Paolo Tietz
La Torre di Londra

Titolo La Torre di Londra
L’isola di Britannia da Giulio Cesare a Enrico VIII
Autore Paolo Tietz
Genere Storia      
Pubblicata il 11/06/2013
Visite 8271
Editore LIberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3421
ISBN 9788873884620
Pagine 154
Prezzo Libro 14,00 € PayPal

“Come è che la Nazione (Corona, Regno) più cattolicamente papista d’Europa divenne la più antipapista?”

Questo saggio è stato scritto con l’ambizione di dare risposta a tale domanda, risultandone con ciò necessario ripercorrere l’intera vicenda delle relazioni fra l’isola di Britannia e Roma da quando Giulio Cesare vi pose piede per primo sino alla rivoluzione di re Enrico VIII il quale, autoproclamandosi Papa d’Inghilterra, pose le fondamenta di quello che più di un secolo dopo sarebbe emerso, fra i tanti imperi sorti in Europa occidentale, il solo che si possa ritenere essere stato degno erede dell’Impero Romano.

 

 I – Un’isola romanizzata ma non del tutto

Nel 59 a.c. Caio Giulio Cesare, console per quell’anno, con Pompeo e Crasso uno dei potenti di Roma, venne nominato dalle istituzioni repubblicane proconsole per la Gallia Cisalpina (oggi Padania), l’Illirico (ex–Yugoslavia) e la Gallia (oggi Francia). Gli furono messe a disposizione quattro legioni. L’ambizione di Cesare era grande: desiderava raggiungere il potere supremo in Roma per riordinare lo stato in modo più adatto alle profonde mutazioni della società, stabilendo finalmente la pace interna dopo quasi un secolo di conflitti civili. Ma per raggiungere questo obiettivo doveva prima diventare anche lui un “signore della guerra”, come già lo era Pompeo: doveva cioè arrivare a disporre di un esercito a lui fedele compiendo una grande impresa di conquista, che gli avrebbe inoltre permesso di arricchirsi attraverso il saccheggio e la rapina per poter così almeno saldare i grandi debiti contratti per la carriera politica fin’allora da lui fatta nella Città. Ma dove compierla quest’impresa? Le terre che si affacciavano sul Mediterraneo erano già sotto il dominio Romano, diretto o indiretto, e l’Oriente era già stato saccheggiato da Pompeo. Non restava che allontanarsi da quel mare, puntare verso il settentrione: la Gallia si presentava come l’obiettivo più interessante, territorio vasto, relativamente ricco, abitato da popolazioni simili a quelle dell’Italia Settentrionale che Roma a suo tempo era già riuscita a sottomettere con uno sforzo molto inferiore a quello da essa impiegato per impossessarsi della penisola Iberica o per soggiogare i Liguri. Dalla Gallia Narbonese, già provincia Romana (oggi Provenza), Cesare iniziò la conquista spingendosi verso l’Atlantico, il canale della Manica e il fiume Reno, confini naturali della Gallia stessa. Riuscì a sottometterla in meno di dieci anni, reprimendo un’ultima insurrezione generale comandata dall’eroe gallico Vercingetorige (sembra che sterminò almeno un milione di persone, ma ne restavano molte di più per consentire lo sfruttamento del territorio, a seguire poi la sua romanizzazione). Cesare però, come tutti gli uomini di grande ambizione, era un gran curioso, e volle dare un’occhiata anche oltre i confini della Gallia. Al di là del Reno abitavano popoli diversi dai Galli, venivano chiamati Germani e circa sessant’anni prima due loro tribù, Cimbri e Teutoni, avevano terrorizzato Roma distruggendone alcuni eserciti finché un soldataccio italico, Caio Mario, di Arpino, non li sterminò vicino ad Aix–en–Provence gli uni, a Vercelli gli altri. Cesare fece costruire un famoso ponte sul Reno e passò con le sue truppe dall’altra parte per una breve incursione, senza concludere alcunché. Al di là della Manica poi si poteva intravvedere un’altra terra che i Galli chiamavano Britannia: risultava a Cesare fosse abitata da popolazioni simili ai Galli stessi. Se i Germani erano conosciuti come temibili guerrieri, i Galli lo erano certo meno per i romani: così Cesare decise di fare una spedizione armata in Britannia. Il primo tentativo nel 55 a.c. si risolse in un nulla di fatto; Cesare ne organizzò meglio un secondo l’anno dopo, raggiunse il Tamigi, sconfisse il re Cassivellauno, ne installò un altro al suo posto e poi se ne tornò in Gallia. Gli premeva completarne la sottomissione per poi rientrare in Italia, a Roma. 

