Anna Spissu
Il pirata e il condottiero

Titolo Il pirata e il condottiero
La storia vera del pirata Dragut e dell’Ammiraglio Andrea Doria
Autore Anna Spissu
Genere Narrativa - Storico      
Pubblicata il 19/04/2013
Visite 7212
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  141
ISBN 9788873884378
Pagine 154
Note In copertina: ritratto di Andrea Doria con gatto (Dragut) (anonimo veneto - Palazzo del Principe - Genova)
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Anno 1544, mese di marzo - Città di Genova, Andrea Doria a casa sua, palazzo Fassolo, appena fuori le mura.

   Barbarossa e le sue guardie sono arrivati stamattina all'alba. Nessuno deve sapere. Mi ha detto una sola cosa: "Voglio anche Thorgud. Devi restituirmelo."

 

Anno 1549, 5 luglio - Dragut sulla sua galera, mare aperto, il giorno dopo.

   "Ce l'ho fatta. Quel vecchio bastardo di Andrea Doria sarà felice di sapere che sono andato vicino a casa sua. Armi le sue galere per inseguirmi, Io aspetto."

 

Nel XVI secolo l'Europa è dilaniata da guerre interne e dalla rivalità fra Carlo V, re di Spagna e Imperatore del Sacro romano impero, e Francesco I di Francia, mentre l'Impero ottomano avanza fino alle porte di Vienna. La acque e le coste del Mediterraneo sono martoriate dagli attacchi dei pirati barbareschi. Lo spietato Dragut è il più temuto. Sarà compito dell’ammiraglio Andrea Doria e della sua famiglia inseguirlo e combatterlo…

Una lunga storia di guerre e di battaglie che in qualche modo si trascina fino ai giorni nostri.

 

In copertina: ritratto di Andrea Doria con gatto (Dragut) (anonimo veneto - Palazzo del Principe - Genova)

 

 

L’origine di tutto

Il Cinquecento è stata un’epoca di guerre sanguinose: il mondo cristiano e quello musulmano combattevano per imporre potere e religione, Lutero aveva fatto scoccare la scintilla di un fuoco che avrebbe dilaniato l’Europa, dividendola fra cattolici e protestanti, le rivalità fra l’Imperatore Carlo V, Francesco I di Francia e i loro alleati causavano continue guerre, rovine e devastazioni mentre ad oriente l’impero ottomano avanzava minaccioso raggiungendo l’Ungheria e le porte di Vienna. 

Acque e coste del Mediterraneo erano martoriate dalle feroci incursioni delle bande di pirati barbareschi provenienti dalle coste settentrionali dell’Africa. 

Quelle acque erano il regno dell’inafferrabile e astuto Dragut. 

Dragut era un solitario, il pirata lo faceva per sé, per la sua gloria, anche se in molte occasioni è stato una pedina nei vasti disegni del Sultano Solimano il Magni co e di Kehr-ed-din, detto Barbarossa, capo dei pirati e ammiraglio della otta ottomana. 

Grandi uomini lo hanno combattuto ma non erano eroi. L’Imperatore Carlo V, preoccupato della stabilità nei suoi immensi e tormentati domini, aveva incaricato il suo Ammiraglio, il genovese Andrea Doria, di spazzarlo via 

dalle acque del mare e quest’ultimo ha passato buona parte della sua lunga vita a dargli la caccia. 

Neppure lui era un eroe: un commentatore dell’epoca lo ha de nito più pirata dei pirati. 

In questa guerra che si è combattuta per terra e per mare, sono morti molti uomini senza nome e le pagine di questo libro sono anche per loro. 

Ma la Storia è un lo aggrovigliato e per questo le storie si ripetono nel tempo. Forse però, se si andasse a ritroso, tirando il lo all’in nito, si potrebbe anche arrivare all’origine di tutto. 



Prologo 

Oggi vico Dragut non esiste più. 

O meglio, questo vicoletto stretto tra le case, ha cambiato nome. 

L’amministrazione comunale l’ha intitolato a un eroe del Risorgimento, uno di quelli di cui si parla nei libri di Storia. 

