Massimo Sorci
Facciamo che andiamo

Titolo Facciamo che andiamo
Autore Massimo Sorci
Genere Narrativa      
Pubblicata il 26/05/2014
Visite 9616
Editore Liberodiscrivere® edizioni
Collana Fuori Collana  N.  3473
ISBN 9788873885092
Pagine 130
Prezzo Libro 10,00 € PayPal

Le speleoedicole marittime e le macchinette sputapalline per bambini viziati, i montanari posoni e il gestore fighetto dell’agriturismo toscano. E poi il papà-sherpa, il centauro da passo appenninico, il camperista wild e tanti altri personaggi che tutti abbiamo incrociato almeno una volta al mare, in montagna o anche in città, quando moglie e figli sono dai suoceri.

Trentacinque acquerelli allucinati e divertiti sulle ferie estive dell’Occidente profondo, dal big bang del fermo scolastico di giugno al rientro in ufficio a bordo del diciassette barrato. 

Una cronaca, a volte autobiografica, pensata come un cd di canzonette da ascoltare anche saltando di traccia in traccia. Tanto la musica non cambia.

Io li vorrei vedere, i fratelli Righeira

Il segnale che le vacanze stanno per irrompere nel mondo come un destino meccanicamente inscritto tra le pieghe inalterabili della Storia lo capisci da alcuni segnali oggettivi. Sì, le temperature si alzano in modo sempre più percettibile. Certo, la sera avverti un certo languore di gelato e d’anguria. È innegabile, i servizi dei tg iniziano a dispensare consigli utili tipo “quest’anno tutti in Molise sui tratturi della transumanza” o “bangee jumping sulle Dolomiti, cresce la febbre!”. Però il mio spartiacque privato, il mio snodo definitivo, la mia personale ora ics è rappresentata da un appuntamento che chi ha figli alle scuole elementari conosce perfettamente: la “pizzata” con le famiglie della classe seconda B (e poi terza, quindi quarta, eccetera eccetera).


La capoclasse – che è un’organizzatrice motivatissima, a tratti perfino imbarazzante – prenota per settantaquattro coperti in uno di quei posti molto ampi e molto rumorosi. A Genova – città dove abito – queste reunion da società calcistica sono spesso accolte, oltre che allo stadio, nelle pizzerie e nelle tavole calde dei bagni marini che a metà giugno hanno da poco iniziato la stagione e trasudano voglia di vacanza da ogni sedia.

La mamma caporiona manda decine di sms alle altre mamme della classe: mercoledì 15 giugno alle 20 da Pizza Pazza... mi raccomando TUTTI PRESENTI ;-).

Che glielo hai chiesto una volta, a tua moglie: scusa, ma cosa vuol dire esattamente l’occhiolino telefonico della madre di Nicolò, che poi si balla la lambada sui tavoli con la preside?


Nulla di tutto ciò, per fortuna. Arriviamo pressochè simultaneamente in gruppi da cinque o da quattro o da tre. Sorridiamo con disponbilità e lo sappiamo – ognuno di noi lo sa perfettamente – che sarà una serata dalla propensione allo smerigliamento dei maroni tendente asintoticamente all’infinito.

Appena entrati nel salone dei ricevimenti di Pizza Pazza – una piazza d’armi di tre chilometri quadrati dove anche il tinnìo di una forchetta produce un rimbombo da cava dismessa –, si formano istantaneamente due agglomerati umani di affini (maschi da una parte e femmine dall’altra) che, a loro volta, si sdoppiano in altri due sottogruppi (bambini e bambine). Un po’ come nella Tetriarchia dell’Impero Romano in disfacimento.


Le truppe cammellate si acquartierano seguendo confini ben delineati lungo lo sviluppo dei tavoli disposti a ferro di cavallo, che manco al matrimonio di mio zio Renato. Due posti vuoti – l’uno di fronte all’altro – rappresentano una sorta di setto poroso immaginario che delimita la brigata dei commensali maschili dal campo avverso, quello delle mamme, le diocleziane. I bambini riproducono in piccolo questa bipartizione, disponendosi ai lati a mo’ di vocianti cavallerie.

Gli uomini dai trentacinque anni in su (i massimiani, che governano le province d’Occidente, le meno evolute) stanno tutti in prossimità della tv accesa, riproducendo un presepe catodico vagamente blasfemo: con un occhio guardano posate, pizza e birra media, mentre con l’altro seguono la finale di Champions League. A fine serata si sentono un po’ come Jimmy il Fenomeno, il principe degli strabici della commedia sporcacciona, e pretendono che la cameriera si vesta da Edwige Fenech ne La poliziotta della squadra del buon costume. Le mogli intanto fanno finta di parlare di compiti per le vacanze con le loro pari grado, ma li gelano con uno sguardo che va infinitamente al di là della mera riprovazione: a casa sarà pianto e stridore di denti.


Comunque non fanno solo questo, gli uomini alla “pizzata” delle elementari. Tra il primo e il secondo tempo della finale, si sentono in dovere di attaccare discorso parlando di equinozi, caccia alla volpe e robe così.

– Di cosa ti occupi?

– Bancario.

– E tu?

– Ho un’agenzia immobiliare.

