Riccardo Mainardi
Polvere nella nebbia

Titolo Polvere nella nebbia
Autore Riccardo Mainardi
Genere Narrativa      
Pubblicata il 27/11/2014
Visite 5163
Editore Liberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Spazioautori  N.  3524
ISBN 9788899137014
Pagine 160
Note Primo classificato narrativa inedita "Premio Letterario Nazionale "Scriviamo insieme" 2014
Prezzo Libro 14,50 € PayPal

 In certi posti si cela un senso di vuoto che al contempo ci spaventa e ci attrae. E, se per paura di cadere restiamo aggrappati alle radici della nostra morale, allo stesso tempo vorremmo provare la vertigine di sprofondare e poco importa se ad attenderci è l’inferno o il paradiso.



 



 



 



 



 


Il desiderio di un mondo migliore che alimenta la tensione e l’evolversi di questa opera è frutto dell’instabilità economica ed etica che anche l’autore ha profondamente avvertito in questi ultimi anni sino ad essere indotto a ricercare leggi morali a tutela degli esclusi e degli emarginati, i primi a dover subire le conseguenze drammatiche della crisi che stiamo vivendo.
Lo scenario in cui si svolge il romanzo è quello di una Milano turbata dalla perdita di coscienza morale, dove la sregolatezza della crescita economica genera aree di nuova marginalità e il consumismo di massa costruisce fortune persino sulle nostre paure.
In tale contesto Roberto, un professore di filosofia, propugna nuove regole a tutela degli esclusi scontrandosi con i monopoli della cultura e del potere.
Dopo la morte improvvisa di sua moglie, comincia a vivere come fuori dal tempo, ai margini della realtà, precipitando nella dissolutezza e nell’abbandono di sé.
Vaga come un automa per le vie di una Milano brulicante di vita, ma il frenetico vortice della città che corre evapora dinanzi al suo sguardo: lui non vede nessuno.
Si muove come fosse all’interno di una bolla trasparente che offusca i contorni delle cose e che contiene solo dolore e indifferenza.
Il suo cuore sembra un vetro incrinato che può andare in frantumi in qualsiasi momento.
L’incontro fortuito con persone di un mondo marginale – in particolare Edward, un barbone, e Alina, una squillo, – lo aiuterà però a evitare gesti malsani e a superare quei momenti di terribile sconforto.
Avvenimenti minimi acquisteranno gradatamente dimensioni macroscopiche: Edward diventerà il suo migliore amico e Alina gli farà provare ancora le gioie e i dolori dell’amore.
La strada per risalire la china sarà tuttavia impervia e irta di ostacoli.
Roberto dovrà confrontarsi con due distinte realtà: il mondo della marginalità da cui oggi nessuno può ritenersi indenne, e quello del monopolio della cultura con cui si scontra, mettendo a rischio il suo posto di lavoro, nel tentativo di inculcare ai suoi studenti i principi di una morale fondata sul rispetto di sé e degli altri, per molti aspetti parallela ma per altri non conforme ai consolidati canoni della morale cattolica.
Sarà soprattutto la filosofia a ridare un senso alla sua esistenza rifondandola su nuove regole di vita che diverranno gli imperativi categorici della sua condotta.
La materia narrativa è attinta dalle vie cupe e anguste di una città popolata da derelitti che, pur nell’abbandono e nella disperazione derivanti dalla loro condizione, mantengono ben saldi i valori primari dell’amicizia, della solidarietà e dell’amore, basi assolute e indissolubili sulle quali ricostruire un nuovo corso.
È tratta altresì dall’inadeguatezza della società a proteggere i suoi cittadini e a garantire loro il diritto alla vita e alla salute, al punto di permettere, ad esempio, il barbaro assassinio di Alfredo, un barbone, o di costringere Alina a prostituirsi per assicurare cure adeguate alla malattia del suo fratellino tredicenne.
È attinta, infine, dalla totale anarchia del sistema produttivo che, in nome del profitto ad ogni costo, induce al suicidio un giovane rumeno e porta Edward a farsi giustiziere della sua stessa ex datrice di lavoro.
Con un linguaggio asciutto ed essenziale, che va dritto alla radice dei temi trattati, l’autore ci consegna un quadro del dolore privato ma anche di quello della nostra tormentata società, indagando a fondo sui moti – talvolta nevrotici e eccessivi – dei suoi personaggi, capaci, tuttavia, di scavare nella profondità della loro anima sino a farne emergere la parte migliore.
 