Nessuno ricorda che no a cinquant’anni fa questa stradina aveva un altro nome. Un nome che parlava di un tempo lontano in cui, nelle notti d’estate, arrivavano dal mare galere silenziose e ombre con la scimitarra al anco a prendere nel sonno uomini, donne e bambini. A rubarli, come pecore da un recinto. A ucciderli. 

Nel tempo breve di un’alba, nella ferocia di un assalto, l’intera esistenza di un essere umano poteva cambiare per sempre. 

Oggi piove a dirotto, sono quasi due giorni che il tempo è così. 

L’acqua scroscia sui muri delle case e sulla targa di marmo con il nome dell’eroe del Risorgimento, confonde la scritta e la rende quasi illeggibile. A tratti af orano piccoli segni scuri, aste e rotondità scollegate tra loro. 

In un bagliore del temporale, ma è un attimo, ho l’impressione che i segni si muovano e si ricompongano tra loro in quell’altro precedente nome. 

Mai come adesso, in mezzo a tutta quest’acqua, mi sembra il momento di raccontarla, la storia del pirata Dragut. 

Quando il sole tornerà ad illuminare i muri colorati delle case, questo vicolo sarà di nuovo dell’eroe del Risorgimento, che da queste parti, peraltro, non ha mai messo piede. 



PRIMA PARTE


 

1512, Porto del Cairo. 

 

Dialogo tra un anonimo reclutatore di manovalanza per un brigantino e Thorgud, fuggito tre mesi prima da casa sua in Anatolia, dove faceva il guardiano di un gregge. 

«Qual è il tuo nome?» 

«Thorgud signore, e ho quindici anni.» 

«Abbassiamo le arie ragazzo, che ne avrai sì e no tredi

ci. Comunque sali, abbiamo bisogno di un mozzo.»




 

1529, Barcellona. 

 

Dialogo tra don Felipe De Goma, funzionario spagnolo dell’Uf cio per la Navigazione e il suo sottoposto don Alfonso Perez. 

«Voi sapete, signore, che è mio dovere riferirvi ogni cosa 

che possa essere utile nella lotta ai predoni del mare.» 

«Perciò dite!» 

«Ecco, pare che tra quegli sciagurati che assaltano le nostre navi sulle rotte tra l’Italia e la Spagna, sia spuntato un nuovo nome, un pirata più feroce e astuto degli altri. Un diavolo, dicono, esperto come pochi nella manovra delle vele, nell’uso dell’artiglieria e negli agguati.» 

«Un altro assassino. Come si chiama?» 

«Il suo nome non è chiaro, è passato di bocca in bocca. Pare che si chiami Tragud o Dragut.» 

«Bisognerà informare al più presto la Corte di Madrid. Sua Maestà, l’Imperatore Carlo V, ha diramato ordini molto precisi sul censimento dei capi pirata.» 




 

Anno 1544, mese di marzo. 

 

Città di Genova, Andrea Doria a casa sua, palazzo Fassolo, appena fuori dalle mura. 

La domanda che mi faccio è semplice, persino banale. 

«Cosa doveva fare Kehr-ed-din, il Barbarossa, ammiraglio della otta ottomana, dopo essere stato chiamato da Francesco I in persona a raggiungere i porti della Francia?» 

«Navigare verso nord» , è la risposta giusta. «Portare le sue galere nei bei porti di Marsiglia e di Tolone, farne le basi per le sue scorrerie.» 

E lui l’ha fatto. Il re di Francia voleva dimostrare al mondo intero che se ne frega di essere il sovrano di un piccolo Stato in confronto agli sterminati domini dell’Impero. La Francia non si fa accerchiare da nessuno, ha orgoglio da vendere e, se è il caso, è capace anche di arrivare a patti con il Sultano pur di vincere la guerra in nita che da vent’anni combatte con Carlo V per il dominio di Milano e il possesso della Borgogna. 

La Francia e la Sublime Porta sono amici di vecchia data. 

Era tanti anni fa, ma nessuno in Europa può dimenticare quando Francesco I ha chiamato i turchi per chiudere in una morsa di ferro e fuoco i possedimenti italiani di Carlo V. 

