Sandro Manfredi
DNA

Titolo DNA
Ama il tuo peccato e sarai libero
Autore Sandro Manfredi
Genere Narrativa      
Pubblicata il 29/11/2014
Visite 4793
Editore LIberodiscrivere® associazione culturale edizioni
Collana Spazioautori  N.  3525
ISBN 9788899137076
Pagine 232
Prezzo Libro 14,50 € PayPal

Questo romanzo tratta la trasformazione, il salto coscienziale, e ci invita a vedere la realtà da un punto di vista totalmente nuovo, capovolgendo l'aspettativa del lettore che si troverà coinvolto in prima persona nella vicenda dei protagonisti.



Grazia Apisa Gloria



Lungo e tormentato viaggio iniziatico percorso unitamente a Sandro ha unito e legittimato il nostro amore che col tempo, pur cambiando forma, si è rafforzato. Il libro testimonia la reale possibilità, per l’essere umano, di trasformare il suo modo di essere e quindi di vedere se stesso e gli altri.



Ylenia Fulghesu ex moglie dell’autore



Ho passato dei momenti terribili, la gelosia, la rabbia e il dolore erano compagni di viaggio quotidiani. Pur sforzandomi non riuscivo a comprendere il rapporto d’amore, che, nonostante la separazione, permaneva fra Sandro e Ylenia; non era normale. Oggi posso essere testimone che l’amore quello vero nella sua essenza più pura, si trasforma ma non può morire… mai. 



Pietro Zoncada compagno di Ylenia Fulghesu



Ho 54 anni, sono un agente di Polizia locale di Milano, cinico e amareggiato ed ho avuto una vi-ta sentimentale disastrata. Mi sono sottoposto, con risultati fallimentari, a diverse terapie analiti-che. L’incontro, inaspettato, con l’autore mi ha portato a vedere da un nuovo punto di vista il travagliato percorso della mia vita. Questa nuova chiave di lettura, che nel libro viene minuzio-samente descritta, mi ha spalancato la visione di un nuovo mondo ed è lì che oggi voglio vivere.



Carlo Galdoni compagno di lavoro dell’autore 


Prefazione
“Una storia saggiamente narrata”. Così l’autore Sandro Manfredi definisce il suo primo romanzo DNA.
Ma di cosa si tratta? Oggi la sola parola DNA desta sospetto: Tante sono le volte in cui è stata accostata a delitto, a morte, assassino, vittima, identificazione dei sospettati e così via.
Anche questo romanzo è ricerca delle origini della protagonista femminile, Caterina. E si snoda all’apparenza come un thriller.  
Qui però l’autore arriva a decifrare, decodificare, attraverso eventi quotidiani e bizzarri, il senso di una vita che altre ne ha coinvolte.
Siamo noi stessi gli artefici del nostro destino? 
No, sembrerebbe che in realtà i due protagonisti non conoscano ancora nulla di sé, né di chi li ha preceduti, mettendoli al mondo.
Eppure, con la caparbietà di chi è mosso da un’intrinseca necessità, si muovono alla ricerca di queste origini. Ed ecco che ciò che sembrava dato per scontato salta, ciò che era ignoto prende il sopravvento. Lascerò che ciascun lettore si addentri da solo nel fitto della trama di questo romanzo, opera prima pubblicata da Sandro Manfredi.
Romanzo che tuttavia è anche testimonianza di un passaggio fondamentale nella storia dell’Essere, cioè il passaggio dall’interdipendenza all’intersoggettività, in cui i due della relazione si riconoscono dinamica dell’amore che riflette continuamente se stesso nella reciprocità dialogica.

Grazia Apisa
 

Prologo
Solo se sei pronto a considerare possibile l’impossibile, sei pronto a scoprire qualcosa di nuovo.
Goethe


