Michele Panizzi
Nonostante tutto

Titolo Nonostante tutto
Autore Michele Panizzi
Genere Narrativa      
Pubblicata il 31/10/2013
Visite 6979
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3351
ISBN 9788873884682
Pagine 330
Prezzo Libro 18,00 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788873884743
Prezzo eBook 4,99 €
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Iris ha venticinque anni; Ivan ne ha ventisette, ma le loro giovani vite sono già state segnate da drammi profondi. Al loro primo incontro, più simile a uno scontro, su di un traghetto diretto a Barcellona, per entrambi è subito chiaro d’aver davanti un sogno. Non sarà facile realizzarlo, soprattutto quando i fantasmi del passato si materializzano, più violenti che mai.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


Panizzi, contrapponendo a passi quasi “rosa” azioni, descrizioni e dialoghi franchi e crudi, analizza l’amore “nonostante tutto”.

Venerdì 15 settembre 2006

 

Quel pomeriggio uscì in anticipo dalla fabbrica per andare fino a Cuneo a verificare una consegna.

Dopo qualche chilometro non poté fare a meno di notare nello specchietto retrovisore una monumentale Honda Goldwing 6 cilindri 1500, con in sella un gigantesco nero ed ebbe la netta sensazione che lo stesse tallonando. Era giunto il momento di smuovere le acque: non poteva lasciare il gioco interamente in mano a loro! Doveva sapere con chi aveva a che fare e soprattutto loro dovevano capire che se ne era accorto, costringendoli così a giocare a carte scoperte. Rallentò bruscamente e, quando il tipo gli passò di lato abbassò il finestrino e gli urlò:

«Sto andando a Cuneo da Amelia in Piazza Galimberti! Ti aspetto là!»

Accelerò bruscamente, lasciandolo sul posto. La provocazione era stata lanciata e il tipo a modo suo aveva reagito: lo aveva visto nello specchietto minacciarlo con un pugno.

Quella stessa sera, mentre rientrava, quando era ormai a meno di cinque minuti da casa gli squillò il cellulare: era Vera.

«Ivan! Ragazzo mio! Ho appena visto due negri che hanno scavalcato il muro da dietro la casa!»

«Vera!», la interruppe: «Chiudi tutte le porte e le luci e non fare alcun rumore. Fra cinque minuti sono lì!»

Caspita! Aveva pestato la coda a un cobra! Doveva essere veramente importante, se per mesi lo avevano pedinato, sperando di scoprire dov’era andata a finire. Forse quella sera avrebbe saputo chi era Pamela?

Dato il tempismo con cui si stavano muovendo, sicuramente qualcuno lungo il tragitto lo aveva intercettato e ne aveva segnalato il suo imminente arrivo. Guardò nello specchietto, ma non vide nulla di sospetto. Prese la pistola e la appoggiò nel porta oggetti, quindi mise la sicura sulla porta del passeggero e su quelle dietro e imboccò la salita che portava a casa. Vera gli aveva detto che li aveva visti entrare dal retro, perciò non doveva temere d’essere bloccato per strada da una o più macchine, quindi?… Beh, lui al posto loro avrebbe teso la trappola in garage.

Fece scattare l’apertura del cancello e attese un attimo, giusto il tempo di vedere in fondo al viale, proprio di fronte a lui, la porta del garage aperta. Aveva le idee abbastanza chiare sul da farsi, ma quei due, con ogni probabilità non erano dei pivelli, perciò, anche se non vedeva l’ora di farla finita, s’impose di agire con calma…

 

 

 

IVAN

Giugno 2000

 

Suo padre lo aveva già coinvolto negli affari altre volte, ma adesso gli aveva scaricato un bel po’ di responsabilità.

Lo attendevano quindici giorni di vacanza-lavoro in giro per la Spagna, per estendere la vendita di capi d’abbigliamento della loro fabbrica.

