Silvia Clara Tuscano
Storia dell’osteopatia

Titolo Storia dell’osteopatia
Guida introduttiva di base
Autore Silvia Clara Tuscano
Genere Storia      
Pubblicata il 07/02/2014
Visite 7690
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Medico Scientifica  N.  12
ISBN 9788873884798
Pagine 366
Prezzo Libro 30,00 € PayPal

Il presente volume nasce dal desiderio di offrire una concisa cronaca degli avvenimenti che condussero alla nascita dell'osteopatia, cioè della medicina basata sul trattamento manipolativo sviluppata da Andrew Taylor Still in America nell'ultimo quarto dell'Ottocento e successivamente propagatasi in tutto il mondo, ovunque registrando ampi consensi. 


 


Pur senza alcuna pretesa di esaurire il complesso argomento, questo volume ambisce a porsi come fondamento, integrazione e complemento dell'esiguo numero di libri in lingua italiana sulla medicina osteopatica, da più di trent'anni in costante ascesa anche nel nostro paese.


 


Il linguaggio scevro da tecnicismi rende agevole la lettura, tuttavia i rigorosi riferimenti bibliografici permettono al lettore interessato di risalire alle fonti

PREFAZIONE 9

PREMESSA 11

Capitolo I - IL CONTESTO STORICO E CULTURALE 15

Introduzione 17

Le colonie nordamericane 17

John Wesley e il metodismo 31

Il secondo grande risveglio 34

Cenni su alcuni personaggi e movimenti che influirono sulla società americana dell’Ottocento 36

Opere consultate per la stesura del Capitolo I: 48

CAPITOLO II - CENNI STORICI SULLA MEDICINA OCCIDENTALE 51

Cenni storici dall’antichità al Settecento 53

Cenni sull’arte di aggiustare le ossa (bonesetting) 70

Cenni sugli sviluppi della medicina nelle colonie britanniche americane e negli Stati Uniti 75

Opere consultate per la stesura del Capitolo II: 93

CAPITOLO III - ANDREW TAYLOR STILL 97

Introduzione storica 99

Nascita e infanzia di A.T. Still 101

La missione Wakarusa 104

Il Kansas ‘sanguinante’ 107

Il secondo matrimonio 110

La guerra civile 111

Tragedie famigliari 112

Verso la fine della guerra 113

Un nuovo inizio 114

La visione 116

Difficoltà nella diffusione della nuova scienza 118

Kirksville 120

Apertura della American School of Osteopathy a Kirksville 126

L’arrivo di William Smith 127

A.T. Still e lo sviluppo della scuola 129

Problemi legali e primi riconoscimenti 137

Evoluzione dell’ASO 139

John Martin Littlejohn 140

A.T. Still e J.M. Littlejohn 141

A.T. Still e A. G. Hildreth 144

Andrew Taylor Still nel Novecento 146

L’American Osteopathic Association o AOA 151

Opere consultate per la stesura del Capitolo III: 155

Capitolo IV - LA DIFFUSIONE DELL’OSTEOPATIA IN USA E NEL MONDO 159

Cenni sui rivolgimenti nella medicina statunitense dalla fine dell’Ottocento 161

Cenni sugli sviluppi dell’osteopatia al di fuori degli Stati Uniti d’America 187

La svolta all’inizio del nuovo millennio 214

Opere consultate per la stesura del Capitolo IV: 217

Capitolo V - LA PRATICA: ORIGINE E SVILUPPO 221

Introduzione 223

Definizione della disfunzione somatica 225

I cinque modelli per il trattamento manipolativo osteopatico (TMO) 227

Alcune tecniche osteopatiche 229

Primo periodo (dal 1874 al 1900/1910) 232

Secondo periodo (dal 1900/1910 al 1950/1960) 234

Terzo periodo (dal 1950/1960 al 1975 circa) 242

Periodo attuale (dal 1975) 265

Opere consultate per la stesura del Capitolo V: 270

Capitolo VI - GLI STUDI CLINICI E LA RICERCA 275

Introduzione 277

Cenni sugli studi clinici 278

Cenni sulla ricerca osteopatica 285

Banche dati 299

Tutela dei diritti del malato 300

Sperimentazione, diritti umani e diritti degli animali 302

Opere consultate per la stesura del Capitolo VI: 305

Capitolo VII - DEFINIZIONE E PRINCIPI FILOSOFICI DELLL’OSTEOPATIA 309

Introduzione 311

Dare un nome alla nuova scienza 311

Dare una definizione all’osteopatia 311

Cenni sulla filosofia osteopatica 325

Opere consultate per la stesura del Capitolo VII: 330

Conclusione 333

Bibliografia 335

Indice analitico 353

 

 

 

PREFAZIONE

 

 

Non pare scontato ribadire in questa sede che si possa trovare il senso attuale delle proprie azioni solo in riferimento alla memoria del passato. Questo testo nasce dall’esigenza di portare agli studenti di osteopatia questa memoria, a partire dal pensiero di A.T. Still e dal suo originale metodo di cura che connotò l’evoluzione di questa medicina tradizionale da fine ‘800 ai giorni nostri.

Ciò nonostante, dall’inizio del libro si può constatare come il riferimento alle fonti, accanto alla fluida evocazione delle idee e delle vicende in chiave storica, trasformi il progetto scolastico in materia universalmente riconoscibile dal profano quanto dal professionista, divenendo nel contempo compendio culturale e motivazione professionale.