Passò quasi un secolo da allora prima che i Romani tornassero a interessarsi della Britannia. Dopo altre terribili guerre intestine il potere supremo a Roma era stato assunto dal pronipote di Cesare (figlio di una figlia di sua sorella), Ottaviano Augusto. Servendosi di valorosi generali, il genero Agrippa e i due figliastri Druso e Tiberio (già generati dall’ultima moglie Livia Drusilla), consolidò il dominio romano in Spagna, nella Gallia, nelle Alpi, nei territori tra queste e il Danubio, Norico e Pannonia (memore del tragico destino di Crasso e di Antonio non si interessò dell’Oriente, lasciandolo nelle mani di reucci vassalli di Roma, a parte ovviamente l’Egitto).

Ma, dopo queste conquiste, il confine Reno–Danubio verso la Germania risultava molto lungo, due lati di un quadrilatero: raggiungendo il fiume Elba, quel “limes” sarebbe stato dimezzato rendendo più facile la difesa dell’Impero. Questo richiedeva sottomettere i bellicosi Germani, che però Caio Mario era già riuscito a vincere. Augusto decide di procedere e l’impresa iniziò nel 12 a.c. sotto il comando di Druso; ci vollero parecchi anni, Druso morì, il fratello minore Tiberio lo sostituì, alla fine, circa attorno alla nascita di Cristo, la Germania dal Reno all’Elba fu fatta provincia. 

Ma era un territorio ben diverso dalla Gallia: se in questa la popolazione era ormai stanziale con cittadine fortificate (come Gergovia, Avaricum, Alesia), tipo gli oppida dell’Italia di alcuni secoli prima, nulla di tutto questo esisteva in Germania: foreste e paludi, e villaggi dove gli abitanti esercitavano una modesta agricoltura e pastorizia, ma per i quali il principale “lavoro“ era la guerra, combattendosi gli uni contro gli altri, comunque sempre pronti a lasciare il loro luogo per emigrare in massa, con donne e bambini, altrove. Non era certo una terra interessante per un eventuale sfruttamento di qualche tipo. Tre legioni furono stanziate lì da Augusto per tenere il territorio sotto controllo, Tiberio le comandava. Ma nel 6 d.c. scoppiò una terribile insurrezione in Pannonia (oggi Ungheria) e Tiberio dovette accorrere per reprimerla, lasciando il comando al meno esperto Quintilio Varo. I Germani, indomabili e intolleranti di soggezione, furono incitati a insorgere da uno tra i più “infami” traditori della storia, Arminio, che aveva militato nell’esercito romano ed era un cittadino di Roma: attrasse Varo con le sue tre legioni in una trappola, uno stretto percorso, un sentiero tra la foresta a sinistra e la palude a destra. I Germani, nascosti nella foresta, quando la lunga teoria dei legionari era ormai interamente in quello stretto percorso, balzarono all’attacco: non fu una battaglia, fu un massacro passato alla storia come la battaglia del Teutoburgo (9 d.c.), tre legioni furono annientate. Il colpo per Augusto fu terribile, morì cinque anni dopo e il figlio adottivo Tiberio venne proclamato “princeps”. Suo nipote, Giulio Cesare Germanico, figlio del fratello Druso, riprese l’iniziativa per riconquistare la Germania, battè il nemico a Idistaviso, appese agli alberi i prigionieri, recuperò le insegne di Varo sul campo del Teutoburgo. Ma Tiberio decide, una volta per tutte, che non valeva la pena di proseguire nello sforzo per portare il confine all’Elba: accorciare il limes era sì un vantaggio, ma troppo grande lo sforzo per garantirlo. Così il confine rimase al Reno–Danubio, per consolazione i Romani decisero poi di chiamare le regioni galliche vicino al Reno Germania Superior e Germania Inferior, raccordando anche l’Alto Reno e l’alto Danubio con una linea fortificata che racchiudeva gli “agri decumates” (circa le odierne Foresta Nera e Svevia). Roma mantenne però per almeno due–tre secoli un’egemonia sul territorio germanico giostrando con tribù e capi, per mezzo della forza, dei commerci e della superiorità culturale.

