 

Per correttezza nei confronti di Voi lettori, devo dire che inizialmente le due parti qui contenute erano nate come testi separati, da stampare singolarmente.

Solo in un secondo momento mi sono accorto che rappresentavano i due maggiori episodi storici d’anti-imperialismo di fine secolo XIX. Ho pensato quindi di riunirli in un unico volume, onde eliminare la ovvia (se separata) esiguità del testo, che invece - se accorpato - trovava automaticamente una maggior forza di interazione.

 

Apparivano inoltre evidenti talune analogie negli avvenimenti descritti che ne consentivano in pratica una certa assimilazione; come ad esempio:

  • avevano rappresentato le due più grandi e drammatiche esplosioni d’anti-imperialismo contro le Potenze occidentali:
  • c’erano voluti sia nel Sudan che in Cina, energici interventi d’eserciti stranieri per stroncarne l’estrema virulenza. Nel Sudan, per estirpare il Mahdismo necessitò una potente armata inglese che fungeva da martello, sospingendo i dervisci verso l’incudine, ossia le armate cristiane che vegliavano sull’acrocoro etiopico affinché l’infernale dottrina del Mahdi non ne varcasse i confini. A ciò si adoperarono le armate copte abissine e le truppe della nostra (cattolica) Colonia eritrea. Per avere ragione dei Boxer, ci volle addirittura un’armata interalleata di oltre 70.000 soldati di ben otto nazionalità mondiali (infatti, oltre agli europei, vi erano giapponesi e statunitensi);
  • entrambe le dottrine avevano risvolti religiosi tipicamente intolleranti rispetto alle religioni occidentali ed ai nativi che intendevano adottarne la fede (accentuato anti-proselitismo);
  • provocarono enormi problemi internazionali; nel Sudan, dove il Mahdismo prosperò per quasi 18 anni, si dovette proteggere la nuova via d’acqua internazionale del Canale di Suez, allora da poco aperta. In Cina, addirittura, la rivolta dei Boxer provocò, dopo qualche anno, la caduna della Dinastia Qing e la trasformazione di quel grande paese in repubblica.

 

Come si vede, vi erano molti elementi di analogia storica (su alcuni, l’Autore si riserva una diversa valutazione interpretativa); a cui si può aggiungere - curiosamente - la partecipazione in entrambe le vicende della figura di Gordon Pascià (detto “Il cinese”) che in Cina raggiunse l’alto grado di Generalissimo per aver stroncato la rivolta dei Taiping (i cui capi superstiti confluirono nella nascente Società dei Boxer). Nel Sudan, poi, l’eroica figura di Gordon rappresentò il fermo baluardo cristiano che si opponeva - nella Khartum assediata - all’espansione fanatica dei mahdisti. 

 

Ecco quindi elencati i motivi che mi hanno spinto ad unificare la narrazione dei due drammatici episodi insurrezionali in un unico testo. Buona lettura.

 

 

COLONIALISMO ED IMPERIALISMO

 

A mio parere necessita anzitutto precisare che spesso, erroneamente, i due termini letterali sopra esposti vengono utilizzati quali sinonimi, anche da giornalisti e studiosi di fama. Le due voci sono - invece - completamente diverse e possono essere situate di fatto anche temporalmente nella seguente successione: prima il colonialismo; poi è nato l’imperialismo. Chiariamo il concetto.

Il colonialismo c’è sempre stato, fin dalla notte dei tempi. Colonizzare significa - come etimo - espandersi in territori (limitrofi o no) onde allargare i confini del territorio della propria tribù o nazione, fondando - appunto - “colonie”, ossia nuovi comparti della propria tribù o nazione per motivi economici (conquista di nuove fonti alimentari o di zone di caccia più proficue), demografici (quale alleggerimento in caso di sopravvenuta massima densità in loco), nonché per motivi di semplice prestigio politico (sono uno Stato potente perchè ho molte colonie). 

 

A giustificazione della propria espansione e quasi a legittima copertura dell’azione di forza posta in essere nelle colonizzazioni, in tempi recenti sono state accampate anche presunte missioni civilizzatrici, in specie quando venivano occupati territori dove erano stanziate popolazioni relativamente arretrate. Era come un lavaggio di coscienza: io porto la civiltà a quei popoli che vivono miseramente e non conoscono i vantaggi della moderna tecnologia. E fu questo soprattutto il concetto cui fecero finta di ispirarsi le grandi potenze europee e perfino piccoli Stati che avevano raggiunto da poco l’indipendenza o la sovranità, quali l’Italia, il Belgio e l’Olanda, per espandersi nel continente africano e in quello asiatico. 

 

Ma se era vero che nell’Africa nera esistevano semplici aggregati di povere e affamate tribù, non si vede come il concetto della missione civilizzatrice potesse considerarsi valido in presenza di autentiche entità politiche di antica e gloriosa civiltà, come nel caso del Celeste Impero o di quegli Imperi africani che avevano lunghe storie di progresso, d’arte e cultura preesistenti rispetto alle cosiddette nazioni civili europee. Ed allora diciamolo subito ed apertamente: il colonialismo fu aggressione da parte degli Stati europei sui vari popoli e territori di altri continenti per ragioni commerciali, di sfruttamento delle risorse locali altrui, di esportazione dei propri prodotti obbligando i popoli sottomessi ad acquistarli, di vergognoso utilizzo della manodopera indigena, con la contemporanea imposizione di lingua, religione (i missionari) e tradizioni del tutto estranei alla cultura di quei popoli soggiogati. 

l’imperialismo invece è successivo nel tempo e può considerarsi l’estrema sublimazione del già esistente concetto di colonialismo. All’imperialismo possiamo perfino dare una data di nascita: il Congresso di Berlino (13 giugno 1878). Esso nasce come una nuova forma di colonialismo fra gli anni 1870 ed il 1914 e si manifesta nell’azione dei governi europei (più quello giapponese) intesa ad imporre la propria egemonia su altri paesi onde sfruttarli dal punto di vista economico, assumendone l’utilizzo delle fonti energetiche o di valide attività produttive locali. 