Ricordare le origini di un’attività terapeutica con le immagini dell’America dei pionieri può sembrare ingenuo, così come l’oleografia del medico che parla la lingua degli indiani potrebbe evocare più la prosa autobiografica di un racconto di Hemingway che un testo di storia della medicina.  Cosi non è, e lo scopriamo subito attraverso la lettura delle consuetudini sanitarie più affini alle superstizioni che alla scienza, in quanto integrate nel contesto storico del tempo. Le intuizioni di Still, elaborate nello stesso periodo, rappresentano invece un lucido esercizio della logica a fronte di un’attenta osservazione della realtà e di una coerente verifica dell’esperienza. La sua saggezza si manifesta nel dubbio e nell’approfondimento. Il valore delle sue scelte si misura nell’attualità delle stesse, divenendo inevitabile monito per le generazioni future. La stessa conoscenza è resa viva dalla disponibilità alla solidarietà e dalla tolleranza.

La forza di quelle intuizioni ha travalicato i pregiudizi, l’egocentrismo e gli interessi commerciali che non hanno mai interrotto di manifestarsi, anche laddove l’etica professionale non dovrebbe consentirne il radicamento. Gli errori degli emuli, delle scuole e delle associazioni hanno avuto corsi e ricorsi storici.

Tuttavia, molti giovani negli ultimi due secoli hanno saputo attualizzare l’osteopatia nei tempi e nei luoghi della cura. Essi hanno saputo osservare e sperimentare, intervenendo sulle funzioni meccaniche del corpo umano, rafforzando il senso delle relazioni causa/effetto nel risolvere e prevenire numerose sofferenze, con costante attitudine sperimentale. Molti di essi hanno affermato l’orgoglio della loro appartenenza nella cooperazione interdisciplinare piuttosto che nell’omologazione. Altri ancora, moderni pionieri, hanno sfidato i benpensanti con la loro ricerca quotidiana, i cui effetti hanno descritto nel tempo il profilo di eccellenti reputazioni professionali.

Questo testo non si limita a riferire la memoria del passato, ma ci consente di alimentare negli studenti, negli operatori e nei pazienti lo stesso interesse per l’osteopatia che riusciamo a intravedere nei volti di quella foto in bianco e nero della classe di Kirksville del settembre 1892.

 

 

 

Luigi CIULLO – Osteopata D.O.

Direttore I.E.M.O. Genova

 

 

 PREMESSA

 

L’osteopatia fu ideata e sviluppata negli ultimi decenni dell’Ottocento dal dr. Andrew Taylor Still, il quale la propose come una nuova forma di medicina basata su una filosofia olistica e coadiuvata da trattamenti manipolativi manuali. 

Grazie ai successi ottenuti e al crescente numero di pazienti, Still decise di aprire una scuola a Kirksville nel 1892. Da allora l’osteopatia cominciò a diffondersi negli USA e riuscì a ottenere in diversi stati la promulgazione di apposite leggi di regolamentazione professionale.

Nel corso del Novecento i medici osteopatici statunitensi, inizialmente in forte contrapposizione con la medicina ‘regolare’, modificarono il loro percorso formativo rendendolo sempre più simile ai criteri ortodossi; riuscirono tuttavia a conservare un’identità separata e continuarono a crescere di numero, superando le 70.000 unità nel 2011. 

Nel Regno Unito, dove l’osteopatia venne insegnata a partire dal 1917, gli iscritti al General Osteopathic Council britannico nel marzo 2013 superavano le 4.500 unità [AOA 2011: 2; GOsC 2013].

I primi osteopati giunsero in Italia dalla Francia nei primi anni ’80 e avviarono i corsi al termine dei quali intorno al 1990 vennero consegnati i primi diplomi. Negli ultimi vent’anni le numerose scuole a tempo pieno e parziale hanno contribuito ad aumentare il numero di professionisti attivi che hanno raggiunto il numero di circa duemila e duecento nel 2010 [Petracca 2010]

Questa piccola guida si pone l’obiettivo di inquadrare alcune delle radici storiche e filosofiche che permisero la nascita della osteopatia e di tracciarne sommariamente l’evoluzione in maniera alquanto aneddotica. 

Redatta originariamente come dispensa introduttiva per il corso di storia dell’osteopatia offerto dalla sede genovese dell’Istituto Europeo per la Medicina Osteopatica (IEMO) non ha pretese di completezza e vuole soprattutto fornire spunti e indicazioni bibliografiche per ulteriori approfondimenti. 

Proprio a tal fine si è cercato di riportare scrupolosamente le fonti che sono citate tra parentesi quadre, indicando il numero di pagina dopo i due punti. Ove non diversamente specificato, i brani sono stati tradotti liberamente dall’autrice a scopo didattico: per dubbi di interpretazione o precise ricerche filologiche si rimanda ai testi originali.

Per facilitare la consultazione si riporta di seguito uno schema dell’impianto del libro. Maggiori dettagli sono contenuti nel sommario all’inizio dell’opera, nell’indice dei singoli capitoli nonché nell’indice analitico. 

Capitolo I

Breve introduzione storica sull’America coloniale, una digressione sul metodismo e brevi accenni ad alcuni dei fermenti di pensiero che probabilmente influirono sulle idee di A.T. Still, tra cui il mesmerismo, la frenologia e lo spiritualismo

Capitolo II

Schematiche informazioni riguardo allo sviluppo della medicina occidentale, all’arte dei conciaossa e alle medicine alternative presenti in Nord America nell’Ottocento. 

Capitolo III

Alcune delle vicende vissute dal dr. Andrew Taylor Still, con qualche aneddoto per meglio inquadrarne il carattere. Descrizione della celebre visione del 22 giugno 1874 e notizie circa l’American School of Osteopathy aperta a Kirksville nel 1892. 

Capitolo IV

Cenni sullo sviluppo di altre terapie come la chiropratica e sul dibattito interno tra gli osteopati. Principali avvenimenti che caratterizzarono l’evoluzione dell’osteopatia negli Stati Uniti dopo la prima guerra mondiale e introduzione della nuova disciplina in Europa, con qualche dettaglio relativo principalmente alla Gran Bretagna e alla Francia.