Il fallimento dei Romani in Germania è la premessa per capire la decisione successiva di intraprendere la conquista dell’isola di Britannia. Morto nel 37 d.c. l’invecchiato e inacidito Tiberio, fu proclamato princeps il giovane figlio di Germanico, Caio Cesare, chiamato Caligola perché seguendo da piccolo il padre con le legioni calzava le caligae, i sandali dei legionari. Pensò ancora di invadere la Germania, lasciò perdere, come anche l’iniziativa di sbarcare in Britannia; con lui “la fantasia andò al potere”, ma si spinse un po’ troppo sopra le righe (aveva fatto nominare senatore il suo cavallo preferito), e dopo pochi anni venne ucciso dai pretoriani. Nella confusione che seguì, gli stessi pretoriani imposero l’elezione a princeps del fratello di Germanico, Tiberio Claudio Druso, meglio noto semplicemente come Claudio. Era balbuziente, con un fisico inadatto alle armi e perciò disprezzato dalla madre. Visse parecchi anni appartato nei palazzi imperiali, dedicandosi a studi di antichità, in particolare etrusche, e stabilendo rapporti di forte amicizia con i liberti della casa imperiale (figli di schiavi). La sua prima moglie, Messalina, era una “superleggera” che amava lavorare come prostituta nei bordelli della Suburra facendosi pagare secondo tariffa. Lui lasciava fare, ma quando, già al potere, Messalina volle celebrare un fastoso matrimonio “per finta” con un certo Gaio Silio, i fedeli liberti lo consigliarono di porre fine al legame, così la fece uccidere. Sposò poi la nipote, figlia di Germanico, Agrippina Minor. Non era una “leggera”, al contrario una donna di ambizioni smodate; dal precedente matrimonio con Gneo Domizio Enobarbo aveva avuto un figlio, Lucio, e convinse Claudio ad adottarlo facendolo divenire così Lucio Claudio Nerone, meglio noto solo come Nerone (Nerone era il cognome della famiglia di Claudio). Ma Claudio, che seppe con i suoi liberti mantenere il controllo sull’aristocrazia romana e la plebe, voleva affermarsi anche come conquistatore emulando il fratello Germanico, dai romani considerato un eroe. Trasformò in provincie i regni vassalli di Mauritania (oggi Marocco) e Tracia(oggi Bulgaria), ma qui non furono necessarie operazioni militari di qualche rilievo. Bisognava conquistare un nuovo territorio combattendo: lasciando da parte definitivamente la Germania, bloccato in Oriente dall’impero dei Parti, decise di invadere la Britannia. L’impresa iniziò nel 43 d.c., Claudio si recò personalmente nell’isola fermandovisi però per breve tempo; le legioni romane riuscirono in alcuni anni a sottometterne le parti meridionale e centrale, ma trovarono una durissima opposizione dalle popolazioni dell’odierno Galles, regione montuosa difficile da penetrare. Morto Claudio nel 54 d.c., forse fatto avvelenare dalla moglie (lui era ghiotto di funghi), gli successe come sovrano il giovane figlio adottivo Nerone, sotto la tutela della madre e del filosofo Seneca (il figlio di Claudio e Messalina, chiamato Britannico, venne eliminato). In Britannia i romani continuarono i loro sforzi per la conquista del Galles e nel 61 d.c. il loro comandante Paolino invase l’isola di Mona (Anglesey) dove si erano rifugiati i Druidi, potente classe sacerdotale dei Celti. Riuscì a sterminarli tutti, ma, approfittando della sua lontananza, nell’est dell’isola esplose una terribile rivolta. 