Spagna Avila, 15 novembre 1970

Il cardellino si posò nell’unico debole raggio di luce che fuoriusciva dalla stanza buia, emise dei brevi cinguettii, zampettò in lungo e in largo nervosamente, nell’unico spazio angusto della finestra a grate, che dava sul cortile. 
Poi, si mise a banchettare, con briciole di pane, trovate non a caso sul davanzale, quando a un tratto, un rumore, una specie di rantolo, che proveniva dall’interno della stanza, lo spaventò. Rimase trafelato, in allarme, allargò nervosamente le penne della coda, fu solo un attimo, poi con estrema leggiadria si librò in volo.
All’interno due corpi si stavano baciando dolcemente, ignari di essere stati spiati da qualcuno, che sarebbe rimasto, per sempre, l’unico spettatore silenzioso di una rappresentazione, che l’essere umano da millenni perpetrava abitualmente, ma che, nella fattispecie aveva, anche se non ai suoi occhi, qualcosa di molto peccaminoso.
I due sguardi s'incrociarono per un attimo nella penombra e rimasero lì, in silenzio, perplessi, dubbiosi sull’incedere, poi all’unisono ogni velo scomparve, e quell’attimo fuggente fu talmente galeotto, che l’eccitazione aumentò a dismisura. 
Lui con dolcezza l’adagiò sull’unica scarna branda, dove i due amanti cominciarono a darsi vicendevolmente, languide carezze, che man mano si approfondivano, andando a cercare l’intimo estremo. I due corpi, oramai un tutt’uno con le loro tensioni erotiche, si contorcevano spasmodicamente in un amplesso sfrenato. «Dopo anni di costrizioni finalmente il corpo di una donna!» pensò l’uomo «che sublime sensazione.»
Memorie da qualche tempo sopite s’insinuarono, ma ormai era fatta, era dentro di lei e in quel momento, non c’era nessun altra cosa al mondo che avrebbe desiderato di più, l’apoteosi dell’orgasmo imminente rimaneva solo un dettaglio.
Prima di chiudere la porta dietro di sé, l’uomo volse per l’ultima volta, lo sguardo all’interno della cella, teatro del loro amore, ancora pregna di umori divini e umani a un tempo, mentre una voce dal profondo, a lui ancora inconscia, sussurrava, che non avrebbe più rivisto quel luogo, a lui molto caro.

Non gli diede ascolto.
Non voleva in alcun modo disturbare quegli attimi eterni, ancora vivi nella sua mente, questo, mentre il sole moriva all’orizzonte, forse insieme alla sua anima. 
Mentre il vespro all’imbrunire intonava la litania dei suoi rintocchi, lo trafissero pugnalate lancinanti; forse si era perso per sempre, o forse no, questo l’avrebbe saputo da lì a poco. 

I
La vita non è un problema da risolvere ma un mistero da vivere.
Osho

17 aprile 2013  - Italia Milano

Il suono della sveglia destò Caterina di soprassalto, guardò istintivamente l’orologio digitale che lampeggiava, segnava le 7.15. Il pensiero la portò al processo che avrebbe affrontato nella mattinata; l’udienza era fissata per le 9,15. 
S’infilò le ciabatte, a forma leonina, le sue preferite.
Infatti, nonostante i suoi anni, manteneva quel non so che d’infantile, che le permetteva di stupirsi e quindi meravigliarsi, per le innumerevoli opportunità che la vita le preservava ogni giorno; era del segno del leone e per di più con lo stesso ascendente, essendo nata il 17 agosto 1971.
Dopo innumerevoli difficoltà, si era laureata in legge e terminato il praticantato di routine, era riuscita ad aprire un proprio studio legale a Milano, non lontanissimo dal tribunale, oggi ben avviato; ciò grazie alle sue innate capacità pragmatiche e oratorie.
L’acqua scorreva sul suo corpo, accarezzandolo dolcemente, una doccia prima dell’inizio della giornata era sempre salutare e rigenerante. 
Era un giorno importante, in tribunale si recitava l’ultimo atto di un processo, che l’aveva coinvolta emotivamente, anche se per un avvocato, non è prassi abituale. 
Il motivo del suo coinvolgimento era da imputare esclusivamente al suo assistito, un certo Jonathan Salvini; un uomo affascinante, alto, elegante, sulla cinquantina, separato, senza figli, felicemente single, così lui si definiva ironicamente. Laureato in biologia e psicologia, materie che insegnava nei licei e nelle università del capoluogo lombardo. 
Si trovava a suo agio con lui, era una persona autentica, profonda, introspettiva, e vista la fauna maschile che le ruotava intorno, le sembrava di aver conosciuto un extraterrestre. 
Quest’uomo la intrigava parecchio, era rimasto coinvolto, unitamente a dei suoi cari amici, in un fallimento aziendale. Le aveva confessato, intristito, che la vicenda, per come era finita, si era rivelata la più grande delusione della sua vita, non tanto per quello che riguardava l’aspetto materiale, per quanto anch’esso avesse il suo peso, bensì per l’aspetto profondo della relazione, stabilita negli anni con i suoi vecchi amici, compagni di tante battaglie, ma che purtroppo si era rivelata sotto tutti i punti di vista, parafrasando la vicenda, “fallimentare.” 
Tanto che aveva riconosciuto estremamente veritiero un aforisma Epicureo che citò: “Per far ricco un amico non bisogna accrescerne gli averi bensì sfrondarne i desideri.” 
Era molto provato ed emotivamente coinvolto, non ne aveva fatto segreto. Quello che si augurava era che quella mattina il processo si risolvesse a suo favore, il tempo avrebbe sicuramente rimarginato le ferite ancora visibilmente aperte. 
A volte la vita ci infligge dolori profondi, lasciando profonde cicatrici nell’animo, all’apparenza indelebili.
Jonathan però non si scoraggiava; li aveva soprannominati “tatuaggi dell’anima”, definendoli di per sé difficili da rimuovere, ma altresì passibili di trasformazione. 

