Barbara Bertani
IL GRILLO E LA CICALA DI BURUNCA

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Titolo IL GRILLO E LA CICALA DI BURUNCA
Autore Barbara Bertani
Genere Narrativa - Bambini      
Pubblicata il 18/05/2013
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C'era una volta e, forse, c'è ancora, una piccola isola, chiamata Burunca, che si metteva un cappello di nuvole ogni volta che soffiava il vento di scirocco.
Capitava così da sempre e nessuno ormai ci faceva più caso.
Nessuno tranne un grillo curioso, che, da alcune notti ormai, dormiva e russava sulla cima rocciosa dell’isola tra i rami di un alberello di mirto e, durante il giorno, bighellonava vicino agli scogli.
 
Il grillo Filippo era arrivato sull'isola con una grossa barca piena zeppa di turisti, nella tasca della tutina di Giannino. Era un giorno caldo come il fuoco e il grillo soffriva il mal di mare, ma ogni volta che cercava di affacciarsi dalla tasca, la manina grassoccia del bambino lo ricacciava dentro.
Quando il barcone aveva attraccato all’unico porticciolo di Burunca, il grillo era ormai malridotto e sudato zuppo. I turisti si accalcavano e si spintonavano per scendere sugli scogli e per tuffarsi in mare. Giannino era rimasto indietro e, per riuscire a raggiungere la sua mamma, si mise a correre, dimenticandosi, finalmente, di controllare la tasca con il suo prezioso tesoro. Il grillo, sballottato in qua e in là, riaprì gli occhi. La luce e l’aria entravano a fiotti nel suo nascondiglio. Si arrampicò e balzò via! Atterrò sul pollicione di un grasso signore che calzava infradito. La testa gli girava: era puzzo di cacio di piedi?! Saltò via, ancora, e si ritrovò su un ginocchio peloso di un giovane capellone. Si era impigliato in tutto quel pelo, ma non si arrese. Riuscì a saltare ancora e finì sul vestito a fiori di una vecchia signora, che gracchiò come una cornacchia: – Aiuto! Un ragnooo!! –
– Macché ragno, Giuseppina, è un grillo! – la riprese la voce paciosa di un omino calvo, che doveva essere il marito.
– Un grillo? – gridò Giovannino. Mise la manina nella tasca e iniziò a piangere – E’ il MIO grillo. Mamma… Fermati! – piagnucolò strattonandola.
Ma il grillo non c’era più.
Filippo aveva saltato con tale accanimento, che in breve tempo si era ritrovato sulla cima dell’isola. Era rosso paonazzo e con il fiatone, ma, finalmente, nuovamente solo.
Si era fermato all’ombra di un ramoscello di mirto, incantato dal panorama. Tutto si rifletteva nell’oro e nell’argento del mare. Cullato dal rumore della risacca, Filippo di lì a poco si era addormentato.
Per un bel po’ di tempo non avrebbe avuto il coraggio di tronare indietro.
 
Poi venne un tiepido giorno d'estate. Era un giorno in cui tutto andava ovunque, spostato dal vento. L'acqua del mare si rincorreva, formando onde. La sabbia volava confusa, ora di qua ora di là. I capelli delle persone si drizzavano sulla testa e, poi, precipitavano sugli occhi e sul collo. I peli degli animali si arruffavano nelle orecchie, attorno alla coda e tra le zampe, e queste povere bestie sembravano appena uscite dalla centrifuga della lavatrice. Tutto si muoveva in un bailamme di suoni, di odori e di colori, ... tutto tranne le strane nubi che, immobili, circondavano la cima del monte dell'isola di Burunca. C'era il vento di scirocco e ci sarebbe stato, finché l'isola di Burunca non si fosse tolta il cappello! Ma Filippo non lo sapeva.
 
