M. Gisella Catuogno
Corteggiamento e fiori di arancio

Titolo Corteggiamento e fiori di arancio
Autore M. Gisella Catuogno
Genere Narrativa - Memoria del Territorio      
Pubblicata il 10/08/2014
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  Personalmente, il termine corteggiamento (da noi corte) mi suscita l’idea di serenate, fiori, piccoli o grandi omaggi, attese, sospiri, biglietti e lettere d’amore, trepidazioni, speranze, illusioni o delusioni.

Insomma, un insieme di comportamenti, in parte codificati dai referenti culturali in cui ci si trova a vivere, in parte animati e diversificati dall’originalità che ciascun individuo adotta in ogni sua iniziativa o azione.

Naturalmente è un termine demodé, d’antan, perché oggi quella fase romantica, impegnativa e faticosa, che precedeva il fidanzamento o lo negava inesorabilmente, quasi non esiste più.

Ai nostri giorni, con una morale sessuale molto più aperta e il franco cameratismo di rapporti tra ragazzi e ragazze, il periodo del dolce (?) assedio di un potenziale partner che cerca l’altro, lo tiene d’occhio e lo marca stretto, fino all’auspicato cedimento di ogni resistenza vera o presunta all’agognato , rimane un souvenir del passato, come un’antica foto ingiallita dal tempo o una viola del pensiero dimenticata tra le pagine di un vecchio dizionario.

Neppure la generazione nata nel secondo dopoguerra l’ha vissuta, se non molto marginalmente, perché la rivoluzione culturale del ’68, come un uragano, ha spazzato via tutto e ha proposto e imposto maggiore sincerità di rapporti tra i sessi e una libertà sessuale ignota ai nostri nonni e genitori, abbattendo tabù e valori secolari mescolati a preconcetti e ipocrisie.

Così, il corteggiamento è finito in soffitta, insieme alle cianfrusaglie d’altri tempi, come un vestito fuori moda, un cappellino con veletta, un boa di penne di struzzo.

Di corte non ce n’era più bisogno: certo, resisteva, all’alba di un nuovo possibile amore, il gioco degli sguardi, un contatto più stretto durante un lento, una carezza timida e il sussurro di un Mi piaci, ti voglio bene ad una festa in casa, come usava negli anni ‘60 e ‘70; ma la risposta alla dichiarazione era attesa e pretesa quasi subito.

Si trattava di dire un sì o un no, per trovarsi da un momento all’altro fidanzati. Non c’era bisogno insomma di tutte le strategie di conquista dispiegate dai nostri genitori.

Oggi, i nostri figli sono ancora più impazienti: probabilmente con SMS si comunicano un’emozione, un sentimento o semplicemente  un gradimento fisico, un apprezzamento.

E il destinatario ci sta o non ci sta.

Temo che il linguaggio sia spesso poco romantico e che le tappe siano velocemente bruciate. Ma sicuramente anche oggi esisteranno le eccezioni e forse, me lo auguro, sarà scomodato il verso di qualche poeta o un aforisma azzeccato per sedurre.

Per tutti gli anni ‘50 e ‘60, nelle famiglie con ragazze da marito, la preoccupazione di accasare le figlie era pressante: la maggior parte di loro non lavorava fuori di casa e il matrimonio rappresentava non solo un traguardo di stabilità sentimentale ma anche una garanzia economica. Lo zitellaggio era uno spauracchio da scongiurare in ogni modo, non l’effetto di una scelta, come avviene oggi per molti single.

La sposa portava la dote, che dipendeva naturalmente dalle disponibilità della famiglia e che poteva comprendere beni di notevole valore, ma tutte le giovani, anche le più povere, portavano in dote almeno il corredo, ossia la biancheria di casa e personale, che pazientemente, fin da quando erano bambine, le loro mamme avevano cominciato a custodire per loro, oggetto dopo oggetto, dentro un baule profumato di spighe di lavanda: lenzuoli, tovaglie, asciugamani, camicie da notte…

Chissà quanti voti di felicità per le spose future avranno riposto le mamme tra quei lini, quelle sete, quelle tele di Fiandra! Chissà quanta tenerezza, commozione e auspicio di un’intesa migliore col novello sposo, di quella che avevano avuto in sorte loro, avranno mescolato ai ricami fatti a mano, al punto pieno, al giornino, al punto croce!

Oltre alla dote materiale, la sposa ne doveva possedere una fisica, intima, personale: la verginità.

Giungere illibata al matrimonio era considerato un obiettivo primario, un tesoretto da conservare a qualsiasi prezzo e sacrificio. Solo le ragazze disinibite – emancipate si diceva-  o più colte e benestanti vi rinunciavano; le altre no: per condizionamento familiare e culturale, per ipocrisia, per tornaconto economico, per discriminazione di genere. Una ragazza vergine valeva di più e la proibizione dei rapporti prematrimoniali costituiva una forma di pressione psicologica per non procrastinare troppo la data del tanto sospirato sposalizio.

La pratica della castità durante il fidanzamento era ovviamente finalizzato ad evitare un’eventualità molto temuta da tutte la madri per le loro figlie: la disgrazia di una gravidanza indesiderata, in un’epoca, in cui, tra l’altro, la contraccezione non era sicura e certi metodi considerati da prostitute.