 

Assorta così nei suoi pensieri, uscì dalla doccia, e automaticamente prese l’accappatoio. Mentre si asciugava qualcosa di metallico cadde sul pavimento, si chinò, raccogliendo stupita la catenina d’oro che portava sempre al collo, rappresentante l’immagine iconografica, dell’estasi divina di Santa Teresa d’Avila, di cui si erano fatte innumerevoli rappresentazioni in tutto il mondo. 
Per alcuni secondi rigirò fra le mani il monile, regalo fattogli in tenera età dai suoi genitori, prima di stringerlo e portarselo amorevolmente al cuore. 
Caterina già da parecchi anni, viveva da sola a Milano. Mentre i suoi genitori risiedevano nell’estrema periferia di Parma, una ridente città dell’Emilia Romagna, in una graziosa villetta, incastonata all’interno di un casolare ristrutturato. Un luogo dove si respirava la natura, in tutti i suoi aspetti. 
Caterina, era ormai alla soglia dei quarantatré anni, e nonostante avesse realizzato in toto, quanto si era con lungimiranza prefissa, tutto ciò sembrava non bastare.
«Ci sono due drammi nella vita, uno è voler realizzare i propri desideri, l’altro è realizzarli» citava (Oscar Wilde.) 
Erano mesi che percepiva dentro di sé un malessere, a cui non riusciva a dar nome, né tantomeno a calmare in nessun modo, neppure con il sesso; anzi al termine di ogni incontro, con il trombamico di turno, si ritrovava sempre sul bidet, sola, in compagnia di quel vuoto, che ormai da tempo si insinuava in lei, nelle profondità più recondite delle sue viscere.
A parte qualche innamoramento in fase adolescenziale, aveva avuto alcune storie, non di particolare rilevanza, tranne una, il suo matrimonio durato circa dodici anni, poi culminato nella separazione, che l’aveva fatta particolarmente soffrire. 
C’era voluto molto tempo, per dimenticare il suo ex marito. Erano cresciuti insieme, condividevano gli stessi hobby, gli stessi interessi, ma nonostante tutto, questo non era bastato, dentro ognuno di loro si era oramai irrimediabilmente spenta la scintilla dell’amore.
Dopo la separazione, la sua vita era stata volutamente incentrata sullo studio e la carriera, non c’era mai stato tempo sufficiente per l’amore, quello con la A maiuscola, e forse non ci credeva più: la terribile esperienza vissuta, l’aveva completamente disincantata. 
Scese dal taxi, nel suo perfetto completo nero «Imperial», e s’incamminò a passo milanese verso il bar, dove abitualmente amava recarsi, nell’irrinunciabile rito mattutino del caffè, al quale un buon italiano non rinuncia mai. 
“Buongiorno dottoressa”, esordirono in coro i baristi, “Il solito?… ”
Il bar era come sempre affollato da una variegata quantità di persone; avvocati con i loro clienti, che fra un caffè e l’altro ripassavano la strategia da adottare in aula, magistrati, impiegati del tribunale, forze dell’ordine, famiglie rom con un’infinità di figli al seguito e altro ancora. 
Si sedette e sfogliò il giornale per rilassarsi, subito dopo le portarono il suo “marocchino”, rigorosamente decaffeinato, che sorseggiò con piacere, poi si diresse alla cassa per pagare. 
Caterina Ferrari, era veramente una bellissima donna, solare, di altezza superiore alla media, magra, un bel fisico, faceva palestra tre volte la settimana, ci teneva alla sua forma fisica; l’allenamento le procurava un benessere psicofisico non indifferente. 
Era una salutista, capelli ramati, corti e ricci, carnagione chiara, occhi verdi, sicuramente una donna, che non passava inosservata, sia agli occhi maschili, che a quelli femminili. 