Quel giorno il grillo si era svegliato di buon mattino e, fischiettando e stiracchiandosi, si era affacciato dal suo rifugio di foglie e fiori.
-Oh! Per tutti i capperi di mare e di terra!- aveva esclamato, portandosi le zampette sulle guanciotte sbigottite -Che cosa è accaduto al sole?- aveva chiesto, grattandosi la testa pensieroso.
Attorno c’era solo nebbia.
Strizzando le palpebre verdi sui suoi occhietti marroni, si era sforzato di intravedere qualcosa oltre quella distesa bianca e umidiccia che copriva tutto il panorama.
-Ma .. ma .. - aveva balbettato -Dove sono andate tutte le cose?- aveva domandato a voce alta al niente.
Siccome nessuno aveva risposto e, ormai, lui non aveva più voglia di dormire, aveva deciso di avventurarsi fuori dal nascondiglio dove aveva passato la notte.
Stupito e soddisfatto di trovarsi la corteccia ruvida sotto le zampette, aveva esclamato: -Ecco, lo dicevo io che qui c'era il ramo!-
Il sorriso gli si era allargato sul volto e lui aveva fatto un piccolo salto in avanti.
-Ecco, ecco, lo ricordavo bene. Qui c'è ancora quel grande fiore che avevo visto ieri.- aveva detto, mentre usciva dalla corolla dove si era andato a conficcare.
Si era spolverato il polline da sopra il naso e aveva fatto ancora un salto, sempre più felice ..., ma questa volta non era atterrato su niente di solido, anzi gli era parso di iniziare a volare.
-Oh! E ora che c'è?- si era domandato -Insomma! Dov'è andato il ramo?-
Non era impaurito. Piuttosto era indispettito. Era estremamente fastidioso sentire le guancette tremare verso l’alto, mentre lui scendeva verso il basso, con le zampette che arrancavano inutilmente nell’aria e le antennine che dondolavano come tergicristalli impazziti.
Aveva continuato a volare per un po’ verso il basso, finché era atterrato su qualcosa di morbido. Un gatto!
Il gatto Clodoveo stava dormendo dolcemente acciambellato quando aveva ricevuto il colpo. Aveva strabuzzato gli occhi e se ne era uscito con un agghiacciante “MIIAAAOOOOOOO!”. Istintivamente aveva tirato fuori gli artigli e ora sferrava unghiate a destra e a sinistra come un pazzo.
Filippo, invece, si era talmente spaventato, che aveva iniziato a correre il più lontano possibile da quella furia, anche se lo faceva alla cieca, perché la nebbia era ancora lì.
 
Dorina, una graziosa scoiattolina, si stava godendo il tepore del suo nido. Pigramente apriva e chiudeva gli occhi, rimandando il momento di alzarsi. Finché il grillo era piombato sul gatto e il trambusto l’aveva fatta sobbalzare. Aveva il cuore in gola, ma si affacciò dal buco dell’albero in cui viveva. Si portò una zampetta sul musino: che scena bizzarra! Nel giro di pochi centimetri un giovane grillo era sfrecciato dal bianco niente nebbioso, aveva saltato, inciampato, si era rialzato ed era andato a sbattere nell’albero, nella parete della SUA casa!
La scoiattolina aveva emesso un lieve “Ooh”. Aveva soffiato leziosa sui peli che le calavano scomposti sul musetto, per spalancare meglio gli occhioni dolci.
-Ti sei fatto male?- chiese al grillo con vocetta amabile -Vuoi entrare in casa mia per riprendere fiato?-
-Oddio! sono morto e sono in paradiso?!- aveva mormorato il grillo. Si era dato un pizzicotto -Ahi!- era vivo -Non sono morto no…- aveva borbottato toccandosi il bernoccolo sulla fronte -Dov’è la furia che mi ha assalito?- chiese.
La scoiattolina si strinse nelle spalle e allargò le zampette anteriori:-Boh?!-
Dietro di lei era sbucato un altro musetto. Era uno scoiattolo che si stropicciava gli occhi ancora assonnati.
-Ma che succede?- sussurrò, poi aggiunse -Oh no ancora questo sciocco scirocco che rende tutto …-
Non poté terminare la frase.
-Arriiivooooo!- stava urlando Filippo, mentre si paracadutava sul loro ramo con una foglia.
Gli scoiattoli scapparono appena in tempo nella loro tana, poi il grillo atterrò con un tonfo sordo davanti all’apertura.
Nel silenzio che seguì, una cicala visibilmente seccata chiese: -… ma si può sapere che accade? Chi disturba la mia vena creativa?-
Brandiva una chitarra.
-Chi è quefsta?- domandò il grillo sputacchiando pezzettini di corteccia e cercando di rimettersi in piedi.
-Bravi, bravi, continuate a fare questo baccano. Vedrete come andrà a finire la giornata di questo passo.- si intromise un piccolo gufo spennacchiato, che si avvicinava svolazzando a zigzag.
Gli scoiattoli risero.
-Ci sono noci e rugiada per tutti. Dentro si sta bene e con la nebbia che c’è in giro almeno ci faremo compagnia. Entrate amici entrate.- dissero tutti felici.
Il piccolo grillo era riuscito a stanare Luisella la cicala e Gennaro il gufo. La noia era finita.
 
