M. Gisella Catuogno
Presentazione a cura di Gianfranco Vanagolli di Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno d

Titolo Presentazione a cura di Gianfranco Vanagolli di Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno d
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Attualità libri      
Pubblicata il 29/04/2013
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     Quando Gisella mi ha chiesto di presentare questo suo ultimo lavoro, Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni, uscito da poco per i tipi della Onirica Edizioni, ho recalcitrato, ho tentato di sottrarmi.

            Perché il rapporto tra critica e autore, se serio e non impostato su graziosi  minuetti, è dialettico o non è. E poi obbliga la critica a interrogarsi, a ripensarsi, perché l’autore produce, costruisce un suo itinerario, sicché le prove più recenti vanno lette nella ratio di un confronto. E qui, magari, si può riscontrare che c’è stato un prima in cui si è teso  a fare una cosa, ad esempio versi anteriori a scuole e a poetiche riconoscibili, e che c’è un oggi in cui, invece, è altro a domandare attenzione. Nel nostro caso, l’esistenza intesa come quotidiano ha ceduto, almeno in parte, il passo all’esistenziale. Così leggo, con grande piacere, perché io sono sempre stato uomo di scuole, del “filo d’Arianna ingarbugliato”, del “gioco dei dadi che non torna”, dell’“aquilone che non spicca il volo”, di “tempo fermo, sospeso, indifferente”: immagini che, messe come sono in stretta sequenza, vogliono essere, più che una citazione montaliana, un piccolo manifesto sotto forma di devota, amorosa decalcomania.

            Questo esame, che è sempre complesso ( specie se siamo chiamati a leggere poesia e prosa insieme come ora ci accade di fare), comporta una duttilità negli strumenti critici che tutti vorremmo avere, ma che, invece, dobbiamo umilmente ammettere, spesso, di non possedere. Ecco, io ho temuto e temo l’insufficienza, l’inadeguatezza dei miei strumenti critici. Mi si perdonerà, pertanto, e mi perdonerà soprattutto Gisella, se resteranno tra me e le pagine che ho scorso dei momenti di opacità. 

            Non sarei sincero, tuttavia, se dicessi che ho tentato di resistere all’invito di Gisella solo a causa di tali considerazioni.

            In realtà, l’ho fatto anche per paura, una paura speciale, che chiamo paura degli interni, una sorta di claustrofobia dell’anima .

            Sì, perché Gisella mi avrebbe obbligato a misurarmi con  quello con cui lei sovente si misura, e non a partire da questo libro, che è quello con cui tutti noi maturi ci misuriamo: la casa, chi la abita e chi l’ha abitata, le cose che ci sono e che ci sono state: ovvero la casa come scenario di presenze-apparenze, di affetti nella irrefrenabile rapina del tempo, per cui i nonni, i genitori ora ci sono e ora non ci sono più e, quando non ci sono più, si cercano disperatamente. Scrive, Gisella, in Ottobre d’infanzia: “Ottobre è la vendemmia del nonno,/i grappoli che riempiono i cestini/le vespe che ronzano…”. E altrove: “Spazzo per te, mamma, le foglie/che l’autunno riversa sulla piazza/e guardo con i tuoi occhi/la linea d’azzurro all’orizzonte…”; “Di te, babbo, voglio ricordare …/quel berretto blu di lana/i lavori pazienti alla ‘guzzetta’/il tuo orto profumato di sale…”; c’erano i figli piccoli, che ora sono grandi, uomini e donne, e ora, in casa, se ci tornano, ci stanno in un altro modo. E non parlano più la nostra stessa lingua, anche se ci si può ancora capire, riconciliare, godendo della dolcezza della riconciliazione. Scrive Gisella di quel modo che hanno “di chiedere scusa:/un lungo abbraccio, in silenzio/e tutto è come prima…”

            Quanto affetto, quanto amore si rivanga, quando si entra così in una casa e quanta gioia e quante lacrime, anche.