Capitolo V

Breve esposizione di alcune delle tecniche osteopatiche più diffuse e delle loro radici storiche.

Capitolo VI

Storia della ricerca in campo osteopatico. Data l’importanza dell’argomento per il futuro della disciplina, contiene qualche accenno alla storia degli studi clinici e la spiegazione di alcuni dei termini più comuni.

Capitolo VII

Vari tentativi di dare una definizione dell’osteopatia: enunciati dei capisaldi e principi filosofici di base. 

 

 

L’autrice sarà grata a chi vorrà inviare commenti e segnalare imprecisioni o errori al seguente indirizzo: silvia.tuscano@libero.it

 

 

Capitolo I

IL CONTESTO STORICO E CULTURALE

 

INDICE DEL CAPITOLO

 

Introduzione 17

Le colonie nordamericane 17

Virginia 18

Nuova Olanda e Nuova Svezia 19

Nuova Inghilterra 21

Cenni alla vita politica 22

Cenni alla vita economica e sociale 24

Cenni ad alcuni aspetti culturali 25

Cenni alla vita religiosa – il primo grande risveglio 29

John Wesley e il metodismo 31

Il secondo grande risveglio 34

Cenni su alcuni personaggi e movimenti che influirono sulla società americana dell’Ottocento 36

Swedenborg 36

La frenologia 37

Il mesmerismo 38

Charles Poyen e il magnetismo in USA 40

John Bovee Dods 41

Phineas Parkhurst Quimby, Mary Baker Eddy e Warren Felt Evans 42

Andrew Jackson Davis 44

Lo spiritualismo 45

Le sorelle Fox 45

La teosofia 46

Herbert Spencer 47

Opere consultate per la stesura del Capitolo I: 48

 

Introduzione

Andrew Taylor Still, fondatore dell’osteopatia, visse tra il 1828 e il 1917. Uno dei momenti più importanti della sua lunga vita fu il 22 giugno 1874: alle dieci di mattina di quel giorno il quarantaseienne Still ebbe un’improvvisa rivelazione in cui gli apparvero chiaramente tutti i dettagli di una nuova scienza che anni dopo avrebbe chiamato osteopatia. 

Nell’autobiografia, Andrew Taylor Still sostiene di aver compiuto un percorso solitario e si paragona a Cristoforo Colombo: come quest’ultimo infatti aveva spiegato le vele verso l’ignoto, approdando infine in un nuovo regno della medicina. 

Anche se il Vecchio Dottore, come era affettuosamente soprannominato a Kirksville, non volle mai citare altre fonti se non Dio e l’esperienza, è tuttavia fuor di dubbio che al pari di qualsiasi altro essere umano abbia subito l’influsso degli avvenimenti storici e delle correnti di pensiero della sua epoca [Still 1902: 9, 10]. 

Prima di illustrare la vita e il pensiero di Still pare opportuno tratteggiare il contesto storico e presentare alcuni dei protagonisti che influirono in minore o maggiore misura sul pensiero e sull’arte medica nordamericana fino all’Ottocento. 

Le colonie nordamericane

Nella seconda metà del Cinquecento, pochi decenni dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo nei territori dell’America, le potenze europee entrarono in lizza per accaparrarsi le ricchezze al di là dell’Atlantico. 

In questa corsa sembrò distinguersi la Spagna sotto il regno del re Filippo II. Il giovane sovrano era figlio di  Carlo V che abdicando nel 1556 aveva diviso il Sacro Romano Impero tra il suo fratello minore Ferdinando e, appunto, il figlio Filippo al quale erano stati assegnati anche il Belgio, i Paesi Bassi, l’Italia meridionale e i possessi spagnoli di oltreoceano. Nel 1580 Filippo, facendo valere i suoi diritti da parte di madre, occupò il regno di Portogallo rimasto senza sovrano e in tal modo acquisì il monopolio del commercio atlantico [Tignor et al. 2010: 458, 471]

Le altre nazioni europee cercarono di intralciare l’egemonia spagnola: favorirono la pirateria e il contrabbando, diedero vita a nuove piantagioni, istituirono basi commerciali per gli scambi con i nativi, fondarono alcuni insediamenti stabili spingendosi anche nelle terre più a settentrione.

Fra l’inizio del Seicento e la metà del Settecento numerosi imprenditori di compagnie commerciali, singoli grandi proprietari, speculatori e diversi gruppi di minoranze politiche e religiose attraversarono l’Atlantico in cerca di fortuna [Ago & Vidotto 2006: 263-5; Tignor et al. 2010: 493].

Pur non potendo in questa sede illustrare la storia di tutte le colonie nordamericane, sembra tuttavia utile fornire qualche ulteriore dettaglio su alcune di esse: la Virginia, dove nel 1828 nacque A.T. Still; la Nuova Olanda, dove i commercianti dei Paesi Bassi fondarono Fort Amsterdam, una città che conservò molti dei suoi ideali di tolleranza e libertà anche dopo il 1664 quando, acquisita dagli inglesi, prese il nome di New York; l’effimera Nuova Svezia, dove affluirono svedesi, finlandesi, olandesi e tedeschi; infine, la Nuova Inghilterra: così fu inizialmente designata la fascia di territorio della costa settentrionale americana compresa tra i 40° e i 48° di latitudine nord; successivamente il medesimo nome indicò la regione occupata da sei colonie caratterizzate da una notevole omogeneità culturale.

Virginia

La Virginia passò alla storia come primo insediamento britannico permanente, ma già a partire dalla metà del Cinquecento diversi europei vi avevano creato avamposti per battute di pesca, ne avevano fatto la meta di viaggi di esplorazione e avevano invano tentato di fondarvi colonie. 