Un metro e ottanta per settantadue chili, capelli corvini a spazzola, passo elastico da sportivo, Ivan aveva ventisette anni ed era convinto anche lui che fosse giusto entrare a pieno titolo nell’attività che rappresentava ormai il suo futuro. Così, una mattina di fine giugno del 2000, alle otto era già in sella alla sua Honda VFR 750 e, lasciando ai frettolosi le autostrade, se ne era venuto giù da Torino verso Genova, passando però dal cuneese e tanto per allungare la strada e far venire l’ora dell’imbarco, era sceso fino a Nizza. Aveva scelto la scomoda moto, anziché il più comodo e rapido aereo per due ragioni: sapeva di trovare sul traghetto due amiche conosciute al conservatorio, ingaggiate dalla compagnia di navigazione come intrattenitrici al piano-bar. Poi, girovagare in moto era da sempre la sua passione, figurarsi poterlo fare in Spagna!

Quella mattina era partito con animo leggero, deciso a godersi in tutto relax quella vacanza. Zigzagò fra la costa e l’immediato entroterra e intorno alle tredici si fermò a pranzare presso una trattoria alle spalle di Bordighera, dove si soffermò per più di tre ore tra qualche frittella di gianchetti, un bicchiere di Vermentino, qualche fetta di porcino impanato, un bel piatto di ravioli alle erbe, coniglio con le olive e mezza di Rossese. Il tutto in piacevole conversazione con la giovane coppia che gestiva il locale.

Sempre con andatura turistica, seguendo lo stesso criterio del mattino, arrivò a Genova all’imbarco poco prima delle venti.

Sistemata la moto, anziché prendere l’ascensore, tanto per sgranchirsi le gambe ripercorse a ritroso il corridoio d’imbarco e s’infilò su per le scale, naturalmente scartando quelle mobili.

Affrontò la prima rampa due gradini la volta come suo solito e a metà gli occhi gli andarono su di una capigliatura biondo oro che copriva mezza schiena! La osservò con attenzione, mentre abbordava il secondo tratto di scala mobile: sarà stata un metro e sessantacinque e oltre a quella capigliatura da vamp aveva un fisico da ballerina. Da dietro era più che piacevole, perciò allungò il passo e la superò di quanto bastava per poterla sbirciare con discrezione. Le aspettative non furono deluse: sui venticinque anni, un sorriso appena accennato, un naso alla francese, due occhi timidi e un viso nell’insieme dolcissimo incorniciato da due ciocche di capelli. Uauh! Una bellezza non comune che ispirava tenerezze!

In cima alle scale, prima d’arrivare alla reception, c’era ancora da salire una breve rampa e dato che lei si trascinava dietro una grossa valigia, ne fece pretesto per attaccar bottone. L’avvicinò e disse:

«Posso essere utile?»

Non ci fu alcuna reazione. L’unica cosa che gli sembrò di notare fu una leggera alzata di spalle, perciò provò a insistere:

«Non ho bagaglio, posso dare una mano?»

Questa volta la ragazza si voltò di scatto e puntandogli in viso due smeraldi, lo freddò con un:

«Vuoi farti gli affari tuoi?»

Quegli occhi verdi, che sembravano avere un alone di luce ambrata, lo gelarono più delle parole che aveva pronunciato con una certa stizza: lo avevano fatto ripiombare in un doloroso passato che credeva d’aver ormai accantonato.

La ragazza con uno strappo energico sollevò la valigia e con passo deciso salì la rampa e scomparve.

Lui restò lì a occhi chiusi per qualche attimo, subendo suo malgrado il prepotente ritorno dei ricordi.

Dalla penombra della scala interna del garage, due occhi di tigre lo stavano fissando rabbiosi.

«Perché non mi vuoi più con te?»

Incantato da quello sguardo, aveva ritardato un attimo e, quando aveva allungato le braccia per prenderla era già troppo tardi.

Si passò una mano sul viso come a voler scacciare quei ricordi. Si mosse quindi verso la reception, ma prima di giungervi si sentì chiamare:

«Ehi, Ivan! Ti stavo aspettando. Tutto bene?»

Era Mario Giraudo, avvocato e vecchio amico di famiglia. Sulla settantina, magro, colorito giallognolo, in un completo di lino grigio chiaro, sicuramente in viaggio per qualche problema dovuto alla sua già da tempo precaria salute.

«Salve, Mario!», rispose lui, sforzandosi di sorridere. «Sì, tutto bene! D’altronde, come dici sempre tu, per chi va in vacanza non può essere altrimenti!»

«Bene, bene!», disse l’anziano, mentre lo raggiungeva e gli metteva una mano sulla spalla.