II
Lascia tutto e seguiti 
F. Battiato


Tribunale di Milano, 7° sezione aula III 

Tutto quel frastuono non la infastidiva minimamente, era come isolata, persa nell’abbraccio del suo assistito, visto l’esito positivo del processo appena concluso. Sapevano ambedue trattarsi di un gesto non di circostanza, ma liberatorio, dove i ruoli, da entrambi mantenuti pur a fatica fino a quel momento, erano scomparsi del tutto; il gioco delle parti era finito. 
Caterina si rese conto di non poter sostenere per lungo tempo lo sguardo di Jonathan, che inaspettatamente riusciva, nonostante la sua proverbiale armatura, a penetrarla quasi sempre nell’intimo della sua anima, mettendola spaventosamente a nudo. Non sapeva dare una spiegazione razionale alle emozioni che la pervadevano, ma di una cosa era certa, la sua presenza era sempre un toccasana per la sua mente, e non solo. 
Tutto questo turbinio d’emozioni le facevano piacere e paura al contempo, ma se lui l’avesse baciata, anche lì, davanti a tutti, non le sarebbe importato nulla, anzi, sperava lo facesse. 
Nel frattempo, le voci si affievolirono, la corte si ritirò, rimasero soli nell’aula: “Ha visto, ce l’abbiamo fatta, sono molto contenta!” Esordì Caterina con l’intento di togliersi da un certo imbarazzo. 
“Sì, non avevo dubbi è stata bravissima, un’arringa degna del miglior Perry Mason.” Proseguì Jonathan, che però non mollava la presa. 
“Adesso dovremmo festeggiare, le va se la invito a cena stasera?”
“Perché no! Va bene!” Disse lei, lievemente imbarazzata. “Dove andiamo?” 
“Decida lei!” Disse Jonathan “mi affido ciecamente; l’unico vincolo che le pongo, riguarda i ristoranti giapponesi, quelli proprio no, non li sopporto, non ho un buon rapporto con il pesce in generale, figuriamoci con quello crudo!”
“Ok! Facciamo… stasera alle venti?” Proseguì Caterina.
“Sono contento” sorrise “che lei abbia accettato l’invito, il mio ego non avrebbe sopportato un simile rifiuto. Ok! Allora a stasera alle venti, sarò puntuale e… grazie ancora.”
Si salutarono con una stretta di mano, togliendosi entrambi dall’imbarazzo, oramai palpabile. 
Mentre l’osservava allontanarsi, per la prima volta qualcosa le diceva, che da lì a poco, la sua vita sarebbe cambiata, non poteva in quel momento immaginare di quanto.
Caterina aveva prenotato un bel ristorantino, posto su una chiatta, zona navigli, luce fioca, tavolini a lume di candela, musica Jazz di sottofondo, minimalista nell’arredo, ma molto intimo e ben curato nei minimi dettagli, sembrava di essere a Parigi, a bordo di un bateau mouche sulla Senna. 
“Senta!” Esordì lui “se non le dispiace, potremmo darci del tu? In fondo è già parecchio tempo che ci frequentiamo, non le sembra?” 
“Certamente, è una buona idea! Allora ti piace il posto?” Rispose Caterina rompendo gli indugi.
“Perfetto, è… ”
Una voce armoniosamente baritonale gli impedì di proseguire...
“Buonasera!” Disse il sommelier accennando un inchino. 