Il 13 maggio 1607 una spedizione della Virginia Company of London formata da un centinaio di uomini e tre navi, richiamata dalle leggendarie ricchezze e dai giacimenti che si diceva abbondassero nel nuovo mondo, fondò il villaggio di Jamestown. Composto da individui con scarse nozioni di agricoltura, l’insediamento riuscì a superare il primo inverno sul suolo americano grazie all’aiuto della tribù di Powhatan, il locale capo indiano, che decise di risparmiarlo forse perché interessato alle merci inglesi [Grigg 2008: xii-xv]

Almeno per i primi anni, i rapporti con la popolazione locale furono relativamente pacifici, anche rinsaldati dal matrimonio di Pocahontas, figlia di Powhatan, con John Rolfe nel 1614.

Passata nel 1624 sotto l’amministrazione regia e rimpinguata dall’arrivo di numerosi sudditi britannici in fuga dal regime di Cromwell, la Virginia cominciò a prosperare con la coltivazione e l’esportazione del tabacco [Ago & Vidotto 2006: 264].

Questo tipo di piantagione poteva essere molto redditizia ma richiedeva manodopera poco costosa e vasti appezzamenti di terreno, che all’epoca erano relativamente facili da invadere nonostante la resistenza dei nativi. Visto che né gli azionisti della Virginia Company né i ricchi latifondisti avevano intenzione di lavorare personalmente la terra, cominciarono a reclutare cittadini inglesi indigenti offrendo loro, in cambio di sette anni di lavoro, la traversata gratuita dell’oceano e la proprietà di un terreno al termine del servizio. 

L’aumento della domanda di tabacco permise di fondare, nel 1634, una seconda colonia nel Maryland. Il flusso dei lavoratori a contratto rimase elevato anche se soltanto pochi di essi sopravvivevano ai sette anni di servizio e pochissimi riuscivano ad arricchirsi [Grigg 2008: xii-xv]

Nuova Olanda e Nuova Svezia 

Gli inglesi non furono gli unici a cercare di instaurare rapporti commerciali con i nativi e a stabilire insediamenti sulle coste atlantiche dell’America settentrionale.

Le province settentrionali dei Paesi Bassi si erano ribellate alla Spagna alla fine del Cinquecento, organizzandosi in una repubblica indipendente. Nel 1602 alcuni imprenditori olandesi fondarono la Compagnia Unificata delle Indie orientali, che ottenne dalle autorità il monopolio del commercio nell’Oceano Indiano e lo sfruttò con grande profitto; nel 1621 venne istituita anche la Compagnia delle Indie occidentali

Il Seicento fu per l’Olanda il cosiddetto secolo d’oro, con una grande fioritura non solo del commercio ma anche dell’industria, dell’agricoltura, della cultura, della pittura e della stampa. Ad Amsterdam erano ammesse tutte le religioni e venivano pubblicati libri che altrove sarebbero stati censurati. 

Intorno alla metà del XVII secolo, la popolazione dei Paesi Bassi era composta da circa centocinquantamila persone, ripartite tra calvinisti, luterani e cattolici, ai quali si aggiungevano quattromila ebrei, numerosi immigrati dai paesi vicini e gruppi di dissidenti religiosi provenienti da tutta Europa: parecchi di costoro erano artigiani specializzati che contribuirono al rigoglio delle arti e dei mestieri, altri erano intellettuali richiamati dal clima di tolleranza [Ago & Vidotto 2006: 127-135]

Nel 1609 gli olandesi assoldarono l’esploratore inglese Henry Hudson, incaricandolo di trovare una rotta alternativa verso il Pacifico. Fallita l’impresa di scoprire un passaggio a nord del continente americano, Hudson esplorò il fiume che porta ancora oggi il suo nome; durante la spedizione incontrò diversi gruppi di nativi, per lo più pacifici e inclini allo scambio di merci. Alcuni mercanti olandesi lessero il resoconto dei suoi viaggi e dettero inizio al commercio di pellicce attraverso l’oceano. 

Poiché gli inglesi rivendicavano la foce dell’Hudson gli olandesi, pur non interessati a fondare una colonia, insediarono alcune famiglie allo scopo di dimostrare l’effettiva occupazione delle terre. Nel 1626 gli olandesi acquistarono dagli indiani l’isola di Manhattan e vi crearono l'insediamento di Fort Amsterdam che attrasse coloni di nazionalità diverse in cerca di nuove opportunità oltre a un esiguo numero di olandesi, all’epoca restii ad abbandonare il loro paese ritenuto il più prospero e desiderabile del mondo [Eisenstadt & Moss 2005: 1051-1052; Jacobs 2009: ix, 19, 21-22, 30]

La tensione per il predominio sui nuovi territori continuò a crescere. Nel 1655 gli olandesi conquistarono la Nuova Svezia costringendo alla resa Fort Christina, una colonia fondata nel 1637 alla foce del fiume Delaware da una spedizione svedese dove si erano poi insediati immigranti svedesi e finlandesi impegnati nel commercio di tabacco e di pellicce con i nativi. Agli abitanti della Nuova Svezia, esistita solo per due decenni, gli storici attribuiscono il merito di avere costruito per primi le caratteristiche abitazioni in legno, cosiddette log cabin, che divennero un simbolo della vita dei pionieri [Andrew 2011: 73; Dept of Interior 2004: 286]. 

Gli olandesi furono a loro volta sconfitti nel 1664, quando Nuova Amsterdam venne occupata dalle truppe inglesi del Duca di York e in onore di quest’ultimo assunse il nome di New York  [Ago & Vidotto 2006: 265].