            Ecco, io temo tutto questo, ne reggo sempre meno il peso. Probabilmente sono sulla soglia di una fragilità senza ritorno, che mi ferisce, se qualcuno o qualcosa me la ricorda.

            Tanto più che questi versi, parlo di queste minime epistolae familiares, senza escludere gli altri, non mi sembra siano un fritto misto di naiveté e di malizia, come di continuo se ne incontra.

            Quante volte ci è capitato di vedere un quadro naif. Il più delle volte è artificio: nel migliore dei casi, mestiere, maniera; nel peggiore, pretesto, ruffianeria, presa in giro.

            Ma capisco che, parlando di naiveté, posso portare fuori strada. Parliamo, allora, piuttosto, di sincerità.

            Io voglio credere alla sincerità di questi versi, nei quali Sergio Gabriele, che vi spende una succosa prefazione, vede, tra l’altro, un discorso compiuto, una narrazione, che parte da una dolorosa presa d’atto del distacco dell’uomo dalla Natura, causa prima di una triste serie di offese all’umanità, guerra, intolleranza, sterminio, dignità negate. Un discorso alto, insomma, per il quale mi affido ai suoi strumenti critici, certo più affilati dei miei. Salvo, però, cessare di seguirlo quando parla di Natura ritratta in sequenze di polaroid, sebbene “esaltanti”. Questo proprio no. Anche se devo riconoscere che la si controbilancia, l’immagine del più estemporaneo tra gli scatti, con altre più persuasive, che mi sento di condividere, specie se discendono dal più nobile riferimento a tensioni impressionistiche. Che, voglio precisare, sono, per me, più attinenti a quella particolare forma di impressionismo che fu la macchia italiana che non ai parametri dei grandi francesi.

            Ma, parlando di sincerità, avevo in mente una riflessione di Umberto Saba concepita intorno al 1912 e pubblicata nel 1959 con questo titolo: Quello che resta da fare ai poeti.

            Il poeta, scrive Saba, deve proporsi una poetica sincera, appunto, semplice, senza fronzoli e orpelli, andando nel senso in cui andò Manzoni con gli Inni sacri contro le eleganze dei classicisti.

            Chiamo in causa il Saba dei primi del secolo non a caso.   In quel momento, infatti, si affermava la poetica del frammento. Parlo della “Voce” di De Robertis e di autori come Scipio Slataper, Giovanni Boine e soprattutto Camillo Sbarbaro di Pianissimo.

            Ora, secondo me, Gisella frequenta la poetica del frammento, che, si badi bene, è eterna, non appartiene solo a un determinato momento, è sempre attuale, come lo è il romanticismo: lo si colloca in un periodo, ma c’è un romanticismo che attraversa i secoli.

            Così, se dico questo, non riporto Gisella all’inizio del gioco dell’oca, ma la metto bene tra noi. Qui e ora.

            Nel frammento Gisella entra. E ne esce.

            C’entra perché talora tende a sfumare la poesia in prosa (un carattere, questo, più marcato in passato), esprime una visione soggettiva della vita, inclina qua e là a un certo crepuscolarismo, fa costantemente dell’autobiografismo, analizza con un sonar molto sensibile i propri sentimenti.

            Ne esce perché non ha risvolti espressionistici. E quando ne ha divorzia dalla poesia morale. Che, peraltro, non produce, quando c’è, ironia o satira.

            Come Saba, Gisella nutre un amore insopprimibile per la propria piccola patria, con la differenza che quello del poeta è un amore conflittuale, mentre il suo è incondizionato. E’ un amore che capisco, perché precede la ragione, come tutti quelli nati nella prima infanzia, per cui le cose che ci circondano sono favoleggiate e se poi diventano inevitabilmente altre, conservano sempre, però, quel che di favola e quasi di indefinito leopardiano, che è, insieme, croce e delizia.

            E qui mi sia consentito gettare uno sguardo al di là di questo libro, sul quale tornerò, e di posarlo più puntualmente di quanto non abbia fatto finora sulla produzione pregressa di Gisella.