L’Empia Alleanza, l’hanno chiamata. Gli eserciti francesi avevano invaso l’Italia a settentrione e la otta ottomana portava devastazione a sud della Penisola. 

Io ero in mare, allora come adesso, a combattere con le mie galere l’arroganza di quelle orde di pirati, capeggiati da Barbarossa. Lui in persona e i suoi scagnozzi a distruggere, saccheggiare e incendiare le città delle coste, le isole, nel Meridione del nostro mare. 

Ora tutto questo è accaduto di nuovo. 

Quello che è successo nei porti francesi dall’inverno dell’anno scorso ad adesso lo sanno tutti. 

Francesco I aveva promesso al Barbarossa onori e ricchezze. Quelle che sarebbero derivate dall’assalto ai territori costieri italiani e spagnoli dell’Imperatore. 

Gli onori glieli ha dati subito e quando la sua otta sciagurata è arrivata in Francia, a Marsiglia, il Barbarossa è stato accolto da trionfatore. 

Al porto sventolavano la bandiera di Francia e lo stemma di Notre Dame, neanche fosse arrivato nostro Signore in persona. E poi una folla di nobili e signori e commercianti e dame imbellettate

Tutti a vedere che faccia aveva un pirata vero. 

Dicono che si è levato un brusio di ammirazione quando la sua galera addobbata con ricchezza è entrata in porto e lui era là, a prua, diritto e imponente, con il turbante, i vestiti di seta intessuti d’oro e naturalmente la sua famosa barba rossa che si tinge con l’henné. 

Inoltre è una cosa di dominio pubblico che, nonostante l’età, ha tutte le donne che vuole. Gli piacciono e se le prende, naturalmente con la forza. Così la gente è andata a vedere anche iltombeur de femmes oltre che il pirata. 

Gridavano: «Vive Barbarousse!» Sventolavano fazzoletti. 

E adesso saranno contenti, quegli imbecilli, del seguito della storia. Perché il Barbarossa non è mica una donnicciola. 

È un uomo d’azione, un sanguigno, un vendicativo. 

Che la sua otta avrebbe signi cato morte e devastazione, eravamo in molti a pensarlo. Anche se in Francia volevano far passare il suo arrivo come una festa, la nascita di un nuovo sole per la ricchezza nazionale e la prima tappa di importanti accordi commerciali. Era un’alleanza militare invece, le sue navi traboccavano di cannoni e artiglieria. I suoi uomini erano tutti armati e sui banchi dei rematori c’erano migliaia di schiavi cristiani catturati durante le sue incursioni. 

Nella tta corrispondenza che ho avuto con l’Imperatore mi sarei lasciato andare volentieri allo sconforto e alla rabbia pensando a quella miriade di vele che avrebbe solcato il nostro mare ma io sono Andrea Doria, l’Ammiraglio imperiale, dovevo restare lucido e pensare a quello che sarebbe stato meglio fare, o non fare, perché i Turchi non distruggessero la Repubblica di Genova. 

Per non andare io stesso in rovina, insieme con le mie galere, le mie ricchezze e il mio palazzo, questa magni ca reggia, qui a Fassolo, che ho fatto costruire a mie spese fuori dalle mura della città. 

Sei anni fa Carlo V e Francesco I hanno stretto ad Aigues Mortes una tregua d’armi. Si sono abbracciati, lo sanno tutti. 

E invece il fuoco bruciava ancora, le amme non erano spente. 

Lo scorso anno la Navarra e i Paesi Bassi sono stati attaccati dalla Francia e dal duca di Kleve, suo alleato. Gli eserciti imperiali hanno combattuto con violenza. Uomini e bestie massacrate, villaggi dati alle amme. Dicono che la guerra ha lasciato ovunque per le strade mucchi di cadaveri. 

Carlo V è lontano dalla Spagna. Sta cercando alleanze. Forse le farà coi principi luterani tedeschi e con Enrico VIII di Inghilterra perché Sua Santità, papa Paolo III, non ne vuole sapere di schierarsi apertamente al suo anco. Dice che sarebbe ingiusto rinunciare ad essere neutrale ma non è vero.