E sorride compiaciuto, l’agente. Già pregusta il momento in cui – lo farai, ne è sicuro – gli chiederai in quale zona della città sia più conveniente acquistare un appartamentino per investire.

Tutti ci misuriamo la lunghezza del pisello con ansie da prestazione da psicanalizzare seduta stante. Una volta finito di parlare di lavoro, i più informali introducono il tema hobby & speare time.

C’è Indiana Jones che va in montagna e, mentre mastica una fetta di salame, racconta di quella volta sui duemila del Monte Saccarello, in solitaria e senza ossigeno. Roba forte. Un altro pare scusarsi: “Ora mi vedete così ... un po’ rilassato – dice distrattamente – ma ho giocato nelle giovanili della Samp, poi un ginocchio ha fatto crac... lasciamo perdere”. E hai come la sensazione che il mento gli tremoli un po’. Un pagliaccio triste.

I papà più giovani, ancora poco avvezzi alla schiavitù delle convenzioni aneddotiche, li vedi che faticano a tenersi: scolano la prima rossa doppio malto in un battito di ciglia e vorrebbero ordinarne un’altra prima degli antipasti, ma un’occhiata della moglie li inchioda alle proprie responsabilità.


Intanto i bambini, dopo aver sbocconcellato un ottavo di pizza margherita e bevuto un ettolitro netto di Coca-Cola, stanno scalmanandosi nella piazza d’armi e giocano e urlano e intervengono in tackle scivolato sulle caviglie delle cameriere. Che sorridono pazienti, ma quando una di esse viene portata al Pronto Soccorso con il malleolo fracassato allora la truccatissima cassiera – la titolare dei bagni marini – alza l’unghia colorata che ha al posto dell’indice ed esprime una legittima rimostranza nei confronti della mamma prenotatrice.

Tutte le altre – che fin lì erano rimaste genitorialmente inoperose – si girano sulla sedia facendo culoperno e urlano il nome dei propri piccoli.

– Pietrooo, bastaaa!

– Ginevraaa, sedutaaa!

I bambini tornano a tavola e si incollano ai videogiochi del cellulare.

Loro, le mamme, riprendono invece a cinguettare dell’estate che verrà. 

– Dove li piazzate i bambini?

– Campi estivi a paletta, cara.

– Ma chi li accompagna, tuo marito?

– Uh, ah, ma non potrebbero durare un altro mese le scuoleee?

– Non ce la posso fareee!

E ridono scuotendo le teste e si toccano vicendevolmente gli avambracci.

– E dove andate quest’anno?

– Abbiamo prenotato una settimana a Canazei: bici e beauty come se piovesse.

– Noi invece andiamo al solito posto in Sardegna, ormai siamo tre coppie affiatate e il marito della Bibi cucina da Dio… lui si diverte e noi ingrassiamooo... Ahahahahah!


Poi si torna a volo d’uccello sugli argomenti scolastici e mentre tutte – ma proprio tutte – si lamentano che no, ma come si fa a caricare i bambini con tutti quei compiti, l’estate è fatta per riposare dopotutto, anche per noi genitori, ecco dicevo, nell’attimo esatto in cui la più vipera delle mamme sottolinea che si vede proprio che la maestra Bianchi di figli non ne ha, all’improvviso – nel salone di Pizza Pazza – irrompe il corpo docente al gran completo. Pure i bidelli ci sono. Sono lì per la cena di fine anno. La mamma caporiona fa finta di avere la situazione sotto controllo, zittisce tutti e… ma che combinazioneee! Uno dei papà più giovani, già alla terza birra, scatta in piedi visibilmente alticcio e fa partire l’applauso: vivalamaeeestreeaa Biaaenchiiie! La moglie non sa dove guardare, ma alla fine alza il calice e si unisce al brindisi.

Maestri e preside e personale ausiliario fanno aggiungere una fila di tavoli sul lato aperto del ferro di cavallo e chiudono il fortino.

Mio zio Renato avrebbe approvato soddisfatto.


Quando torni a casa – perché alla fine riesci a venirne fuori – hai la testa che ronza ferocemente per il rumore patito in quelle due ore di esposizione sonora là nella cava dismessa, lo stomaco pesante per una pizza onestamente un po’ ricca e – last but not least – due coglioni così gonfi che hai fatto fatica a guidare.


Però, fortunatamente e a differenza della nota canzone, l’estate sta cominciando, ormai lo sai per certo. E i fratelli Righeira – quelli che sto diventando grande / lo sai che non mi va – facciano un figlio e poi ne riparliamo.

 

Le speleoedicole marittime e le macchinette sputapalline per bambini viziati, i montanari posoni e il gestore fighetto dell’agriturismo toscano. E poi il papà-sherpa, il centauro da passo appenninico, il camperista wild e tanti altri personaggi che tutti abbiamo incrociato almeno una volta al mare, in montagna o anche in città, quando moglie e figli sono dai suoceri.

Trentacinque acquerelli allucinati e divertiti sulle ferie estive dell’Occidente profondo, dal big bang del fermo scolastico di giugno al rientro in ufficio a bordo del diciassette barrato. 

Una cronaca, a volte autobiografica, pensata come un cd di canzonette da ascoltare anche saltando di traccia in traccia. Tanto la musica non cambia.

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