Marina Garaventa
Le rose dell´Ecuador

Titolo Le rose dell´Ecuador
Autore Marina Garaventa
Genere Narrativa      
Pubblicata il 05/08/2014
Visite 58699
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Il libro si libera  N.  153
ISBN 9788873885184
Pagine 170
Prezzo Libro 14,50 € PayPal

Versione Ebook

ISBN EBook 9788899137489
Prezzo eBook 4,99 €
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Geneviève, affermata cantante lirica, e Rosa, indomita emigrante ecuadoriana, per un caso del destino, intrecciano le loro vite alla ricerca della felicità perduta. Tra Torre del Lago Puccini e il pueblito di La Union, in Ecuador, due mondi e due culture differenti e lontane, si incontrano e cercano di comprendersi. Un segretario premuroso, un agente teatrale senza scrupoli, la musica di Giuseppe Verdi completano il quadro di un cammino tortuoso, tra dolori, rimpianti, storie d'amore, scambi di ruoli e colpi di scena.

Prefazione di Carla Peirlero

La storia di un'amicizia, la storia di due donne, apparentemente distanti, che cercano ostina-tamente la felicità. Una deve riconquistarla, l'altra deve imparare a conoscerla. Le differenze esistenti non saranno un ostacolo, e contribuiranno ad arricchire entrambe.

Marco Rinaldi

Marina Garaventa racconta le storie di Rosa, ecuadoriana, e Geneviève, italiana; donne tra loro profodamente diverse che hanno saputo guardare oltre le barriere delle differenze culturali, linguistiche e socio-economiche, incontrandosi e riconoscendosi come esseri umani, nell’affrontare la morte, l’amore, la malattia, l’amicizia, che non hanno confini nazionali o geopolitici.

Esther Cuesta Santana

Console Generale dell’Ecuador a Genova

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due donne in viaggio verso il futuro

di Carla Peirolero

Leggendo il libro di Marina mi sono più volte commossa, ritrovando in alcune pagine tante esperienze e fatiche che ho ascoltato in questi anni di Festival Suq nei racconti delle donne immigrate. Rosa è il simbolo della forza e della determinazione di molte di loro, della dolcezza anche, della capacità di mettersi a servizio dell'altro dando valore alla cura, agli aspetti a volte trascurati del vivere quotidiano, mettendo a disposizione il fascino e l'allegria di certi saperi e tradizioni popolari. Che sia per i canti o la cucina, per la lingua o il modo di vestire, il viaggio che gli altri ci portano, arricchisce le nostre esperienze, ci consegna un patrimonio che dovrebbe renderci curiosi, se superiamo il pregiudizio e la paura. Nell'incontro tra Geneviève e Rosa, attraverso il modo accattivante di Marina Garaventa di procedere incatenandoci con una scrittura ironica e ricca di colpi di scena, si sviluppa quel dialogo che può far crescere i tanti piccoli Kevin che vivono un'identità multipla: radici dall'altra parte del mare o dell'Oceano, e fiori che sbocciano sulla nostra sponda. Non ci sono solo loro due nel libro, ma sono al centro, e non è un caso. Intorno tante figure importanti, come in un'opera teatrale dove ciascuno ha il suo ruolo, la sua “aria”, che ci permette di venire a contatto con altri mondi o con un passato che anche per noi ha significato guerra, miseria, bisogno. Eppure quante volte ce ne scordiamo, e diventiamo giudici implacabili nel respingere o condannare chi entra nella nostra fortezza occidentale sperando di trovarvi un futuro migliore. Il merito del libro è di raccontarci il viaggio di Rosa e di Kevin, il loro diventare parte di una nuova famiglia “meticcia”, senza retorica, dando valore ai passaggi emotivi che abitualmente vengono trascurati in favore di slogan troppo sbrigativi. E alla faccia di chi vuole raccontarci che non esiste più la bontà o il sentimento, ci fa pensare a quanto abbiamo bisogno di vivere il senso di solidarietà e di comunità: “restiamo umani” invocava il nostro amico Don Gallo, e mai come ora se ne sente l'urgenza. Le Rose dell'Ecuador ci fa sperare che sia possibile, e se il lieto fine del libro non cancella i problemi o le difficoltà che molte donne incontrano nel cercare un futuro migliore, sono certa che rappresenta tante realtà positive, siano visibili o nascoste ai nostri occhi. Il resto tocca a noi, nessuno si senta escluso, e la citazione finale di Marina è quasi un invito “D'altre gioie qui fate brillar, fra le tazze più viva è la festa”.