Entrambi erano lì, incantati ad ascoltare il suo soliloquio, condito con parole sinuose e forbite, che nell’immediato, era riuscito a solleticare, facendoli vibrare, tutti i loro sensi:
LA VISTA, nel riuscire a descrivere, la varietà di colori e i giochi di luce, che il liquido divino, lasciava trasparire dal bicchiere a calice.
L’OLFATTO, nel riuscire a sublimare i profumi, che in potenzialità, siffatto nettare, poteva emanare.
IL TATTO, nel riuscire a enunciare le sensazioni variopinte, che si potevano percepire all’interno del palato.
IL GUSTO, nel riuscire a fargli assaporare e vivere, i gusti variegati dei frutti e dei loro aromi.
Quando il sommelier finì di decantare i vini in menù, si lasciarono consigliare, ma prima che se ne andasse, Jonathan lo fermò: “Scusi, se la disturbo, ma vista la sua conoscenza nel campo… saprebbe dirmi qual è l’origine di un gesto così conviviale, come il brindisi? Sono una persona curiosa lo so, ma me lo sono sempre domandato e non ho mai trovato una risposta, che mi abbia pienamente soddisfatto!”
Lui, con il suo fare istrionico, ma mai invadente rispose: “Vede, nel degustare un vino, definito non a caso, «il nettare degli dei», sono solleticati, come lei ha appena avuto modo di constatare, tutti i sensi, tranne uno, quindi per non far torto a nessuno, si fa il brindisi, che con il suo Cin – Cin, coinvolge anche lui, il quinto, altrimenti escluso… L’udito.
Poi proseguì divertito: “Sa, a dire il vero, non so se questa storia sia vera o no, ma a me piace pensarlo! “ Così dicendo si accomiatò.
“Molto divertente” esclamò Caterina, “una bella storia, al di là che sia vera o no! Ma dimmi, con il sesto senso come la mettiamo?”
“Beh, è molto semplice, quello è la presenza, è il sa, che è la loro consapevolezza.” Rispose Jonathan.
“Non ho compreso del tutto!” Esclamò perplessa Caterina.
“Il sesto senso, è la presenza, è come trovarsi in una caverna, il nostro mondo interiore, e avere una luce a disposizione che ci indica la strada da percorrere, esattamente come fa un minatore, che si affida alla luce della sua lampadina posta in mezzo alla sua fronte, per trovare la via d’uscita.”
“Adesso mi è più chiaro il concetto, a volte certi pensieri sembrano ermetici, e penso che lo siano perché si guardano sempre e comunque da un proprio punto di vista!”
“È proprio così, mi convinco sempre di più che il nostro incontro sarà altamente prolifico, come hai ben detto or ora sotto ogni… ”punto di vista.” Rispose Jonathan annuendo.
La cena proseguì lautamente, ed entrambi riuscirono a entrare, con naturalezza disarmante, nelle proprie intime sfere, senza pregiudizi, raccontandosi con estrema verità, le vicissitudini della loro vita passata, come se si fossero conosciuti da sempre. 
La serata trascorse goliardicamente, poi Jonathan l’accompagnò alla macchina, si salutarono, con l’intento di rivedersi molto presto, anzi… prestissimo.

 

Questo romanzo tratta la trasformazione, il salto coscienziale, e ci invita a vedere la realtà da un punto di vista totalmente nuovo, capovolgendo l'aspettativa del lettore che si troverà coinvolto in prima persona nella vicenda dei protagonisti.



Grazia Apisa Gloria



Lungo e tormentato viaggio iniziatico percorso unitamente a Sandro ha unito e legittimato il nostro amore che col tempo, pur cambiando forma, si è rafforzato. Il libro testimonia la reale possibilità, per l’essere umano, di trasformare il suo modo di essere e quindi di vedere se stesso e gli altri.



Ylenia Fulghesu ex moglie dell’autore



Ho passato dei momenti terribili, la gelosia, la rabbia e il dolore erano compagni di viaggio quotidiani. Pur sforzandomi non riuscivo a comprendere il rapporto d’amore, che, nonostante la separazione, permaneva fra Sandro e Ylenia; non era normale. Oggi posso essere testimone che l’amore quello vero nella sua essenza più pura, si trasforma ma non può morire… mai. 



Pietro Zoncada compagno di Ylenia Fulghesu



Ho 54 anni, sono un agente di Polizia locale di Milano, cinico e amareggiato ed ho avuto una vi-ta sentimentale disastrata. Mi sono sottoposto, con risultati fallimentari, a diverse terapie analiti-che. L’incontro, inaspettato, con l’autore mi ha portato a vedere da un nuovo punto di vista il travagliato percorso della mia vita. Questa nuova chiave di lettura, che nel libro viene minuzio-samente descritta, mi ha spalancato la visione di un nuovo mondo ed è lì che oggi voglio vivere.



Carlo Galdoni compagno di lavoro dell’autore 


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