Bevevano gocce di rugiada, cantavano, ballavano e si raccontavano storie e, intanto, i giorni passavano.
Il gatto non comparve mai e i cinque animaletti ben presto diventarono amici.
La nebbia era ancora lì, ma nessuno si era più avventurato fuori.
Luisella cantava e il gufo borbottava quando la notte calò sul terzo giorno. La nebbia era diventata un’immensa distesa scura.
-Buona notte.- farfugliarono a turno i piccoli amici.
-Grazie, per la meravigliosa giornata trascorsa insieme.- borbottò Filippo.
E si addormentarono.
Il grillo stringeva una pantofolina rosa della cicala. La cicala aveva la testa sulla folta coda dello scoiattolo. Lo scoiattolo abbracciava la scoiattolina. Il gufo era fuori, a fare la guardia.
 
La notte trascorse in silenzio e l’indomani mattina il grillo iniziò a mugugnare: -Cicala, stai ferma-…
Silenzio.
-Cicala mi fai dormire in pace? Ma perché tremi tanto?- aveva aperto un occhietto, ma la palpebra si era richiusa subito.
Alla fine si era alzato imbufalito e le aveva chiesto: -Ma che hai mangiato?!-
La faccenda, però, era ben diversa. Tremava tutto. Tremava lui, tremavano gli scoiattoli, tremava il pavimento, tremava la chitarra e la cicala che ci dormiva abbracciata…
-E ora cosa accade su questa strana isola?- domandò.
Era irritato e anche spaventato. Si guardò intorno, con fare circospetto, tentando di farsi coraggio. Non c’era una valida spiegazione. Doveva svegliare gli altri.
-Mi sa che ci siamo. Questo è un maremoto.- aveva strillato, mentre traballando si avvicinava ora all’uno ora all’altro per tirarli per i gomiti e scuoterli per le spalle.
In cinque minuti furono tutti svegli e inorecchiti.
 
-Non abbiamo altra scelta che vedere cosa succede fuori di qui!- decise Filippo.
-Ho paura.- piagnucolò la scoiattolina.
-Lo so cara, ma fatti forza. Pensa come siamo fortunati che non siamo soli.- la incoraggiò lo scoiattolo.
-Io non mi affaccio da nessuna parte.- si era ribellata la cicala, ranicchiandosi nella sua spumeggiante camicia da notte azzurra.
-Se il gufo …- aveva tentato di aggiungere il grillo, ma uno scossone più forte aveva fatto traballare e rotolare tutti come birilli.
Un secondo dopo si erano ritrovati ammonticchiati l’uno sull’altro. Il gufo non era più di guardia.
Non avevano veramente altra scelta che andare a vedere come stavano le cose là fuori.
Traballando e ondeggiando si erano spinti tutti insieme fino all’apertura. Si erano affacciati ed erano rimasti con tanto d’occhi: là sotto c’era un orso che si grattava la schiena con vigore al tronco del LORO albero.
 
La paura allora si era trasformata in rabbia e la rabbia, si sa, fa fare cose insensate. Misero mano alla dispensa e iniziarono a tirare noci sull’ignaro orso. Gridavano e si agitavano come pazzi.
-Brutto plantigrado incosciente.- urlò il grillo. La sua noce raggiunse e sfiorò il naso dell’orso.
-Essere peloso e crudele.- strillò la cicala. Con la sua solita flemma, scartava una noce dopo l’altra. Le annusava e le soppesava una a una. Voleva scegliere bene quella più adatta, per peso e forma, ad essere presa e poi lanciata da lei. Intanto si aggiustava le mollettine argentate e gorgheggiava “Queesta è la noooce più bellaaa! …ma questa è piiù grooossa! …quaale piiiglio e quaale laaascio?”.
-Sciocco orsaccio.- era l’offesa più grande che era riuscita a formulare la scoiattolina, che non riusciva a credere di essere ancora viva.
Lo scoiattolino non diceva niente, lanciava solamente tutto quello che gli capitava a portata di mano.
 