Nuova Inghilterra

Con questo termine si fa generalmente riferimento a sei colonie (Connecticut, Maine, Massachusetts, New Hampshire, Rhode Island e Vermont) fondate nel corso del XVII secolo da gruppi di puritani inglesi che, perseguitati dalla corona britannica e dalla Chiesa anglicana, cercarono di creare nel nuovo mondo comunità ideali che potessero realizzare in terra i precetti del cristianesimo più puro.

Celebre è l’insediamento di New Plymouth, fondato dai ‘padri pellegrini’ sbarcati dal Mayflower a Capo Cod nel dicembre 1620.

I coloni della Nuova Inghilterra, in maggioranza di stirpe inglese (i cosiddetti yankee, accomunati dall’intraprendenza, dalla tenacia, dalla semplicità dei costumi e dalla religiosità) ebbero un influsso determinante sullo sviluppo culturale, morale e spirituale degli Stati Uniti, e spesso assunsero posizioni di comando nell’economia, nella società e nella politica [Ago & Vidotto: 264-7; Holloran 2003: xxxvii-xxxix].

A Boston, Massachusetts, Ralph Waldo Emerson pubblicò anonimamente nel 1836 il volume Nature, considerato il manifesto del trascendentalismo. 

Cenni alla vita politica

Benché molto diverse l’una dall’altra, le colonie fondate sulla costa nordamericana condivisero l’inesauribile sete di nuove terre che avrebbe reso il nuovo mondo teatro di continue guerre non solo tra gli europei e i nativi americani, ma anche tra inglesi, francesi, spagnoli, olandesi che si contendevano i possedimenti e le vie degli scambi commerciali. 

Intorno alla metà del Settecento gli inglesi controllavano la fascia di territorio costiero a est degli Appalachi, delimitata a nord dalla regione dei Grandi Laghi e a sud dalla Florida spagnola. Fino a buona parte del secolo i coloni britannici conservarono saldi legami con le comunità di origine nella madrepatria e una forte fedeltà alla corona, le cui risorse militari erano indispensabili per difenderli dalla Spagna, dalla Francia e dai nativi [Ago & Vidotto 2006: 263-5, 268; Tignor et al. 2010: 493].

L’impero britannico uscì inoltre rafforzato da uno dei conflitti più importanti: la Guerra dei Sette Anni (nota come guerra franco-indiana nelle cronache nordamericane) combattuta tra il 1756 e il 1763 sia nelle colonie che in Europa e in Asia. In America il conflitto si scatenò nel 1755 dopo che George Washington, alla guida delle truppe coloniali britanniche e di una tribù di indiani Seneca loro alleati, attaccò i francesi nella valle dell’Ohio. 

Con il Trattato di Parigi del 1763 la Gran Bretagna si impadronì di gran parte del territorio nordamericano: la Francia cedette tutto il Canada e i territori a est del Mississippi mentre la Spagna consegnò la Florida. La parte di Lousiana a ovest del Mississippi restò invece alla Spagna [Tignor et al. 2010: 521].

Dopo i lunghi anni di guerra la corona britannica disponeva di scarse risorse finanziarie, quindi cercò di ottenere maggiori contributi dalle colonie imponendo tasse sulle importazioni e inasprendo i controlli doganali, sia per riassestare la propria economia che per coprire i costi di difesa dei nuovi territori. Per cercare di limitare gli onerosi conflitti con gli indiani, Giorgio III nel 1763 emanò un proclama che vietava ai pionieri di insediarsi a ovest della catena degli Appalachi. 

Colpiti negli interessi economici, i coloni organizzarono proteste e boicottarono le merci provenienti dalla madrepatria: l’episodio più noto avvenne nel 1773, quando nel porto di Boston un gruppo di indipendentisti travestiti da irochesi assalì alcune navi della Compagnia Inglese delle Indie Orientali, alla quale la corona britannica aveva assegnato il monopolio del tè, e ne gettò a mare il carico.

La ribellione dei coloni scaturì anche dall’umiliazione di vedersi imporre tributi senza avere voce in Parlamento. Il celebre slogan no taxation without representation venne declamato nelle assemblee legislative delle colonie e ripetuto dai numerosi periodici politici che davano voce a intellettuali di orientamento liberal-radicale tra le cui fila si annoveravano, ad esempio, personaggi come Benjamin Franklin e Thomas Jefferson. 

I coloni indipendentisti cercarono di costruire un fronte comune e nel 1774 organizzarono un primo congresso delle colonie britanniche a Filadelfia. In un secondo congresso che si tenne l’anno successivo decisero di allestire un esercito coloniale sotto il comando di George Washington. La posizione dei coloni americani non era tuttavia unanime: i ceti più agiati si schierarono perlopiù a favore degli inglesi, invece i piccoli proprietari, i commercianti, gli artigiani e gli operai generalmente appoggiarono i rivoluzionari; esisteva inoltre una corrente moderata desiderosa di trovare una soluzione di compromesso. 

La fazione indipendentista si rafforzò nel 1775, quando il re inglese Giorgio III dichiarò ribelli tutti i coloni americani. Al termine di un lungo dibattito, il 4 luglio 1776 il Congresso approvò la Dichiarazione di Indipendenza. 

La posizione degli insorti, che fronteggiavano una delle maggiori potenze del mondo, era estremamente precaria: l’economia coloniale era in crisi per il blocco dei traffici con la Gran Bretagna e per la grave ondata inflazionistica dovuta alla necessità di emettere carta moneta per sostenere le spese del conflitto.

Gli americani beneficiarono però della solidarietà degli intellettuali europei, propensi allo sviluppo di un modello sociale più libero e giusto, e dell’aiuto concreto e decisivo prestato loro dalle potenze nemiche dell’Inghilterra: infatti la Francia, la Spagna e l’Olanda accordarono prestiti alle colonie e soprattutto assicurarono la possibilità di approvvigionamenti e scambi commerciali.