 

UNO

Treno n° 334 Genova – Milano (ottobre 2006)

Il treno procedeva lento, addentrandosi sempre più in quel grigiore uniforme, che impediva ai suoi occhi di scorgere quel paesaggio che, comunque, le sarebbe stato estraneo. Genova era già lontana dai suoi ricordi: i piccoli sprazzi di luce e di mare che l’avevano accolta quando era scesa dall’aereo, si erano subito offuscati nell’ombra del convento che l’aveva accolta: una suora, tanto grassa quanto baffuta, guardandola attraverso piccoli occhiali, le aveva rivolto poche e brusche parole, nella sua lingua.

«Rimarrai qui pochi giorni: sei fortunata perché hai già la chiamata»

Certo, il giorno della chiamata non se lo sarebbe mai scordato.

Pioveva, quel giorno, così forte come può piovere solo durante l’inverno equatoriale: grosse gocce calde e fitte battevano sul tetto della sua casa di legno, impantanando la strada di terra battuta del piccolo gruppo di case: lì abitavano i suoi genitori, i suoi dieci fratelli con le loro famiglie, lei con suo marito e il bambino. Verso le quattro del pomeriggio, una vecchia automobile americana, che doveva aver conosciuto tempi migliori, si era fermata davanti alla sua porta, e la Señora Marilina ne era scesa in pompa magna. Compressa dentro un abito bianco a fiori rossi, con i capelli biondo platino, perfettamente in linea col suo nome, con gli occhi furbi che brillavano sulla pelle olivastra, la donna era entrata e si era accomodata pesantemente su una sedia.

«Che pioggia - disse - e che posto infame! Siete proprio dei selvaggi.»

Rosa l’aveva fissata immobile, stringendo tra le mani il piccolo grumo di formaggio che era riuscita a tirar fuori dal poco latte, che le vacche avevano dato quel giorno.

«Mi dica, señora, che succede?» aveva sussurrato appena, quasi timorosa della risposta.

Marilina l’aveva fissata, rispondendo bruscamente:

«Succede che sei fortunata, mia cara. Ti ho trovato un lavoro, come volevi tu. Partirai giovedì prossimo, sei contenta?»

Rosa aveva sentito fermarsi il suo cuore e aveva creduto di morire.

«Giovedì, cosi presto? Io… io non pensavo… devo dirlo a mio marito… »

Gli occhi della Señora si erano infuocati e la sua voce si era fatta acuta:

«Non facciamo scherzi, Rosa Vega Rubio! Tu mi hai detto che volevi andare in Italia a lavorare, io ti ho trovato l’impiego, ho garantito per te, ti ho anticipato anche i soldi del viaggio e tu, ora fai la scema?»

Era tutto vero ma, ora che il momento era arrivato, Rosa aveva paura.

«Non è vero che tuo marito non ha lavoro? Che tuo figlio ha bisogno di cure? Come puoi pensare di fare un po’ di soldi in questa giungla di merda? Vuoi vivere forse di questo formaggio rancido?»

Il quadro era perfetto e non mancava nulla. Rosa aveva sentito il piccolo Kevin frignare nella stanza vicina: miagolava come un gattino. La testa le era girata per un attimo:

«Va bene, parto.» aveva risposto d’un soffio.

La donna aveva sorriso, e, stiracchiandosi l’abito che si era aggrinzito sui grossi fianchi, si era avviata verso la porta.

«Ti aspetto mercoledì a casa mia, in città»

Rosa aveva ringraziato.

«Non è il caso che mi ringrazi: sono una donna di cuore. Basterà che tu mi rimborsi il costo del biglietto… con un piccolo interesse, ovviamente».