 

Il termine di per sé non era nuovo, essendo stato coniato in Francia nei primi anni del 1800 per definire il regime dispotico di Napoleone I, passando poi largamente in uso in Gran Bretagna, per assumere ancora il significato più nuovo e noto: la tendenza di una nazione a imporre il proprio dominio economico, influenzando la politica interna di altri paesi con l’obiettivo finale di costruire, mediante un massiccio afflusso di capitali, un imponente impero commerciale e finanziario, quasi un serbatoio di risparmio da cui attingere per potenziare l’industria, il commercio e la finanza nazionale. Chiaramente nella questione si inseriscono altri fattori, tra cui:

  • quello nazionalistico dell’orgoglio e prestigio nazionale: siamo un grande e potente paese anche in altri continenti e paesi lontani; più possedimenti coloniali abbiamo, più saremo grandi e potenti; 
  • quello religioso: dobbiamo portare ai popoli “inferiori” la nostra brava religione cristiana (cattolica o protestante) onde salvare le loro anime;
  • perfino fattori biologici, in quanto allora era radicata la convinzione che la razza bianca fosse superiore intellettualmente a quelle nera e gialla;
  • c’era poi un elemento culturale per cui le tradizioni, l’arte e le civiltà occidentali venivano ritenute più elevate rispetto alla povertà culturale dei popoli dell’Africa nera, dei pellerossa o degli aborigeni del Pacifico. L’Europa aveva dunque il compito di esportare la propria cultura in tutti gli altri continenti del pianeta. 

 

Come si vede, il termime permetteva molte interpretazioni e possibilità ideologiche, tanto che tuttora viene considerato fra i migliori teorici dell’imperialismo il comunista Lenin, che per definizione dovrebbe essere l’espressione dell’anti-imperialismo! A parere dello scrivente, il caso più emblematico di imperialismo si manifestò in Cina, perchè proprio là apparve chiaro il vero concetto dell’espansione imperialistica. Infatti, finito il periodo coloniale della materiale occupazione di territori (la Gran Bretagna sotto la Regina Vittoria possedeva l’impero più esteso, occupando oltre 1/6 della superficie dell’intero pianeta!), c’era per i paesi europei (e per quelli statunitense e nipponico) la necessità di trovare grandi mercati per i prodotti delle proprie industrie, sicuri porti per le proprie flotte mercantili, e fruttiferi investimenti capitalistici nei mercati mondiali. Così una quindicina di Stati emergenti imposero al Celeste Impero di consentire l’apertura delle Concessioni lungo le coste cinesi: vere e proprie entità extra- territoriali in cui vigevano le leggi e la sovranità dello Stato occupante. Da lì veniva “succhiata” la linfa vitale di quel grande Impero che in mano a dinastie deboli ed impotenti, non riusciva a difendersi dallo sfruttamento economico e commerciale delle grandi potenze.

 

Vedremo qual era la situazione in Cina, a fine secolo XIX, nella 2^ parte del presente testo (Pechino 1900), ma anche la prima parte del volume ci mostra una fotografia imperialistica del Sudan, paese che - stante la prossimità territoriale col canale di Suez, da poco aperto - non poteva cadere in mano alle orde del fanatico Mahdi, per cui la Gran Bretagna inviò laggiù una potente armata onde garantire il libero attraversamento del Mar Rosso. Abbiamo quindi chiarito i due termini di colonialismo e di imperialismo, ma ci riserviamo di inserire, in Appendice al presente testo, due schede che svilupperanno ancor più profondamente i rispettivi concetti. 

Siamo ora pronti ad affrontare la lettura delle due parti, iniziando da KHARTUM 1885.

 

Nel libro sono ampiamente evidenziati i concetti di colonialismo e di imperialismo e vengono poi sviluppati due episodi che sul finire del secolo XIX attirarono l’opinione pubblica mondiale: la rivolta a Khartum (1885) del Mahdi che, proclamatosi novello Profeta, mise a ferro e fuoco Sudan ed Egitto, minacciando da vicino Il Cairo e la nuova via d’acqua del Mar Rosso (il Canale di Suez). La Gran Bretagna impiegò oltre un decennio per domare quegli antesignani degli attuali fondamentalisti islamici (talebani) e per vendicare Gordon Pascià trucidato dai “dervisci” del Mahdi. 

La seconda parte del testo racconta invece la vicenda di un pugno di militari e civili occidentali e giapponesi che (1900), rinchiusi nel quartiere delle Legazioni della capitale del Celeste Impero, tennero testa ad una marea di sanguinari Boxers cinesi, aizzati dalla terribile Imperatrice-Vedova. L’episodio è passato alla Storia e all’immaginario collettivo col nome dI “55 giorni a Pechino”. Hollywood non si fece scappare l’occasione e per entrambi gli eventi produsse dei film Kolossal con Charlton Heston attore carismatico e protagonista. Restano ben chiariti nel testo i danni che la politica imperialista europea produsse sullo sviluppo e la civiltà dei popoli africani ed asiatici che, ancora adesso, pagano lo scotto di essere stati vessati e sfruttati vergognosamente dalle potenze europee per esclusivi fini economici, finanziari ed industriali.

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