«Vedo che gli impegni che t’aspettano non ti danno troppa ansia, perciò avrai sicuramente buoni risultati. Alla sera, come sai, vado presto a letto, ma domani mattina, se ne avrai voglia potremo fare due chiacchiere.»

«D’accordo: allora a domani da queste parti intorno alle dieci.»

Alla reception lei non c’era più. Ritirò la chiave della cabina, quindi si avviò per l’intrico dei corridoi. Trovato il suo numero, inserì la scheda e immediatamente sentì il clic della serratura ma, ancora una volta il suo sguardo venne attratto da quella capigliatura: era lì, due porte dopo la sua e stava sbuffando, mentre armeggiava con la scheda che non voleva funzionare. Anche se di sottecchi e con aria imbarazzata lo stava osservando, sperando nel suo intervento. Con pochi passi rapidi la raggiunse e senza guardarla in viso, ma puntando la mano che gli cedeva la scheda, la prese e inserita per il verso giusto sbloccò la serratura. Lei lo gratificò con un mezzo sorriso e un grazie detto a mezza voce. Lui le voltò le spalle e si avviò senza fretta verso la sua cabina.

Ivan si liberò dello zainetto e dei vestiti da centauro e s’infilò nella doccia. Sotto il getto caldo si rilassò. Il suo cervello però, tornò a proporgli l’immagine di quel viso tanto dolce quanto terribile per lui nello sguardo. Cercò di cacciare il pensiero, dicendosi che sicuramente aveva visto male, ma non era facile convincersene.

Indossati pantaloni e maglietta freschi, tirò fuori il binocolo e si avviò verso il ponte superiore. Dovette ammettere che quella ragazza non gli era del tutto indifferente. Malgrado lo scontro di poco prima, passando davanti alla sua cabina era rimasto per qualche attimo in ascolto, per cercare di capire da qualche rumore se era ancora lì. Anche adesso che vagava sul ponte, non poteva nascondersi che la stava cercando.

La nave stava ancora puntando verso il largo, ma da lì a poco avrebbe virato a nord nord-ovest. Avvicinatosi alla balaustra, inforcò il binocolo: c’erano altri come lui che si godevano il progressivo allontanamento dalla costa, ma di lei proprio nulla. A un tratto sentì qualcuno che lo tirava per i pantaloni:

«Signore! Fai vedere anche me?»

Avrà avuto quattro - cinque anni, quel caschetto nero con due occhi nocciola, in un visetto furbo, con una maglietta azzurra e con dei pinocchietti rosa. Gli arrivava poco sopra le ginocchia e stava implorando la sua attenzione.

«Ciao bella bimba! Dove hai messo la mamma?»

«Fai vedere anche me?», insistette, anziché rispondere.

Ivan con lo sguardo cercò nei dintorni qualcuno in ansia e in effetti, a un livello pochi gradini sopra c’era una signora sui trent’anni, fisico da modella, alta quasi come lui, caschetto nero come la bimba, che si stava guardando intorno piuttosto nervosa. Quando ne incrociò lo sguardo le fece un sorriso e un cenno.

«Mi deve scusare se l’ha infastidita, ma mi creda, le ho lasciato la mano solo per pochi secondi, giusto per scattare una foto e lei naturalmente è scappata a importunare il prossimo.»

Così dicendo era scesa al loro livello, mentre la bimba gli si era aggrappata alla mano e continuava con la sua richiesta.

«Allora mi fai vedere?»

«Sì che ti faccio vedere, ma dobbiamo spostarci, poiché qui dalla balaustra è pericoloso. Meglio su quella panchina.»

Senza un attimo d’esitazione partì a testa bassa e vi si arrampicò e messasi in piedi prese a cantilenare: «Vieni! Vieni! Allora, vieni?»

La mamma stava per intervenire, ma lui le sorrise, poi con due passi raggiunse la monella e le si sedette vicino.

«Allora guarda là nel cielo: c’è un aereo che deve atterrare. Ora devi cercarlo col binocolo e seguirlo fino a quando arriverà a terra.»

Le fece notare con la mano l’aereo poi, passandole un braccio dietro le piccole spalle, le posizionò il binocolo. Qualche secondo di nervosismo, poi:

«Eccolo! Eccolo! L’ho trovato!»

«Ora devi muoverti piano però, altrimenti lo perderai!»