            La piccola patria di Gisella è il Cavo, dove possiede una casa tra la spiaggia dei Tramariggini e Capo Castello. E’ una casa che assomiglia alla mia che, sempre al Cavo, si trova più a ponente, nel vicinato dell’Ombrìa, manco a dirlo, opposto a quello di Solana. Sono due case vecchiotte – la mia è del 1911; la sua, del 1930 o giù di lì – circondate da un giardinetto, con la loro brava pergola, i fiori ecc. Quando furono costruite erano ancora vive e relativamente giovani Italia e Teresa, le nostre bisnonne, che erano sorelle.

            Ricordo tutto questo per rendervi avvertiti che quando dico “un amore che capisco” , non vado sull’astratto. Il favoleggiato di Gisella è il mio. Di più: dividiamo anche il fatto di essere vissuti in continente, dall’età dell’adolescenza, e di aver fatto ritorno al Cavo ogni anno, d’estate, e dunque di aver associato, da allora, il luogo alla vacanza, allo svago, al mare, a una dimensione per molti versi solare e felice.

            Del Cavo Gisella ha cominciato a scrivere nel 2004 con un libro, Il mio Cavo tra immagini e memoria, nel quale il paese viene definito “luogo dell’anima”, il posto che più di ogni altro ha su di lei potere d’attrazione e fascino.

            La prima “sollecitazione” al lavoro è venuta da una collezione di cartoline d’epoca. E siamo alle immagini. Ma poi è venuta la necessità di andare più indietro. E siamo alla memoria (e alla storia, aggiungo).

            Immagini e memoria (e storia), però, non esauriscono l’insieme: ci sono dei quadretti, degli idilli – La scuola, I giochi, La scuola di ricamo…I fantasmi…la magia, Gli spazi intorno casa, La casa, La vendemmia ecc. – che, raccolti sotto il titolo di Ricordi, chiudono il libro e, a mio modo di vedere, ne costituiscono la parte migliore. Scrive in Scuola:

Ricordo la lunga strada (almeno per me bambina) che da Capocastello portava in paese: la percorrevo la mattina per andare a scuola e il batticuore mi veniva quando il vento era forte e il mare non si accontentava dei suoi confini; allora inondava la strada, specie nel punto che noi chiamiamo alle pitte, cioè tra l’odierno Paradiso e l’ingresso del Castello, dove prosperavano bellissime agavi. Lì le onde si frangevano con particolare violenza polverizzandosi in bianchissima schiuma: io ne avevo paura e prendevo un sentiero più a monte, tra lecci e lentischi, per evitarle.

            Uno schizzo di infanzia marina, che mi rammenta il Brignetti scolaro della Spiaggia d’oro e la sua traversata quotidiana in barca del golfo di Longone, dal Focardo a Porto Azzurro. Confesso che l’immagine di quella scuola sul mare mi coinvolge, perché in quelle aule insegnò, giovanissima, mia mamma, tra il 1940 e il 1941.

            Non mi soffermo di più su questo lavoro, se non per dire che da qui parte un discorso e non solo sul piano cronologico. E’ da queste pagine che Gisella scopre il gusto di raccontare. Ed è da queste pagine che i personaggi e le circostanze che le popolano, ritorneranno, poi, in un cammino di integrazione e di arricchimento: cammino nel quale si corre anche il rischio della ripetizione, del ricalco: un rischio, del resto, inevitabile per chi traduce in narrativa i propri giorni. Pensiamo a Del Buono, che ha realizzato una decina di romanzi pensandone uno solo. Ma - non c’è bisogno che lo ricordi io - con risultati eccellenti.

            Poi il Cavo ritorna in Riviere, un libro di racconti, edito nel 2009. Vi si leggono Infanzia di mare, Primo amore, Ospiti illustri, dove convivono, appunto, il recupero o dirò meglio la rivisitazione di temi già trattati e nuovi apporti, quali l’amore che per definizione “non si scorda mai”, raccontato senza l’enfasi e la trepidazione spesso falsa  che accompagnano le rievocazioni di questa natura o la carriera del marinaio di lungo corso che fu il babbo di Gisella.