 

Ospedale San Severo, Milano

L’infermiera Emma, alzò gli occhi dal carrello dei medicinali, che si apprestava a distribuire, come ogni mattina, e li vide. In fondo al corridoio che delimitava la zona delle cure intensive, c’era, come accadeva da una settimana, la solita piccola folla che, incurante del divieto che vigeva in quel reparto, premeva e brigava per avere notizie di Geneviève Dondi.

Lei e tutti gli altri infermieri del reparto, e persino i medici, avevano, più volte, tentato di far capire loro che, in quel reparto, non erano ammesse visite, all’infuori di quelle dei parenti e solo per pochi minuti, e tantomeno, era consentito dare notizie sulla salute dei malati. Ma quelli sembravano non sentire ragione: se ne stavano lì, sospirosi e, talvolta, lacrimosi, consolandosi a vicenda con aneddoti e ricordi, riferiti alla loro diva Geneviève che, confidenzialmente chiamavano Eveline.

D’altra parte, Emma poteva capirli: Geneviève Dondi, all’anagrafe Geneviève Terranova, era un grande soprano che, all’apice del successo, era osannata in tutti i teatri del mondo, come e forse più di Maria Callas. Dai discorsi che aveva carpito alla piccola folla di adoratori, la Dondi possedeva una voce cristallina, capace di acuti perfetti e gorgheggi melodiosi da mandare in visibilio i patiti del melodramma. Emma l’aveva sentita una volta sola, alla Tv, dove le avevano dedicato un intero programma, e dove aveva persino cantato in coppia con il fidanzato, il baritono spagnolo Jorge Mendoza. Erano una bella coppia e sembravano così affiatati mentre cantavano insieme. Emma ricordava persino quel che dicevano… “Là ci darem la mano, là mi dirai di si”.

Il bip convulso di un allarme la distolse dai suoi pensieri romantici: era l’allarme del respiratore della Dondi che suonava. La paziente doveva essere aspirata. Aprì la porta e, come sempre le accadeva, ebbe l’impressione di oltrepassare uno schermo dove si stesse proiettando un film. Benché non ci fosse nessuno, oltre la paziente, si aveva l’impressione di essere in mezzo ad una folla di fantasmi vocianti e immersi in una colonna sonora continua che, a tratti, diventava insopportabile. Personaggi con strani abiti, direttori d’orchestra e cantanti, strane sculture, musiche e voci, si muovevano come ombre, sparivano e apparivano, proiettandosi come un film, sulle pareti, sul mobilio e persino sulla sua divisa azzurrina. Vincendo il disagio della situazione, si avvicinò al letto, controllò i parametri della paziente e, con mani esperte, procedette a rimuovere il muco dai bronchi.

La Dondi sbarrò gi occhi pieni di terrore.

«Ancora si spaventa - sussurrò Emma - lo sa che non fa male e che, poi, respirerà meglio.»

Velocemente staccò il tubo del respiratore che teneva in vita la donna, immettendo aria nei suoi polmoni. Gli occhi verdi della Dondi, parvero dilatarsi a dismisura mentre la cacofonia che Emma sentiva nella stanza, aumentava invadendo il cervello.

«Non si agiti, lo sa che le fa male… E poi, lo sa che il dottore ha detto che l’uso del respiratore è solo temporaneo… Si riprenderà, stia tranquilla!»

Con quelle parole, il rumore di fondo che Emma sentiva si placò, gli strani personaggi sparirono e la stanza ripiombò nel silenzio e nella penombra.

Emma tornò nel corridoio. Quei suoni e quelle immagini che sentiva e vedeva nella stanza della Dondi, erano generate dall’unica cosa che, per ora, ancora funzionava in quel corpo devastato dall’incidente, avvenuto quindici giorni prima: il cervello.