Pochi secondi di silenzio, poi un’osservazione che non ammetteva repliche:

«Ma ci ha le ruote! Cosa ne fa per aria delle ruote?»

La risata fu spontanea, sia da parte di lui sia della mamma, che nel frattempo si era seduta dall’altro lato della bimba.

«Ma cosa fa! Sta scendendo nel mare!»

«Ma no, sciocca! La pista d’atterraggio è subito lì!», precisò la mamma, mentre s’alzava, rivolgendosi subito dopo a qualcuno che stava arrivando.

«Ciao Iris, siamo qui! La solita Lisa, anche stavolta ha trovato qualcuno da importunare!»

La bimba si era limitata a urlare un gioioso ciao e aveva continuato a guardare nel binocolo.

Ivan sbirciò la nuova arrivata e si ritrovò ancora una volta la bionda a pochi passi, che imbarazzata per la sua inaspettata presenza voltò lo sguardo verso il mare.

Lui, anche se contro la sua volontà, si sentì arrossire: eppure era assai navigato e se c’era qualcuno che doveva arrossire avrebbe dovuto essere lei. Ma che cavolo gli stava succedendo?

Lisa però, tornò ad attirare la sua attenzione.

«Ehi! Ehi! Ce n’è uno che esce ed è pure più grosso!»

«Bene, non perderlo di vista.»

La piccola per qualche minuto lo seguì assai tranquilla, poi cominciò a dare segni d’insofferenza. Quand’era lì lì per cedere, meravigliata esclamò:

«Ma ha perso le ruote!»

«Ma va! - scherzò Ivan ridendo - Le hai viste cadere?»

«No!», disse un po’ imbronciata e intanto, già stanca del gioco gli restituì il binocolo.

Saltò giù dalla panchina e corse dalle due donne che stavano confabulando e, ancora prima che se ne accorgessero, abbracciò ridendo e strillando le ginocchia di Iris.

«Ciao! Ciao! Ciao!»

Lei si chinò e, prendendole il visetto tra le mani le disse:

«Ciao, amore mio! Vedo che ti sei già fatta un amico!»

«Sì!», esclamò la bimba, voltandosi verso di lui, poi quasi smarrita, rendendosi conto che non sapeva il suo nome gli chiese con voce incerta: «Com’è che ti chiami?»

«Mi chiamo Ivan - disse lui alzandosi- ma Iris e io ci siamo già incontrati o meglio scontrati!»

Questa volta la vide sorridere a pieno viso ed era veramente bella con quello sguardo timido. Aveva visto male? Era stata tutta una sua fantasia? L’aver sdrammatizzato l’incidente faceva piacere a entrambi. Si accorse poi che la mamma di Lisa li stava osservando maliziosamente divertita. Che forse poco prima l’avesse visto arrossire? Che cosa si erano già dette? La bimba però, tirandolo per la mano tornò a incalzarlo, togliendolo dall’imbarazzo.

«Me lo dici come fa la nave a sapere dove va quando non vede più la terra?»

«Uhm… La risposta non è facile. Dunque, vediamo un po’… Dobbiamo per prima cosa trovare uno schermo dove sono indicati i dati della navigazione, così sarà più facile capire. Qui vicino non ne ho visto, perciò bisogna chiedere alla mamma se possiamo andare a cercare.»

«Sì che possiamo!».

E intanto lo tirava per la mano verso la scaletta che portava al livello superiore. Ivan, si voltò verso la donna che prontamente gli disse:

«Sì, sì! Tanto veniamo anche noi.»

Non ci volle molto a trovarlo, solo che era messo piuttosto in alto e quando le indicò un puntino che rappresentava la nave vicino alla costa, la bimba gli lasciò la mano e cominciò a saltellargli davanti, implorandolo:

«Tirami su, ti prego!»

Ancora una volta cercò l’assenso della mamma e si trovò davanti i visi sorridenti e divertiti delle due donne.

«Se non dà fastidio a te, lei è abituata a farlo con suo padre.»

In effetti, la bimba gli girava già le spalle ed era in attesa d’essere sollevata. Mentre la issava, a conferma di quanto detto, divaricò le ginocchia, riuscendo così a sedersi sulle sue spalle, tenendosi con le manine alla sua fronte.

