Giuseppe Bagnasco,
...e le nuvole stanno a guardare

Titolo ...e le nuvole stanno a guardare
Autore Giuseppe Bagnasco,
Genere Narrativa - Diario, Epistolare      
Pubblicata il 08/07/2015
Visite 2923
Editore Associazione culturale edizioni Liberodiscrivere
Collana Spazioautori  N.  3582
ISBN 9788899137397
Pagine 164
Prezzo Libro 12,00 € PayPal
Mi avviai verso l’auto, fui fermato dalla mia mente, non capivo, cosa stava succedendo, ero frastornato.


La mia mente voleva dirmi qualcosa, qualcosa di molto importante, ma cosa?


Un foglio bianco, vedevo solo un foglio bianco.


Sì, ho capito il documento che mi avevano appena consegnato, era importante!


I miei occhi avevano letto qualcosa prima che io potessi solo pensarlo.


E cosa avevano visto i miei occhi di così importante.

Presentazione
Non è stato difficile per me scrivere questo libro, era già scritto nella mia mente da parecchio tempo.
Era come un vaso rotto con tutti i cocci sparsi, il mio compito era abbastanza semplice, dovevo metterli assieme, dovevo trovare il primo pezzo, poi il secondo, il terzo e così via…
È la vita, ma anche la morte, vissuta attraverso gli occhi di un bambino, e poi le ansie, le paure, ma anche la gioia e la spensieratezza dell’adolescenza, per finire con la consapevolezza di essere diventato uomo.
Se il lettore, al termine del libro, guardando le nuvole bianche nel cielo, proverà un’emozione, allora scrivere questo libro avrà avuto un senso.
 