Il conflitto si risolse così a favore degli americani e il Trattato di Versailles del 1783 sancì l’indipendenza delle tredici colonie. Solo nel 1787 tuttavia i vari stati coloniali riuscirono a superare i contrasti reciproci e a convocare una Convenzione costituzionale sotto la presidenza di George Washington. Nonostante diverse voci contrarie, la Costituzione venne ratificata dal Congresso continentale nel 1788, e George Washington fu eletto come primo presidente nel 1789 [Ago & Vidotto 2006: 268-275].

Cenni alla vita economica e sociale 

I coloni che si insediarono nel Nuovo Mondo erano assai eterogenei, sia dal punto di vista sociale che da quello etnico e religioso. Ogni gruppo portò con sé elementi della propria cultura che si intrecciarono tra loro e contribuirono allo sviluppo della società americana.

Nel 1790 circa l’80% della popolazione statunitense bianca era di origine britannica, tuttavia nei decenni successivi cominciarono ad affluire immigrati di altre nazionalità e dopo il 1830 arrivarono contadini irlandesi, agricoltori tedeschi e coloni scandinavi in cerca di nuove terre [Keithly 2012: 233]

Numericamente, intorno alla metà del Settecento la popolazione delle colonie contava circa un milione e mezzo di persone (compresi trecentomila schiavi neri) ma nel volgere di circa venticinque anni si sarebbe avvicinata ai due milioni e mezzo di unità. 

Molto schematicamente, nel Nuovo Mondo si assistette all’evoluzione dei tre seguenti diversi modelli economico-sociali.

Le colonie della Nuova Inghilterra, situate a settentrione, si organizzarono in villaggi rurali secondo un sistema puritano: coltivavano cereali, principalmente per l’autoconsumo, in piccole e medie aziende familiari; sussisteva tuttavia un’ottima integrazione con i centri urbani della costa, dove fiorivano i commerci, la pesca e l’industria cantieristica che riforniva di legname la flotta inglese. 

Le colonie meridionali, tra le quali si annoveravano la Virginia, il Maryland, la Carolina del Nord e del Sud e la Georgia, incentrarono l’economia sull’esportazione dei prodotti delle piantagioni, inizialmente di tabacco e negli anni successivi di riso e cotone. Questo modello agricolo ben presto prosperò grazie al lavoro degli schiavi africani che nel 1780 giunsero a rappresentare nel sud più di un terzo della popolazione.

A fare da cuscinetto tra questi due diversi modelli vi erano le colonie del centro (New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware) caratterizzate da una notevole varietà di componenti etniche, da un relativo dominio dei latifondisti e da un commercio ben sviluppato; esse presentavano squilibri sociali più marcati rispetto al tessuto sociale maggiormente egualitario delle colonie del settentrione.

Nel Nuovo Mondo si diffusero il pluralismo, la tolleranza e la difesa delle autonomie locali: non fu possibile instaurare forme di governo di antico regime simili a quelle europee, vuoi per le condizioni geografiche che rendevano difficile la comunicazione con il potere centrale, vuoi per i valori politico-religiosi che distinguevano i coloni giunti in America per sfuggire alle persecuzioni. Questi ideali valevano tuttavia esclusivamente per i cristiani bianchi: gli schiavi neri erano equiparati a una merce e i nativi americani erano considerati un ostacolo alla colonizzazione. 

Mentre nel Sud il diritto di voto era in pratica appannaggio di una piccola percentuale di proprietari terrieri, nella Nuova Inghilterra poteva raggiungere anche il 70% dei maschi adulti, perché tutti i ‘veri cristiani’ godevano dei diritti politici [Ago & Vidotto 2006: 264-267; Haines 2000: 193]. 

Cenni ad alcuni aspetti culturali

Come già accennato, le genti che si imbarcarono per le Americhe portarono con sé anche la propria cultura. Per evidenziare a titolo esemplificativo la varietà delle credenze e dei pensieri metafisici di cui era impregnata la società dell’epoca, si riassumono qui di seguito le particolarità di quattro ondate di immigrazione britannica come tracciate nel 1989 dallo storico David Hackett Fischer [Fischer 1989]

Più in dettaglio, Fischer riconobbe una prima ondata di circa ventunmila puritani, approdati nel Massachusetts tra il 1630 e il 1641: equiparabile a un movimento religioso, era costituita da individui di stirpe inglese, i cosiddetti yankee, che successivamente si sarebbero moltiplicati fino a diventare sedici milioni nel 1988. Appartenenti soprattutto alle classi medio-alte e spesso provenienti da un contesto cittadino, quasi sempre esperti in qualche arte o mestiere, nel commercio della lana e nelle pratiche rurali, presentavano una percentuale di alfabetizzazione pari ai due terzi dei maschi adulti e possedevano pochi servi, in media meno di uno per famiglia.

I puritani desideravano costruire una società cristiana che avrebbe dovuto servire da modello per l’intera umanità e vedevano il mondo come un luogo in cui le forze del bene combattevano contro quelle del male. Alquanto selettivi, erano soliti esaminare le caratteristiche degli individui desiderosi di immigrare e a volte proibivano l’insediamento a chi non ritenevano meritevole. La loro società si reggeva sul nucleo famigliare, sull’etica del lavoro e sul fare buon uso del tempo che Dio metteva a disposizione dell’uomo [Fischer 1989: 16-18, 23-30, 72]

Erano convinti che la provvidenza divina fosse ubiquitaria e che nessun evento fosse casuale o arbitrario. Avevano timore della stregoneria e della magia popolare, tuttavia proprio insieme a loro arrivarono in America i primi libri sull’occultismo, sull’alchimia e sulle pratiche magiche. 