Geneviève senti lo scatto della porta che si chiudeva, dietro le spalle dell’infermiera: era di nuovo sola. Il pensiero della solitudine la colpì per la sua vastità: lei, che era abituata ad essere circondata e amata da tanta gente, ora, era veramente sola. Spostò appena gli occhi verso il basso e, come accadeva da due settimane, la vista del tubo che usciva dalla sua gola, la terrorizzò. Quando si era svegliata dal breve coma farmacologico, nel quale era stata tenuta dopo l’incidente, il primo istinto era stato quello di portarsi le mani al collo, per strappare quel corpo estraneo dalla sua preziosa gola. Ma le sue braccia non si erano mosse… nulla si muoveva del suo corpo. Nonostante il cervello inviasse disperatamente i suoi impulsi, non accadeva nulla: solo gli occhi si dilatavano, mentre la bocca si apriva ad un urlo muto.

«Non deve spaventarsi - le aveva detto l’anziano, quanto autorevole Primario - l’incidente di cui è stata vittima, le ha provocato un trauma midollare, con temporanea tetra-paresi ed insufficienza respiratoria. Per questo le abbiamo fatto la tracheotomia e le abbiamo applicato un ventilatore per aiutarla a respirare.»

Quelle parole erano state un concentrato di dolore quasi insopportabile: aveva ricordato l’incidente, la macchina che precipitava lungo il burrone, le urla di sua madre e il sangue di suo padre che arrossava il parabrezza. Nessuno lo aveva detto esplicitamente, ma lei sapeva che erano morti. Mentre il Professore tentava di consolarla, Geneviève, con uno sforzo immenso, aveva mosso le labbra, compitando una breve frase:

«Potrò cantare di nuovo?»

 

Treno n° 334 Genova - Milano

Ancora nebbia. La nebbia non le permetteva di vedere nulla di quel nuovo mondo, e non contribuiva certo a farle dimenticare i brutti momenti che avevano preceduto la sua partenza. D’altra parte non poteva incolpare nessuno. Come al solito, aveva fatto di testa sua, contro tutte le regole che insegnavano alle brave mogli a non disobbedire ai mariti, ai padri, ai fratelli, e a quanti si sentissero in dovere di dire la loro sul comportamento di una donna. Rosa non sapeva spiegarsi perché ma, a lei, la prepotenza degli uomini non era mai andata a genio. Molte volte si era resa conto che lei, sua madre e sua sorella erano più intraprendenti di tanti maschi, ma solo lei sembrava smaniare per liberarsi dal giogo di sottomissione, che intrappolava ancora le donne del suo paese. Fino a 27 anni, età avanzata per sposarsi in Ecuador, nessuno era riuscito a ingabbiarla, tanto che i suoi fratelli la chiamavano “suora”. Poi, un giorno, aveva incontrato Antonio e, dopo un lungo corteggiamento, aveva accettato di sposarlo.

«Ricordati una cosa - gli aveva detto subito dopo aver accettato - io non voglio far la fine di mia madre. E tu sai cosa intendo.»

Antonio lo sapeva bene, come lo sapeva tutto il paese e, a Rosa, sembrava che tutto l’Ecuador lo sapesse. Sua madre, Ines, aveva sposato, a soli 15 anni, suo padre Javier, più vecchio di 20 anni. Infatuata di quel bell’uomo che, nelle sere d’estate, girava i pueblos, cantando con l’accompagnamento della sua chitarra. Tutte le donne impazzivano per lui che, focoso, non si risparmiava con nessuna ma, questo, Ines non lo sapeva. I dieci figli erano arrivati uno dopo l’altro, a dire il vero, amati e nutriti col lavoro della poca terra e col magro bestiame che Javier possedeva. Contadino di giorno e cantante la sera, suo padre si prendeva, ogni tanto, delle brevi vacanze, nelle quali… seminava figli in tutta la regione. Quattordici erano gli illegittimi che, a turno, erano venuti a bussare alla loro porta per conoscere i fratellastri. Ines si era ben presto abituata alle fughe del marito, ai suoi rientri dalla finestra, quando inutilmente sbarrava la porta per lasciarlo fuori. Si era rassegnata a quella vita, persino quando lui si era incapricciato della fidanzata del figlio maggiore che, scopertolo, lo aveva ferito con una coltellata. Rosa, appena era stata in grado di capire, aveva chiesto a sua madre perché sopportasse quell’inferno e lei le aveva risposto:

«Vostro padre, a suo modo, ci vuol bene e, per quanto può, ci mantiene. Come potrei io, una donna sola che non sa né leggere né scrivere, mantenervi tutti e dieci, se lo lasciassi?»

