Ida Acerbo
Aguri mamma!

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Titolo Aguri mamma!
Autore Ida Acerbo
Genere Narrativa - Biografia      
Pubblicata il 20/05/2013
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 Aguri mamma!!

 

Marisa si fermò un istante. Lo scatto secco della porta e il rumore della chiave che girava nella serratura. Poi silenzio come da copione. Ogni mattina la stessa sequenza. Marco entrava nella sua stanza pronto per uscire, perfino il berretto in testa.

“Vado a comprare le sigarette poi passo al bar a incontrare i soliti amici”. Il suo buongiorno, senza una parola in più, senza un sorriso. Ormai non ricordava più l’ultima volta in cui suo figlio le aveva chiesto come stava. Eppure lei lo faceva sempre, qualche tempo prima, poi aveva smesso anche perché non otteneva risposta.

Quella mattina non si era alzata vedendolo comparire come faceva di solito, era rimasta sdraiata sul letto. Faceva fatica ad a emergere dalle brume del sonno. Le ore della notte erano soltanto sue, per piangere mentre ascoltava vecchie canzoni o sorridere mentre seguiva alla televisione film d’epoca, per ricordare momenti diversi.

Adesso però non aveva più desiderio di indugiare fra le lenzuola. L’incanto si era spezzato anche se quella matttina non aveva la forza di incominciare le consuete attività. Entrò i camera di Marco. Le ferì la gola l’odore acre del fumo delle sigarette, alcune lasciate consumare nel portacenere, altre abbandonate sui mobili. Non ebbe il coraggio di contare i mozziconi, erano tanti, troppi, come erano troppe le tazzine di caffè abbandonate sporche sul tavolo vicino al computer. Incuria, degrado.

Quando era cominciato tutto questo? Ricordava il ragazzo allegro, che dieci anni prima portava nella casa un’atmosfera di serenità, sempre pronto a dare una mano, qualora ce ne fosse bisogno. Forse troppo servizievole ma era il suo modo di fare e Marisa non ci faceva caso. Poi con la laurea e, soprattutto, con il lavoro, era iniziato un lento ma inesorabile declino. Segni impercettibili, irrequietezza, occhi spesso fissi nel vuoto. In quel periodo si confidava ancora con lei.

“Sono insoddisfatto” diceva spesso “il capo non comprende le idee innovative, specie quelle che provengono da me. A volte è necessario dare un colpo di spugna al passato e intraprendere strade nuove”. Marisa taceva ma quelle parole la riempivano di ansia. Il periodo della new economy stava inevitabilmente finendo e il lavoro era un bene che, una volta acquisito, doveva essere conservato con tutti gli sforzi possibili. Certo l’idea di una crescita professionale era lusinghiera per un ragazzo giovane ma la sicurezza di uno stipendio a fine mese era un bene impagabile. A casa si respirava un’atmosfera pesante, il marito di Marisa era gravemente ammalato e l’altro figlio, due anni più giovane, era del tutto distratto dalle lusinghe e dalle insidie del primo amore.

I giorni passavano e Marco diventava sempre più teso. Un giorno arrivò una lettera di richiamo dalla Ditta in cui lavorava. Il giorno dopo si presentò a casa nel primo pomeriggio. “Mi sono licenziato, quel lavoro non fa per me!”

Marisa era sconvolta ma non disse niente. Aveva capito che implicitamente Marco la pregava di custodire il suo segreto.

“Solo un po’ di tempo”  le aveva detto dopo qualche giorno. “Coprimi presso papà, gli dirò tutto quando avrò trovato quello che cerco”.

Ma il tempo scorreva inesorabile. Marco stava fuori quasi tutto il giorno. Certamente frequentava una compagnia di coetanei, ma con lei non ne faceva parola. Un giorno aveva intravisto una ragazza che lo aspettava sul portone di casa. Alta, con un viso interessante e tanti percing sulle orecchie che non  lasciavano un centimetro di pelle libera.

Non importa, era la moda del momento. Marisa, però, non sapeva come cavarsela con il menage domestico. Le richieste di Marco erano sempre più pressanti. Aveva sempre fumato anche quando lavorava ma in quel periodo i “numerosi piccoli sfizi” , come era solito chiamarli dovevano necessariamente diminuire. Adesso era libero, per poltrire a letto fino a tardi, il pomeriggio per gironzolare nei parchetti vicino al condominio dove trovava altri ragazzi che avevano adottato lo stesso modello di vita. Ciò che la preoccupava di più era il numero eccessivo di sigarette che vedeva circolare per la casa. Cercò di accennare qualche cosa al marito, senza risultato.