            Non renderei, però, giustizia a Gisella, se insistessi sul Cavo, parlando di Riviere, perché da qui le sue pagine si allargano, tentano un altro respiro.

            E diventano oggettivamente più importanti.

            Mi riferisco a Lo specchio di Virginia e a Io, Eleonora, la più bella del reame, due prove brevi che costituiscono la sezione denominata I Narcisi. Il tempo tiranno mi impedisce di parlarne come vorrei, ma mi si lasci almeno dire che se cerchiamo una raffigurazione della donna-corpo, tanto amica della propria bellezza e della propria capacità di seduzione quanto nemica della propria crescita e della propria realizzazione umana, difficilmente ne troveremo un’altra più persuasiva.

            Con il respiro, cresce anche la scrittura, diventando più intrigante, più convincente: segno che Gisella ha acquistato fiducia in se stessa e nelle proprie capacità, anche di dominare situazioni scabrose, se ha senso parlare di situazioni scabrose nell’ambito della produzione artistica.

            Il gioco, insomma, sta diventando una cosa seria.

            Giudico veramente ammirevoli l’equilibrio compositivo e la puntualità linguistica de Io, Eleonora, la più bella del reame,  che ha questa chiusa: A casa, la sera, una cena frugale, poca televisione…e poi bagno rilassante, prima dello spettacolo più bello: piazzarmi davanti allo specchio, in tanga e calze di pizzo autoreggenti, reggiseno a balconcino e guardarmi, come una bella statua, come l’essenza dell’armonia, della proporzione! E poi, se qualche blanda eccitazione arrivava, bastavo a me stessa, al mio tocco leggero: un attimo e tutto era finito…senza un altro corpo ad ansimare sul mio, a schiacciarmi, a sciupare la mia bellezza da dea greca.

            Contemporaneo di Riviere è Vento nelle vele, racconto lungo o romanzo breve, che segna un ulteriore e deciso passo in avanti.

            Di questo lavoro mi occupai anni fa, presentandolo nell’aula magna di una delle nostre scuole e da allora non mi stanco di raccomandarne la lettura. 

            Si tratta di un testo che “si ispira molto liberamente a un diario di bordo di Georges Simenon, La Mèditerranée en goélette”, uscito per Le Castor Astral nel 1999.

            Sostanzialmente su una traduzione si è innestato un processo immaginativo attraverso il quale Gisella ha viaggiato in lungo e in largo per il Mediterraneo con Simenon e la moglie, reinventando le loro giornate e le loro relazioni, private e con il mondo circostante.

            Ora si deve sapere che il grande scrittore francese, l’ultimo erede dei Flaubert e dei Goncourt, noleggiò, nel 1936, la goletta Araldo dell’elbano Giacomo Canovaro e con essa toccò anche la nostra isola, particolarmente Portoferraio e Cavo. Qui scoprì un mondo arcaico e affascinante, povero e dignitoso, fondato sulla solidarietà del clan, che descrisse sinteticamente, ma acutamente, lasciandocene una testimonianza preziosa sul piano antropologico-culturale.        Gisella si muove in questo quadro da padrona, né ci aspetteremmo qualcosa di diverso.           Non è altrettanto scontato, invece, vederla disinvolta e sicura tra la Costa Azzurra, la Sicilia, Malta, Atene, Tunisi, di cui descrive atmosfere, colori, uomini e donne, profumi e odori: un mix godibilissimo di motivi mediterranei, di solarità, di mare e di cielo, di spazi aperti, di sottili venature sensuali, propiziate dagli insaziabili appetiti dello scrittore, soddisfatti dentro e fuori il matrimonio, con la paziente rassegnazione, ma anche complicità, della moglie (una cosa tutta francese, per l’epoca). La crociera, così riletta, si scorre d’un fiato, sul filo di pagine ordinate su una grammatica sorvegliata e autorevole, che rende accettabili anche quelle che talora potrebbero essere delle oleografie. 