Questo papa non è uomo che faccia niente per niente, starà valutando quale prezzo chiedere, quali vantaggi possono derivare a lui e a qualcuno della sua famiglia, a gli e nipoti. 

All’inizio di questo con itto Carlo V mi ha scritto di stare all’erta perché la guerra sarebbe scoppiata anche sul mare. 

«Le cose che devono essere saranno. È Mio comando che usiate la prudenza necessaria per scongiurare in massima misura il pericolo che deriverà dall’essere la otta ottomana nelle acque di Francia a Noi e a Voi vicinissime. I Miei eserciti hanno suf ciente forza da schiacciare il nemico. Af do a Voi il compito di predisporre in mare ogni adeguata azione per far sì che non ci sia danno rovinoso nei Nostri domini.» 

Queste sono state le sue parole e io ho fatto quel che dovevo. 

Non mi sono mosso quando il Barbarossa ha mostrato al mondo qual era il vero motivo per cui era andato in Francia. Perché dopo i festeggiamenti, i banchetti, lo scambio di doni e cortesie, ha cominciato a fare quello che ha fatto tutta la vita, cioè predare e saccheggiare. Questa volta però era insieme ai Francesi. Lui e il duca Francesco di Borbone. Così l’estate scorsa le due otte alleate hanno assalito Nizza, dominio del duca Carlo di Savoia, alleato dell’Imperatore. 

L’hanno bombardata dal mare per giorni e l’hanno vinta, anche se il castello non sono mai riusciti ad espugnarlo. I fuochi degli incendi divampavano sopra le città vicine. 

Ma non era abbastanza. Mentre il grosso dell’armata teneva l’assedio al castello di Nizza, Barbarossa è andato a Sanremo con galere e vascelli. 

Il pirata è furbo, sapeva che la paura teneva in allerta le popolazioni della costa e non è arrivato davanti alla spiaggia dove c’erano fuochi e vedette. 

Ha fatto un lungo giro come se volesse andare oltre e invece ha lasciato le sue navi in un punto ben nascosto. Poi si è incamminato a piedi con i suoi uomini verso la città, passando dai boschi. 

Ma il nobile Luca Spinola, il podestà di Sanremo, è un uomo prudente. Non c’era angolo del suo territorio senza occhi attenti. Li hanno visti arrivare. Armati e contadini gli sono andati addosso. 

Quei boschi erano una terra sconosciuta e per Barbarossa è stata una disfatta. Lui e i suoi sono scappati, hanno raggiunto le navi a fatica, inseguiti dagli uomini inferociti. 

«Noi non ci muoviamo» è stato quello che ho detto al Senato. Perché anche qui a Genova, tra i nobili e i senatori c’è pieno di idioti, di persone che non capiscono niente della guerra e credono che basti una scon tta del nemico per lanciarsi all’attacco e dare il colpo di grazia. 

Bisogna aspettare invece, valutare il momento adatto. Ascoltare le voci delle spie. 

E le spie dicevano che tra i comandanti francesi cominciavano a serpeggiare malumore e insofferenza per i loro alleati. 

Il castello di Nizza resisteva all’attacco e il duca di Savoia, che era a Vercelli al momento dell’attacco alla città, aveva convinto il marchese del Vasto a radunare un esercito per andare in soccorso alla città. 

Un esercito e le mie galere. Quello è stato il momento. Siamo partiti dal porto di Genova e quando siamo arrivati a Nizza, Turchi e Francesi se n’erano andati. 

C’era stato il saccheggio della città, morti e prigionieri, ma loro non c’erano più. 

Erano andati più lontani, a Tolone. 

Cosa avrà pensato il re Francesco I quando la otta ottomana è sbarcata nella città, non so dire. Sta di fatto che si è trovato in casa un’enorme masnada da nutrire. E un ammiraglio invelenito che covava odio e vendetta. 

Per ordini reali, Tolone e le campagne della Provenza hanno dovuto dare alloggio ai pirati. C’è stato terrore, in quelle terre di Francia. Ruberie, stupri, violenze. 

Sono corse voci di cimiteri profanati. E a Tolone è stato vietato anche il suono delle campane. 

Erano loro, i padroni. Cani troppo feroci da tenere in casa. 