Una seconda ondata venne individuata da Fisher nei realisti inglesi che giunsero a Jamestown nel 1642 con un consistente numero di servi. La loro visione metafisica era più vicina all’ermetismo, spesso sceglievano il nome dei figli in base a valenze astrologiche o cabalistiche, studiavano l’astrologia e i portenti non in quanto segni della volontà di Dio come facevano i puritani bensì per ottenere indicazioni circa il loro destino. 

A tale proposito si narra che William Byrd, membro del Consiglio di Stato della Virginia, fosse convinto dell’importanza dei sogni e dei segni: per esempio ritenne che la morte di alcuni suoi schiavi fosse stata preannunciata dalla comparsa in cielo di una nuvola fiammeggiante a forma di freccia; aveva inoltre l’abitudine di consultare gli indovini e di ricorrere ai servigi delle streghe per propiziarsi la buona sorte.

Una terza ondata arrivò con gli immigranti che si installarono nella valle del Delaware dopo il 1657, tra le cui fila vi erano i quaccheri, che credevano nel potere di guarigione dello Spirito Santo e nella reincarnazione, e anche personaggi esperti in magia popolare, chiromanzia e divinazione. 

Ultimo in ordine di tempo e identificato da Fischer con la quarta ondata di immigrati britannici, vi fu un gruppo di inglesi e irlandesi con cultura metafisica rurale che tra il 1718 e il 1775 si insediò nell’entroterra, verso gli Appalachi: svolgevano le pratiche agricole in stretta osservanza del calendario lunare, ampiamente diffuso dagli almanacchi dell’epoca, e credevano di poter influire sul futuro con pratiche scaramantiche: ad esempio mettevano al collo dei bambini una collana di chicchi di granturco perché sviluppassero una buona dentatura; uccidevano la prima zecca che trovavano sul corpo di un figlio schiacciandola con un’ascia o sopra un banjo a seconda che volessero farne un boscaiolo o un buon cantante.

Alle comunità sopra descritte si mescolò una consistente immigrazione dalle regioni di lingua tedesca, a cui appartenevano gruppi con idee battiste e perfezioniste: essi dettero vita a comunità utopistiche come quelle di Johannes Kelpius e di Ephrata in Pennsylvania, le quali non restarono così isolate dalla società laica quanto il loro approccio mistico potrebbe far credere.

Proprio a Ephrata, per esempio, vennero curati circa cinquecento soldati feriti quando l’esercito di George Washington fu sconfitto a Brandywine nel 1777. Il preparato alchemico importato dalla Germania e noto come elixir dulcis rimase in commercio negli Stati Uniti fino alla metà del XIX secolo [Albanese 2007: 66-81].

L’influsso della cultura tedesca fu notevole: nel 1910 si stima che vi fossero in USA nove milioni di persone di lingua madre tedesca e nel censimento statunitense del 1990 il 23% degli americani dichiarò di avere origini tedesche. Dall’area germanica erano affluiti in America circa ventimila immigranti dopo le guerre napoleoniche, a cui fece seguito un’ondata più corposa dopo la metà del secolo XIX; essi si stabilirono soprattutto in un’area compresa tra l’Ohio e il Missouri a meridione, e delimitata nelle parti rimanenti dal Michigan, dal Nord Dakota e dal Nebraska. Tracce di cultura tedesca si notano anche nei primi testi di osteopatia: in Physiology e in Psycho-Physiology, due libri di J.M. Littlejohn pubblicati nel 1899, i titoli dei capitoli e delle sezioni sono in caratteri gotici [McKone 2001: 9-10].

Non bisogna infine dimenticare che anche i millenaristi, i battisti del settimo giorno e i mormoni contribuirono a formare le credenze e la cultura americana, nel cui crogiuolo confluirono infine elementi di altre due culture: quella africana e quella dei nativi americani

Intorno al 1800 si stima fossero rimasti solo circa seicentomila dei cinque-dieci milioni di indiani che avevano abitato l’attuale territorio statunitense al tempo del primo contatto con i bianchi: i più erano stati sterminati dalle epidemie di vaiolo, peste bubbonica, morbillo ed epatite. 

Gli europei interpretarono questi fatti come un segno evidente della volontà di Dio, che desiderava sgombrare le terre e renderle disponibili per i bianchi. Alcuni di questi ultimi tuttavia subirono il fascino delle cerimonie dei nativi, dei loro riti magici e di guarigione. Al tempo delle colonie non era raro trovare medici indiani itineranti che somministravano erbe, facevano incantesimi e praticavano rituali divinatori [Albanese 2007: 82-117]

Secondo Mechal Sobel, alcuni elementi della cosmologia religiosa africana sopravvissero al passaggio dell’Atlantico e persino alla schiavitù, primo fra tutti l’idea che in ogni cosa è contenuta una ‘piccola cosa’ equiparabile alla cosa in sé, cioè all’anima della cosa. La teoria per cui nell’uomo sarebbe contenuto un ‘piccolo uomo’ che esiste prima della nascita e continua a esistere dopo la morte potrebbe infatti essere stata traghettata nella visione cosmologica poi proposta dalla chiesa afro-cristiana americana [Sobel 1988: xix-xx]

Le pratiche magiche africane e afro-americane prosperarono nelle colonie meridionali: è vero che gli schiavi non avevano potuto portarsi dietro alcun oggetto rituale, però conservarono la memoria del loro mondo spirituale e lo ricrearono in uno sciamanesimo che si sarebbe intrecciato con i riti dei bianchi e dei nativi americani. 

Alla fine della guerra di indipendenza, venne a crearsi negli americani un’atmosfera ricca di attese e aspettative dalla quale emerse una visione di speranza per il presente e per il futuro in cui erano amalgamati elementi di illuminismo e di romanticismo [Albanese 2007: 96, 121].