            Di questo processo di maturazione, che, ripeto, riguarda forme e sostanza, fa parte anche la scoperta della questione femminile, proposta in una produzione poetica di cui è un esempio Il tuo corpo di miele e di dolore, un’apprezzata e premiata lirica composta nel 2008, e che in Riviere torna con Olga e, nel 2011, con Dora Pistillo, un racconto, scritto sulla falsariga di una biografia reale, apparso sul numero uno della rivista “Dedalus”.

            Sul piano dell’approccio al tema, si avverte il peso, o l’ala, a seconda dei punti di vista, dell’ideologia, ma inutilmente vi si cercherebbero esasperazioni femministe. Gisella sembra dire, molto semplicemente: le donne hanno bisogno degli uomini, ma li vogliono migliori. Per un mondo migliore. E certo non ha torto, perché spesso noi uomini non capiamo, né ci sforziamo di capire, l’amore al femminile, la guerra al femminile, la fatica al femminile. Gisella parla di Olga. Io potrei parlare di un’altra donna, un’albanese che conosco, reduce anche lei da uno dei molti paradisi comunisti, probabilmente il peggiore, anche lei con un’odissea alle spalle, vissuta coraggiosamente e con grande dignità.

            Sotto il profilo più strettamente letterario, il prodotto più convincente, a mio modo di vedere, è Dora Pistillo: bambina, sposa, madre, emigrante, fortunata imprenditrice, donna di cultura  e donna di cuori, anche, la cui vicenda si sviluppò tra il Piemonte e il Venezuela tra la fine dell’Ottocento e la metà del secolo successivo.

            Qui la prosa diverge da quella di Vento delle vele, assumendo cadenze più frastagliate e più complesse, più da narrativa contemporanea, direi: vi si avvertono i sommovimenti di una ricerca che, evidentemente, prosegue e tende a nuovi traguardi, non importa se lasciando un posto ad una tavolozza che, ai colori crudi associa quelli attinenti al favoleggiato castello di Malgrà.

            Ma è ora di tornare al punto da cui siamo partiti, avviandoci a concludere, perché abbiamo tutte le coordinate necessarie per orientarci al suo interno: le struggenti regressioni temporali verso l’infanzia, il mondo degli affetti, la memoria, i luoghi cari, la Natura, l’amore, l’attenzione alle ferite delle donne.

            E per tentare di raccordarle, con minori o maggiori possibilità di riuscita, con quelle che emergono, se non ex novo, almeno con maggiore incisività rispetto al passato: ad esempio con la poetica del simbolo, che trionfa nel titolo: Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni, nel quale rivive il brano di un discorso di Giovanni Pascoli, il poeta che qui e altrove emerge anche come il poeta delle Myricae.

            Siamo alle origini della sensibilità contemporanea, da cui parte un viaggio che vale un’infinità di nomi dei nostri giorni, tra i quali mi sembra di poter scegliere, pensando a Gisella, Giorgio Caproni, per la sua malinconia, e soprattutto Maria Luisa Spaziani, una delle muse ispiratrici di Montale, la cui poetica comprende, oltre a una forte dimensione sentimentale, alla folgorazione di incontri (che in Gisella sono anche con le cose: ad esempio le piante, gli alberi) e alla riappropriazione orgogliosa del privato, la tensione religiosa, la continua esplorazione di linee ispiratrici e l’offerta incontenibile di sé.

            Sì tutto questo io trovo in Questo mare, in un nodo forte con  l’impegno civile e la riflessione politica, mentre mi accompagna, alta, ma non prevaricante, forte, ma dolce, e comunque inestinguibile, una voce di mamma: “Figli, se anche non foste miei figli,/io vi amerei per la vostra giovinezza/ardente e inquieta/e per quella voglia di sfidare il mondo/ che v’accende lo sguardo e le emozioni”. 

 

 

                                                                                                                             Gianfranco Vanagolli

 

 

 

 

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