L’orso, che in realtà era un buon orso, cercava di evitare la gragnola di noci coprendosi la grande zucca pelosa con le grasse braccia.
-Fermi. Fe-fermi! Bastaaa.- diceva con voce sempre più forte - C’ho.. c’ho le pulci forse o forse ieri mi sono lavato male ed il sudore, si sa, fa prudere se non ci si lava. Mi mi ascoltate pazzi inco-incoscienti, volevo solo darmi una grattatina e che diamine! C’avevo il prurito, ma che vi salta in mente .. insomma ma che .. ma che …-
Il gufo era sceso su di lui ed aveva iniziato a becchettargli le orecchie. Il grillo gli era saltato sul naso e lo prendeva a pugnettini.
I due scoiattoli li incitavano: -Forza, dai che lo stendi!- e saltavano da un ramo all’altro.
La cicala, beh la cicala era rimasta nella tana a scegliere tra le poche noci rimaste quella più adatta allo scopo. Di tanto in tanto si specchiava per ritoccarsi il trucco, si sorrideva compiaciuta e riprendeva a soppesare le noci.
Ad un certo punto l’orso, stanco di tutte le botte, la rabbia e gli insulti ingiusti di quei piccoli e fastidiosi animaletti, decise di risolvere diversamente la cosa. Preso il grillo ed il gufo per una zampetta e li mise a testa in giù.
Gli scoiattoli si spenzolavano da un ramo mimando pugni nell’aria .
L’orso, con calma, senza dire una parola, li guardò uno ad uno, finché calò il silenzio. Anche la cicala aveva smesso di soppesare le due noci che aveva in mano, per affacciarsi dal buco.
Con un gran vocione l’orso iniziò a parlare -Se ora vi siete calmati.- disse -E vedo che vi siete calmati.- commentò -A questo punto io vorrei potermene andare, sciocchi, paurosi e piccoli animali.- concluse.
Silenzio.
-Però, se qualcuno avesse voglia di farmi delle scuse mi farebbero molto, ma molto piacere.- aggiunse, burbero e speranzoso.
Silenzio.
-Bene.- si arrese -Vedo che siete anche maleducati ed orgogliosi. Peccato.- disse -Vorrà dire che me ne andrò così come sono venuto, ma …-
L’orso fu interrotto dal grillo che aveva esclamato: -Ragazzi, ma io ci vedo! Voglio dire ci vedevo anche prima ma ora ci vedo di più. Oddio…- aveva cominciato a farfugliare guardando le facce stupite e stranite dei suoi amici -…lo so non mi capite, mi spiego male, ma… oh è così bello che… insomma.. Ragazzi!- alzò in su la testa verso la zampetta imprigionata nella zampona dell’orso e scandì bene -Non c’è più la nebbia!!!- poi aggiunse –Orso, sono così felice che ti chiedo scusa, scusa, scusa…- si interruppe per un nanosecondo -… anche perché hai ragione tu. Noi eravamo talmente spaventati che ce la siamo presa così tanto con te, ma … oh non c’è più la nebbia, posso darti un bacio, eh? Orso posso darti un .. no, meglio posso abbracciarti?-
Il grillo non riusciva più a smettere di parlare per la felicità e si dondolava e si divincolava nella ferma presa dell’orso, che, un po’ stupito, lo fissava ancora incredulo.
Il gufo aveva iniziato a sbattere le ali e gli scoiattoli si erano avvicinati.
-Su, amici,- disse infine Filippo -che vi ci vuole a scusarvi!!- li esortò -In fondo mi pare che abbiamo proprio esagerato, mentre lui, grosso com’è..- si fermò. Allungò il collo in direzione del plantigrado, sbirciando di sottecchi la sua reazione -Scusa orso ma è la pura verità, mica sei piccolino come noi, eh?-  e aveva aggiunto -Lui, insomma, poteva schiacciarci con un pungo, invece, è qui che ragiona con noi. Allora, allora- li esortò. Non riusciva più a smettere di parlare.
-E’ vero grillo, hai ragione, ma, se non stai zitto, ci vuoi spiegare come possiamo parlare noi?-  riuscì a dire il gufo. Aveva gli occhi ormai venati di sangue a forza di stare a testa in giù e le ali indolenzite.
L’orso, allora, con un ditone peloso tappò garbatamente la bocca al grillo.
-Perdonaci orso, siamo stati sciocchi, paurosi ed esagerati.- dissero gli amici in coro.
Erano sinceri e l’orso si accontentò. Liberò, così, i due prigionieri, adagiandoli su un ramo.
 
Gli scoiattoli si abbracciarono e si baciarono e, poi, iniziarono ad abbracciare e baciare un po’ tutti. Il gufo, scontroso come sempre, decise di andarsi a rintanare in un antro buio. Voleva dormire un po’ prima che calasse la sera. Il grillo aveva convinto l’orso a dargli un passaggio fino alla spiaggia di granito e sabbia. Agitava una zampetta, ritto su una spalla dell’orso, e gridava con gioia: -Ciao, ciao amici! Ci vediamo al prossimo scirocco.-
E la cicala..
Già la cicala dov’era?
La cicala, a dire il vero era rimasta là, nel buco sull’albero e si era addormentata con la sua chitarra in mano. Adesso ronfava rumorosamente in mezzo alle due noci.
 
 

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