«Allora, lassù nel cielo… - cominciò Ivan - devi pensare che c’è una macchina fotografica più grande di quella che ha la mamma e che è così lontana che non riusciamo a vederla. Di lassù scatta le foto e le manda allo schermo della nostra nave. È così che noi sappiamo dove ci troviamo e quindi possiamo decidere dove andare. Vedi quel puntino che c’è lì sullo schermo?» Così dicendo, con una mano la tratteneva per le caviglie, mentre con l’altra le faceva segno: «Quelli siamo noi o meglio, è la nostra nave.»

La cosa però non le interessava più, poiché stava già chiedendo di scendere. In quel momento dagli altoparlanti annunciarono che i ristoranti per la cena erano aperti. La bimba allora gli si aggrappò alle gambe e con tono che non ammetteva repliche disse:

«Tu vieni con noi!»

«Lisa! Cerca di non stufare la gente!», disse seria la madre.

«Ma lui è mio amico!», rispose fiera lei.

«Se non creo scompiglio - intervenne Ivan - volentieri mi aggiungo.»

Si sistemarono in un tavolo da sei. Sui lati corti si sedettero Ivan e la mamma, mentre sul lato lungo si misero Lisa vicino a lui e di lato Iris. Come quasi tutti i bambini irrequieti, anche Lisa non aveva appetito. Tra tutti la convinsero a prendere mezza porzione di gnocchi, una fettina e un’insalata mista. Degli gnocchi, dopo qualche forchettata, già diceva che non ne voleva più e sua mamma cominciava a perdere la pazienza. Allora intervenne Ivan.

«Senti, facciamo un gioco! Io con gli gnocchi ti faccio un disegno che tu dovrai indovinare e poi mangiare. Quelli che avanzeranno me li mangerò io. Ci stai?»

«Sì, sì, dài!», esultò Lisa, agitandosi sulla sedia e prendendogli la mano.

Lui le rubò la forchetta poi, con poche mosse distribuì sul bordo del piatto gli gnocchi, frapponendo ogni quattro un po’ di sugo. Lei stava osservando rapita il procedere delle cose e ancora prima che finisse, spalancando gli occhioni lo guardò dritto in viso ed esclamò:

«Bella, bella! È una collana?»

«Sì, proprio così, però adesso bisogna mangiarla!»

«Va bene, ma quelli che sono in mezzo toccano a te!»

«Certo!»

Così dicendo, prese quei quattro gnocchi che aveva volutamente fatto avanzare.

La mamma, che aveva seguito divertita, si tratteneva a stento dal ridere, mentre Iris li stava osservando con tenerezza e si sarebbe detta vogliosa di partecipare al gioco.

Arrivò la bistecca e l’insalata mista e anche quella per essere mangiata avrebbe dovuto diventare un gioco.

«Questa volta però, il disegno lo farà Iris.», disse Ivan con fare da cospiratore.

Lei lo guardò come chiedere aiuto e dato che la bambina non lo stava osservando, le fece capire, passandosi un dito intorno al viso che il soggetto doveva essere quello. Per meglio indirizzarla aggiunse:

«Naturalmente, Iris deve poter usare alcune cose che sono nell’insalata.»

«Sì, sì, va bene! Tocca a lei!», esclamò al colmo della contentezza.

Il messaggio era stato capito: sorridendo divertita, con la bimba che non perdeva una mossa, dopo averle sottratto le posate, con pochi tagli tolse alcuni pezzetti di carne, dando alla fettina la forma ovale. Scelse dall’insalata due olive nere che piazzò come occhi, due fettine di pomodoro che sistemò come labbra, con un pezzetto di carota formò il naso, due fettine di cetriolo diventarono orecchie e una foglia d’insalata, tagliata sottilmente, adagiata in parte al vertice e un po’ alla base divenne capelli e barba. La bimba restò un attimo in silenzio poi, inginocchiatasi sulla sedia, l’abbracciò e ridendo fin quasi alle lacrime, esclamò:

«Ma hai fatto mio nonno! Sì, sì! Proprio mio nonno!»

«Lisa! Abbassa la voce se no ci cacciano!», le disse ridendo la mamma.

Iris era raggiante: trasferì nel suo piatto la carne che non faceva parte del gioco, poi le tagliò la fettina, con l’intesa però che l’avrebbe mangiata tutta, tralasciando i cetrioli che non le piacevano. La bimba non fece problemi, anzi, una volta terminata la bistecca tornò alla carica con Ivan, dicendogli che era disposta a mangiare anche un po’ d’insalata, sempre che lui gli facesse qualche figura.