 Una delle figure forse più rappresentative degli ideali illuministi che caratterizzarono dapprima le colonie britanniche nelle Americhe e successivamente gli Stati Uniti fu Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori: deista, convinto sostenitore della ragione e del metodo scientifico, riteneva che la religione fosse necessaria per ispirare, promuovere o confermare la moralità, ma non dava eccessiva importanza alle differenze dottrinarie. Insistette affinché ogni seduta della convenzione costituzionale si aprisse con la preghiera; i suoi più alti valori furono la moralità e la virtù [Schultz et al. 1999: 104]

Cenni alla vita religiosa – il primo grande risveglio

Tra il 1730 e il 1750 le colonie britanniche vennero percorse da un'ondata di entusiasmo evangelico, che prese il nome di First Great Awakening, o Primo Grande Risveglio. Predicatori con ottime capacità oratorie organizzarono riunioni non convenzionali, parlando ai fedeli della necessità di convertirsi per ricevere la grazia divina della salvezza. Migliaia di persone in cerca di rinnovamento parteciparono a questi revival religiosi, mentre i detrattori ne sottolinearono gli aspetti negativi, stigmatizzandone gli eccessivi entusiasmi, l’emotività e l’irrazionalità [Schultz et al.: 102-3].

Queste predicazioni costituirono un fenomeno capace di creare scalpore e di introdurre nuovi comportamenti sociali e modi diversi di professare la religione; tuttavia non ebbero una diffusione uniforme in tutte le colonie, per questo non tutti gli storici le ritengono politicamente determinanti per lo scoppio della guerra di indipendenza [Butler 1982: 324]

I revival religiosi, tenuti inizialmente nella Nuova Inghilterra già a partire dal 1720, venivano organizzati da predicatori particolarmente ispirati, desiderosi di diffondere una rinascita spirituale e di sottolineare l’importanza della grazia divina ai fini della salvezza [Lambert 1991: 223]

Le dispute e le discussioni sui temi religiosi godettero di ampia risonanza e diffusione grazie agli organi di stampa: i protagonisti dei dibattiti si scambiavano lettere sui quotidiani e pubblicavano libelli a sostegno del proprio punto di vista [Lambert 1994: 169-71].

Due figure particolarmente di spicco furono Jonathan Edwards e George Whitefield. 

Il primo, pastore della Chiesa Congregazionalista di Northampton nel Massachusetts, aveva cominciato a predicare nel 1734 e pronunciò nel 1741 il suo sermone più celebre, intitolato Peccatori nelle mani di un Dio adirato [Edwards 2012]. Usava un linguaggio teatrale, infarcito di precise descrizioni degli orrori dell’inferno, impressionando gli astanti, commuovendoli fino alle lacrime e spingendoli a convertirsi. Non era raro che dipingesse un Dio in collera che teneva il peccatore sospeso sull’abisso infernale, proprio come un essere umano potrebbe tenere un ragno o un altro insetto odioso sospeso sul fuoco del camino; dopo aver così spaventato i fedeli, ricordava che solo la mano di Dio poteva impedire istante per istante che il peccatore precipitasse nel fuoco. 

Il secondo, George Whitefield (1714-1770), fu un predicatore inglese che aveva fatto parte del Holy Club, il circolo dei devoti organizzato a Oxford da John Wesley [vedi pag. 31], fondatore del metodismo. Sotto la guida di quest’ultimo, Whitefield intraprese un percorso di devozione, mise da parte tutti i libri ad eccezione della Bibbia, che cominciò a leggere in ginocchio, pregando su ciascuna parola. Si convinse che la maggior parte dei fedeli fosse priva di una vera fede in Gesù Cristo e partecipasse soltanto con la testa ma non con il cuore. 

Ritenne pertanto necessario che i credenti rinascessero, dedicandosi a severi esercizi spirituali, guardandosi dalle tentazioni, evitando gli eventi mondani e pregando senza mai abbassare la guardia: solo in questo modo avrebbero potuto essere salvati. A questa nuova nascita, sotto forma di conversione, avrebbe fatto seguito una continua crescita nella grazia fino a raggiungere l’unione completa con Dio.

Nel 1739 Whitefield organizzò il primo dei suoi ‘tour’ di predicazione itinerante sul suolo americano; grazie alla diffusione della carta stampata il pubblico poteva acquistare le copie dei sermoni e seguire il dibattito tra revivalisti e antirevivalisti sulle colonne dei quotidiani [Lambert 1994: 15-17, 23, 35, 170-171].

Secondo le cronache dell’epoca, ad ascoltare due sermoni tenuti da Whitefield a Filadelfia nel 1740 intervennero rispettivamente ventimila e venticinquemila persone. In questa città il predicatore era particolarmente popolare anche per l’amicizia che lo legava a Benjamin Franklin. Quest’ultimo fin dal 1737 gli aveva concesso ampio spazio sulla sua Pennsylvania Gazette [Smith 2012: 62, 66]


Il presente volume nasce dal desiderio di offrire una concisa cronaca degli avvenimenti che condussero alla nascita dell'osteopatia, cioè della medicina basata sul trattamento manipolativo sviluppata da Andrew Taylor Still in America nell'ultimo quarto dell'Ottocento e successivamente propagatasi in tutto il mondo, ovunque registrando ampi consensi. 


 


Pur senza alcuna pretesa di esaurire il complesso argomento, questo volume ambisce a porsi come fondamento, integrazione e complemento dell'esiguo numero di libri in lingua italiana sulla medicina osteopatica, da più di trent'anni in costante ascesa anche nel nostro paese.


 


Il linguaggio scevro da tecnicismi rende agevole la lettura, tuttavia i rigorosi riferimenti bibliografici permettono al lettore interessato di risalire alle fonti

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