 
Anime a brandelli
 
 
Quando l’appuntato dei carabinieri gli comunicò che verso le otto di quel mattino Carla, sua moglie, era deceduta in un incidente stradale, Roberto rimase apparentemente impassibile.
Il suo sguardo fissò per un tempo indefinito uno spazio indefinito. Poi sentì i suoi pensieri esplodere in tutte le direzioni e il suo cuore infrangersi come un vetro che si incrina a tela di ragno in tante minuscole crepe, ma che non va ancora in frantumi.
Trattenendo le lacrime ringraziò il gendarme e gentilmente lo accompagnò alla porta.
Poi si rasò con cura, come tutte le altre mattine, si preparò la colazione, si mise il suo vestito migliore e uscì di casa.
La città come ogni giorno brulicava di vita. Ma il perenne fluire di anime nel centro di Milano evaporava dinanzi al suo sguardo: lui non vedeva nessuno. Era simile a un’ombra fluttuante che andava alla deriva nelle immensità dell’oceano, come i resti di un relitto.
Via Montenapoleone aveva ormai aperto i battenti. All’ingresso dei più lussuosi negozi di Milano stupende commesse sorridevano a Roberto come per invitarlo a entrare nelle cattedrali del consumo. Ma anche quelle graziose figure evaporavano dinanzi ai suoi occhi.
Distolta dal brusìo di quell’immenso fiume di gente la sua mente confusa ricordò di aver udito un simile rumore quando l’anno prima, in Africa, lui e Carla videro la carogna di una zebra arsa dal sole.
Su quella carcassa imputridita battaglioni di nere larve salivano e scendevano brulicanti divorando lentamente i resti decomposti di quel grande animale. Così, quel vorticoso e continuo sciamare per le vie del centro produceva un simile fruscio a tratti somigliante anche a quello di un grosso rettile che striscia o delle fronde degli alberi scomposte dal vento.
Egli stesso si immedesimava con quel corpo lacerato, in balìa degli elementi che una natura così crudele aveva sapientemente unito nel perenne fluire della vita e della morte.
Poi tornò a osservare quel fiume di gente attorno a sé: «Cosa cercheranno di rodere ancora tutti questi uomini e tutte queste donne? Ormai questa città non ha più nulla da dare.
E allora, come termiti fameliche, si accoppiano moltiplicandosi generando mostri a due teste privi del cuore» pensava con la consapevolezza di un esserci a metà.
Lui, d’altronde, non avrebbe potuto succhiare granché da quel giorno infame, perso nel buio di un vuoto senza confini e torturato da caldi, tristissimi ricordi.
Proseguì il suo cammino fra insegne luminose e prestigiosi negozi finché il suo sguardo si soffermò sulla vetrina di Gucci. Non per lo sfarzo o per i giochi di colore che trasparivano dall’interno. No, la sua attenzione fu attratta soltanto da quel grande vetro incrinato che, probabilmente, dei vandali avevano tentato di infrangere con una sassata durante la notte.
Roberto osservò attentamente e un po’ spaventato quel vetro e si rese conto che tale doveva essere il suo cuore, un surreale aggregato di pulsante fragilità, e che, ormai, avrebbe potuto andare in frantumi in qualsiasi momento.
Era il 30 di settembre.
In Piazzale Loreto un uomo e i suoi due bambini stavano scaricando i bagagli dall’auto: materassini, pinne, maschere e visi abbronzati facevano intuire che erano appena tornati da una vacanza in una località di mare.
Roberto pensò allora alle recenti nitide giornate d’estate, alle gocce d’acqua salata che brillavano sulla pelle di Carla, ai suoi sguardi complici sulla spiaggia affollata, o all’ebbrezza dei mari calmi, profondi, sconfinati, dove poteva nascondersi ogni volta che non si sentiva degno di lei.
Pensò a quel pomeriggio di giugno quando, vicini, guardarono la potenza delle onde che irrompono, si infrangono, distruggono, spaventano, ma lasciano immensi tesori di conchiglie sull’arenile. E si ricordò di quel settembre di un’estate lontana quando si conobbero in una graziosa piccola spiaggia e lei gli sorrise per la prima volta. E ancora di quando, qualche giorno dopo sulla stessa spiaggia, raccolse alcune di quelle conchiglie e, donandogliele, le disse di conservarle per sempre come diamanti nella cassaforte del suo cuore.
Poi, il ricordo dello stupendo sorriso di Carla, fece svanire per un attimo quel senso di sconfinata solitudine che si celava nella profondità della sua anima ferita. E capì che non avrebbe potuto vivere evocando reliquie del loro volo, troppo breve, troppo lontano. Capì che avrebbe dovuto trovare subito un rimedio e cercare di proteggersi da quei ricordi e da quei pensieri che in breve tempo avrebbero mandato definitivamente in frantumi quel vetro sottile tenuto insieme soltanto dall’immortale potenza dell’amore.
Vagò tutto il giorno senza meta.
Quando entrò al bar Casablanca l’anziano barista capì al volo che quello sconosciuto avventore non si sarebbe fermato alla prima ordinazione.
Un fiume di whisky accarezzò le sue labbra e, come lava vulcanica che rapidamente scende a valle, in breve arse la sua bocca, il suo stomaco, il suo cervello, e annegò in un fiume di abbandono tutti i fantasmi della disperazione che affollavano la sua mente.
E mentre frammenti di coscienza evaporavano oltre la sua tristezza, pianse e invocò il soccorso di un mattino che tardava troppo ad arrivare. Poi, come in preda a un implacabile delirio, i suoi sensi si persero nell’illusione di aver vissuto solo un brutto sogno.
 
