Lucia Tartaglia
Quella striscia di cielo sopra la testa

Titolo Quella striscia di cielo sopra la testa
Autore Lucia Tartaglia
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 02/04/2014
Visite 5852
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Spazioautori  N.  3467
ISBN 9788873884903
Pagine 250
Prezzo Libro 15,00 € PayPal

Eventi storici, di vita quotidiana e di antiche tradizioni si rincorrono e si intrecciano come le vite dei protagonisti, parti inconsapevoli di un’unica storia lunga un trentennio.Tra gli anni ’40 e ’70 dell’Ottocento, tra Genova e Savona, due famiglie s’incontrano sulla stessa strada che li porterà nell’unica direzione possibile per sfuggire, e allo stesso tempo non dimenticare, quella striscia di cielo che corre sopra le loro teste. Oltre i vicoli stipati di storia, spesso dolorosa, si trova solo il mare aperto.


 


 


 


A Lucia Tartaglia è bastato trovarsi in possesso di qualche foto e qualche documento per decidere di lanciarsi nella ricostruzione di una storia familiare, portata a termine con ricerche approfondite negli archivi più diversi. Non contenta, ha pensato di integrare con grande creatività - e un briciolo di follia - tutte le parti della storia che lo studio dei documenti non le aveva svelato, dimostrando con questo romanzo, nel quale si segnalano indovinati scorci di ambiente quotidiano e intelligenti momenti di introspezione psicologica, di essere una assai promettente novizia del mondo della narrativa.


 


Pier Guido Quartero

 

I


 

QUELLA STRISCIA DI CIELO SOPRA LA TESTA

 

(Genova)



 

Storia di Gaetano e dei suoi numerosi figli, 

 

di come partecipò allo scioglimento di un voto 

 

e ne fece un altro d’amore lasciando la Cesira a bocca asciutta.


