Alessandra Monaco
Il Trasloco

Titolo Il Trasloco
Autore Alessandra Monaco
Genere Narrativa      
Pubblicata il 30/10/2013
Visite 9557
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Il libro si libera  N.  146
ISBN 9788873884767
Pagine 160
Prezzo Libro 14,50 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873885061
Prezzo eBook 4,99 €

 “Se senti tanto la mia mancanza, annusa la mia vestaglia sul letto“, aveva risposto Amanda a sua figlia Alessia di sette anni, una sera che l’aveva lasciata sola in casa. “Studia matematica, la matematica ti avvicina a Dio“, aveva detto Amanda a sua figlia Alessia quarant’anni fa, appena finito il liceo. Gli anni sono passati, la vita è accaduta e Alessia ora non può più chiedere nulla a sua madre. Una malattia ha mangiato tutti i ricordi di Amanda, le ha modificato i sentimenti, ha scolorito le facce dei suoi cari e da un anno le ha persino consumato tutte le parole. Tutto sommato, nemmeno quando stava bene Alessia riusciva a comunicare con lei. Ora Amanda è accudita in un Centro per anziani e non potrà mai più tornare nella casa dove ha vissuto con suo marito e le due figlie. La casa è stata venduta e il trasloco è affidato proprio ad Alessia, la figlia maggiore. Nel vuoto generato via via dalla deportazione delle cose appartenute a sua madre e alla sua famiglia c’è tutto un riaffiorare di ricordi dolci, talvolta crudeli, evocati da figure familiari sparse tra Napoli e Genova. Smembrando la casa della sua infanzia e della sua adolescenza Alessia è tutto un raccontare, come se facesse un dialogo con la madre che custodisce nella sua mente, come se volesse restituirle quello che l’alzheimer le ha strappato via dalla memoria. È tra la negazione e il rifiuto, è nella luce lasciata dalle cose traslocate, è nel camminare a piedi nudi nella casa ormai vuota che Alessia sente fibrillare l’amore e la tenerezza per la professoressa Amanda, imparando un alfabeto nuovo, fatto d’aria, a testimonianza del vincolo atavico che lega una figlia a sua madre. Attraverso una scrittura densa e immediata e che trascorre leggera sulla pagina, l’autrice percorre l’esistenza dei suoi protagonisti munita di uno sguardo profondo e carnale, regalandoci un romanzo che ha la forza di una nascita, il conforto di un ricordo bello.


 


 


 






 

La sopraelevata è deserta a quest’ora del pomeriggio.

È colpa dell’estate.

È una leonessa agguerrita persino a fine settembre e quest’anno è decisamente più lunga e calda dell’anno scorso.

L’afa mi infiamma il cervello e l’aria condizionata non la sopporto più di tanto. La cosa più comoda e ragionevole da fare sarebbe quella di scendere dall’auto il più presto possibile. Invece, sto pensando di farla una deviazione e passare a salutarti al Centro, per verificare di persona come stai, cosa fai, se hai mangiato, se per caso non hai visto un po’ di tv o se ti sei perdutamente innamorata di qualche serie numerica, infinitesima e astrusa, scovata in qualche tuo sperduto e vecchio manuale di Analisi Superiore. So che c’è Angela con te, l’altra tua figlia, la più organizzata, la più affidabile, e allora mi attengo all’itinerario originario.

Parcheggio distante. Ho voglia di passeggiare prima di arrivare davanti alla tua porta. Così riesco almeno a smaltire il fresco artificiale dell’aria condizionata che mi causa mal di testa.

Settembre, negli anni passati, portava a Genova l’odore del ricordo e lasciava presagire la malinconia tipica dell’autunno. Oggi l’aria si posa sulle mie labbra e sa di Mediterraneo. Questo settembre l’afa ancora, e il caldo forte ancora, che toglie anche la sensazione, persino la capacità di respirare come so fare naturalmente da quando sono nata.

Lungomare Lombardo. Un ragazzo urla dal mare. Dice a un altro sulla strada che ci sono troppi tonni e che stanno facendo danni infiniti alla pesca. Appena scorgono una rete di acciughe, i maledetti gli si avventano contro e ne mangiano più che possono. Il tonno impazzisce per le acciughe, come tutti i genovesi d’altronde.