Era abitudine dei Romani, dopo una nuova conquista, sottoporla ad un’opera sistematica di predazione e sfruttamento; quando il re degli Iceni, che abitavano l’odierno Norfolk, già vassallo dei Romani, morì, la figlia Baudicca pretese di succedergli, ma questo non stava bene ai conquistatori venuti dal Mediterraneo: le diedero una lezione esponendola nuda in pubblico e frustandola a sangue ma non con l’intenzione di ucciderla. Mal gliene incolse perché Baudicca, ripresasi dalle frustate, riuscì a scatenare una rivolta locale che rapidamente si estese al territorio già conquistato: al comando dei Britanni non ancora romanizzati si vendicò sterminando ferocemente gli abitanti di Camulodunum (Colchester) e Londinium (Londra), già legatisi a Roma; Paolino tornò indietro dal Galles, riuscì con qualche difficoltà a ristabilire la situazione, alla fine gli insorti furono annientati e Baudicca si uccise. Il dominio romano sull’isola era ancora incerto e parziale, e nel caos che seguì alla caduta di Nerone (68 d.c.) altre rivolte insanguinarono l’isola. Nei decenni successivi, sotto la dinastia Flavia (Vespasiano, Tito e Domiziano), il generale romano Agricola combatté a lungo per consolidare il controllo sul centro–sud e sul Galles, spingendosi anche a Nord nel territorio dei Brigantes, fondando altri insediamenti tra i quali il più importante era Eburacum (l’attuale York). Dopo l’imperatore Traiano, che si dedicò soprattutto all’Oriente cercando di emulare Alessandro (ma arrivò soltanto al golfo Persico) e conquistò durevolmente solo la Dacia (odierna Romania montuosa), il successore Adriano, percorrendo in lungo e in largo l’Impero dedicò parte del suo tempo all’isola di Britannia. Al nord dei territori sottomessi da Agricola si estendevano le regioni più montuose della Caledonia (l’odierna Scozia), abitata da indomite e combattive popolazioni che facevano frequenti scorrerie in area romana. Adriano si spinse a settentrione, vinse i Caledoni (o Picti), domò rivolte di britanni ma alla fine decise di stabilire il limes alla linea Solway Firth–Tyne, facendo costruire lì un vallum, cioè un muraglione con piccoli fortini ad intervalli regolari. Il successore Antonino Pio volle spingersi di nuovo più a nord e sottomise l’area sino alla linea Firth of Clyde/Firth of Forth (Glasgow/Edimburgo), facendo lì erigere un altro vallo. Ma quest’ultimo fu presto abbandonato e il confine si stabilizzò al vallo di Adriano. Come era già successo in Germania, i territori più a nord risultavano di scarso interesse per i romani, che ormai non riuscivano più ad esprimere la stessa feroce combattività dei tempi repubblicani. Mentre l’isola si andava lentamente romanizzando, eccezion fatta per la penisola di Cornovaglia e per il montuoso Galles, che rimasero sempre di lingua e costumi celtici, anche se percorsi da strade romane e subalterne alla amministrazione provinciale, la Caledonia restava del tutto “barbara”. Un ultimo sforzo fu fatto, all’inizio del III secolo, da Settimio Severo che spinse le legioni fino alle Upper Highlands, circumnavigò personalmente l’odierna Scozia finché non morì ad Eburacum (York). Fu lui che divise l’isola in due Province, Britannia Superior con capitale Londinium (Londra) e Britannia Inferior (capitale York). Il risultato più importante per gli accadimenti futuri delle mancate romanizzazione del Galles e conquista della Scozia, fu che Roma dovette sempre mantenere nell’isola due legioni, a volte anche tre (non poche su un totale di circa venticinque). Questo, assieme al fatto che la Britannia era una grande isola, separata dal continente da un ampio tratto di mare, fece sì che i governatori della stessa si sentissero tendenzialmente portati all’”indipendenza” dal potere centrale, manifestando questa propensione specie nei periodi di crisi e conflitto per il dominio su Roma. Ma l’isola, a partire dal III secolo, nei limiti prima detti poteva ormai considerarsi “romanizzata”, anche se non con la stessa profondità di Iberia e Gallia; ne è ancora oggi testimonianza il grande numero di città inglesi con nomi terminanti con “Chester” o “Caster” (da castrum lat., accampamento legionario – Chester, Winchester, Gloucester, Colchester, Lancaster, Chichester…). Centri importanti, sicuramente di cultura romana erano Londinium Augusta (Londra), Colonia Camulodunum (Colchester), Glevum (Gloucester), Deva (Chester) sede della Legio XX Victrix, Venta Icenorum (Norwich), Lindum (Lincoln), Eburacum (York) sede della Legio VI Victrix (la XX era dunque stanziata ai confini del Galles, la VI era non troppo lontana dal Vallo di Adriano). 

I romani non furono mai tentati di curiosare nella vicina isola di Hibernia (l’odierna Irlanda), anch’essa abitata da tribù celtiche; quelle più settentrionali venivano chiamate Scoti, ed esse nel corso di quei secoli e dei successivi colonizzarono parte della Caledonia, che venne perciò chiamata nel medioevo Scotia Minor, mentre la Hibernia divenne Scotia Maior. Ma certo tra i Gallesi di tradizione ancora celtica e i Britanni romanizzati i rapporti dovevano essere piuttosto stretti, probabilmente anche con scambi matrimoniali e non solo culturali: questo fatto va tenuto ben presente per comprendere la successiva storia dell’isola, in particolare la sua capacità, unica tra le province romane, di opporsi combattendo alle invasioni germaniche, generando così una tradizione leggendaria che darà origine in pieno medioevo alla “matière de Bretagne” con una figura immortale, Artù con i suoi cavalieri. 

“Come è che la Nazione (Corona, Regno) più cattolicamente papista d’Europa divenne la più antipapista?”

Questo saggio è stato scritto con l’ambizione di dare risposta a tale domanda, risultandone con ciò necessario ripercorrere l’intera vicenda delle relazioni fra l’isola di Britannia e Roma da quando Giulio Cesare vi pose piede per primo sino alla rivoluzione di re Enrico VIII il quale, autoproclamandosi Papa d’Inghilterra, pose le fondamenta di quello che più di un secolo dopo sarebbe emerso, fra i tanti imperi sorti in Europa occidentale, il solo che si possa ritenere essere stato degno erede dell’Impero Romano.

 

Non ci sono commenti presenti.

Pubblica il tuo commento (minimo 5 - massimo 2.000 caratteri)

Qui devi inserire la tua Login!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password?

Qui devi inserire il tuo nickname!

Qui devi inserire la tua email!

Nascondi Qui devi inserire la tua password!

Hai dimenticato la password? Inserisci il tuo indirizzo email e riceverai i dati di accesso.

Qui devi inserire la tua email!

Ritorna alla login

Chiudi