Quel giorno a Genova c’era un gran trambusto. L’indomani tutti si sarebbero precipitati a comprare il giornale e gli strilloni avrebbero annunciato: “La prima linea omnibus attraversa Genova!”
Gaetano aveva ventinove anni e si sentiva addosso la forza di un leone. Come migliaia di genovesi, prima delle sei si trovava già in piazza Pila ad ammirare le eleganti vetture rosso lacca e a sgomitare per essere tra i fortunati che vi sarebbero saliti per primi. Faceva già caldo, nonostante l’ora: quel 4 luglio 1841 si preannunciava rovente. Porta Pila, vista alla luce dell’alba nella quale danzava il polverone alzato dai piedi frettolosi, gli sembrava più bella e imponente che mai.
Respirava a pieni polmoni rendendosi conto di vivere un momento importante per la città. Alle sue spalle via Minerva era ancora in ombra ma già gremita di gente, di uomini come lui e di donne di tutte le età, ma soprattutto di ragazzi che correvano festanti giù dalla collina di Albaro con i vestiti della domenica impolverati perché era un giorno speciale e nessuno voleva perdersi l’evento. 
– Hai visto? – urlò un ragazzino accanto a lui facendolo trasalire – hai visto come brillano quei… cosi?
Affari, trabiccoli… ognuno li chiamava un po’ come voleva e poi c’era chi li chiamava vetture dell’omnibus o più semplicemente omnibus che, gli avevano assicurato, era latino. 
– Guarda, guarda! C’è anche il re! 
Il ragazzino non la smetteva di saltare e urlare come un forsennato rivolto a un coetaneo che si era arrampicato su un muretto poco lontano ma che, nella calca, probabilmente non sentiva più le sue parole.
– Macché re e re! – lo apostrofò Gaetano seccato – A Genova il re non c’è, anche se fa parte del Regno di Sardegna. Mai sentito parlare di Re Carlo Alberto?
No, probabilmente il bambino queste cose non poteva saperle e, vedendo un semplice funzionario statale agghindato in pompa magna, aveva creduto di vedere un monarca. Gaetano, nonostante non possedesse che un’istruzione scolastica elementare, leggeva i giornali, s’informava e lo infastidiva l’ignoranza dei suoi concittadini. 
– Vedi? – gli disse ritrovando la pazienza e chinandosi verso di lui mentre il bambino lo guardava con deferenza e gli occhi sbarrati – Vedi, tu non puoi saperlo ma quando io ero piccolo c’era ancora la Repubblica ed era tutta un’altra cosa. 
Un signore che gli stava praticamente addosso nella calca annuì con un sorriso complice. Gaetano posò una mano sulla spalla del ragazzo. 
– Fosse stato allora, in quest’occasione sarebbe sceso in piazza il doge, ma oggi le cose sono cambiate, lo sappiamo noi… noi adulti, intendo.
Il bambino non aveva idea di quanti anni avesse l’uomo che gli stava davanti e non poteva quindi sapere che, all’epoca della fine della Repubblica, del suo ultimo colpo di coda, s’intende, Gaetano aveva appena due anni. Così come lui non poteva sapere che quel bimbo che lo guardava a bocca aperta in realtà non ascoltava una sola parola di ciò che gli diceva, desideroso solo di raggiungere il suo amico sul muretto. Infatti, appena possibile, il piccolo fuggì via, tra la folla.
Anche Gaetano si allontanò da quella confusione sentendosi la camicia sudata incollata al petto sotto la giacca. Si fermò in un punto in cui la folla si diradava un poco e sostò ad ascoltare le voci che lo circondavano nel sole. Due donne con le sporte della spesa, due di quelle massaie che abitualmente vedeva affrettarsi cariche tra i vicoli man mano che si avvicinava l’ora del pranzo, commentavano a voce alta la vicenda con frasi di disappunto, diffidenti delle novità com’è caratteristica propria dei genovesi. Non era infatti trascorso che un anno dall’allargamento di Via Giulia e ora, con tutto quel trambusto, commentava la più corpulenta, di certo sarebbe risultata ancora troppo stretta… per non parlare di tutto quello che era costato alla città, l’interruppe l’amica.
Ma una gran festa quel giorno lo fu comunque, e anche se Gaetano non fu tra i pochi che riuscirono a compiere il primo ardimentoso viaggio, fu con soddisfazione e orgoglio che, pochi giorni dopo, lesse su L’Espero, giornale di letteratura, scienze, belle arti e varietà: – (…) «fu proprio una vera festa, un tripudio universale. Le eleganti vetture capaci di quattordici persone impresero alle sei mattutine il corso regolare di mezz’ora in mezz’ora dalla Piazza Pila al sobborgo di Sampierdarena. La novità, l’agio, la moda invogliarono ognuno a sperimentare, e tratti men dal bisogno che dalla brama d’essere i primi, o poter dire – io vi fui –, si strinsero intorno agli omnibus, li stiparono in ogni corsa. Avreste veduto sul volto di tutti, ad ogni capo di via, ad ogni piazza, affollati i curiosi di ogni ceto in attesa delle nuove vetture che si annunciavano da lungi coll’imponente rumoreggiare o collo squillo delle trombette, e presentavansi poscia maestose, seguite da una turba plaudente di ragazzi».
Leggeva queste parole in una domenica di maccaja che sembrava voler smentire l’estate ormai inoltrata, e lo faceva ad alta voce spinto da una certa enfasi, desideroso di trasmettere il proprio sentimento d’orgoglio a Geronima. Questa, in verità, impegnata com’era nell’altra stanza a fare il bagno settimanale ad Antonietta, non l’ascoltava affatto. Resosene conto, ma rifiutandosi di lasciar smontare il proprio entusiasmo dall’indifferenza della moglie, prese a raccontare il fatto a Carlo che, a soli tre anni, sembrava stare sempre molto attento ad ogni parola che usciva dalla bocca del padre. Questo lo inorgogliva molto. 
– Bene giovanotto – gli diceva Gaetano ogni volta che il piccolo lo ascoltava con quell’aria un po’ imbambolata – ascolta sempre quello che ti dice tuo padre e ti troverai bene, nella vita – e il bimbo sorrideva sgambettando nei pantaloncini corti. 
Quella volta, poi, entusiasta com’era lui stesso dell’esperienza vissuta, iniziò a descrivergli quelle vetture con un tale trasporto che Carlo si divertiva un mondo. 