Rosa aveva capito e aveva giurato che avrebbe lottato, sempre, per mantenere la sua indipendenza economica. Con il fermo proposito di non farsi intimorire da niente e da nessuno, aveva affrontato la vita matrimoniale con grande passione, così come affrontava tutte le sfide che le si presentavano ma con la ferma convinzione di essere sempre se stessa. Volontà e un carattere indomito avevano fatto innamorare Antonio. Lui, cittadino, poco abituato alla natura selvaggia delle campagne tropicali, aveva avuto la sensazione di trovarsi davanti ad una puledra da dover domare. La sfida era troppo allettante e Antonio, fidando dei consigli di suo padre, convinto sostenitore dei mariti padroni e pure, all’occorrenza, maneschi, aveva cominciato la rieducazione della sua puledra, con bastone e carota.

«Tua moglie non vuol cucinarti la selvaggina, perché gli animaletti le fanno pena? - aveva chiesto il padre di Antonio - Bene, domani andremo a caccia, e se non cucina le lepri, riempila di botte!»

Ma con Rosa il sistema non poteva funzionare. Prima di sposarlo, lei gli aveva espresso chiaramente la sua idea della vita di coppia:

«Noi dobbiamo rispettarci reciprocamente e cercare di andare d’accordo. Tu dimmi ciò che non vuoi che io faccia, io ti dirò ciò che non mi piace che tu faccia e, presi gli accordi, vivremo in armonia.»

Disgraziatamente per Antonio, tra le poche cose che Rosa aveva chiesto, oltre alla fedeltà assoluta, c’era proprio il permesso di essere esonerata dal cucinare la cacciagione. Quando si era vista davanti leprotti e uccellini, aveva scatenato il finimondo. A nulla erano valse le proteste del marito che, investito dalla furia di lei, aveva tentato di scagionarsi, addossando la colpa al padre, istigatore di quella disgraziata caccia. Furente come una Erinni, Rosa si era fiondata in casa del suocero e lo aveva affrontato. L’uomo, impietrito dall’ardire in una donna così piccola, aveva tentato il contrattacco:

«Se tu fossi mia moglie ti prenderei per la treccia e ti porterei in giro, strisciandoti sul pavimento!»

«Spiacente, ma io non sono sua moglie e, fosse anche l’ultimo uomo della terra, non la toccherei neanche con un dito!»

Era uscita sbattendo la porta: così era naufragato il progetto di Antonio di domare la puledra.

Geneviève, affermata cantante lirica, e Rosa, indomita emigrante ecuadoriana, per un caso del destino, intrecciano le loro vite alla ricerca della felicità perduta. Tra Torre del Lago Puccini e il pueblito di La Union, in Ecuador, due mondi e due culture differenti e lontane, si incontrano e cercano di comprendersi. Un segretario premuroso, un agente teatrale senza scrupoli, la musica di Giuseppe Verdi completano il quadro di un cammino tortuoso, tra dolori, rimpianti, storie d'amore, scambi di ruoli e colpi di scena.

Prefazione di Carla Peirlero

La storia di un'amicizia, la storia di due donne, apparentemente distanti, che cercano ostina-tamente la felicità. Una deve riconquistarla, l'altra deve imparare a conoscerla. Le differenze esistenti non saranno un ostacolo, e contribuiranno ad arricchire entrambe.

Marco Rinaldi

Marina Garaventa racconta le storie di Rosa, ecuadoriana, e Geneviève, italiana; donne tra loro profodamente diverse che hanno saputo guardare oltre le barriere delle differenze culturali, linguistiche e socio-economiche, incontrandosi e riconoscendosi come esseri umani, nell’affrontare la morte, l’amore, la malattia, l’amicizia, che non hanno confini nazionali o geopolitici.















 

Esther Cuesta Santana






























 

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