“Ha sempre fatto quello che ha voluto…. Questi sono i risultati”. Forse era vero anche se Marisa non se la sentiva di prendere interamente su di sé la colpa del comportamento del figlio.

Una sera l’aveva atteso inutilmente sveglia, era raro che lo facesse perché la stanchezza della giornata il più delle volte prendeva il sopravvento. Ma quella volta no, c’era qualche cosa che non andava. Una telefonata. Dal vicino comando di polizia l’avvertivano che suo figlio era stato fermato mentre tentava di borseggiare un anziano signore sull’autobus.

Quel gesto aveva segnato una linea di demarcazione… da una parte il Marco di prima, allegro, disponibile, apparentemente felice, dall’altra un individuo cupo che non guardava mai in viso l’interlocutore, le labbra spesso atteggiate a un sorriso ironico.

“Che cosa è successo?” si chiedeva Marisa tormentandosi le mani nelle interminabili ore notturne in cui aspettava il suo ritorno “possibile che una delusione sul lavoro lo abbia cambiato a tal punto che io stessa faccio fatica a riconoscerlo?”.

Era così. Le assenze d casa diventavano sempre più frequenti, come le richieste in denaro. Tutto da affrontare da sola. Suo marito passava da un ricovero all’altro in ospedale, le condizioni cardiache si stavano aggravando e i medici le avevano raccomandato di fargli sentire il meno possibile il peso della situazione domestica. Il ragazzo più giovano adesso frequentava una collega di lavoro, graziosa dal  viso all’acqua e sapone. Giovane ma intransigente, per lei la famiglia di Marco rappresentava una spina nel fianco e andava a casa loro il meno possibile.

Marisa era sola, con i dubbi e le incertezze che la dilaniavano, con i sensi di colpa che diventavano sempre più opprimenti. Sola. Disperatamente, inesorabilmente. Non era vero, e lo sperimentava sulla pelle, che bisogna avere fede perché c’è in qualche luogo qualcuno disposto ad aiutarti.  Il suo angelo custode evidentemente aveva smarrito l’indirizzo. Non le restava che attendere. A mano a mano che le ore passavano la stanchezza aumentava e con essa lo stordimento.

Era il terzo caffè che beveva ma le sembrava che ad ogni sorso la sensazione di vuoto, unita a una forte nausea, aumentasse.

“Da quando non controlla il cuore e la pressione?” le aveva chiesto qualche giorno prima il medico di famiglia quando era andata la riirare le prescrizioni del marito. Non aveva risposto. Non voleva un problema in più, quello della sua salute. Fuga? Desiderio di recidere con un colpo secco le angosce che l’attanagliavano? Non le importava di vivere. Ogni sera tirava un sospiro di sollevo. Un altro giorno era passato. Un giorno da dimenticare, una notte da vivere, stanchezza permetendolo.

A un certo tratto comprese, suo malgrado, di stare veramente male. Non era un malessere passegero, ne era certa. Sentiva che la parte sinistra del corpo si stava gradualmente irrigidendo.Con grande fatica cercò di portarsi le mani al volto, ma non ci riuscì. Tutto era divenuto improvvisamente difficile. Anche le cose apparentemente banali. Eppure la mente rimaneva lucida.

“Devo preparare qualcosa da mangiare…" i pensieri svanivano prima ancora di essere formulati interamente. Si dileguavano uno nell’altro, interrotti a tratti da immagini di un passato lontano, mai dimenticato. I fiori del giardino che circondava la casetta di periferia che aveva custodito i sogni di ragazza… erano lì fra le sue mani. Cercava il volto luminoso di sua madre, il sorriso che gli anni non avevano sbiadito.

La stanchezza diveniva sempre più profonda ma con essa provava un senso di serenità che le era sconosciuto. Decise di abbandonarsi al sonno, ma solo per poco.

 

Due ore dopo Marco aprì la porta di casa. Un silenzio innaturale. “Mamma sono ritornato! Un amico mi ha promesso di presentarmi nella ditta in cui lavora. Un mese di prova”. L’eco delle sue parole… unica risposta nell’atrio deserto tagliato da una lama di sole.

“Auguri mamma, ho letto dal giornalaio che oggi è l 12 maggio”.

La voce di Marco era rauca e tremava. Forse il presentimento di ciò che era successo si faceva strada a fatica nella sua mente. Era il momento della verità.

 Nella sua stanza Marisa giaceva immobile sul letto. Il cellulare in mano, forse un estremo inutile tentativo di sentire una voce, quella voce prima di abbandonarsi al sonno.

Un sorriso sereno aleggiava sul volto freddo e bianco. Forse aveva raggiunto la pace.          

 

 

 

 

 

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