L’alleanza andava spezzata, anche perché arrivavano notizie di intrighi e accordi segreti di Carlo V con l’Inghilterra e con i principi luterani. Tutti contro la Francia. 

La otta ottomana doveva tornare indietro. 

Sono certo che ci saranno voluti astuzia, diplomazia e anche coraggio per dire al grande Kehr-ed-din che non c’era più bisogno dei suoi servigi, che se ne tornasse pure a casa, per il momento. 

Francesco I avrà passato notti intere con i suoi consiglieri a cercare le parole giuste, i pretesti più credibili per convincere quel pirata ad andarsene. Ma le parole da sole non bastano mai perché non le puoi vendere, né comprare. 

Quello che vale è l’oro. Ottocentomila scudi di metallo prezioso, sacchi e sacchi di monete da caricare sulle galere, questo è quello che ha convinto il Barbarossa. 

Ora la sua otta naviga verso sud. Il bottino che porta con sé renderà felice il Sultano, ma non credo che sia quello che avrebbe voluto lui. 

Il re di Francia ha paura di ciò che potrà succedere. Per questo il viaggio di ritorno è accompagnato da otto galere francesi. Scorta d’onore, ha detto al Barbarossa, ma la verità è un’altra. La verità è che vuole impedire che a quel pirata venga in mente, con tutta la rabbia che avrà in corpo, di assaltare che so, lo Stato ponti cio. 

Anche la Repubblica trema, ha inviato ambasciatori per offrirgli una grossa somma di danaro purché le sue galere non si avvicinino a Genova. 

Si capisce che l’oro è sempre oro, perciò ha detto di sì. Prenderà senza fatica quello che gli sarebbe costato molte vite umane. 

Mi ha sorpreso, però. Ha posto come condizione quella di trattare con me. Da solo, faccia a faccia. 

E adesso lui è qui. L’uomo che ho inseguito con le mie galere in tutto il Mediterraneo senza mai riuscire a catturarlo, riposa nella stanza più bella del mio palazzo. 

Non ho paura di quello che potrà succedere, ho abbastanza anni, esperienza del mondo e degli uomini da non farmi intimorire da nessuno. 

Barbarossa e le sue guardie sono arrivati stamattina all’alba, avvolti in pesanti mantelli di lana scura, traghettati in incognito da una mia imbarcazione. Nessuno deve sapere. 

Mi ha detto una sola cosa: «Voglio anche Thorgud. Devi restituirmelo». 

Stringo nella mano la lettera criptata che mi ha fatto recapitare l’Imperatore. Mi ha chiesto di bruciarla nel fuoco del camino. 

«Af nché questo resti tra di Noi, come una conversazione nel segreto delle stanze della Mia Corte», questo è stato il suo ordine. 


 

Anno 1544, mese di marzo - Città di Genova, Andrea Doria a casa sua, palazzo Fassolo, appena fuori le mura.

   Barbarossa e le sue guardie sono arrivati stamattina all'alba. Nessuno deve sapere. Mi ha detto una sola cosa: "Voglio anche Thorgud. Devi restituirmelo."

 

Anno 1549, 5 luglio - Dragut sulla sua galera, mare aperto, il giorno dopo.

   "Ce l'ho fatta. Quel vecchio bastardo di Andrea Doria sarà felice di sapere che sono andato vicino a casa sua. Armi le sue galere per inseguirmi, Io aspetto."

 

Nel XVI secolo l'Europa è dilaniata da guerre interne e dalla rivalità fra Carlo V, re di Spagna e Imperatore del Sacro romano impero, e Francesco I di Francia, mentre l'Impero ottomano avanza fino alle porte di Vienna. La acque e le coste del Mediterraneo sono martoriate dagli attacchi dei pirati barbareschi. Lo spietato Dragut è il più temuto. Sarà compito dell’ammiraglio Andrea Doria e della sua famiglia inseguirlo e combatterlo…

Una lunga storia di guerre e di battaglie che in qualche modo si trascina fino ai giorni nostri.

 

In copertina: ritratto di Andrea Doria con gatto (Dragut) (anonimo veneto - Palazzo del Principe - Genova)

 

 

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