– Era proprio come dice il giornale, sai? Quei cosi facevano un gran fracasso e quando li vidi partire da Porta Pila ah! ti assicuro che il cuore mi batteva come un tamburo – posò sulla poltrona il piccolo che gli stava sulle ginocchia e si alzò per imitare un cavallo al trotto. 
Clocclò clocclò, i cavalli erano tutti lucidi e strigliati che sembrava una parata. 
Gaetano, in preda all’entusiasmo fomentato dalle risa del bambino, era gioioso come un ragazzo. 
– Le persone correvano dietro alle vetture volendo salirci sopra a tutti i costi ma vi era già tanta gente che non ci sarebbe entrata neppure la lama di uno dei miei coltellacci.
Faceva il macellaio di professione e spesso usava i suoi arnesi del mestiere per i più strampalati paragoni. 
 – Tutti, soprattutto i ragazzi, stavano appesi come sacchi al vento con le mani svolazzanti a salutare chissà chi – e accennava un caloroso saluto – e poi giù – e si abbassava come stesse correndo lui stesso lungo un ripido pendio – in via Giulia e ancora oltre ad attraversare tutta la città – prese fiato – E il vetturino? Ah, lui se ne stava lì impettito, serio, a strombazzare con la sua cornetta PEPEEE! PEPEEE! – e la sua aria era davvero così compita, nell’imitazione, che tutti scoppiarono in una fragorosa risata.
Geronima, richiamata dalle grida del marito, era accorsa dalla stanza da bagno e ora se ne stava lì, sulla porta, con le maniche rivoltate e le mani ancora bagnate sui fianchi, scossa dalla sua risata franca. Antonietta, avvolta nell’asciugamano, i capelli arruffati, le si nascondeva tra le gonne ridendo. Gaetano si stropicciò i capelli imbarazzato. Guardò Geronima con un infinito moto di tenerezza; da poche settimane aveva appreso che avrebbero avuto presto un altro bambino.
Ogni domenica mattina, in casa Viale, era tempo di bagno. Prima toccava ai bambini ma uno dopo l’altro, perché il tentativo di lavarli assieme si era rivelato un gran disastro con allagamento della stanza e conseguente spreco d’acqua. Poi, strigliati ed asciugati, i pargoli finivano dritti nel lettone di mamma e papà, soprattutto nelle giornate invernali quando la casa era fredda e umida. Infarinati come cosce di pollo – come diceva Gaetano, non a caso macellaio ma pure beccaio – di un’impalpabile e profumata polvere bianca. Poi, nella stessa acqua, spesso non proprio pulita perché i bimbi dell’epoca giocavano per le strade polverose, entrava Gaetano e allora Geronima si avvicinava per strofinargli la schiena e la testa.
Dopo di ché tutta la famiglia, vestita con gli abiti della domenica, usciva per raggiungere la vicina chiesa delle Vigne. La messa ai bambini sembrava interminabile, oltre che incomprensibile, e mentre Geronima si consumava le ginocchia e masticava Pater Noster, Gaetano ne approfittava per scambiare due chiacchiere nell’angusta piazzetta che si affollava di cappelli e pagliette alla moda.
Mentre poi la pendola rintoccava il mezzodì e Geronima terminava di preparare ravioli, trenette o corsetti, si sentiva per le scale il passo pesante di nonno Francesco e subito dopo il suono metallico del campanello a rotella sulla porta di casa. Se si fosse teso bene l’orecchio, ma proprio bene, allora si sarebbe potuto udire, a volte, quando il tempo non era troppo caldo o troppo ventoso, troppo umido o troppo freddo, tra un tonfo e l’altro dei pesanti passi del vecchio, un tocco più leggero, quasi un fruscio d’ala di farfalla. Era quando con il nonno Francesco arrivava anche nonna Pellegra. In quelle rare occasioni l’uomo entrava in casa con divertita aria furtiva reggendo al dito mignolo teso della mano destra un sottile spaghetto dal quale pendeva un piccolo involto di carta scura: erano i dolci per i più piccoli che allora gli correvano incontro festanti – Nonno bon bon! Nonno bon bon! – che nelle parole biascicate di Carlo diventava – Nonno bombo! Nonno bombo!
Durante la settimana, ogni mattina, Gaetano lasciava la casa di Vico Papa scendendo nella penombra la stretta e umida scala e voltando l’angolo scrostato dove ancora indugiava un antico verde pallido. Allora lanciava uno sguardo furtivo alla bell’edicola settecentesca in marmo di una dolce Madonna con il suo bambino tra le braccia, e le affidava la famiglia con quello stesso pizzico di pudore che lo spingeva ogni domenica a rimanere fuori dalla chiesa durante la funzione. Un attimo e poi via, a passo lesto, ché il sole era quasi alto e non c’era tempo da perdere. Percorreva dunque lo stretto vico dietro al Coro della chiesa delle Vigne fino a costeggiare l’alto retro della chiesa e raggiungere così Piazza Sozziglia. E via Sozziglia, via ai Macelli di Sozziglia. Durante il suo tragitto era un continuo salutare, volgere lo sguardo a destra e a manca al panettiere, al bisagnino che era sceso dalla vallata con il suo carico di verdura fresca, al vicino materassaio che si preparava ad arrampicarsi fino in cima a via Caffaro dove lavorava all’aperto, col buono e il cattivo tempo, sul piazzale che a volte era un pantano.
***

Eventi storici, di vita quotidiana e di antiche tradizioni si rincorrono e si intrecciano come le vite dei protagonisti, parti inconsapevoli di un’unica storia lunga un trentennio.Tra gli anni ’40 e ’70 dell’Ottocento, tra Genova e Savona, due famiglie s’incontrano sulla stessa strada che li porterà nell’unica direzione possibile per sfuggire, e allo stesso tempo non dimenticare, quella striscia di cielo che corre sopra le loro teste. Oltre i vicoli stipati di storia, spesso dolorosa, si trova solo il mare aperto.


 


 


 


A Lucia Tartaglia è bastato trovarsi in possesso di qualche foto e qualche documento per decidere di lanciarsi nella ricostruzione di una storia familiare, portata a termine con ricerche approfondite negli archivi più diversi. Non contenta, ha pensato di integrare con grande creatività - e un briciolo di follia - tutte le parti della storia che lo studio dei documenti non le aveva svelato, dimostrando con questo romanzo, nel quale si segnalano indovinati scorci di ambiente quotidiano e intelligenti momenti di introspezione psicologica, di essere una assai promettente novizia del mondo della narrativa.


 


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