 
 
 
 
 
 
Arrivò il giorno del funerale. Il prete lesse un passo del Vangelo. Finì la predica. Si accomiatò.
Poi iniziò la processione di mani che stringono, di abbracci che soffocano, di pacche sulle spalle che disturbano.
Fu un andirivieni di uomini, donne, bambini. Ma lui vedeva solo ombre danzanti scomparire come ballerine in fondo al palcoscenico poco prima che scendesse il sipario.
Finalmente tutti gli avidi di morte si allontanarono.
Volle restare solo al cimitero quando chiusero per sempre Carla nella sua nicchia di pietra. Era arrivato quello che credeva essere il momento più duro. Ma il cielo non si oscurò, un grosso cane continuò ad abbaiare al suo padrone, un bimbo non smise di frignare e le fronde dei cipressi si flessero sotto le soffici raffiche di una fresca brezza autunnale.
Ma in quel mentre era pieno giorno e i conti con i turbamenti dell’anima si fanno soprattutto di notte…
A casa non toccò cibo quella sera. Lo stomaco gli si era completamente chiuso.
Si affacciò alla finestra e guardò a lungo l’universo davanti a sé. Tante volte ne aveva tratto giovamento. Lo avrebbe aiutato a ricomporre i suoi pensieri e i brandelli della sua anima. Ma il tempo scorreva lento. Troppo lento.
Un brivido percorse la sua schiena quando, improvviso, un bagliore dalla forma umana apparve dal buio delle tenebre. Poi scomparve e riapparve più volte tra il finito del cielo e l’infinito suo stupore.
Dalle remote distanze del più impenetrabile mistero, rapida, quella luce si avvicinò, e nel confuso suo mutar di forme vide riflessa, a tratti, la figura di Carla.
Sì, era Carla.
Eterea come una creatura divina parlava il linguaggio del trapassato e dei ricordi appena sepolti. Dialogò a lungo con lei finché nel manto diafano e immenso del cielo vide sfumare la sua figura che perse i contorni umani sprofondando nel suo letto di pura essenza immutabile ed eterno.
Realtà dilatata dalle notti insonni? Evanescente suggestione frutto di una struggente lontananza? O una semplice illusione dei sensi ottenebrati dalla sbornia della sera prima?
Rispose a se stesso che non doveva trattarsi di nulla di tutto ciò: era solo il suo passato sepolto che prepotentemente riemergeva.
Era la forza immortale del suo amore per lei.
Forse era l’unità di misura della verità.
Era qualcosa ai confini del tempo che, attraverso il nitido ricordo di Carla, conferiva ancora un senso alla sua esistenza.
In quel momento era l’essenza stessa della sua vita.
Roberto non aveva mai creduto in Dio ma solo nell’uomo e nell’amore. Eppure quella visione lo aveva profondamente turbato. In quel mentre anch’egli ebbe la prova tangibile che dinanzi allo strapotere della morte anche un ateo trasfigura la propria limitatezza e la propria impotenza in un’entità superiore. Così si inventa un aldilà che possa dargli speranza. Ma quando questa trasfigurazione è un moto estemporaneo indotto dalla paura della morte e della solitudine purtroppo dà consolazioni di breve durata, mentre, forse, solo la vera fede riesce a compensare l’immenso disagio di una così grande perdita con la certezza di un’altra vita.
Confuso da questi pensieri e stremato da due notti quasi insonni si accasciò sul divano e allungò la mano per spegnere la luce quando, appesa alla lampada alogena, vide Nuvoletta, bimba celeste dai capelli rosa e il grembiulino bianco. Sembrava proprio venuta dai cieli del mattino. Era un grazioso pupazzetto che Carla gli aveva regalato per San Valentino. Era stata lei a legarla alla lampada perché credeva che la luce rendesse il suo viso più radioso e felice.
Le diede la buonanotte e si addormentò col viso bagnato.
Poi l’aria scura di un’ora che non è già più notte lo coprì scaldandolo di ritorni che sanno di malinconia, di ricordi che fanno piangere. 

 In certi posti si cela un senso di vuoto che al contempo ci spaventa e ci attrae. E, se per paura di cadere restiamo aggrappati alle radici della nostra morale, allo stesso tempo vorremmo provare la vertigine di sprofondare e poco importa se ad attenderci è l’inferno o il paradiso.



 



 



 



 



 


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