Introduzione
Li sentivo i discorsi delle amiche di mia madre quando venivano a casa nostra, mentre lei mi vestiva su una seggiola ben vicino alla stufa. L’inverno era freddo e l’unico mezzo che riscaldava, era questa stufa a legna, nella cucina della casa – erano ancora molte le famiglie che avevano questo tipo di riscaldamento – e doveva riscaldare anche tutte le altre stanze.
L’appartamento posto al secondo piano di una palazzina, non era nuovo ma direi molto decoroso, con camere grandi. Aveva una particolarità, c’erano due ingressi opposti, da due lati diversi della casa. Noi ne adoperavamo uno naturalmente, mentre il secondo, che ti portava dentro un piccolo cucinino, di cui era rimasto solo un lavello, era adibito a ripostiglio.
Erano arrivati lì, i miei genitori, dopo non qualche cambiamento.
Da una casettina nel centro del paese – troppo piccolina – si erano dapprima spostati in una bella casetta vicino alla ferrovia.
Il treno all’inizio sembrava insopportabile ma poi non si sentiva nemmeno. Altrimenti vicino alla ferrovia chi abiterebbe? Me la ricordo poco, anche se intuivo dai miei genitori soddisfazione per quella nuova collocazione.
Solo una cosa mi rimase bene impressa, come uno spezzone di film che ti ritorna bene nella mente.
Al piano terra c’erano dei garages, non servivano per il posteggio delle macchine – e chi le aveva! – ma bensì come cantina oppure ripostiglio o ancora ripostiglio e cantina assieme. In uno di questi lavorava una materassaia.
Aveva lana ovunque in quel garage, naturalmente, ma la cosa strana è, che sembrava l’avesse anche intorno al capo. Sì, perché aveva i capelli bianchi bianchi e un po’ crespi, che gli scendevano giù sopra le orecchie, le arrivavano a toccare le spalle, e poi ancora sul capo aveva un berretto, di lana penso io, – per rimanere in tema – come una piccola cupola. Era piccoletta, aveva sempre dei grandi grembiuli che le toccavano terra e… fumava il sigaro.
Sebbene lavorasse la lana bianca, mi ricordo, aveva le mani nere, ma non sporche. Erano mani molto segnate, quasi tagliuzzate, erano mani con le dita storte, si capiva, che avevano lavorato sempre… tutta una vita.
A volte appariva sulla porta e mi chiamava.
Non mi parlava con eccessiva dolcezza, ma nemmeno con crudezza, quasi come se parlasse con un adulto, “ho finito i sigari!” Mi diceva! “Me li vai a comprare?”. Io a quel tempo ero uno scoiattolo, ero magro, saltavo come un grillo di qua e di là, sembravo una pallina da flipper. “Tieni i soldi, e… comprami anche una scatola di fiammiferi, quelli grossi da cucina, …il resto tienilo”.
Capirai, faceva i conti prima, mi rimanevano cinque lire! Però mi ci mandava spesso, così quando raggiungevo la cifra, con il permesso di mia madre, – solo di domenica – un bel gelato non me lo facevo mancare.
Ci mettevo un attimo, dovevo passare in un viottolo in mezzo a delle case lastricato di pietre, cento metri più o meno, finiva in una stradina dove c’era una strettoia, macchine ne passavano pochissime, in ogni caso lì, nella strettoia, erano costrette a rallentare.
Io mi fermavo, uno sguardo nei due sensi di marcia e …oplà ero già dall’altra parte, in una piazzetta rotonda con nel mezzo una grande croce di ferro inserita in un grande blocco di cemento quadrato, ad un lato della piazzetta una chiesa e attaccato alla chiesa, un asilo.
La piazzetta in un attimo me la attraversavo, poi delle scale che portavano giù, due, quattro rampe in un baleno ed eccomi nella strada principale del paese. Lì io non dovevo fare altro, perché ero arrivato.
Il tabaccaio era lì, dietro l’angolo della scala, entravo, lui sapeva già cosa volevo e per chi le volevo, era una scena che si ripeteva molto spesso.
Quasi senza parlare, a parte il saluto – faceva parte di una buona educazione – prendevo i sigari, i fiammiferi e il resto che mettevo subito in tasca, e poi via la strada al contrario, tutta di corsa. Salivo le scale, attraversavo la piazzetta, una fermata sul ciglio della strada – come se ci fosse stato lo stop – e poi via… il viottolo. Lei, mi aspettava sulla porta, ansiosa di poter accendere il sigaro, finalmente.
Così lo faceva, con gesti meccanici, svelti, per poi fermarsi un attimo a tirare la prima boccata. La assaporava, mi guardava com-piaciuta della mia velocità di esecuzione, poi tutto tornava come prima, io a giocare e lei a lavorare.
Solo di domenica, e solo d’estate il gelato.
Il gelato non era ad ogni angolo.
Il gelato si aspettava, il gelato si faceva desiderare, il gelato poteva anche essere il solo desiderio di tutta la domenica.
Si sapeva, bisognava aspettare innanzitutto il pomeriggio.
Poi all’ora della merenda puntuale eccolo!
Arrivava su una bicicletta speciale. La ruota posteriore, la sella e fino ai pedali era una normale bicicletta, ma davanti no.
Davanti aveva due ruote e su un telaio primeggiava un grande frigorifero a forma di cubo con la tendina perché il sole non ci picchiasse tutto sopra.
Si soffermava nella piazza della Chiesa in prima battuta, lì raccoglieva tutte le richieste della zona. Quando aveva finito, veniva sul ponte.
E noi lo aspettavamo lì. Non soltanto noi di certo, da quella posizione poteva soddisfare tutta l’altra metà del paese, più il gruppo di case situate al di là del ponte.
Sopra il grande frigorifero fatto a cubo, quattro coperchi che sembravano cappelli con il pomolo sopra. Erano ben ermetici, dovevano chiudere bene la loro vaschetta del gelato perché rimanesse freddo freddo. Quattro coperchi, per quattro vaschette, per quattro gusti di gelato.
Al cioccolato, un classico per i più piccoli.
Alla nocciola, piaceva alle mamme.
Al pistacchio, sfizioso.
Alla crema, per finire, un classico per i più grandi.
Si potevano mischiare, due o a volte anche tre di gusti, per lo stesso prezzo, tanto la quantità era sempre uguale.
Una volta terminato con noi tornava nella strada principale, doveva pedalare per quasi un chilometro per raggiungere l’ultima frazione del paese.
Anche quella frazione era importante, lì si fermava il treno, c’era una piccola stazione con la biglietteria.
Sarebbe stata l’ultima tappa, la sua ultima postazione per quella domenica, la sua speranza era quella di vendere tutto il gelato, ma non sempre vi riusciva.
Non rimanemmo molti anni in quella casa.
Decisero di ristrutturarla, istallare il riscaldamento e nuove migliorie. Dovemmo uscire tutti, con in tasca la promessa di poter rientrare a fine lavori, con un affitto naturalmente diverso ecc. ecc. I miei genitori non rientrarono. Forse per l’affitto – pensavano di non poterselo permettere più – o per stanchezza di un continuo monta gli arredi, smonta gli arredi e così via.
Non vidi mai più la materassaia.
Mi avviai verso l’auto, fui fermato dalla mia mente, non capivo, cosa stava succedendo, ero frastornato.


La mia mente voleva dirmi qualcosa, qualcosa di molto importante, ma cosa?


Un foglio bianco, vedevo solo un foglio bianco.


Sì, ho capito il documento che mi avevano appena consegnato, era importante!


I miei occhi avevano letto qualcosa prima che io potessi solo pensarlo.


E cosa avevano visto i miei occhi di così importante.

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