Per questo i due innamorati non erano mai lasciati soli: un fratello, una sorella dovevano accompagnarli nelle loro passeggiate svolgendo lo sgradito ruolo di reggere il moccolo.

In un tale quadro di tabù sessuali, di ipocrisie accuratamente ammantate di carattere valoriale, è forse più facile comprendere la ragioni del corteggiamento e della sua lunghezza.

Una famiglia, prima di affidare la sua ragazza ad un pretendente, doveva essere ben sicura di lui e delle sue risorse economiche per il mantenimento di moglie e figli.

La corte era un banco di prova: sondava la profondità dell’interesse e la capacità di pazientare; dimostrava, con lettere affettuose, richiesta di appuntamenti, omaggi floreali, esibizione di serenate, coinvolgimento di intermediari  nella perorazione della causa, il grado di coinvolgimento emotivo, la sensibilità,  l’affidabilità, la disponibilità a legare per sempre la propria esistenza a quella di un’altra persona. Per sempre. Il matrimonio era indissolubile, quindi la scelta del partner doveva essere oculata e vagliata in tutti i suoi aspetti.

Certo, ieri come oggi, il primo input sarà stato fisico: un bel viso, un corpo sensuale, uno sguardo accattivante, un bel portamento, una movenza, una pettinatura attraente avranno avviato il processo erotico e affettivo, magari durante il passeggio avanti e indietro (il famoso struscio) per la piazza o la via principale del paese; ma il primo passo spettava rigorosamente all’uomo, anche se la ragazza poteva far intuire il suo gradimento o usare da civetta l’estenuante gioco del ci sto/non ci sto, protraendolo a lungo sul filo dell’incertezza e della contraddizione. Lunghi appostamenti sotto casa, incontri apparentemente casuali, bigliettini fatti pervenire attraverso amiche/amici compiacenti, avviavano la corte. Poi, se tutto andava per il verso giusto, ci si cominciava a parlare. Ogni paese aveva i suoi luoghi deputati, appartati ma non troppo: una viuzza discreta, un portone, un voltone, un  muretto sul lungomare, l’ombra di una tamerice sulla spiaggia, una panchina dei giardinetti, un angolo di prato fiorito, magari a S. Caterina a Rio o alla Cappella Tonietti al Cavo,  il giorno di Pasquetta.

Ci si parlava a quattr’occhi, finalmente, imparando a conoscersi e passando a codici linguistici e comportamentali meno formali. Se il cuore, auspicabilmente, cominciava a palpitare in entrambi i petti, era difficile mantenere la segretezza della nuova gemma d’amore che stava per schiudersi. La notizia girava e passava di bocca in bocca (Ma lo sai che Tizia si parla con Caio! ); la famiglia della ragazza allora stava all’erta, aspettando il secondo passo importante dell’aspirante genero, ossia la chiesta, cioè la richiesta ufficiale di poter frequentare coram populo l’innamorata, con la presentazione di sé e la dichiarazione della serietà delle proprie intenzioni.

La prima volta del fidanzato era un avvenimento da batticuore: se tutto andava per il verso giusto, da lì a poco ci sarebbe stata la festicciola del fidanzamento ufficiale con tanto di  scambio di anelli (il brillante o almeno il brillantino era particolarmente sospirato dalla ragazza!), promessa di matrimonio e mazzo di rose rosse.

Da allora, i due fidanzati erano promessi, passeggiavano per la mano o allacciati: il braccio di lui sulla vita di lei e viceversa, ma, se il percorso era più lungo del consueto struscio, veniva sguinzagliato il reggimoccolo di turno a fare da guardia, per evitare di lasciare soli i piccioncini.

 Fino al gran giorno: quando, dopo la vestizione, col rigoroso abito bianco, simbolo della sua verginità, e il mazzolino di fiori d’arancio, la sposa, emozionantissima, al braccio del padre, si metteva alla testa di un corteo che procedeva a due a due, uomo e donna, verso la chiesa, dove il futuro sposo, elegante nel suo abito scuro, attendeva impaziente all’altare  l’arrivo della sua promessa.

Dopo la cerimonia e l’omelia del sacerdote, che raccomandava amore e comprensione nonché l’arrivo di tutti i figli che la Provvidenza avrebbe mandato, i neosposi si concedevano all’abbraccio e alle lacrime di parenti ed amici.

E finalmente apparivano sulla porta della chiesa, accolti dai lanci di riso e dagli auguri degli astanti, ai quali rispondevano gettando a loro volta manciate di confetti.

Per i bambini e i ragazzi era allora un gioco e una gara accaparrarsene il più possibile, intrufolandosi per raccoglierli tra le gambe dei presenti.

Quindi si componeva il corteo degli invitati, guidato ora dai due sposi emozionati e felici, che guidavano tutti al luogo del rinfresco, dove ad attenderli c’era una meravigliosa tavola apparecchiata con porcellane e cristalli e torte, pasticcini, frangette e cioccolata calda per la delizia di tutti i palati.

MGC   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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