«Va bene, ma questa volta, dato che mi serve un po’ di roba, ti darò una mano anch’io a mangiare.»

Si servì di alcune foglie d’insalata, che tagliò finemente, facendone uno strato con cui ricoprì il fondo del piatto. Prese poi un uovo sodo, che tagliò a metà, lasciando integre le due estremità. Adagiò quindi le due metà nel piatto, nascondendole quasi completamente nell’insalata. Recuperò ancora due fette rotonde di pomodoro, che pose sul vertice delle mezze uova, decorandone poi i bordi con qualche schizzo di maionese. Nuovamente in ginocchio sulla sedia, coi gomiti appoggiati sul tavolo per meglio osservarlo mentre componeva la figura, Lisa a un tratto alzò il visino e perplessa lo guardò e disse:

«Ma i funghi che conosco io sono marrone!»

«Hai ragione, ma vedi, ne esistono un po’ di tutti i colori e le dimensioni: quelli che assomigliano a questi si chiamano ovuli e spesso si mangiano crudi, tagliati a fettine sottili e serviti assieme alla carne cruda.»

«Uhm! Mi sa che a me non piacciono!»

Così dicendo, si rimise composta, implorando con lo sguardo che qualcuno le desse una mano a liberarsi di un po’ di tutta quella roba.

Ivan, sorridendole, come promesso si prese un finto fungo e un bel po’ d’insalata.

«Va bene così?».

Non era molto convinta, ma la risposta fu ugualmente sì.

Non ordinarono il dolce e, recuperato qualche golfino dalle cabine, salirono ancora sul ponte a fare due passi, naturalmente Lisa sempre per mano a Ivan. Dopo una mezz’ora cominciò ad avere sonno, ma prima d’andare via gli si parò davanti, supplicandolo di prenderla in braccio. La tirò su. Lei gli cinse il collo e bisbigliò:

«Vuoi essere mio fratello?»

«Lisa! Non si parla all’orecchio delle persone quando c’è altra gente! È maleducazione!»

«Uffi! Ma non ho fatto niente di male!»

Ivan si sentì in dovere d’intervenire, poiché la mamma si stava arrabbiando.

«Lisa, quello che mi hai detto puoi dirlo anche ad alta voce, poiché… - aggiunse ridendo - la tua mamma è bene che lo sappia!»

Le due donne avevano sul viso un’espressione tra il curioso e il divertito. Ivan la rimise a terra e lei s’aggrappò alla gonna della madre, dicendo con voce gnoccosa:

«Gli ho chiesto se vuole essere mio fratello!»

«Eh certo! Magari poi chiedi pure a Iris se vuole essere tua sorella!»

Scoppiarono a ridere. La bimba si voltò e si catapultò sulle gambe di Iris che quasi perse l’equilibrio.

«Sì sì sì! Voglio anche lei!»

«Lisa, cerca d’essere un po’ meno irruente! Prima la vuoi come sorella, poi ci manca poco che la butti per terra! Forse sarà meglio andare a letto: che ne dici?»

Iris si era chinata ancora ridendo e, come suo solito, le aveva preso il visino tra le mani.

«Certo, siamo d’accordo tutti, anche se facciamo invecchiare un bel po’ la tua mamma. Adesso però, bella mia, è l’ora della nanna.»

Con la promessa che si sarebbero visti il giorno dopo, si lasciò accompagnare in cuccetta senza capricci. Ivan e Iris sarebbero rimasti ancora una mezz’oretta lì, con l’intesa d’incontrarsi poi con la mamma di Lisa al piano-bar.

 

Iris ha venticinque anni; Ivan ne ha ventisette, ma le loro giovani vite sono già state segnate da drammi profondi. Al loro primo incontro, più simile a uno scontro, su di un traghetto diretto a Barcellona, per entrambi è subito chiaro d’aver davanti un sogno. Non sarà facile realizzarlo, soprattutto quando i fantasmi del passato si materializzano, più violenti che mai.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


Panizzi, contrapponendo a passi quasi “rosa” azioni, descrizioni e dialoghi franchi e crudi, analizza l’amore “nonostante tutto”.

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