Attraverso via Gobetti. I giardini. Forse ho parcheggiato un po’ troppo distante. Ecco i suoni delicati di Valletta Cambiaso. Ecco il parco dove c’è la tua casa. Ecco il parco privato e l’entrata del palazzetto. Non prendo l’ascensore. È stretto, troppo chiuso e penso a te imprigionata al Centro, penso che oggi ti avrebbe fatto piacere ascoltare il discorso del ragazzo sui tonni. La prossima volta che andiamo in visita di controllo passiamo prima dal lungomare. Chissà se riesco a tirarti fuori dalla tua stanza senza il tuo forsennato battere la mano sul bracciolo della carrozzella, l’unico segno senziente che mi dai da un mese a questa parte.

Dieci giorni fa, quando ti ho accompagnata dal neurologo, ho pensato di essere sufficientemente attenta ma non necessariamente buona. Se figlia adeguata allora accompagna madre malata. Sorrido al pensiero di questa nostra matematica, questa nostra comunicazione con freccia che vale soltanto da sinistra verso destra e non il viceversa, non vale l’implicazione Se madre malata allora accompagnata adeguatamente da figlia.

Come se avessi cinque anni e cento allo stesso momento, infilo la chiave nella toppa e mi sento fuori dal tempo.

È toccato a me. Non è toccato a mia sorella Angela. Né a mio padre. Loro non se la sono sentita. A me. Io. È toccato a me occuparmi di svuotare la tua casa venduta una settimana fa. Dietro questa porta c’è tutta la casa dei miei genitori, c’è tutta la mia adolescenza, dietro questa porta c’è tutta mia madre, ci sei tutta tu mamma, e lo so.

La porta però non si apre. Sembra bloccata. La chiave non si sposta, si incastra nella serratura e non gira le mandate.

I tonni generalmente se ne stanno in branco, numerosi. Alcuni arrivano a pesare più di centocinquanta chili e mi immagino tutte le reti dilaniate fatte a pezzi e niente più acciughe e niente da fare: la porta non si apre. Ci vorrebbe uno dei grossi tonni del mar Ligure che mi faccia il favore di sfondarla. Sono costretta a chiamare i pompieri.

Nell’attesa del loro arrivo siedo a terra con le spalle appoggiate alla tua porta.

È innaturale la mancanza di rumori. Non arriva niente se non il silenzio da dentro la casa alle mie spalle. Sarà per il caldo, penso ancora, nel condominio dormiranno tutti un sonno pomeridiano. Seduta così, accovacciata dietro la porta di casa, penso a cosa mi troverò davanti, alle tue cose smesse, ai tuoi quaderni di greco, ai tuoi appunti di Analisi II, ai fogli zeppi dei tuoi ’come volevasi dimostrare’, alle chincaglierie sparse per tutta la casa, alle foto, ai biglietti lasciati prima di partire o di arrivare, ai foglietti con i Ti voglio bene che spargevo per tutta la casa ogni volta che litigavamo per qualche sciocchezza.

Sarà un’invasione.

Per come sono fatta io, per come sono diventata, preferisco avere target sentimentali che ricordi. Con le cose accadute, successe di già, non puoi farci più niente. Invece, mi toccherà protocollarli i tuoi di ricordi, li stai perdendo poco a poco e io devo stanarli per poterteli restituire in qualche modo. Non so in che modo. Toccherà a me incellofanarli e toccherà a me trovarti le parole che ti serviranno per il tribunale del cielo, scusanti che ti faranno comodo per avere degli sconti di pena.

Perché io penso che tu sia colpevole.

La madre mia tedesca, nata l’11 settembre del 1929. I numerologi dicono che 11 è un numero mastro. Amanda, nata in settembre, e settembre è tre alla seconda e tre volte il numero tre, Amanda, la perfezione austroungarica che solo un assioma matematico possiede, Amanda detta Bionda, la professoressa di matematica, tu sei colpevole: perché io a te non lo perdono di aver perso il controllo di te stessa. 

Ho chiuso la porta del bagno e siamo restate, io e te, custodite dalla parte inferiore della nostra femminilità.


Questo trasloco è la giustapposizione del bene. Tu sei qui a ricordarmi di me, come sono cresciuta con la tua cifra di maternità. 


Sei qui a dirmi quanto io sia simile a te e quanto io, tutta la vita, abbia tentato di essere diversa.


 


 


 


 

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